Millennial(s) e Gen Z: la nostra identificazione attraverso le categorie d’oltreoceano

In un articolo sul Corriere di ieri (Diana Cavalcoli, 3/4/2022) intitolato “Millennials, Gen Z, boomer: chi perde la sfida delle generazioni tra pandemia, guerra (e incertezza)”, si può leggere:

“Tacciate per molto tempo di essere delle generazioni di «bamboccioni» dalla vita facile, i Millennial e la Gen Z si trovano ad affrontare oggi sfide e complessità senza precedenti. Si pensi solo ai due anni di emergenza sanitaria, tra Dad e lockdown, seguiti dallo scoppio della guerra in Ucraina…”

Ragionamenti come questi si possono trovare un po’ dappertutto, non solo sui giornali, ma anche nei libri, nei rotocalchi televisivi chiamati talk show, sulle piattaforme sociali, chiamate social, e nelle chiacchiere dei tronisti del Web che si definiscono influencer, Youtuber e via dicendo. Sono analisi tipiche di un Paese culturalmente e socialmente colonizzato, e dietro il ricorso ai numerosi anglicismi c’è semplicemente questo fatto: non siamo più in grado di elaborare nulla, non siamo più in grado di pensare con la nostra testa. L’apparato mediatico e culturale si limita a ripetere e a diffondere il pensiero d’oltreoceano in modo acritico e pappagallesco, trapiantando categorie che non ci appartengono e facendole diventare nostre. In questo modo si attua un’opera di catechizzazione che riguarda la nostra identità.

Chi sono i Millenial(s)? Che cavolo è la Gen Z? Perché mai, per motivi anagrafici, dovrei appartenere alla X generation? È un’etichetta astratta pensata nel mondo anglosassone con cui non mi identifico affatto, che non mi descrive e mi risulta aliena e alienante.

Chi ha inventato queste categorie e questa discutibile tassonomia dalla nomenclatura in inglese piuttosto arbitraria e soggettiva? Alcuni sociologi statunitensi, ovviamente. E noi, succubi, incapaci di elaborare la nostra società, non facciamo altro che trapiantare questi concetti astratti e regalare loro un’aura di realtà, come se i millennial fossero delle entità biologiche. L’articolo in questione, del resto, non fa che ripetere le analisi di un giornalista della testata Bloomberg, Mark Gongloff, che riflette sui giovani statunitensi, e non certo italiani. Lì, anche se l’occupazione è attualmente inferiore alle media pre-pandemica, negli ultimi due anni si è registrata una forte crescita da noi sconosciuta. La giornalista, nel riprendere le stesse analisi, le applica alla realtà italiana aggiungendo che da noi è molto peggio perché “sono in aumento i «Neet», acronimo di «Not in Employment, Education or Training». Parliamo cioè dei giovani nella fascia 15-34 anni che non studiano e non lavorano e che sono saliti a 3 milioni, di questi 1,7 sono ragazze.”

In un Paese culturalmente sovrano, un intellettuale, o un giornalista, dovrebbe essere in grado di elaborare il dramma del lavoro e delle nuove generazioni in Italia. Ma poiché siamo sempre più una colonia, non ci resta che partire da ciò che si elabora negli Stati Uniti e provare ad applicarlo nella nostra provincia, attraverso concetti e categorie espresse in inglese. Ed ecco il lockdown, i Neet, la gen Z… e la miriade di anglicismi che ci schiacciano.
Io non ce l’ho con questo articolo del Corriere in particolare, è solo un esempio di una cultura e un’informazione che è ormai omologata a questi canoni in ogni ambito. È tutto così. Basta leggere sulla Wikipedia voci come Generazione Y per rendersene conto:

“Con i termini Generazione Y o Millennial si indica la generazione dei nati tra il 1981 e la metà degli anni ’90. La Generazione Y ha seguito la Generazione X ed è seguita dalla Generazione Z. (…) I membri della Generazione Y vengono detti Millennial, anche se nel linguaggio giornalistico italiano il termine è stato spesso usato erroneamente, stravolgendone il significato originale, per indicare i nati dal 2000 in poi.”

