Il Ministero che promuove l’italian culture (cultura italiana)

Il Ministero della cultura sta perseguendo un Piano nazionale per la digitalizzazione del nostro patrimonio culturale che mira alla “trasformazione digitale degli istituti culturali” e alla creazione di nuovi servizi. Un lettore, Davide, mi ha segnalato il sito di questo progetto definendolo uno “scempio provincialista”, e non gli si può dare torto.

Si tratta dell’ennesimo ossimoro (cfr. “ITsART: la cultura italiana si esprime in inglese? (lettera aperta a Franceschini“) che esclude il patrimonio linguistico da quello culturale, in un cambio di paradigma che ci sta portando alla creolizzazione culturale di cui quella linguistica è soltanto la conseguenza. I concetti chiave e le denominazioni avvengono in lingua inglese, la lingua superiore impiegata per educarci all’italiano 2.0 – l’itanglese – e il nostro idioma è ridotto alla lingua di serie B che affianca e spiega al popolino la newlingua dell’italian culture.

Basta analizzare il “Chi siamo” per comprendere come stanno le cose: “L’Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale – Digital Library nasce con l’obiettivo di coordinare e promuovere i programmi di digitalizzazione del patrimonio culturale del Ministero della Cultura (articoli 33 e 35 del decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 2 dicembre 2019, n. 169).
Ha il compito di elaborare il Piano nazionale di digitalizzazione del patrimonio culturale e di curarne l’attuazione”.

La tecnica comunicativa che educa all’inglese è la consueta. Si parte con la definizione in italiano (Istituto centrale per la digitalizzazione del patrimonio culturale) affiancata dalla corrispondente denominazione in inglese (Digital Library) che successivamente prende il sopravvento. In questo modo tutto si ribalta e l’inglese si sovrappone all’italiano che scompare. Il giochetto sporco di questa strategia si basa sul solito inghippo: da una parte c’è una lunga perifrasi esplicativa in italiano, e dall’altra una ben più maneggevole espressione in inglese (Digital Library) che viene presentata come più comoda e preferibile nell’economia linguistica. Naturalmente la denominazione anglomane significa solo biblioteca digitale, e forse bastava chiamarla così per rendere la stessa cosa in modo più efficace e trasparente, ma il Ministero si guarda bene dal promuovere il patrimonio italiano in italiano, per cui il titolo del sito e l’indirizzo in Rete è in inglese, e nella testata è Digital Library a costituire la denominazione ufficiale, mentre la lunga perifrasi italiana è solo accostata come una spiegazione, in una gerarchia linguistica in ordine di importanza che segue lo schema delle pellicole di Hollywood esportate in inglese, solo talvolta seguite dalla traduzione (es. The Day After – Il giorno dopo). Se le multinazionali d’oltreoceano hanno tutto l’interesse a esportare la propria lingua, resta da comprendere perché il Ministero della cultura persegua lo stesso intento con una denominazione in inglese per un progetto italiano tutto interno. E la risposta è nel provincialismo, nel servilismo, nell’alberto-sordità della nostra classe dirigente, malata di una nevrosi compulsiva che spinge a ricorrere agli anglicismi per tutto ciò che è nuovo e moderno. Queste scelte sociolinguistiche che attraverso l’anglicizzazione esprimono un senso di appartenenza elitario a un gruppo superiore – ma per altri tutto ciò suona patetico – non sono vezzi innocenti. Hanno delle conseguenze, soprattutto perché non sono casi isolati, sono una ben precisa strategia che, nel generare migliaia di simili espressioni, diventano una regola che sta uccidendo la nostra lingua. Questi anglicismi non sono affatto un arricchimento, sono al contrario un depauperamento del nostro patrimonio linguistico che inevitabilmente regredisce.

Inutile rimarcare che Digital Library non è solo un anglicismo crudo, è un “prestito” sintattico (anche se “trapianto” mi pare un termine più adatto di quello in voga tra i linguisti), dove la dislocazione è invertita rispetto all’italiano “biblioteca digitale”, e bisognerebbe riflettere maggiormente sulla quantità di questi anglicismi che escono sempre più dalla sfera lessicale, perché si possono leggere come il ricorrere non a una sola parola, ma a un “prestito” più complesso. In questo trapianto bisogna notare che saltano anche le regole della lingua italiana sull’uso delle maiuscole, utilizzate all’inglese (Digital Library e non digital library).
Ma al Ministero della cultura, evidentemente, sono più avvezzi alle norme inglesi, e infatti, nella pagina dedicata al Piano Nazionale Digitalizzazione del patrimonio culturale si legge che “l’obiettivo è inquadrare ogni azione degli istituti del territorio all’interno di un framework condiviso fatto di policy e regole comuni.”
Tra i progetti tutti italiani si può poi segnalare la “call lanciata ad aprile 2021 per la partecipazione alla manifestazione We Make Future (15-17 luglio 2021, Rimini)” dove ancora una volta la denominazione del concorso (call) è in inglese, come l’italiano del futuro, a proposto di future, ma soprattutto del presente. E così, tra moduli chiamati form, comitati scientifici chiamati advisor board, tra governance, stakeholder e via dicendo, l’apoteosi della comunicazione in itanglese si raggiunge nella pagina “Buone pratiche” di cui voglio riportare l’indice.

