Lingua e politica: “Una legge per l’italiano” supera i 2.000 sostenitori

Nel 2020, insieme ad altre 11 persone, ho lanciato una petizione rivolta al presidente della Repubblica Mattarella in cui chiedevamo un intervento simbolico davanti all’abuso dell’inglese nella politica italiana e nel Paese.

Nonostante più di 4.000 firme raccolte non ci mai pervenuta alcuna risposta, e così il 22 marzo 2021 – insieme ad altri 6 firmatari – ho presentato ai due rami del Parlamento una petizione di legge di iniziativa popolare sullo stesso tema strutturata in 11 punti concreti su cui agire. La proposta è stata assegnata al Senato (24 marzo, n. 795, VII Commissione permanente, Istruzione, beni culturali) e alla Camera (20 aprile, n. 727, VII Commissione cultura).

Ancora una volta, però, i tentativi di coinvolgimento di qualche gruppo parlamentare non hanno avuto alcun riscontro. Nel nostro ordinamento, infatti, anche se i cittadini hanno la possibilità di presentare petizioni di legge, nulla obbliga i parlamentari a discuterle e a metterle all’ordine del giorno; perciò, nella speranza di convincere qualche politico a prendere in considerazione le nostre istanze, abbiamo dato vita a una nuova raccolta di firme di altri cittadini che sottoscrivono l’iniziativa.

A oggi ci sono due novità. La prima è che il numero delle firme ha superato il traguardo simbolico di 2.000, e l’altra è che siamo entrati in campagna elettorale e forse la politica diventerà più sensibile nel dare una risposta a 2.000 elettori.

La speranza è che qualcuno cominci a prendere in considerazione e riflettere sull’opportunità di varare una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano, che è un bene collettivo e contemporaneamente un risorsa su cui fare leva soprattutto all’estero.

Il tabù della politica linguistica

Il tabù tutto italiano di regolamentare la lingua ha delle motivazioni storico-sociali che risalgono al fascismo.
A dire il vero la questione era già sorta all’indomani dell’unità d’Italia che non corrispondeva a un’unità linguistica compiuta, visto che l’italiano si era affermato come lingua letteraria che viveva nelle pagine dei libri, ma di fatto le masse – in larga parte analfabete – parlavano nei loro dialetti. Nel 1868 il ministro Broglio istituì una commissione presieduta da Alessandro Manzoni che aveva lo scopo di risolvere la questione e di “ricercare e di proporre tutti i provvedimenti e i modi coi quali si possa aiutare e rendere più universale in tutti gli ordini di popolo la notizia della buona lingua e della buona pronunzia”. Ma fu un’esperienza fallimentare, perché non c’era un accordo su come dovesse essere l’italiano, che Manzoni identificava con la lingua viva della classe colta di Firenze, per cui lo scrittore si dimise, e anche se negli anni successivi sarebbe uscito il vocabolario di Emilio Broglio e Giovan Battista Giorgini, l’opera passò inosservata e a imporsi sul mercato furono altri dizionari di maggior successo che nascevano dalle imprese editoriali private.
Quello che invece ebbe maggior successo fu il nuovo programma scolastico per valorizzare la lingua unitaria varato con la legge Coppino del 1877 che introduceva l’obbligo della frequenza scolastica elementare e insegnava l’italiano con criteri prescrittivi uniformi.

Mezzo secolo dopo fu il fascismo a inaugurare una ben precisa politica linguistica, perché il controllo della lingua era strategico per la difesa del nazionalismo e la coesione sociale. La politica linguistica fascista intervenne nuovamente sui programmi scolastici, normò la nascita del sonoro, della radio e poi del cinematografo, diffondendo i canoni uniformi della pronuncia che si formò a Roma, dove dopo l’EIAR, l’ente radiofonico di Stato, sorse Cinecittà e la scuola di dizione e di doppiaggio alla base di quella moderna. Il fascismo si caratterizzò anche per la lotta conto i dialetti, estromessi dalla scuola e visti come un ostacolo all’affermazione della lingua nazionale. Cercò di imporre l’uso del “voi” anziché del “lei”, considerato come un retaggio della dominazione straniera, e si distinse soprattutto nella guerra ai barbarismi, che venivano messi al bando e sostituiti con le alternative italiane del ventennio.

