Storie vere e pensieri sparsi sull’itanglese

Qualche tempo fa un’amica mi ha chiesto un parere sull’anomala struttura di un contratto editoriale che le aveva sottoposto una nascente casa editrice italiana dal nome anglicizzato. Quello che mi ha più stupito, dal punto di vista del lessico, è che la tradizionale distinzione tra libri in brossura e rilegati era ridefinita attraverso l’espressione “Hard Cover”, al posto della legatura, che nel settore indica il più popolare concetto di “copertina rigida” perfettamente esprimibile in italiano. E il circuito delle edicole diventava “Kiosk”.

Hard cover e kiosk

L’uso di questi “pseudotecnismi”, in un contratto valido per il mercato italiano, rivela tutta l’ignoranza del linguaggio tipico della tradizione editoriale, e un cambio di paradigma dove i modelli non sono più quelli nostrani, ma sono mutuati e scopiazzati da formule contrattuali del mondo anglosassone. È la nuova cultura anglomane che fiorisce sull’ignoranza della nostra storia, perché il suo unico riferimento è ormai l’anglosfera; e in questa cesura, la terminologia inglese viene allo stesso tempo istituzionalizzata in modo formale, con un ingresso in un contratto che contemporaneamente fa piazza pulita della nostra nomenclatura.

Recentemente leggevo un articolo sui dialetti che poneva l’accento sul fatto che la loro distinzione dalla lingua nazionale si basa soprattutto sull’uso amministrativo e ufficiale, che impone alla lingua una standardizzazione non richiesta per i dialetti. Storicamente la normazione dell’italiano è avvenuta grazie ai modelli letterari di prestigio basati sul toscano, in un processo secolare che, dopo l’invenzione della stampa a caratteri mobili, ha conosciuto un’uniformazione da parte dei tipografi che hanno anticipato quella delle prime grammatiche cinquecentesche; e poi dell’attività normatrice della Crusca, e poi dei vocabolari…

Fuori dalla lingua letteraria l’unificazione è passata attraverso la lingua dei giornali, e nel Novecento soprattutto dalla scuola, dal linguaggio amministrativo e istituzionale, e poi dalla televisione. Che cosa resta di tutto ciò?

Poco e niente.

Il vocabolario è buttato via, quando si parla di “hard cover” e “kiosk”; finita l’epoca educatrice, la televisione è lo specchio dei fenomeni linguistici che si diffondono sotto le pressioni anglocentriche della globalizzazione. Mentre i linguisti hanno abbandonato ogni intento normativo per fare i descrittivi, non sempre a dire il vero, ma di sicuro davanti alla questione dell’itanglese si pongono in questa prospettiva, quando non negano il fenomeno. E il problema secolare dell’identità linguistica è scomparso dalle loro preoccupazioni.

Ticket

La scorsa settimana ho rifatto la carta d’identità, l’inserviente mi ha detto che dovevo prendere il “ticket” e credevo che quella parola fosse frutto di un suo modo di dire personale, prima di constatare che era il linguaggio istituzionale dello sportello, per cui il biglietto o il numerino di attesa si è buttato via: c’è solo il ticket senza alternative.

Il punto non è la parola ticket, introdotta da decenni a livello politico per edulcorare una tassa sanitaria (il ticket sanitario), per poi allargarsi a parola comune utilizzata al posto dell’italiano come fosse la cosa più normale. Il problema è che è tutto così. I politici non si pongono il problema di cosa sia il linguaggio istituzionale, e sguazzano nei jobs act e nel cashback, tra family day, flat tax, navigator e governace. Il linguaggio del lavoro è anche peggio: siamo ormai di fronte a un collasso di ambito. Quello informatico non è da meno. La scuola è fatta di master e di tutor che impongono la newlingua anglicizzata che diviene la coloritura della comunicazione della nuova cultura.
Il punto non sono i singoli anglicismi, ma il fatto che tutti i centri di irradiazione della lingua, quelli che storicamente hanno unificato, diffuso e standardizzato l’italiano, oggi stanno standardizzando la sua commistione con il lessico inglese. In modo sempre più pervasivo e ufficiale. Per questo non c’è scampo.

