La lingua degenere: itanglismi e petizione contro lo scevà (ə)

Che cosa accomuna l’itanglese, l’italiano newstandard ad alta frequenza di itanglismi, e la ventata riformatrice che predica il linguaggio inclusivo espresso con lo scevà?

Ci sono almeno due elementi che permettono di leggere questi due fenomeni come l’effetto di qualcosa di più ampio e di più profondo.
Prima di sviscerare la questione, però, conviene spiegare e definire il punto di partenza.
Cosa sono gli itanglismi? E cos’è lo scevà?

Gli itanglismi

Chiamo “itanglismi” le parole a base inglese entrate nella lingua italiana. Mi pare una definizione più evoluta rispetto a quella di “anglicismi”, un’etichetta legata alle ingenue categorie dei “prestiti” utilizzate da molti linguisti, un modo di classificare le cose ogni giorno più inadatto per rendere conto dell’interferenza dell’inglese. Credere che si prenda in prestito qualche manciata di parole inglesi crude (cioè non adattate né reinterpretate) che provengono dall’angloamericano è semplicemente errato.

Senza dubbio molte parole inglesi si propagano in tutto il mondo esportate dalle multinazionali che si espandono e dall’inglese che mira a diventare la lingua unica internazionale in sempre più ambiti (lavoro, scienza, scuola… persino nell’Unione Europea da cui il Regno Unito è uscito). Ma le enormi e incontenibili pressioni esterne legate alla globalizzazione sono solo una parte del fenomeno. La verità è che ogni anglicismo importato si trasforma presto in un itanglismo, e cioè in un’espressione che si ricava un significato peculiare nell’italiano assente nella lingua di provenienza. E così va a finire che il computer non è proprio come un calcolatore, parola ormai morta perché è stata incapace di evolversi insieme con la realtà, e dunque evoca solo i marchingegni di una volta, mentre quelli nuovi si chiamano computer. Questo cristallizzare l’italiano ai suoi significati storici, perché ciò che è nuovo si deve esprimere in inglese, è tipicamente italiota. Questa distinzione tra vecchio e nuovo non appartiene all’inglese dove erano computer i primi giganteschi “mainfrain” e sono computer anche i più moderni portatili ultraleggeri. E non appartiene nemmeno alle lingue sorelle come il francese o lo spagnolo, dove si diceva e si dice ordinateur o computadora. La maggior parte di questi anglicismi ortodossi subisce in italiano una sorta di risemantizzazione, rispetto all’inglese, e cioè si carica di un significato che si discosta dalla lingua prestante. Perciò il mouse da noi non è un topo, come in inglese e in quasi tutte le lingue, ma diventa un tecnicismo insostituibile (che certi linguisti spacciano come prestito di “necessità”, una necessità tutta italiana, però) per indicare un oggetto ben preciso. Dai prestiti “parziali” come questo alla creazione di pseudoanglicismi (parole apparentemente inglesi, ma che non lo sono affatto nella forma o nei significati) il passo è breve. Ed ecco che social – che vuol dire solo sociale – indica le piattaforme sociali (in inglese social network, dove la seconda parola non può essere decurtata) e un caregiver (che in inglese indica solo un generico assistente) si trasforma in un “non-è-proprismo” che indica un assistente familiare, cioè un familiare che si ritrova a far da badante (participio presente del verbo “badare”) ma che “non è proprio” come un badante che lo fa di professione…
Oltre alle decurtazioni tipicamente italiane per cui la pallacanestro diventa basket (cioè un cesto) invece di basketball, gli itanglismi nascono sempre più spesso da ricombinazioni tutte italiane di radici inglesi, come nel caso dello smart working, incomprensibile agli stessi inglesi (che usano invece home working cioè lavoro da casa o telelavoro, come potremmo dire se non fossimo malati), ma anche per uno spagnolo o un francese. A questi e ad altri fenomeni di reinvenzione dell’inglese all’Alberto Sordi (l’awanagana di Nando Mericoni) come beauty case o beauty farm, si aggiungono centinaia e centinaia di ibridazioni da backuppare a fashionista, da linkabile a speakeraggio, da scooterino a scoutismo, da babycalciatore a zanzara killer (ne ho parlato sul sito Treccani). In questo calderone proliferano sempre più anche gli itanglismi sintattici come no + qualsiasi cosa in inglese (no vax invece di antivaxxer, no mask, no green pass, no global…) o covid + qualsiasi cosa in inglese (covid hospital, covid free, covid manager…) dove inglese e itanglese si confondono e sovrappogono in una neolingua creola.
La situazione è questa, e non si può certo spiegare con la favola dei prestiti lessicali: gli itanglismi travalicano l’inglese e anche le norme dell’italiano.