Entrando nelle rispettive sezioni si scopre che la piattaforma digitale della Biblioteca Estense Universitaria è denominata la Estense Digital Library, o che i viaggiatori che vogliono inviare foto del territorio e segnalare beni culturali mancanti lo possono fare attraverso il portale realizzato dal Segretariato regionale dell’Emilia-Romagna, che però si chiama TourER.
Interessanti sono passi significativi come quello che spiega che “connesso all’ambito della co-creazione vi sono le pratiche di co-curation (co-curatela) e individual curationship (curatela individuale)”, dove ancora una volta l’italiano è solo un’aggiunta didascalica di supporto alla nomenclatura inglese, lo stesso schema di una frase come: “Questo approccio sposa il concetto di public history (storia pubblica) quale campo delle scienze storiche…”.
Molto edificante è la sezione “Gaming“, che cita l’iniziativa del Museo archeologico nazionale di Napoli, “il video-gioco Father and Son, un gioco narrativo dove il protagonista attraversa diverse epoche storiche: dall’antica Roma, all’Egitto, passando per l’età borbonica fino alla Napoli di oggi.” Trovo che il titolo in inglese sia particolarmente adatto soprattutto per la Napoli di oggi, almeno credo. E lo stesso dovrebbe valere per l’esperienza “avviata dal Museo nazionale archeologico di Taranto con il video-gioco Past for Future, dove un ragazzo investiga sulla misteriosa sparizione di una donna a Taranto, intraprendendo un viaggio che lo condurrà a svelare i misteri e a scoprire i tesori del museo”.

Ci sono solo due cose positive (per la lingua italiana): la scelta di scrivere “Buone pratiche” invece di “Best Practice” e la sezione “Visione” (proprio accanto a Governance) invece di “Vision”. Ma del resto nessuno è perfetto. Nemmeno l’itanglese del Ministero della Cultura.

12 pensieri su “Il Ministero che promuove l’italian culture (cultura italiana)

  1. Grazie per avermi citato Antonio. Inoltre, visto che gennaio sta finendo, non dovrebbe essere annunciata l’uscita in anteprima del sito ufficiale dell’ associazione linguistica Italofonia ? Oppure verrà rimandato più avanti?

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  2. Il trattino che citi fa parte del nome italo-inglese, come si vede in calce al sito, dunque credo che sia ammissibile grammaticalmente. Sempre in calce è riportato un indirizzo a cui ho scritto menzionando il fatto che appunto tutte queste categorie angloamericane sono traducibilissime in italiano (e lo sono, nel testo). Oltre tutto, anche una semplice traduzione non basta, va proprio adattato il concetto (per renderlo chiaro. La “storia pubblica” da quello che dicono mi sembra la “banale” divulgazione della storia. Ma non la si faceva già, ad es. con i documentari…??

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    • Devo avere male interpretato il trattino allora, non avevo capito che fosse un separarore del nome bilingue, anche perché nel sito poi si parla solo di Digital Library, e nell’intestazione il nome è invertito, prima l’inglese poi l’italiano… Infatti pensavo a un refuso oppure a un uso non corretto, visto che questo trsttino compare sempre di più negli scritti. Comunque mi pare una denominazione confusa, dove l’italiano è buttato lì per poi lasciare solo l’inglese.

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  3. Per curiosità ho provato a cercare “curationship” su quattro dizionari in rete in lingua inglese abbastanza rilevanti (Cambridge, Oxford, Collins e American Heritage) e tutti non mi hanno dato riscontro della parola sopraccitata. Ho tentato anche quante attestazioni vi fossero sul motore Google e mi ha dato solo 710 esiti.
    Non sembra essere una parola molto usata in ambiente anglosassone, almeno ciò è quello che ne desumo.
    Mi intendo quanto un bue tibetano di questo campo quindi può darsi che sia nel torto, però volevo farvi notare questa particolarità.

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    • Certe volte un bue tibetano curioso, che sa ragionare con la propria testa, vede molto più in là di un pappagallo che non sa che ripetere in modo servile e acritico ciò che arriva da fuori senza saperlo rielaborare. Questo per dire che nel testo del Ministero della cultura si prende un nuovo concetto importato da qualche studio anglofono, e lo si ripropone senza spiegarlo con lo scopo di fare sentire il pubblico un “bue tibetano” e di educarlo. Non è un caso che il concetto sia affiancato dalla frase “In Italia tali pratiche non sono ancora sviluppate ” che lascia intendere che siamo indietro, mica come negli Stati Uniti, cultura superiore. Ho già parlato di questo schema comunicativo (per es. in un pezzo sul “mentoring”, il role model, e il chunking (https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/04/15/speed-mentoring-role-model-chunking-e-soprattutto-molto-cialtroning/) e alla base c’è il voler controllare il destinatario, invece che rivolgersi a lui in modo comprensibile, e questo lo si fa in inglese, utilizzato come il latinorum manzoniano. Dietro questa comunicazione e questi anglicismi c’è spesso il nulla o la supercazzola.
      Per la cronaca, anche il concetto di “curatela” è piuttosto confuso per come è usato. La parola deriva dal francese, e in ambito giuridico è costruita sul modello di “tutela” e indica una forma di tutela patrimoniale di chi non è in grado di tutelarsi da solo, distinta dalla tutela vera e propria che ha un valore più ampio di rappresentanza legale. Adesso in senso lato si comincia a utilizzare molto più semplicemente per indicare il lavoro di chi edita e commenta un testo o un’opera. Si tratta di una parola di bassa frequenza e di cui francamente non se ne sente il bisogno, e nel sito in questione sembra indicare semplicemente il coinvolgimento del pubblico dei musei, in modo personale o collettivo, alle iniziative previste. Ricapitolando: quando alle elementari la maestra ci portava a vedere un museo e poi ci faceva fare un resoconto con scritti e disegni, individualmente o come lavoro di gruppo, stavamo facendo individual curationship e co-curation, quando appendevamo i nostri cartelloni sul muro dell’aula in modo che fossero visibili a tutti.

