Le questioni linguistiche della guerra in Ucraina e l’anglificazione

Il mese scorso, nella trattativa diplomatica per risolvere il conflitto in Ucraina che Erdogan aveva rivolto a Putin, sul tavolo non c’era solo Kiev fuori dalla Nato e la questione della sovranità di Donbass, Crimea e territori occupati, ma anche la protezione della lingua russa. Perché le questioni linguistiche si intrecciano in modo inestricabile con quelle delle identità etniche, sociali e culturali, e fuori dalla miopia italiana, sono un fattore politico di primo piano quasi ovunque.

Le lingue dell’Ucraina

La lingua ucraina convive e si mescola con il russo in tutto il Paese, anche se esistono varie altre minoranze linguistiche. Secondo un censimento del 2001, i madrelingua ucraini sarebbero quasi il 70%, e i russofoni meno del 30%, un dato che non corrisponde all’etnia della popolazione rilevata dallo stesso censimento che registrava una percentuale russa ben superiore al 50%. E secondo un’indagine svolta dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev nel 2004, le due lingue si equivarrebbero nell’essere parlate tra le mura domestiche. La presenza del suržik, un misto di russo e ucraino parlato in molte regioni, rende ancora più difficile distinguere nettamente chi parla una o l’altra lingua.

La diffusione dei due idiomi non si può sovraporre con le realtà territoriali, è indelimitabile e sfumata.
Anche se il russo prevale in Crimea e nelle regioni orientali contese nel conflitto, a Ovest prevale l’ucraino in città come Leopoli, al centro il russo va per la maggiore soprattutto nelle aree urbane, come nella capitale Kiev, mentre l’ucraino è diffuso nelle campagne. In questa distribuzione a macchia di leopardo che include un largo bilinguismo, nonostante l’ucraino goda dello status di lingua ufficiale dal 1991, molti ucraini non lo conoscono. Lo stesso presidente Zelensky, russofono, durante la campagna elettorale del 2019 che lo ha eletto presidente, non sapeva parlare ucraino, anche se si era impegnato a farlo. Nel suo programma elettorale c’era invece la creazione di un portale in lingua russa destinato agli abitanti del Donbass per fare arrivare loro il punto di vista di Kiev.

Nel 2012, il governo Janukovych aveva introdotto un discusso concetto di “lingue regionali” che in alcune aree aveva portato al riconoscimento del russo come lingua della scuola e dell’amministrazione, al pari dell’ucraino. Ma tutto è stato spazzato via nel 2019 dal predecessore di Zelensky, Petro Poroshenko, con una legge sulla lingua (n° 5670-d) che toglieva al russo e alle altre lingue minoritarie lo stato giuridico di “lingue regionali” e ne limitava l’uso nella sfera pubblica.

Nell’attuale conflitto si combattono anche le questioni linguistiche accanto a quelle territoriali e politiche. E da anni è in atto una guerra della lingua che vede scontrarsi il progetto di una nuova ucrainizzazione contro quello della storica e secolare russificazione del Paese.

Ucrainizzazione e russificazione

Fino al 2013 il mercato editoriale ucraino era formato per il 75% da libri russi, ma nell’ultimo decennio la proporzione si è invertita a favore di quelli ucraini che prevalgono per numero di titoli ma anche per copie venute. Questa rinascita della letteratura ucraina, in ascesa sia dal punto di vista quantitativo sia qualitativo, è il risultato delle politiche linguistiche e anche di una guerra culturale che ha seguito la guerra di Crimea del 2014.

Il Consiglio Supremo ha sancito l’ucraino come lingua dello Stato, favorendolo e esaltandolo, e ha bandito il russo dal linguaggio istituzionale e ufficiale, mentre il Parlamento ha vietato i libri importati dalla Russia. Nel 2015 è uscito una sorta di “indice dei libri proibiti” che ne metteva ben 38 in una lista nera, in un clima di una più vasta “derussificazione” avviata dal nuovo governo filo-occidentale che ha soppresso persino il partito comunista locale. La legge dell’ex presidente Poroshenko prevede che i cittadini parlino ucraino (almeno in teoria), introduce un esame da superare per ottenere la cittadinanza, ed estromette il russo dai programmi formativi e scolastici. Anche le radio e le televisioni devono trasmettere in ucraino per il 90%, la stessa percentuale del cinema, con l’obbligo di sottotitoli ucraini nelle pellicole in russo.

Questo pacchetto di provvedimenti ha innescato un ampio dibattito, e il progetto di una deliberata “ucrainizzazione” era mal visto dalla popolazione russofona. La forte divisione tra le due culture che si scontrano è evidente soprattutto nelle aree che hanno proclamato la secessione dove, al contrario di quanto avviene nel Paese, dal 2020 hanno introdotto come unica lingua ufficiale il russo.

