Riflessioni linguistiche di Paolo Nori (note a margine)

Sto leggendo un libro di uno scrittore che adoro, Paolo Nori, un autore dallo stile innovativo e inconfondibile, anche se ispirato a quello di un autore russo da noi poco conosciuto, Venedikt Vasil’evič Erofeev, di cui ho letto solo Mosca sulla vodka.

Paolo Nori è un grande esperto di letteratura russa e nel suo ultimo lavoro, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori 2021) riesce a spiegare molto bene la grandiosità del romanzo russo ottocentesco. Ma quello che mi ha colpito e che voglio riproporre sono le sue considerazioni a margine, che riguardano anche la lingua italiana e la sua anglicizzazione.

Alla base della letteratura russa c’è Puškin. Nel 1824 “comincia a scrivere una nota che si intitola Sulle cause che rallentano il cammino della nostra letteratura”.

Fino a quel momento la letteratura russa non esisteva. E “il motivo principale che rallenta il corso della letteratura russa è il fatto che i russi colti non usano la lingua russa ma la lingua francese, che tutti i loro concetti e le loro idee, questi russi colti, fin dall’infanzia, tutte le loro conoscenze le avevano ricavate da dei libri stranieri, che si erano abituati a pensare in un’altra lingua (il francese), che la scienza, la politica e la filosofia non avevano ancora parlato, in russo, perché una lingua russa metafisica, non concreta, non legata alla vita quotidiana, alla biografia degli uomini e delle donne, alle loro giornate, ai loro oggetti, ancora non esisteva, e che i russi colti, quelli che sapevano scrivere, anche nella corrispondenza erano costretti a usare delle circonlocuzioni, prese in prestito da altre lingue, per spiegare persino i sentimenti e le esperienze più comuni.”

L’importanza di Puškin è stata questa: “Ha preso una lingua che gli ignoranti parlavano da millenni, in Russia, e l’ha alzata a livello letterario.” Gogol’, Dostoevskij, Čechov, Tolstòj, Bulgàkov… tutto è nato da lì, spiega Paolo Nori.

La situazione italiana era diversa nell’Ottocento. La nostra era solo una lingua letteraria, e mentre Manzoni dava vita al romanzo italiano, e al modello di una nuova lingua italiana nata dallo sciacquare i panni nell’Arno e nel fiorentino vivo, gli italiani parlavano ognuno nel proprio dialetto.
La nonna di Paolo Nori, nata nel 1915 in provincia di Parma, si esprimeva in dialetto; il parmigiano, “che era una lingua concreta, legata alla vita quotidiana, alla biografia degli uomini e delle donne, alle loro giornate, ai loro oggetti e la lingua degli italiani colti, mia nonna l’ha incontrata, per la prima volta, sui banchi di scuola: l’italiano, per mia nonna, è stata prima una lingua scritta, poi una lingua parlata, mai bene del tutto.”
Al contrario, “la cosa singolare della Russia, per quanto è grande, è che in Russia non ci sono i dialetti, e che il russo (…) è prima una lingua parlata e poi una lingua scritta.”

Fatte queste premesse e distinzioni, è interessante la riflessione di Nori sulle analogie tra l’assenza di una letteratura nella Russia di primo Ottocento, e l’attuale americanizzazione dell’italiano, che mi pare una regressione e un ripristino della diglossia neomedievale – per riprendere le considerazioni del linguista tedesco Jürgen Trabant – che fa dell’inglese internazionale la nuova lingua della cultura e dei ceti elevati, e da ciò deriva poi la presenza dei sempre più numerosi anglicismi che stanno cambiando la faccia della lingua di Dante.