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      • Riprendendo la metafora scolastica, anche il copiare da un compagno oggi potrebbe essere considerato un lavoro di gruppo, e il copiato “co-cura” il lavoro del copiatore. 🙂
        A parte scherzi, spezzo stavolta una lancia a favore del concetto “nuovo”. Più che co-curatela (che suona tanto male e qualcuno potrebbe leggere anche curàtela), io parlerei di organizzazione collettiva di una mostra, come risulta dal sito del museo di Brooklyn, secondo il quale è il pubblico di Internet a selezionare e valutare le opere degli artisti da mettere in mostra. Ovviamente, fare una perifrasi o utilizzare un termine che non sia inglese o un calco dell’inglese, sembra tanto difficile.

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        • Una volta si parlava di mostre interattive, ripenso a un’opera cinetica, la scultura da prendere a calci, dove un mattone di gommapiuma era legato a una pedana, il pubblico gli dava un calcio e ogni volta l’opera d’arte assumevauna posizione potenzialmente diversa. Il concetto di mostra aperta ai contributi del pubblico non è nuovo, diciamo che con i nuovi strumenti si amplificano le potenzialità. Quanto a dargli un nome in inglese dimostra semplicemente la nostra incapacità di creare neologismi per importare tutto in inglese senza un perché, a parte il nostro appiattimento cerebrale da lobotomizzati.

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      • Ho cercato “individual curationship” e mi sono comparse solo due corrispondenze:quella del sito del ministero e quella di questo portale. Che sia pure questo un nuovo pseudoanglicismo delle istituzioni ??Io lavoro in campo ingegneristico e spesso mi trovo a che fare con parecchi termini inglesi nella terminologia italiana. Basta farsi un banalissimo giro sulle “Wikipedie” in Portoghese, Francese e Spagnolo per capire quanto tali lingue traducano molto più di noi. Ieri ,ad esempio, leggevo un articolo sulle “survey astronomiche” , che in Francia e Spagna hanno tradotto con “Relevé astronomique” e “Encuesta Astronomica”, mentre in italiano avevano lasciato “survey”. Ridendoci su ,persino il Catalano ha tradotto tale concetto come “Sondeig Astronomic”, e ricordo che il Catalano è lingua minoritaria in Spagna. Questo è solo un banale esempio, e se ne potrebbero fare molti altri, ma quello a cui voglio arrivare è perchè in Italia non si traducono più nuovi concetti, ma li si accoglie passivamente ?

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        • Hai colto perfettamente il problema: l’italiano è lingua morta che non produce neologie e non evolve perché importa dall’inglese e basta, non solo i concetti-parole nuovi, spesso butta via quelli esistenti per passare all’inglese. All’estero non è così. Le motivazioni sono sociologiche e culturali, m anche politiche. Siamo in pratica colonizzati dalla cultura (e dalla lingua) d’oltreoceano. Da una parte le forti pressioni esterne legate all’espansione delle multinazionali e la globalizzazione, e il ruolo di prestigio degli Usa. Sul piano interno, invece di registrare una resistenza, agevoliamo da soli questo processo creando i nostri “itanglismi” (come li chiamo io), cioè anglicismi e pseudoanglicismi (inventati o risemantizzati con un nostro significato peculiare che non appartiene al’inglese). Mentre in Francia c’è una politica liguistica e delle leggi e, come in Spagna, le Accademie producono sostituitivi, la Crusca non ha questo ruolo. E la nostra classe dirigente, a partire dalla politica, passando per il linguaggio istituzionale, quello dei giornali, quello del lavoro, degli intelettuali, dell’intera classe dirigente… usa gli anglicismi fieramente come tratto sociodistintivo. E’ la strategia degli Etruschi che si son proclamati “romani” fino a scomparire. In Francia e in Spagna non si vergognano della propria lingua, noi sì. Il nostro complesso di inferiorità alberto-sordiano sta producendo questo cambiamento linguistico che cresce decennio dopo decennio e sta cambiando la faccia dell’italiano rendendolo ogni giorno di più una lingua creolizzata.

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