Lo scevà

Mi sono espresso più volte sullo schwa, che in italiano si chiama scevà, è bene ribadirlo visto che non lo usa quasi nessuno. È una parola tedesca di origine ebraica, ma la verità è che si è imposta recentemente attraverso l’agloamericano e si dovrebbe pronunciare, guarda caso, come la vocale più frequentemente usata nella lingua inglese. Si tratta del simbolo ǝ che secondo i predicatori del linguaggio inclusivo dovrebbe sostituire le nostre flessioni delle parole al femminile e al maschile per cui dire professorǝ includerebbe sia il professore sia la professoressa, che al plurale dovrebbero diventare professorз. Questa riforma ortografica, morfologica e fonologica, inventata a tavolino, arriva dopo simili precedenti proposte che volevano ricorrere al carattere “neutro” espresso dall’asterisco (professor*), della “u” (professoru) o della chiocciola (professor@), e si basa su una tesi ideologizzata che presuppone che il maschile inclusivo (es.: “Ciao ragazzi” rivolto a un gruppo di ragazze e ragazzi) sia discriminatorio, soprattutto se nel gruppo ci dovesse essere qualcuno che non si riconosce negli schemi del genere binario e dunque non si sente né uomo né donna. Ma sostenere che nella lingua italiana ci sia una corrispondenza tra il sesso delle parole (genere) e il sesso di ciò che indicano è una falsità. In ogni caso, non mi sento sminuito nella mia mascolinità se mi definiscono una bella persona (al femminile), se sono una buona guida (al femminile) e non credo che un reale a cui si fosse detto: “Sua eccellenza ieri è andata a Versailles?” si sentisse discriminato dal femminile.

Il linguaggio che include nel pensiero unico dell’anglosfera

Dopo queste premesse è possibile tornare al nocciolo della questione.
Cosa accomuna l’anglicizzazione dell’italiano e l’ideologia dello scevà?

La prima cosa è il disinteresse per la lingua italiana vissuta come un nostro patrimonio storico e culturale da tutelare e valorizzare. In una scuola sempre più alla deriva, dove si punta a insegnare l’inglese (eliminando ogni altra lingua e perseguendo l’unilinguismo invece del plurilinguismo inteso come valore e ricchezza) e a trascurare la nostra lingua – con il risultato di un sempre più ampio e tangibile analfabetismo di ritorno – l’italiano appare come qualcosa di vecchio, di cui vergognarsi e da riformare in nome della modernità e di un imprecisato nuovismo che attinge solo dall’inglese. E, accanto a questa predisposizione tutta interna a tagliare le nostre radici, c’è poi la schiacciante pressione esterna che arriva dall’anglosfera globalizzata alla conquista del mondo, che si espande e impone la propria cultura e dunque anche la propria lingua. Questa globalizzazione è una nuova forma di colonialismo che si persegue non più con gli eserciti, ma con le merci, con la tecnologia, con la cultura e l’intrattenimento che provengono essenzialmente dagli Stati Uniti.