“I romanzieri russi del primo Ottocento, quando scrivevano in russo, era come se traducessero dal francese, scrivevano in russo dei romanzi francesi, in un certo senso, anche come struttura, come temi. Il dicibile, nei romanzi russi del Settecento, e del primo Ottocento, era un dicibile francese.
Una cosa simile è forse successa anche in Italia, e non troppo tempo fa, qualche decennio fa, quando hanno cominciato a comparire romanzi pieni di ‘dannatamente’, e ‘fottutissimamente’, e ‘Cristo santo’, che erano romanzi scritti da italiani e ambientati in Italia ma erano evidentemente americani, di formazione.
Questa cosa non ha a che fare, naturalmente, solo con la la letteratura, ha a che fare anche con la lingua che parliamo tutti i giorni, che sta slittando, senza che ce ne accorgiamo, verso una lingua nuova.
Un po’ di tempo fa, per esempio, mi hanno invitato a Parma a un incontro dove c’erano una decina di persone che dovevano scegliere delle parole che non sopportavano, e c’era anche il segretario del comune di Parma per il quale una di queste parole era stakeholders.
Adesso io, stakeholders, allora, non l’avevo mai sentita, non sapevo cosa volesse dire e gliel’ho chiesto e lui me l’ha spiegato ma io non ho mica capito tanto bene, e ancora adesso, questa parola stakeholders, non so, se mi chiedessero se voi, che leggete questo libro, siete degli stakeholders, io non saprei rispondere, siete degli stakeholders?
A me non sembrate degli stakeholders, ma questo non significa niente, perché a me non è mai successo di essere, non so, in treno, o in autobus, o in bicicletta, e di vedere un gruppo di persone e di pensare ‘Ve’, degli stakeholders’.”

Il libro di Paolo Nori, naturalmente, parla di Dostoevskij, non dell’anglicizzazione dell’italiano, e queste digressioni sparse, tipiche del suo modo di procedere, sono del tutto marginali. Eppure mi sono sembrate molto più profonde, illuminanti e acute di tantissimi articoli e libri di linguisti e sociolinguisti.

Ripenso ai miei studenti di storytelling – si chiama così adesso ogni corso di tecniche della narrazione che voglia suonare moderno – che frequentano un’accademia (o forse dovrei dire Academy) di Art and Digital Communication in italiano (in teoria), e che quando mi mostrano i loro scritti sono tutti di formazione angloamericana, dove i protagonisti si chiamano John, non certo Giovanni, dove ci sono le Cadillac, mica le Fiat Punto, e dove gli anglicismi sono ostentati come fosse la cosa più naturale del mondo, perché sono preferiti, ma anche perché c’è un’incapacità di fondo – oltre alle questioni di gusto – di padroneggiare il lessico italiano. Il loro mondo interiore, sin dalla loro infanzia, è quello che vivono in Rete, nelle pellicole hollywoodiane (non esiste altra forma di cinema o quasi, per loro), nelle serie tv, nei videogiochi, più che nei libri (in realtà leggono molto poco, anche se scrivono tanto). E la la loro lingua “che sta slittando, senza che ce ne accorgiamo, verso una lingua nuova” – per citare Paolo Nori che però se ne accorge, al contrario di molti linguisti che pensano sia “normale” o persino “un’illusione ottica” – è il frutto di un’americanizzazione più totale, di cui la lingua è soltanto la punta del banco di ghiaccio.

Sotto il ricorso agli anglicismi c’è un’intera società che si è americanizzata nei modi, nei temi, nella riconcettualizzazione delle cose in un modo sempre più pervasivo e totale. Se nella Russia di primo Ottocento il dicibile era in francese, oggi nell’Italia del nuovo Millenio è in angloamericano.

“Mentre stavo scrivendo questo libro – cito ancora Paolo Nori –, ho fatto un incontro, al computer, on line, su Zoom (c’era sempre quella specie di isolamento che, nella nuova lingua italiana, si è chiamato lockdown), ho fatto un incontro nel quale gli stakeholders erano gli studenti dell’università del Piemonte…”

Questa nuova lingua, che si chiama itanglese, è quella delle interfacce informatiche, del mondo virtuale, dei giornali, della scuola, del lavoro, della politica, della scienza, della tecnica, dell’economia, della televisione… una lingua fatta sempre più non solo di concetti d’oltreoceano, ma anche di oggetti quotidiani che l’italiano non è più in grado di esprimere, dal mouse al computer, dai social alle chat, dai cheeseburger ai fast food, dal delivery ai rider, dai leader al marketing, dal design allo spread, dallo smart working al bike sharing

Se la letteratura russa è nata dalla rottura con il francese, una lingua letteraria come l’italiano ha invece rotto ogni legame con la sua storia per anglicizzarsi, insieme con la realtà, e trasformarsi nella lingua creola di una nuova società globalizzata e colonizzata dall’inglese, internazionale e reinventato dalle classi colte e da quelle medie.