Pingue

Anche se sembra una barzelletta non lo è, si tratta di un episodio reale che fa riflettere su dove stiamo andando. Due adolescenti studiano assieme, e durante la lettura di un libro il primo incontra la parola “pingue”, di cui ignora il significato e chiede delucidazione all’altro, il quale risponde che non sa cosa voglia dire, ma del resto ha sempre avuto problemi con l’inglese.
Nello tsunami anglicus che ci travolge, a stupire non è tanto l’ignoranza del significato di pingue, in fondo gli adolescenti hanno una scarsa padronanza del lessico, che si acquisisce con il tempo. Fa rabbrividire il fatto che ormai davanti a una forma insolita viene naturale pensare che non sia italiana, ma inglese, magari pronunciata “pinghiù” come fosse imparentata con l’”emotional rescue” dei Rolling Stones o chissà che altro.

Dopo essere stati colonizzati dal mito americano del cinema, del piano Marshall, della pubblicità, delle merci, della musica, della televisione e di Internet abbiamo cominciato a introiettare le strutture concettuali d’oltreoceano, insieme ai loro valori sociali, in un’identificazione che ci sta portando all’alienazione linguistica.

Il naturale amore della propria loquela”

Dante, prima ancora di dare vita alla Commedia che ne ha fatto il padre dell’italiano, nel Convivio, scriveva che tre le ragioni del suo ricorrere al volgare c’era anche “l’amore ch’io porto a la mia loquela, che è a me prossima più che l’altre”, il “naturale amore de la propria loquela” che gli faceva a respingere le ragioni dei “malvagi uomini d’Italia” che disprezzano la propria lingua in favore de “lo volgare altrui”.

Oggi l’amore per la nostra loquela è stato smarrito, insieme alla nostra storia, e gli uomini che la disprezzano e la ignorano in favore dell’inglese hanno occupato i posti nevralgici della normazione dell’italiano, che non è più “prossima” e “naturale” nella transizione all’itanglese.

E dunque si diffondono hard cover, kiosk, ticket, business, under 35, export, call, public speaking… e giorno dopo giorno, parola dopo parola, con una velocità e un’intensità che non hanno predenti nella storia, veniamo fagocitati in un nuovo volgare ibrido dove al centro c’è l’english sound che segna la distruzione dell’italiano per farlo regedire a un dialetto anglicizzato dell’anglomondo.

17 pensieri su “Storie vere e pensieri sparsi sull’itanglese

  1. Una volta dicevo semplicemente “copertina dura”, che oggi fa ridere ma una volta era quello il termine “volgare” usato dai non addetti ai lavori. Con “rilegato”, “cartonato” e via dicendo si indicava il libro appena uscito, in “edizione di lusso”, tutti termini non certo ufficiali ma almeno italiani. Poi, una volta finita la novità, il libro veniva ristampato in “tascabile”, quando una volta esistevano le tasche ed esisteva la gente che ci metteva dentro i libri 😛
    Poi man mano che i pittoreschi termini italiani venivano sostituiti dagli aridi inglesismi che non permettevano sinonimi, man mano che arrivava hardcover e pocket intanto sparivano i lettori 😉

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  2. La casa editrice di fumetti Bonelli usa da tempo “cover” al posto di copertina e poi si sono inventati “variant” per le copertine diverse di uno stesso albo a fumetti (così da spennare di più i polli).
    “Hard cover” e “kiosk” mi mancavano, però…

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    • Magari avessero inventato loro la strategia delle “varianti”, il fumetto americano, negli anni ’90, ha campato spennando i lettori vendendo sempre lo stesso fumetto XD ogni tanto si torna a questa strategia ai danni dei collezionisti incalliti.