La storia del colonialismo insegna che nell’imposizione di una lingua i primi a essere conquistati sono gli intellettuali, gli accademici, l’apparato dello Stato che introduce la nuova lingua formalmente, e dai centri nevralgici si comincia poi a diffondere negli strati sociali più elevati e nelle città, per poi estendersi anche nelle campagne. Il pesce puzza dalla testa, si dice, e nella nostra attuale società gli intellettuali sono proprio coloro che propagano l’inglese e l’itanglese, e adesso molti di loro stanno predicando anche il credo dello scevà in nome del linguaggio “inclusivo”. Un’ideologia che arriva d’oltreoceano dove da molti anni negli ambienti “progressisti” e in certe università si diffonde l’uso del “singular they” che equivarrebbe a dare del “loro” a una singola persona aggirando la questione del genere che in inglese coinvolge soltanto alcuni pronomi e pochi sostantivi. Questo approccio risulta impraticabile nell’italiano, a meno di distruggerlo, visto che la questione del maschile e del femminile è ben più complessa.
L’introduzione dello scevà è figlia di questa ideologia, e non si preoccupa della dissoluzione e della discriminazione del nostro sistema linguistico (sostanzialmente lo stesso delle altre lingue romanze), ma guarda solo alle discriminazioni di genere in una confusione tra genere sessuale e grammaticale, due cose che non coincidono affatto, anche se lo si vuol fare credere.
In Italia la discriminazione della donna o l’omofobia sono fenomeni pesanti, ma non è chiamando ipocritamente con un linguaggio inclusivo “president3” della Repubblica o del Consiglio tutti gli uomini che hanno storicamente ricoperto queste cariche che si risolve la questione, preferirei vedere una presidente (donna) prima o poi, e solo in questo modo la discriminazione si attenuerebbe.

I descrittivisti prescrittivi

È strano che gli interventisti predicatori dello scevà si mostrino invece piccati di fronte alle lamentele e alle petizioni di legge contro l’abuso dell’inglese.
Ma come? Non sai che bisogna essere descrittivisti? Non sai che la lingua italiana va studiata, e non difesa? Come osi mettere in discussione ciò che è entrato nell’uso? La gente parla come vuole. Vuoi fare come Arrigo Castellani che pensava si potesse dire guardabimbi invece di babysitter? Non ti senti ridicolo? Vuoi forse dire arlecchino invece di cocktail come proponevano ai tempi del fascismo?

Le persone che fanno questi discorsi e la buttano in burletta, però, spesso sono le stesse che abbracciano l’introduzione dello scevà. Ma in questo caso l’interventismo va bene, evidentemente, e cambiare il modo di parlare e di scrivere, o buttare nel cesso la lingua di Dante in nome di un’ideologia strampalata, si trasforma in qualcosa di lecito e di giusto per questi “descrittivisti prescrittivi”.
Dietro questa contraddizione e dietro questo usare due pesi e due misure a seconda di quel che fa comodo c’è qualcosa di più profondo che implica l’abbandono dell’italiano storico, di cui poco importa e di cui ci si vergogna. Dietro queste prese di posizione c’è un cambio di paradigma in atto nella classe dirigente italiana, sempre più colonizzata da ciò che arriva dagli Stati Uniti. E non posso che ripensare alle parole di Gramsci, che ho più volte citato: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi.” Dietro la questione della lingua, dall’anglicizazione allo scevà, c’è una riorganizzazione dell’egemonia culturale, come aveva capito Gramsci, che nel nuovo Millennio ha a che fare con la nostra americanizzazione sempre più pervasiva.

La conquista dei centri di irradiazione della lingua

Il linguaggio inclusivo è attualmente predicato da una minoranza schierata che lo vuole imporre a tutti. Il linguaggio inclusivo è in realtà divisivo e crea fratture sociali. Il linguaggio inclusivo vuole includere tutti in una riconcettualizzazione del mondo all’interno del pensiero unico che proviene dall’anglosfera. La sua imposizione, seguendo le dinamiche colonialiste della storia, avviene attraverso una minoranza di “collaborazionisti” che hanno occupato le posizioni centrali della società, e che costituiscno “i nuovi centri di irradiazione della lingua”, come direbbe Pasolini.
Questi personaggi cominciano timidamente con il dire, visto che ognuno parla come vuole, che hanno tutto il diritto di usare lo scevà in nome dell’inclusività, ma poi va a finire che se non parli e scrivi come loro diventi un “mostro”, diventi discriminatorio.