Ribaltando le riflessioni di Nori, l’importanza dell’odierna classe dirigente e della nuova cultura è questa: ha preso una lingua che i letterati usavano da secoli e l’ha gettata via in nome dell’inglese internazionale e del lessico del nuovismo in anglomericano. E sanguinerà sempre di più…

10 pensieri su “Riflessioni linguistiche di Paolo Nori (note a margine)

  1. Le osservazioni di questo Palo Nori sono davvero illuminanti. Sempre a proposito di paragoni, come gli scrittori russi dell’Ottocento che ruppero con il francese per scrivere direttamente in russo, così come noi “paladini” dell’italiano potremmo invece rompere con l’itanglese e l’angloamericano per scrivere direttamente con l’italiano “vero” (o meglio, con un italiano “rinato” o “rifondato”, che dovrà ripescare le sue radici che oggi rischiano di essere oscurate da quell’aborto dell’itanglese).

    A proposito di scrittura, proprio la settimana scorsa ho appena finito di leggere un’anteprima PDF di un romanzo “fantasy” (che io mi diverto a trasformarlo in “fantasi” senza la Y) scritto da una mia carissima amica (nonché mia ex fiamma mai ricambiata), che deve ancora essere pubblicato. Leggendo quel libro, la bella notizia è che lì, dentro quelle pagine, di anglicismi crudi ne ho individuati soltanto DUE di numero, ovvero “flashback” (menzionato solo nella premessa e che in in italiano sta per “analessi” o “retrospettiva”) e “trance” (che invece si potrebbe dire “catalessi” o stato “ipnotico”, di “estasi”). Altra buona notizia è che tutto il resto del libro è prevalentemente in italiano (alternato poi con alcune frasi o parole del glossario di una fittizia lingua elfica, inventata di sana pianta dall’ aspirante autrice). Sono davvero contento che la mia amica si sia sforzata a scrivere il più italiano possibile e per questo la ringrazio tantissimo, augurandola che con i prossimi prossimi romanzi possa migliorare ancora di più, e lei a sua volta ha ricambiato pure i miei consigli o suggerimenti linguistici, compreso farle conoscere il dizionario AAA (visto che ora è diventato scaricabile sui dispositivi mobili).

    Comunque lei, fin da quando la conoscevo dalle scuole superiori, è sempre stata un’appassionata lettrice del genere fantastico, in particolare di un gigante come Tolkien (anche per me era un mito di scrittore, che tra altro è anche uno dei più famosi esperantisti insieme a Umberto Eco). Però non preoccuparti Antonio, nella colta cultura letteraria di questa mia amica c’è anche spazio per i libri di stampo italiano o classico, non solo e soltanto quelli del mondo anglosassone o comunque non italiano.

    Anch’io stavo pensando di cimentarmi a scrivere qualche libro (anche se in questi tempi così brutti ho un sacco di doveri a cui pensare, tra cui la ricerca del lavoro), e se lo scrivessi cercherei di evitare a tutti i costi di ricorrere all’itanglese (così come di evitare i riferimenti a stelle e strisce).

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      • Eh sì. Anch’io concordo sul fatto che i nuovi giovani di oggi (specie se nati dopo il 2000, io e la mia amica invece siamo nati rispettivamente nel 1991-1992) leggono troppo poco ma scrivono tanto (contando anche i bimbiminkia che sanno solo scrivere messaggi sgrammaticati o itan-glesi da due-tre righe). E a proposito di letture, ad essere “snobbati” sono non solo i libri, ma persino i fumetti. E infatti mi chiedo sempre: se da un lato i nuovi italiani leggono ormai poco, allora perché gli scrittori proliferano sempre di più ? (poco importa se sono scrittori professionisti o scribacchini dilettanti).