Perché mai un giornalista italiano userebbe “erroneamente” una categoria espressa in inglese come “Millennial” interpretandola diversamente da quanto scritto nei testi sacri originali? Dove sta l’errore? L’errore, il male, sta nel non identificarsi con ciò che arriva dagli Usa, come per un tolemaico non era possibile mettere in discussione ciò che attribuiva ad Aristotele, nemmeno se cozzava con l’esperienza. Personalmente parlerei per esempio di nati del nuovo millennio, per riferirmi ai figli del Duemila, e delle elucubrazioni dei sociologi americani francamente me ne infischio. E parlerei dei giovani disoccupati, come si faceva una volta, o dei tassi di abbandono dello studio per descrivere i disastri politici, sociali, economici e culturali italiani.
Ma in questo vuoto di cultura, stiamo confondendo la nostra realtà con delle categorie che vogliono descrivere e interpretare la realtà, ma che sono state concepite altrove. Queste dottrine vengono ripetute come fossero oro colato e non interpretazioni che si possono mettere in discussione o sostituire con altre più appropriate alla nostra povera Italia.

La tassonomia divulgata dalla Wikipedia, ci spiega che “Con il termine Generazione Z (o Centennial, Digitarian, Gen Z, iGen, Plural, Post-Millennial, Zoomer) ci si riferisce alla generazione dei nati tra il 1995 e il 2010”. A parte “generazione Z” invece di “Z geneation” non c’è un nome in italiano! E questo è ciò che passa il convento e genera la nuova cultura, di cui la Wikipedia non è la causa, ma l’espressione.
Prima dei Millennial (1980-1990) e della Gen Z (1995-2010) c’era la Generazione X “coloro che sono nati tra il 1965 e il 1980”.
Prima ancora c’erano i figli del Baby Boom, oggi chiamati spregiativamente boomer per indicare chi è nato tra il 1946 e il 1964 (negli anni ’60 i giovani parlavano di matusa per bollare le generazioni che li avevano preceduti).

E i nati ai giorni nostri che generazione sono? Semplice: si chiamano Generazione Alpha, sempre stando alla Wikipedia, che recita: i “membri della Generazione Alpha sono per la maggior parte i figli dei membri della Generazione X e dei Millennial. Mark McCrindle, durante un discorso a un evento TEDx nel 2015, chiamò ‘Generation Alpha’ coloro nati dal 2010 in poi.”

Tutto chiaro? Se Mark McCrindle durante un evento al Ted li ha chiamati così, non ci resta che trascrivere tutto sulla Wikipedia e farlo diventare il nostro nuovo modo di identificarci, in attesa che qualcuno, dall’altra parte del mondo, ci spieghi chi siamo (e chi saremo anche nel futuro) attraverso dei nuovi anglicismi che non sono “universali”, bensì “universalizzanti”: più che descrivere la realtà ne danno una rappresentazione concettuale ideologizzata che ci ingloba in una visione omologante, anche se ci è estranea.

Da noi un tempo c’erano i Sessantottini, che avevano fatto il ’68, poi ci sono stati gli anni di piombo, e poi quelli che erano stati chiamati gli anni del riflusso… (e c’erano anche analisi sociologiche di primo piano di intellettuali di primo piano come Gramsci, Pasolini, Umberto Eco… e non i nuovi intellettuali-satrapi). Ma queste categorie legate alle vicende generazionali italiane le possiamo ormai buttare nel cesso, perché nelle colonie è necessario riscrivere la storia con le categorie e i concetti delle società dominanti. E quando queste categorie concettuali espresse in inglese arrivano a definirci e a identificarci come generazioni, la faccenda è grave. Non stiamo importando oggetti nuovi inventati negli Usa come il mouse o il computer, stiamo americanizzando noi stessi nella newlingua che esprime il pensiero globale unico da esportare in tutto il mondo. Ma del resto ciò che caratterizza il made in Italy è l’italian design. E l’Italia è questa qua.

6 pensieri su “Millennial(s) e Gen Z: la nostra identificazione attraverso le categorie d’oltreoceano

  1. Bene, allora faccio parte della generazione X.
    Fino a qualche anno fa, comunque, si parlava di generazione degli anni ’60, degli anni ’70 e così via.
    È così che si chiamavano in Italia le varie generazioni. Che ogni Paese le chiami a modo suo.
    Oggi c’è la moda del gregge, del collegio: tutti uguali, senza più alcuna identità, tanto meno nazionale.