Curiosamente, crollato il regime, fu solo questo ultimo aspetto a diventare un tabù che fu identificato con il fascismo. L’avversione per i dialetti – visti come un segno di ignoranza di chi non sapeva parlare l’italiano – continuò normalmente fino agli Sessanta. Nei film degli anni Cinquanta l’uso del “voi” rimase in auge per un decennio, eppure nessuno, davanti al doppiaggio di pellicole come Vacanze romane (Roman Holiday, 1953) in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck si davano del “voi”, si sognò mai di bollare questo uso come “fascista”. Al contrario, qualunque riferimento al tema dei forestierismi ha suscitato fino a qualche decennio fa reazioni ideologizzate di scandalo, soprattutto negli ambienti di sinistra. Eppure l’ostilità nei confronti delle parole straniere non era un’ideologia intrinseca al fascismo, esisteva da secoli nelle prese di posizioni dei puristi, circolava negli scritti patriottici risorgimentali, e persino la tassa sulle insegne in lingua straniera del 1923 che inaugurò la campagna contro il “barbaro dominio” era stata già proposta a fine Ottocento.

Lingua, politica e potere: le lezioni di Gramsci e Pasolini

Antonio Gramsci, dal carcere dove il fascismo lo aveva rinchiuso, tra i tanti suoi scritti aveva dedicato alla lingua italiana delle riflessioni davvero acute e moderne. Fu il primo a interessarsi dell’italiano popolare che solo negli ani Settanta è stato preso in considerazione dagli studiosi, ed era ben consapevole della frattura tra la lingua delle masse e l’italiano che le classi dirigenti volevano imporre. Nel 1935, guardava alla grammatica che “opera spontaneamente in ogni società” e tende a unificarsi in un territorio come fatto culturale solo perché esiste un ceto dirigente che la impiega facendola divenire in questo modo un modello riconosciuto e seguito. Ma ogni “grammatica normativa scritta è quindi sempre una ‘scelta’, un indirizzo culturale, e cioè sempre un atto di politica culturale-nazionale.” Dunque ogni volta che riaffiora la questione della lingua “si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale.”

Gramsci era consapevole della natura politica della lingua e i “focolai di irradiazione” erano per lui la scuola, i giornali, gli scrittori sia d’arte sia popolari, il teatro e il cinematografo sonoro, la radio, le riunioni pubbliche di qualunque natura, anche religiosa, oltre alle conversazioni tra ceti colti e meno colti e ai dialetti. Dopo la sua morte, il fenomeno delle migrazioni interne al Paese avrebbe accentuato il ruolo di queste “conversazioni” che tendevano all’italiano per superare le barriere di incomprensione e mettevano i dialetti ai margini. E il ruolo della televisione avrebbe inciso in modo ancora più determinante rispetto a quello di radio, cinema e teatro.

A comprendere dove stava andando l’italiano del Novecento in modo ancora più attuale, negli anni Sessanta, fu Pier Paolo Pasolini che aveva colto la fine del ruolo dominante degli scrittori, nel modellare la lingua. “I centri creatori, elaboratori e unificatori del linguaggio” non erano più le università, ma le aziende, in un mondo dove al centro della nuova lingua ci sono i prodotti di consumo e tecnologici. Erano ormai gli imprenditori, gli scienziati e i giornalisti (nella loro accezione anche televisiva) coloro che avevano sempre più il potere di decidere della sorte della nostra lingua. Il nuovo italiano era tecnologizzato, invece che umanista e raccoglieva gli influssi del modo di parlare dell’asse industriale Torino-Milano che si sostituivano ai modelli basati sull’asse Firenze-Roma. Si trattava di un italiano pratico, poco letterario e poco estetico, dove la comunicazione contava molto più dell’espressività, e dove nell’omologazione e nell’appiattimento linguistico mancavano la vitalità e la creatività espressive che caratterizzavano i dialetti. Questo italiano che tendeva alla semplificazione sintattica, alla diminuzione dei latinismi e al lessico tecnico più che letterario esprimeva il linguaggio della nuova classe egemone, la “borghesia capitalista” la cui influenza unificatrice assumeva il ruolo delle monarchie aristocratiche nella formazione delle grandi lingue europee. Le riflessioni pasoliniane partivano dall’analisi di un discorso di Aldo Moro, perché anche la politica si era appropriata di questo linguggio.