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      • In effetti non mi stupisce che l’interferenza della Bonelli arrivi d’oltreoceano…
        Da ragazzo aspiravo a fare il disegnatore di fumetti e una volta un amico di famiglia di Bonelli mi fece il regalo di portarmi nella loro sede, dove dopo una visita sommaria all’archivio mi dissero di prendere pure qualche fumetto. Rimasi colpito perché allora, inizi anni ’80, c’erano anche gli originali di Tex, ed erano fatti per metà disegnando e per metà riciclando vecchi disegni, per fare in fretta. Del resto il primo piano oppure il campo lungo di lui a cavallo… erano stati disegnati in tutti i modi, e bastava fotocopiare, ritagliare e apiccicare… Poi questa prassi è cambiata. Comunque tra i miei fumetti presi un cartonato di Tex (Un’avventura del nord) che è rimasto intonso nella mia libreria per 30 anni, fino a quando pochi anni fa non ho scoperto che valeva un sacco di soldi nella prima edizione in seguito ristampata in vari modi, e me la sono subito venduta. Viva le variant, mi verrebbe da dire, ma non lo farò!

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  3. Vorrei segnalare che si tornato a parlare di anglicismi, specie sulle reti, poiché all’interno del programma elettorale di FdI vi è la proposta di non usare forestierismi nelle comunicazioni pubbliche. Ovviamente si parla di codesto invocando alla politica linguistica del fascismo, soprattutto per il fatto che tale proposta provenga da un partito di destra. Purtroppo la situazione è questa, di conseguenza c’è poco da fare se non cercare di far capire alla gente che la politica linguistica debba essere una cosa apolitica, specie a livello istituzionale. Segnalo poi che nel programma di FdI malgrado si specifichi di non usare anglismi, all’interno di esso sono presenti numerosi anglismi.

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    • Le proposte di questo tipo ritornano periodicamente in Fratelli d’Italia, mi pare in modo strumentale e con finalità elettorali, non è un caso che rispuntino ora con la crisi di governo. Nella proposta di legge presentata già anni fa da Rampello e Meloni, tra l’altro, c’erano dei copia e incolla da questo sito (come avevo ironizzato a suo tempo: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2018/09/30/lettera-a-giorgia-meloni-e-agli-altri-deputati-italiani-sulla-tutela-dellitaliano/ ). La richiesta di inserire in Costituzione la lingua italiana, da sola, non ha molto senso, visto che la Corte Costituzionale si è già espressa in questo senso, e che c’è la legge n. 482 (15 dicembre 1999) a sancirla in modo più o meno ufficiale. Concordo sul suo valore simbolico, e infatti l’ho contemplata nella mia petizione di legge di iniziativa popolare (https://attivisti.italofonia.info/proposte/legge-vivalitaliano-2021/) ma i punti importanti sarebbero altri e non riguardano il “divieto” di utilizzare anglicismi, che nella pratica andrebbero definiti: difficile evitare parole come mouse o computer o intraprendere disquisizioni sul loro essere o meno italiane, in mancanza di criteri e di istituzioni normative come quelle francesi. La promozione dell’italiano passa per il convincimento, per l’emanazione di raccomandazioni come è stato fatto per il linguaggio non discriminatorio o per la femminilizzazione delle cariche, passa per le campagne mediatiche, per la promozione… Non vedo traccia di questo nelle proposte di FdI che evocano appunto spettri del passato e non sembrano avere una possibilità di incidere sulla realtà, anche perché forse non lo si vuole affatto fare, dietro la propaganda.
      A parte la contraddizione degli anglicismi che circolano nella comunicazione politica di FdI, sul fronte del globalese, per esempio, nelle tesi di Trieste si auspica la creazione di nuove generazioni perfettamente bilingui a base inglese, dunque uno schiaffo al plurilinguismo, sulla scia delle discriminazioni che negano la dignità delle altre seconde lingue introdotte con la riforma Madia, o l’obbligo di presentazione solo in inglese dei Prin o dei Fis… Dunque non vedo una “politica linguistica” in queste posizioni, ma solo proposte di dubbia efficacia e realizzazione che a mio avviso mirano, più che al cambiamento, al consenso un po’ becero.