L’invasione da parte della Russia è avvenuta in questo clima, e anche se si sovrappone a una guerra che va avanti dal 2014, di cui si è parlato poco, ha oggi assunto un carattere globale.

Ma dal punto di vista linguistico, nel nuovo contesto che ha coinvolto il mondo intero, tra ucrainizzazione e russificazione è spuntato anche l’inglese.

L’anglificazione nella Prima guerra globale

Nella speranza che il conflitto non si trasformi nella Terza guerra mondiale, per ora sembra più una Prima guerra globale, e nella controversia linguistica tra ucrainizzazione e russificazione si sta insinuando anche il progetto dell’anglificazione, come avviene in tutto ciò che è legato alla globalizzazione.

Nella legge sulla lingua caratterizzata dai provvedimenti de-russificatori, è previsto che i siti Internet .ua debbano avere la pagina iniziale in ucraino – il che è linea con l’imposizione della lingua in tanti altri aspetti che riguardano l’ufficialità – ma è comparsa un’aggiunta molto curiosa: oppure in inglese o altra lingua ufficiale dell’Ue. In altre parole il russo è vietato, ma di fatto si apre all’inglese, anche se in teoria sarebbe possibile usare altre lingue ufficiali.

Il provvedimento si può interpretare come un’espressione del desiderio di far parte dell’Europa, ma quello che colpisce è che nel testo della legge 5670-d il russo è stato cancellato e non viene più nominato, mentre l’inglese è nominato per ben 18 volte!

Senza voler giustificare l’ingiustificabile – l’invasione dell’Ucraina è un crimine – il montante sentimento anti-russo, che Putin ha chiamato “isteria”, sull’onda dell’emotività sta valicando gli aspetti politici e bellici per allargarsi a quelli culturali e più generali.

In Italia ha fatto scalpore l’isteria dell’Università Bicocca di Milano che, qualche tempo fa, avrebbe voluto sopprimere una conferenza di Paolo Nori su Dostoevskij (avevo già parlato del suo libro in tempi non sospetti) in preda a un oscurantismo anti-russo rimangiato a causa delle polemiche, con un atteggiamento schizofrenico per cui il rimedio si è rivelato ancor più imbarazzante della decisione iniziale.

Naturalmente per chi è sotto le bombe questo sentimento anti-russo è più che comprensibile, da un punto di vista emotivo.

In un articolo sull’Huffingtonpost si può leggere una dichiarazione di Olena, una donna ucraina, che urla il suo sfogo:

Sono nata e cresciuta a Donetsk. Ho parlato russo per tutta la vita. Ora sono letteralmente nauseata da qualsiasi cosa che sia russa: cultura russa, balletto russo, lingua russa, musei russi. Che vada all’inferno. Ecco da dove viene tutto ciò che è russo. Adesso parlo ucraino. O inglese.

Questo sentimento appartiene a molti, e pare che stia nascendo una sorta di rivolta culturale che implica l’abbandono del russo sulle piattaforme sociali e anche nella vita quotidiana, come segno di protesta, ma il riferimento all’inglese come simbolo dell’Occidente è una novità sui cui riflettere.

Per un ucraino di lingua russa, o per un politico come Zelensky che non padroneggia l’ucraino, la tentazione di rinnegare la propria identità linguistica e passare all’inglese sembra forte. Alla base c’è una mancata separazione e confusione tra i piani culturali e linguistici, da una parte, e quelli politici e bellici dall’altra. Si può benissimo condannare e combattere la guerra di Putin senza rinnegare la propria lingua e cultura, in teoria. Ma nella pratica quello che accade è che l’odio per l’invasore finisce per coinvolgere anche il piano linguistico.

Un simile sentimento è al centro del libro Ritorno a Berlino (Verna Carleton, Guanda 2017) in cui il protagonista, dopo il nazismo, aveva cambiato identità, si spacciava per americano e parlava in inglese celando le proprie origini germaniche e la propria lingua davanti al mondo:

Mi vergognavo di essere tedesco, mi vergognavo di appartenere a un paese che aveva tollerato l’esistenza di un regime tanto atroce. Non riuscivo ad affrontare la vita come Erich Dalbur. Come Eric Devon ho trovato il modo di stare a galla.

I segnali di apertura all’inglese sul piano interno dell’Ucraina, dove la “vergogna” nasce dal parlare la stessa lingua dell’invasore, si radicano attraverso il sentimento di voler appartenere all’Europa.
Filippo Mastroianni, in un articolo su Il Sole 24 ore ha scritto: “L’attenzione posta sull’inglese, citato ben diciotto volte nella legge (…) è l’indizio di una politica di più ampio respiro e di un progetto di collocazione europea che Kiev ha ormai imboccato.” Ma anche questo sentore è frutto di una confusione, perché l’inglese non è affatto la lingua dell’Europa, almeno sulla carta. Anche se in questa Prima guerra globale sta guadagnando terreno.