Dalla diffusione dell’italiano a quella dell’itanglese

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

La lingua tecnologica non arriva più dal nord del nostro Paese, ma si è spostata fuori dall’Italia e ci arriva direttamente in inglese, in un passaggio dalla lingua della borghesia padronale alla lingua dei manager e dei tecnocrati che si esprimono attraverso gli anglicismi.
Quello che sta avvenendo è che i nuovi focolai e i nuovi centri di irradiazione della lingua, per dirla con Gramsci e Pasolini, stanno diffondendo l’itanglese, la lingua delle aziende e della terminologia tecnica, che è anche la lingua sempre più usata dalla stampa giornalistica e televisiva, nella formazione, nelle università e nella nuova politica basata sulle regole del marketing. La lingua modello che la nuova classe dirigente sta imponendo è quella del nuovo modello di cultura che importa concetti e parole direttamente dall’angloamericano, mentre l’italiano è la lingua-cultura imitatrice che ripete in modo supino senza tradurre, adattare e rielaborare tutto ciò che è nuovo. In questa anglicizzazione compulsiva non ci limitiamo solo a importare anglicismi crudi senza saperli reinventare, quel che è peggio è che le parole-concetti inglesi si sovrappongono ai nostri e li fanno regredire. Sono i “prestiti sterminatori” che fanno piazza pulita dell’italiano, i killer di assassino, di calcolatore davanti a computer, di dirigente davanti a manager, di guida davanti a leader

Una legge per l’italiano

L’assenza di una politica linguistica per tutelare e promuovere l’italiano si traduce in un anarchismo dove vige la legge del più forte, quella della globalizzazione e dell’espansione delle multinazionali, e il fatto che il linguaggio istituzionale diffonda e difenda l’inglese invece della nostra lingua è qualitativamente grave e quantitativamente pesante. Il problema non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che i nuovi centri di irradiazione della lingua che un tempo hanno unificato l’italiano oggi lo stanno distruggendo e ci stanno educando all’itanglese. E i politici sono in prima linea in questo percorso.

Non fare nulla e stare a guardare come fanno i nuovi linguisti descrittivi non significa né essere neutrali né essere liberali. Significa schierarsi dalla parte del più forte ed essere complici dell’itanglese e del globalese che stanno snaturando e depauperando il nostro patrimonio linguistico con cui entrano in conflitto.

Per questo, in vista delle elezioni, stiamo cercando di coinvolgere i politici a riflettere su questi problemi e a comprendere che è più che mai necessario ricominciare a parlare di una politica linguistica in modo serio, lasciandoci alle spalle quella del fascismo e guardando a ciò che avviene in Francia, in Spagna, in Svizzera, in Islanda e in molti altri Paesi dove le istituzioni arginano l’anglicizzazione e deprecano gli anglicismi, invece di favorirli. La politica linguistica italiana, al contrario, è ormai da tempo volta alla tutela dell’inglese, prima che alla nostra lingua, mentre si vogliono anglificare i corsi universitari, si introduce l’inglese come obbligo – e non più come scelta – nella scuola e nei concorsi pubblici, nella presentazione dei progetti di ricerca (Prin) e per i fondi sulla scienza (Fis) che discrimina, insieme all’italiano, anche la conoscenza delle altre lingue che diventano di serie B, in un passaggio dal plurilinguismo, inteso come valore e ricchezza, a un monolinguismo a base inglese che schiaccia ogni altra lingua e cultura e ci appiattisce e uniforma sul modello del globalese.

La nostra proposta di legge chiede di evitare gli anglicismi nel linguaggio istituzionale e nei contratti di lavoro, di avviare campagne mediatiche e nelle scuole contro l’abuso dell’inglese e per la promozione dell’italiano, di emanare linee guida nell’amministrazione esattamente come si è fatto per il linguaggio non sessista, per non discriminare in modo analogo il nostro patrimonio linguistico. E di rivalutare il ruolo di un’istituzione come l’Accademia della Crusca e considerare l’italiano come un bene da tutelare, promuovere ed esportare.

Attualmente, approfittando della campagna elettorale, stiamo riprovando a contattare vari parlamentari nella speranza che nel prossimo governo anche l’italiano sia posto all’ordine del giorno. A ottobre, quando il nuovo governo sarà formato, invieremo le firme raccolte in parlamento.
Intanto, sul portale Italofonia.info, oltre a continuare la raccolta firme a sostegno della nostra iniziativa, qualche giorno fa sono stati predisposti dei moduli con cui ogni firmatario può contattare direttamente alcuni parlamentari che in passato si sono contraddistinti per avere manifestato una certa sensibilità su questo tema. Non sono molti, e appartengono a schieramenti politici diversi, ma ognuno può rivolgersi al politico che sente più affine alle proprie posizioni e scrivergli direttamente chiedendogli, come elettore sensibile a questo tema, di fare qualcosa perché la nostra proposta di legge venga portata in Parlamento e discussa. Naturalmente ognuno è libero di contattare anche altri politici, visto che la proposta di legge è trasversale a ogni schieramento e fuori da ogni ideologia.