        Poi a proposito di Tolkien, la cosa più interessante è che le primissime traduzioni italiane della sua opera più celebre, appunto “Il Signore degli Snelli”, sono state realizzate con il diretto coinvolgimento dell’autore in persona, che fornì ai traduttori persino consigli su come rendere in italiano (o in altre lingue in generale) determinati termini o parole presenti nel romanzo. Per esempio in una lettera del 1973 la traduttrice Elena Jeronimidis Conte chiese a Tolkien come si potrebbe rendere in italiano la parola “troll” e lui suggerì di adattarlo semplicemente in “trollo” oppure “trolle”. Alla fine però questo simpatico adattamento non riuscì a prendere molto piede (al massimo in quelle edizioni i troll vennero semmai adattati come “vagabondi delle montagne” o “uomini neri”, ed anche questi due adattamenti non durarono molto a lungo), però è positivo che a quei tempi c’era ancora un maggior spirito creativo nella traduzione italiana rispetto ad oggi (salvo però eccezioni moderne come l’adattamento terminologico di Warcraft o certi interessanti traduzioni creative usate per i romanzi di Sanderson e Martin tanto per fare degli esempi).

        Ps: a proposito di “iceberg”, il blocco di ghiaccio si può anche chiamarlo “isbergo” (adattamento creato storicamente da Bruno Migliorini, sebbene non abbia avuto mai una grande diffusione).

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        • Un angloamericano è abituato ad adattare i forestierismi… l’altro giorno leggevo sul Corriere l’immancabile tycoon (magnate) accostato a Trump, è una parola giapponese “taikun” ma loro la adattano al loro sistema come accadenelle lingue sane… senza alcun problema. Noi se diciamo trollo o isbergo… rischiamo di essere derisi.

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          • Ricordo che la prima volta che ho letto tycoon mi sono meravigliata moltissimo, pensando al tik(k)un, che è un concetto della Kabbalah (ebraica ovviamente, non napoletana)…
            No, momento, gran calma, che nessuno pensi di italianizzare i troll norvegesi, sul mio cadavere! Ce ne fossero di più, di norvegesismi.
            Una cosa che mi dà molto fastidio (una delle tante…) è quando gli americani prendono una parola straniera e dopo tutti a usarla e pronunciarla come se fosse americana, da media a Wanderlust passando per trance…

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            • I troll hanno un etimo scandinavo ma ci sono arrivati per via angloamericana, soprattutto nel significato informatico… un po’ come triage, in teoria francese, che risale addirittura ai protocolli di classificazione ospedaliera nelle battaglie napoleoniche, ma che ci è arrivato per altra via… l’importazione degli adattamenti inglesi che ponunciamo all’inglese riguardano anche molti italianismi da design (disegno) a manager (maneggio), e nel caso del latino si sente sempre più spesso junior pronunciato all’americana… oltre a media. Poi c’è il greco che viene stravolto alla stessa stregua e così la Nike di Samotracia diventa “naic”. Curiosamente gli anglomani che trovano ridicolo italianizzare gli anglicismi non trovano altrettanto ridicolo le inglesizzazioni delle nostre parole… e nessuno si sogna di paragonarle agli adattamenti orribili/ridicoli di epoca fascista… il risultato è che noi non possiamo “storpiare” la lingua sacra inglese, ma gli inglesi possono farlo con la nostra. Nessuno si stupisce di nomi geografici in lingua originale, per cui Nuova York è oggi New York, eppure tutti danno per scontato che si dica Milan, Rome, Florence, Tuscany… anzi per essere internazionali li usiamo anche noi.

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  2. Faccio notare che anche la punteggiatura si sta americanizzando, con le virgolette che si chiudono dopo il punto e quindi chiudono anche il periodo. Come fatto, ma spero di sbagliarmi, anche in questo stesso articolo di critica dell’itanglese…

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