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      • Infatti pur’io ero scettico riguardo ciò. So perfettamente che ci sono molte incongruenze tra quello che predicano e quello che razzolano. Detto ciò, quello che mi preoccupa è che la più minima idea di politica linguistica sia sempre accostata al fascismo.

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        • Un tempo era peggio, e per bacchettare anche a sinistra, proprio da lì vennero gli ostracismi più intransigenti. Ora la sinistra non c’è più, e un partito conservatore come il Pd è il più filoamericano d’Europa, sia politicamente (basta vedere la politica estera e verso la Nato) sia linguisticamente. Invece di comprendere cos’è l’ecologia linguistica, o che l’inglese crea fratture sociali come denunciano gli accademici francesi, invece di proteggere le fasce più deboli che dovrebbero rappresentare, i nuovi sinistroidi che un tempo aderivano in parte anche un antiamericanismo ideologizzato e stupido, oggi in modo ancora più stupido fanno a gara a chi è più americano, dalla svolta di Veltroni, a quella di Renzi, del suo jobs act e dell’americanizzazione del lavoro, della scuola, della sanità… di cui si vedono i bei risultati sociali! Per non parlare della ridenominazione del loro partito, appunto “democratico” all’americana, per introdurre il bipolarismo anche in Italia che è un fallimento che dura da decenni.

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  4. A proposito di amore per la loquela(in questo caso non italiana),vorrei raccontare un episodio significativo: a motivo del mio lavoro ogni giorno vengo a contatto con molte persone di cui devo controllare innanzitutto i dati anagrafici e il codice fiscale. Un paio di settimane fa mi è capitato di parlare con un signore peruviano di umili condizioni e di cultura non elevata.Aveva due nomi piuttosto comuni in ambito ispanofono,e cioè Juan José : per tale motivo nel suo codice fiscale comparivano due “J” in successione. Nel leggermi il proprio codice ,questo signore ha pronunciato in italiano ogni lettera e,giunto alle due”J”, ha letto entrambe come “gei”,”gei”.A questo punto gli ho consigliato di pronunciarle alla spagnola ,e cioè(più o meno)”hota”,”hota”( nella scrittura”jota”,”jota”).Mi ha guardato stupito e mi ha chiesto se parlassi spagnolo,al che ho risposto che conosco qualche parola.Poi,visto che eravamo in argomento,gli ho spiegato che in realtà tale lettera in italiano si chiama “ i lunga” e si pronuncia come una “i”( ovviamente non ho approfondito specificando che si tratta di una semiconsonante).Ho infine aggiunto che anche in italiano tale lettera può essere chiamata “jota”, ma è pronunciata in modo differente rispetto allo spagnolo.A questo punto si è meravigliato del fatto che in italiano si usino”così tante parole inglesi” e non riusciva a comprendere”perché in italiano si usa blackout”,quando invece in spagnolo si dice “ apagón”.Mi sono allora ricordato di aver letto questa traduzione spagnola di “ blackout” nel sito” Italiano Urgente” di Gabriele Valle.Infine questo signore peruviano ha concluso dicendo:”che peccato, l’italiano è una lingua così bella; come lo spagnolo!” Morale della favola, anche gli ispanofoni non dotati di particolare cultura linguistica sono in grado di amare e proteggere la loro loquela e non sentono la necessità di istituzioni che garantiscano la stabilità della lingua spagnola.

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    • Grazie. L’orgoglio ispanico per la propria lingua è istintivo, ma è anche coordinato dalle accademie di tutti i paesi dove si parla quella lingua, che a loro volta sono un punto di riferimento anche per i giornali… Da noi l’orgoglio per ciò che è italiano si vede solo nel calcio, non abbiamo punti di riferimento normativi e la lingua dei giornali diffonde gli anglicismi. Il risulato non può che essere la disgregazione linguistica.

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  5. Sono d’accordo. Infatti non so a che serve La Crusca. Sul fatto poi che noi siamo orgogliosi solo sul calcio penso che sia vero solo sui nomi delle squadre italiane: sono piene di stranieri. E questa è la ragione principale se l’Italia è assente per due volte consecutive dal campionato mondiale. Ma questa è un’altra storia!

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