Jean-Luc Laffineur – il presidente dell’associazione Gem+ di Bruxelles che difende il multilinguismo e combatte la prassi surrettizia dell’inglese come lingua dell’Ue – nel bollettino del 31 marzo agli associati ha osservato:

Prima dell’invasione dell’Ucraina, la bandiera europea veniva sventolata accanto alle bandiere nazionali degli stati più filoeuropei anche se non è mai apparsa dietro le scrivanie di Orban o dei primi ministri polacchi. Tre giorni fa a Varsavia, la bandiera americana è stata innalzata accanto a quella polacca, la bandiera europea no. Prima dell’invasione dell’Ucraina, si parlava di allargamento dell’UE. Ora si parla di un allargamento della NATO alla Svezia e alla Finlandia. (…) Prima dell’invasione dell’Ucraina, monitoravamo attentamente la presidenza francese dell’UE per conteggiare il tempo che i dirigenti europei passavano a parlare in francese e in altre lingue. Da allora, abbiamo visto i leader sloveno, polacco e ceco recarsi, senza alcun mandato del Consiglio europeo, a Kiev per sostenere il presidente Zelenski e tenere una conferenza stampa improvvisata in inglese. (…) Non dimentichiamo che l’uso e la crescita di una lingua è legata al potere dello stato dominante. Aumentando la sua dipendenza economica e militare dagli Stati Uniti, l’UE sta di fatto facendo un ulteriore passo verso il vassallaggio politico all’alleato americano.

Questo “vassallaggio” dell’Europa verso la politica e la lingua degli Stati Uniti sta contribuendo all’affermarsi del globalese come lingua internazionale; ed ecco che anche in Ucraina viene percepito così, e accade che l’inglese diventi la lingua alleata dell’ucraino in funzione anti-russa, e che un presidente russofono come Zelensky che non sa parlare bene l’ucraino guardi all’inglese, esattamente come raccontava nell’intervista la cittadina ucraina Olena disposta ad abbandonare persino la propria identità.

Passando dal “vassallaggio” europeo a quello italiano, la novità è che Enrico Letta, segretario del PD, uno dei partiti più americanizzati e filoamericani d’Europa, dall’inizio del conflitto ha cominciato a cinguettare su Twitter in inglese con aforismi come questo:

How many #Bucha before we move to a full oil and gas Russia embargo? Time is over” (3 aprile).

A dire il vero ne ha fatti 2 o 3 anche in francese negli ultimi tempi, ma quelli in inglese al 24 marzo erano ben 14! E più che di multilinguismo bisognerebbe parlare di una comunicazione politica che comincia a dare i primi segnali di anglificazione per rivolgersi non solo agli altri politici europei in inglese, ma anche sul piano interno agli italiani, come fanno le pubblicità e le multinazionali d’oltreoceano. Questi primi segnali si sono visti anche con due cinguettii in inglese di Di Maio (27 febbraio e 2 marzo), due di Renzi (24 febbraio e 2 marzo) e uno di Calenda (25 marzo).

Accanto all’ucrainizzazione, alla russificazione e all’anglificazione dell’Europa, la de-italianificazione della nostra classe politica è sempre più evidente e si allarga.

4 pensieri su “Le questioni linguistiche della guerra in Ucraina e l’anglificazione

  1. Complimenti per l’articolo, una bella analisi, sia informativa, sia perspicace. Sara’ una mia impressione, ma mi pare che persone preparate e capaci di pensare siano sempre meno in Italia. Mi sembra ovvio un legame diretto tra questo impoverimento dell’intellighentia e la nevrosi compulsiva-ossessiva-patologica per l’itanglese.