Al momento già più di 200 persone hanno utilizzato questo modulo e inviato la loro lettera. È una battaglia difficile, ne siamo consapevoli, ma bisogna almeno provarci. E più saremo più avremo la forza di farci ascoltare. In ogni caso, ringrazio di cuore gli oltre 2.000 cittadini che hanno firmato e quelli che hanno già scritto al loro politico di riferimento.



Per firmare e sottoscrivere la petizione di legge:
https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/

Per scrivere direttamente a un parlamentare:
https://italofonia.info/una-legge-per-litaliano/#scrivi

8 pensieri su “Lingua e politica: “Una legge per l’italiano” supera i 2.000 sostenitori

    • Il PD e i dem, come vengono abbreviati all’inglese, sono il partito progressista (ma lo saranno davvero?) più filoamericano d’Europa, zerbinato davanti alla Nato e alla Casa Bianca che detta più in generale le regole della nostra politica estera. Nasce dalla svolta di Veltroni che ha chiamato così il partito prendendo la denominazione statunitense, inseguendo il motto Yes we can che gli è valso l’appellativo di Obama italiano, in una presentazione al Lingotto di Torino tra schermi giganti che proiettavano le icone simbolo della svolta filoamericana come quella di Kennedy. E anche il linguaggio si è americanizzato in modo patetico soprattutto con Renzi e il suo jobs act, tra la politica dello streaming e delle slide, dove anche la festa dell’unità diventava democratic party.
      Intanto queste feste che una volta erano raduni oceanici e spesso anche culturalmente importanti, si sono ridotte a feste di piazza dove l’affluenza supera di poco i 4 gatti.
      Negli altri partiti e schieramenti le cose non sono però così diverse, e la flat tax cara a Salvini, il family day caro alla Meloni, i navigator e il cashback di stampo pentastellato… e più in generale l’anglicizzazione del linguaggio politico nel suo insieme sono sconcertanti.
      Ma l’attuale classe dirigente è questa, e con questi, purtroppo, dobbiamo confrontarci cercando di raggiungere i pochi sensibili alla nostra lingua di ogni schieramento, e cercando di far comprendere agli altri che il nosto patrimonio linguistico è un valore che dovrebbero tutelare, invece che calpestare.

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  1. Bentornato Antonio! Nel frattempo ho già compilato il vostro modulo ad alcuni parlamentari a scelta.

    Inoltre avrei un dubbio da chiederti, che riguarda non tanto la politica bensì i corsi universitari e te lo racconto subito :

    Quest’anno la mia cara amica (la stessa che voleva essere un’aspirante scrittrice di cui ti raccontai l’altra volta), dopo sei anni di distanza dalla sua laurea in scienze naturali presso l’Università di Torino (svolta insieme a me in ITALIANO), vorrebbe ora tornare di nuovo a studiare presso l’ateneo, questa volta presso un corso di biologia molecolare, per trovare un nuovo sbocco di lavoro .
    Tuttavia lei mi avvisò che il corso in questione è redatto totalmente in INGLESE.

    Io non ho assolutamente nulla contro la sua scelta e sue capacità (lei ha pure una conoscenza dell’inglese abbastanza avanzata rispetto alla mia), così come non ho contro la semplice presenza di corsi in inglese (al momento presso l’UNITO i corsi in inglese sono ancora in minoranza rispetto a quelli ancora tradizionalmente redatti in italiano) però il punto che mi preoccupa è : visto che studiare biologia molecolare in inglese porterà a pensare in inglese allora come potrebbe cambiare il suo modo di pensare ed esprimersi rispetto a prima ? Riuscirà ancora, dopo alcuni anni, a tradurre o concepire normalmente la terminologia tecnica in italiano (vista la sua precedenza esperienza di laurea svolta in italiano) ? Oppure sarà destinata ad esprimersi solo in termini inglesi ?