Abbiamo già visto a proposito della parola “negro”, come andata a finire. Una parola neutra priva di alcuna accezione spregiativa, nell’italiano storico, ma diventata discriminatoria negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta, dove black, nigger o negro cominciarono a essere sostituiti da afroamericano. Quello che è accaduto nella colonia Italia è che dagli anni Novanta i traduttori cominciarono ad applicare i criteri statunitensi anche alla nostra lingua (nei libri e nei film) e che, grazie anche al linguaggio dei giornali, nel giro di un decennio l’uso secolare dell’italiano è stato modificato dall’alto, dagli intellettuali colonizzati che sono riusciti a riscrivere la storia e cambiare il nostro modo di parlare. La menzogna per cui “negro” sarebbe stato discriminatorio si è così tramutata in realtà, e la parola è diventata impronunciabile.
A parte il fastidio davanti all’ipocrisia, poco male, in fondo. Dire “nero” invece di “negro” per avere interiorizzato una riconcettualizzazione d’oltreoceano non ha certo comportato nulla di grave. Ma la questione dello scevà non è così innocente, porta allo sfaldamento della nostra lingua in modo strutturale. E per questo è importante opporsi a questi interventisti che vogliono imporci di cambiare il nostro modo di parlare. Ed è importante che questa resistenza (se si può ancora usare questa parola al posto di resilienza, nel lessico del nuovismo d’oltreoceano) arrivi non solo dalla gente, ma proprio dagli intellettuali e dalla classe dirigente. Perché se questa riforma linguistica comincia a prendere piede sui giornali, come negli articoli di Michela Murgia, nelle università, nelle scuole, e addirittura nelle istituzioni, sarà poi impossibile fermarla. Come è accaduto con la parola “negro”. Come sta accadendo con gli itanglismi.

La petizione di Massimo Arcangeli

Per questi motivi ho firmato la petizione del linguista Massimo Arcangeli che si oppone allo scevà in nome dell’italiano. Finalmente un linguista che scende in campo, che fa qualcosa di concreto, che fa sentire la sua voce di intellettuale e accademico per opporsi al revisionismo linguistico così in voga in certi ambienti che si presentano progressisti ma sono tutto il contrario. Gli intellettuali di questi ambienti sono coloro che hanno smarrito la loro funzione critica per rivestire il ruolo di legittimatori delle nuove forme di potere, invece di metterle in discussione.
La reazione di Arcangeli arriva davanti a un pericoloso precedente istituzionale, che mostra il vero volto del fondamentalismo dello scevà, un’ideologia che si fa strada proclamando il diritto di parlare come si vuole e quindi di stravolgere l’italiano e finisce per istituzionalizzarsi e imporsi a tutti come un obbligo.


Quando le università abbandonano l’italiano e passano all’itanglese, o al linguaggio inclusivo dello scevà, stanno distruggendo la nostra lingua, con il pretesto di rinnovarla. E tutto ciò va fermato. Se le petizioni che ho lanciato a tutela dell’italiano compromesso dagli itanglismi (come quella senza risposta a Mattarella) sono state ignorate dai linguisti, dagli intellettuali e dai mezzi di informazione, questa volte le cose potrebbero andare diversamente. E tra i firmatari della petizione, per fortuna, questa volta ci sono tanti linguisti del calibro di Claudio Marazzini o di Luca Serianni in compagnia di tanti intellettuali e personaggi di spicco. E sarebbe auspicabile che tutti facessero sentire la propria voce ed esprimessero in modo chiaro il loro dissenso.
Chi vuole leggere e firmare la petizione lo può fare sul sito Change.org.