    Piace a 2 people

  2. Il caso ucraino rappresenta sociolinguisticamente un caso piuttosto atipico, non tatto per il fatto della diffusa concorrenza tra più lingue, fenomeno ben diffuso sulla Terra, bensì perché non è univoco quale dei due principali abbia un ruolo dominante e quale invece una posizione subalterna.
    Il quadro della diffusione delle due lingue, che vede l’ucraino più usato nelle campagne, nelle aree meno economicamente dinamiche, presso le classi d’età più anziane (quest’ultimo dato invero è meno evidente) suggerisce l’immagine d’una lingua “perdente”, rispetto al russo “vincente”; non dispongo di dati circa la distribuzione delle due lingue in rapporto al titolo di studio, ma la prevalenza, seppure attenuatasi, del russo nell’editoria e nella stampa lascia pensare che anche l’uso dell’ucraino sia inversamente proporzionale al livello d’istruzione.
    Questo quadro ben concorda con la condizione plurisecolare d’imposizione del russo, che caratterizzò la politica linguistica dell’impero zarista (all’epoca l’ucraino era definito un semplice “dialetto”: e qui ci sarebbe da riflettere anche sulla considerazione delle lingue minori nel nostro Paese) e che venne ripresa da Stalin e suoi successori, in forma più larvata — il plurilinguismo (di facciata) dell’URSS doveva fornire all’opinione pubblica estera l’immagine d’un sistema superiore a quello capitalista nel rispetto delle minoranze, uno dei molti esempi di quel gioco delle apparenze in cui il “socialismo reale” mostrò un’abilità probabilmente insuperata — ma decisamente più efficace, come dimostra il fatto che quella che era la lingua corrente della grande maggioranza degli ucraini è divenuta minoritaria in molte parti del Paese.
    A ciò si contrappone, a partire dalla perestrojka e soprattutto dall’indipendenza, la rivalutazione dell’ucraino che ne ha fatto de jure la lingua delle istituzioni e della scuola (la sua dominanza nel sistema scolastico può forse spiegare perché la variabile età non sia così significativa come ci s’attenderebbe nel caso d’una lingua “perdente”), ruoli che in genere sono propri d’una lingua dominante. Ciò rende difficile anche le previsioni sull’evoluzione futura, visto che oggi ciascune delle due lingue ha i suoi punti di forza e di debolezza.
    Se il progetto sottostante fosse quello — sia pure perseguendo la centralità dell’ucraino come principale lingua storica del Paese — di consolidare e generalizzare nel Paese il bilinguismo, il quale non mi sembra essere una condanna ma piuttosto una condizione privilegiata, tanto più che la letteratura del Paese annovera i suoi classici in entrambe le lingue (Kotljarevskyj e Ševčenko, ma anche i piuù noti russofoni Gogol’, Čechov, Bulgakov), e che nuclei russofoni erano presenti già ben prima di Stalin, l’idea che la lingua più debole nella società sia la più forte nelle istituzioni, a mo’ d’azione positiva, mi sembrerebbe condivisibile (così avviene ad esempio in Catalogna, con un quadro sociolinguistico molto simile nel rapporto catalano : castigliano); però si ha l’impressione che si sia andati oltre nei mezzi e nei fini, con misure che, se ad introdurle fosse stata un’amministrazione d’un’entità politica non sovrana (poniamo il Sud-Tirolo per favorire il tedesco o l’Euskadi per favorire il basco), sarebbero state giudicate illiberali e criticate dall’opinione pubblica mondiale.
    Che poi si cerchi di dare nella scuola e altrove più spazio all’inglese (lingue in Ucraina storicamente del tutto estranea: pur contando l’Ucraina numerose minoranze autoctone, non ve n’è una inglese, come a quanto mi risulta non ve nìè in nessun paese dell’Europa continentale) mi sembra una scelta irragionevole, e oltretutto politicamente miope: se mai — temo solo tra molto, troppo tempo — la Russia postputinista tornerà ad essere un Paese libero e disposto a concedere l’autodeterminazione ai territori di cui in questi ultimi anni e in queste ultime settimane s’è a vario titolo impossesssato (e dalle quali quel poco d’ucrainofonia rimasto presumibilmente sparirà, com’è avvenuto nel Kuban’, territorio della Russia che ospitava una cospicua minoranza ucraina, ormai pressoché scomparsa), dubito che un’Ucraina in cui tutti sapessero l’inglese ma pochi il russo avrebbe grande attrattiva per le popolazioni di quelle regioni.

    Piace a 1 persona

    • Grazie, Giovanni, di questa analisi. Concordo sull’insensatezza di privilegiare l’inglese, notavo però questa, forsa temporanea, apertura, sia legislativa sia nel sentore di dichiarazioni come quella di Olena riportata sul giornale. E mi pare qualcosa di nuovo. Passando dal piano interno del Paese a quello europeo, però, va detto che la supremaziona del’inglese nell’Ue come lingua di lavoro è avvenuta forse in modo paradossale proprio dopo l’entrata dei Paesi dell’ex blocco sovietico. E non mi stupiscono le conferenze stampa di Zelensky in inglese e questo usare l’inglese per sentirsi europei. Se l’Ucraina entrerà in europa bisognerà vedere quale lingua chiederebbero di ufficializzare, siuramente l’ucraino, e forse il russo non entrerebbe, in questo clima, e sarebbe escluso, benché diffuso come l’ucraino.

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...