    Sempre a proposito di questa mia amica, lei è pure sposata con un italo-olandese, per di più poliglotta (esso infatti, oltre all’italiano, padroneggia anche olandese, francese, inglese e tedesco); in particolare lei, sia attraverso il marito sia attraverso i suoi parenti conosciuti direttamente in Olanda, sta cominciando ad apprendere le prime basi della lingua olandese.
    Se essa riuscisse a padroneggiare bene anche questa terza lingua (e quindi ottenere un pensiero almeno trilingue invece che bilingue) forse potrebbe ottenere un anticorpo in più contro il monolinguismo mentale ? Ovviamente assicurandosi di non rinnegare la lingua italiana (o anche di non rinnegare qualsiasi tipo di lingua diversa dall’inglese) e neanche di trasformarsi in un’ “anglomane” .

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    • L’anglificazione dell’università è in atto ormai da più di un decennio; proprio il Politecnico di Torino aveva aperto questa strada anni fa detassando i corsi in inglese e discriminando chi voleva studiare in italiano, poi il Politecnico di Milano ha fatto ben di peggio. Su questa strada convergono le politiche anche di quei partiti come Fratelli d’Italia che vorrebbero tutelare l’italiano (https://italofonia.info/elezioni-fdi-vuol-promuovere-litaliano-allestero-ma-in-italia-punta-su-inglese-e-universita-bilingue/) senza comprendere che l’anglificazione dei corsi universitari va nella direzione opposta e lo discrimina. È uno schiaffo al plurilinguismo, che rimane un valore e un antidoto al monolinguismo a base inglese che si vuole imporre come la lingua internazionale in modo surrettizio.

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      • Sì sì Antonio, su questo abbiamo capito. Sempre a proposito di questo corso di biologia molecolare in inglese sono curioso di sapere quanti saranno gli studenti (italiani) iscritti ad esso. Scommetto che saranno una minoranza, visto che sono davvero pochi i cittadini italiani a conoscere l’inglese in maniera avanzata (e la mia amica è una di quelli), mentre la restante maggioranza non proprio; poi aggiungiamo il fatto che la scelta di anglificare l’università scoraggia pure gli studenti stranieri, che si aspetterebbero di approfondire l’italiano come requisito fondamentale per poter lavorare o integrarsi nella nostra società.

        Tornando alle mie preoccupazioni di prima sulla mia migliore amica, mio padre cercò di rassicurarmi dicendomi che il suo pensiero probabilmente non cambierà così drammaticamente dopo quel conseguimento e mi citò l’esempio di quegli italiani all’estero che, pur avendo vissuto per anni nei paesi anglofoni, riescono ancora a padroneggiare un perfetto italiano. Ovviamente mio padre si riferisce a quegli italiani che (a parte essere abituati a pensare in lingue diverse) si dimostrano ancora orgogliosi e fieri della propria lingua materna italiana (e non è un caso che molti italiani all’estero, tra cui Giuseppina Solinas che saluto, siano i primi ad accorgersi della nostra rovina linguistica in patria italiana); però ci sarebbe anche il problema degli anglomani, che invece se ne fregano dell’italiano e quindi si preoccupano solo dell’inglese prima di ogni altra cosa (come dimostra pure l’esempio dei corrispondenti giornalistici di New York che esaltano apposta gli anglicismi, fregandosene delle traduzioni).

        Comunque detto questo spero soltanto che essa non faccia la fine di quei giovani medici che parlano di “spike”, “long covid” o “booster”, o persino far la fine di certi esperti sul meteo che si mettono a parlare di “downburst” (nei confronti di burrasche o raffiche di vento) o di “shelf cloud” (invece di “nube a mensola”).

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  2. Secondo me, il fatto che la tua amica sia poliglotta significa che già non ha un monolinguismo mentale, se però per la biologia molecolare non troverà o non conierà lei stessa dei termini italiani, potrà espromerla solo in itanglese, ma magari con termini “nativi” nelle altre lingue.
    Giorni fa, all’acquario di Cattolica, nel percorso dei rettili una didascalia diceva che l’animaletto faceva, “in termini tecnici “, “arm waning”. Dunque, se io saluto con la mano, sono una lucertola anch’io…

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  3. Bisogna muoversi subito e in tanti! Non c’è tempo da perdere, è come un morbo che si diffonde perché non si è educati alla conoscenza, considerazione e salvaguardia della lingua italiana, non viene intesa come “patrimonio culturale”.

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