17 pensieri su “La lingua degenere: itanglismi e petizione contro lo scevà (ə)

  1. Contro l’uso dello scevà (noto che curiosamente non lo si scriva ancora col teutonico sch- anziché con l’anglosassone sh-) e del “3 piccolo” (se così possiamo chiamarlo) addurrei anzitutto una considerazione prettamente linguistica.
    Non oso dire che si tratti d’un universale linguistico (non ho elementi per affermarlo), ma certo è almeno normale che in una lingua con accento espiratorio o d’intensità (cioè non melodico), come appunto l’italiano e quasi tutte le lingue europee, in posizione finale atona siano possibili meno fonemi che in posizione tonica. L’italiano (quello tradizionale) ammette sette fonemi vocalici tonici (/à/ /è/ /ò/ /é/ /ó/ /í/ /ú/), ma solo quattro in finale atona (/a/ /e/ /i/ /o/), col fonema marginale /u/ presente solo in qualche latinismo (in statu nascendi) o sardismo (Gennargentu); il castigliano, che ha solo cinque fonemi vocalici tonici, ne ammette tre in posizione finale (anche qui prescindendo dagl’imprestiti), e considerazioni simili si potrebbero addure per il portoghese e il catalano, per rimanere nell’ambito romanza.
    E lo scevà delle lingue germaniche, non è forse appunto un fonema inesistente in posizione tonica? Sí, ma esso sostituisce altre vocali che non sono possibili in tale posizione: essendo una vocale neutra (né anteriore né posteriore, né aperta né chiusa) si può dire che essa comporti la sospensione di tratti che sono distintivi in sillaba. Ma quale posizione verrebbero ad avere lo /scevà/ e il /3 piccolo/ nel sottosistema delle vocali finali? Opponendosi a /e/ e /o/ non si può dire che ci sia neutralizzazione di tratti pertinenti, bensì introduzione di nuovi tratti (o di nuove combinazioni di tratti), non esistenti nel vocalismo tonico. Creeremmo quindi una condizione innaturale anomala, presumibilmente instabile.
    C’è poi un’altra, e più importante considerazione contro lo scevà o altre soluzioni che comportino l’abolizone dell’uso del maschile (ma sarebbe forse meglio chiamarlo genere “non marcato”, visto che esso, come il numero singolare, meno marcato del plurale, compare nei participi verbali quando l’ausilare è “avere” – es. “mia figlia ha pranzato” (non *pranzata), e quando l’aggettivo è sostantivato (es. “il vero e il falso” nel senso di “verità” e “falsità”) in senso non semantico bensì generale (“gli studenti” = studentesse + studenti maschi). La conseguente reinterpretzione del maschile come necessariamente indicante soli uomini renderebbe semplicemente incomprensibile tutto ciò ch’è stato scritto in otto secoli di storia della lingua italiana: i posteri penseranno che per Dante le donne, diversamente dai maschi, fossero fatte per vivere come brute, e che il capolavoro manzoniano sia un romanzo omosessuale. Non parliamo poi delle leggi che dovrebbero venir tutte riscritte.
    Noi italiani abbiamo il vantaggio, di cui inglesi, tedeschi e francesi non godono, di poter leggere anche i classici di parecchi secoli addietro senza bisogno di traduzione a causa della grande stabilità della lingua nazionale. E’ il caso di buttar via pure questo?
    Con questo non voglio dire che non ci siano situazioni in cui è senz’altro opportuno esplicitare, visibilizzare, la presenza femminile, p.es. quando al lermine delle riunioni in videocompresenza saluto “tutte e tutti”. Da questo però a cancellare il maschile generico ne corre parecchio.

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    • Interessante la considerazione linguistica; quanto ai saluti omnicomprensivi da che mondo e mondo si è sempre detto “signore e signori”, per gentilezza. Il punto è fermare la falsa idea che non aderire al fondamentalismo dello sevà significhi discriminare. E far capire che l’adesione morfo-fonologica a questa prassi inventata a tavolino significherebbe distruggere la lingua italiana. Quello che mi sconvolge, ma lo devo verificare, è che nell’ultima versione dell’iphone sembra abbiano aggiunto lo scevà tra i caratteri della tastiera, ma solo nella lingua italiana, non nello spagnolo o nel francese… il che sarebbe un fatto molto grave, a proposito della “colonizzazione” dall’alto che parte dalle oligarchie che decidono come far parlare la gente…

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      • Beh, non tutto il male vien per nuocere. Uno scevà in teastiera può anche essere utile, non per scrivere in neoitaliano bensì per poterlo fare in quei molti dialetti che posseggono tale suono.
        O quando occorre rendere una parola straniera in tascrizione fonetica (ma questo non capita tutti i giorni).