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  2. Da una parte è banale, i nati in un certo periodo storico e/o generazione hanno tendenzialmente dei tratti in comune (così ovvio che non serve neanche spiegare), dall’altra però spesso è una semplificazione eccessiva della realtà. Mi sembra quindi la classica ridefinizione di concetti vecchi (gli anglofili probabilmente ci piazzerebbero come parola “rebranding”) come il mondo per renderli artificiosamente più “moderni”. Peccato che sono in realtà ben più inesatti di prima poiché ogni paese ha la sua peculiarità e storia… anche se prendiamo in considerazione solo il mondo occidentale.

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  3. Azzardo una previsione…. scommetto che i nati dal 2020 in poi verranno chiamati generazione beta.
    Secondo me anche in America queste categorie a qualcuno suonano ridicole. Mi sembra un conformismo per farsi belli su TED e non solo. Mentre dire il “baby boom” è stato anche un evento storico perché determinato dalla fine della Seconda Guerra Mondiae, le altre classificazioni sono solo legate alla decade di nascita. Ma d’altronde, da una giornalista che si accorge solo ora del precariato in aumento “complice la pandemia”, che vuoi pretendere?

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  4. Ciao Antonio, Ho apprezzato la tua pubblicazione riguardante i Millenial. Della Generazione X si parla già dagli anni ’90 , infatti era il nome di un programma condotto da Ambra Angoini nel lontano 1995. Ho visto che ti occupi anche di corretta dizione. Anch’io sto seguendo un corso di dizione e sto notando che l’italiano presenti notevoli difficoltà data la scarsità di regole e la numerosità delle eccezioni. Vorrei sapere se ci fossero ancora problemi con l’aggiornamento del glossario “Alternative agli anglicismi ” in quanto ne ho segnalato diversi e non ho notato alcun aggiornamento del portale. Uno di questi è “grening”. Penso che sia utile avere un glossario aggiornato. A proposito di “greening”, traducibile in “ecologizzazione” o ” inverdimento “, ho notato che quest’ultimo termine, presente nell’edizione 2004 del “Dizionario Sabatini-Colletti” sia scomparso dagli attuali vocabolari nonostante fosse comparso nel lontano 1963. Ti saluto ed auguro una Santa Pasqua a te ed alla tua famiglia.

    Daniele Tarricone

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    • Al momento sul dizionario delle alternative ho più di 100 degnalazioni di valutare e inserire, faccio quello che posso, e piano piano procederò; “inverdimento” circola ancora e la Treccani lo ha inserito tra i neologismi come calco di greening, anche se è solo una risemantizzzazione di un parola preesitente, e anche di una formazione spontanea da “verde” che fa parte delle normali coomposizioni possibili.
      Auguri anche a te.

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  5. Alpha, beta gamma delta X,Y,Z MILLENIALS …MA NON ANDAVANO MEGLIO I numeri? Quelli degli anni 60 quelli degli anni 90 ,i duemila, i piccoletti, quelli delle medie 3d elementari, quelli degli anni del boom, quelli nati durante il Covid, quelli sfigati appena nati che con la guerra non sanno come andrà a finire? Io sono nata del 1961, allora sono una baby boomer..Bei tempi, una Digital baby boomer..Noi degli anni 60, a 30, 40 anni ci siamo trovati davanti a un nuovo misterioso mostro : IL PC. IL DIGITALE, Prendere o lasciare..Lasciare voleva dire essere considerati vecchi, arcaici, non poter lavorare…E allora vai…dagli anni 90 in poi sono 30 anni che smanettoni, ci siamo evoluti..Non siamo nati digitali ma evoluti digitali. Formati sui libri di carta e con gli orologi con le lancette, ora siamo noi i capi, i dirigenti, gli insegnanti, gli 8mpiegati, gli operai quasi in pensione ma forse mai, che schiatteremo sui PC…Forse era meglio addormentarsi per sempre con “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”…

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