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        • Certo, tuttavia ogni volta che devo scrivere una “ñ” spagnola, una “ü” tedesca o persino una “α” greca faccio sempre molta fatica a reperirla. Il fatto che si aggiunga uno scevà a portata di mano non è una scelta innocente, è un incentivo predisposto per agevolarne l’utilizzo. E il fatto che questa aggiunta sia fatta da una multinazionale americana che decide come impostare le cose nell’italiano è piuttosto intrusivo. Ipotizziamo che si aggiunga anche alle tastiere qwerty, come per il recente simbolo dell’euro, e che magari vengano vendute esaltando questa novità. Finalmente la tastiera inclusiva! Sarebbe una scelta nata non dalle esigenze dei parlanti, ma da una decisione oligarchica di chi vuole indirizzarne l’uso. Non dimentichiamo che un tempo i caratteri ASCII erano stati pensati per esprimere la lingua inglese, e non permettevano la scrittura di caratteri in uso in varie lingue. I nuovi sistemi grafici che ormai permettono anche gli ideogrammi espressi dalle emoticone hanno superato questi problemi, ma rimane il fatto che scegliere di mettere in primo piano uno scevà invece per esempio della “È”, di altissima frequenza nella nostra lingua, ma tuttavia di non facile accessibilità, è una ben precisa scelta politica, più che nascere dalle esigenze della lingua italiana.

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  2. Ma è assurdo che anche le comunicazioni istituzionali scrivano in quel modo sgrammaticato: perché questo è il linguaggio inclusivo: un’oscenità che solo questo secolo poteva partorire.
    Concordo che stia diventando un fondamentalismo.
    Petizione firmata.

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    • Sì, hai ragione, il fatto che possa trasformarsi in un precedente è il pericolo maggiore. Questa deriva, per altro ridicola sotto ogni profilo, va fermata. Sto vedendo professionisti di vari campi che sui social usano asterischi, scevà e altre amenità.

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  3. Io ho già firmato. Inoltre Antonio è sbalorditivo che questa petizione contro lo scevà sia riuscita a raccogliere in pochissimi giorni una quantità di firme superiore a quella della petizione contro l’itanglese del 2020. Eppure, a livello mediatico, anche questa petizione non ha ricevuto grande visibilità presso i giornali.

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    • Grazie. Mi pare un ottimo articolo, dal punto di vista logico e linguistico. Ma le posizioni moderate e razionali, persino di buon senso, non arrivano ai predicatori di una religione che non sentono ragioni davanti al credo che professano, e che spesso di lingua italiana ne capiscono pochino. Basta leggere un pezzo uscito su “Valigia blu” (https://www.valigiablu.it/petizione-schwa-linguaggio-inclusivo/) che parte con il proprio “umile contributo al dibattito” per procedere in modo uterino e velenoso (credo che l’autore conosca il significato di umiltà, è solo che parla a vanvera) accusando invece gli avversari di utilizzare un “tono rancoroso e sprezzante”. E si conclude paragonando chi si oppone allo scevà di essere qualcuno “che schiaccia il difforme sotto le suole”. E così le mie riflessioni vengono bollate come “delirio vittimista” — ma l’autore si guarda bene dal discuterle, cosa di cui dubito sia capace –. Insomma, la vicenda ha connotati che escono dalla razionalità e dalla liguistica, è un fatto politico e sociale. Ma quando le istituzioni abbandonano l’italiano per rivolgersi agli italiani (in itanglese o) con lo scevà, non sono i linguisti a fare i “mastini” che ringhiano contro i poveri randagi, come scrive l’autore; i mastini che abbaiano alla maggioranza come si deve parlare sono quelli come lui. E con certa gente usare fini argomenti razionali ha poco senso.

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