La frequenza degli anglicismi: comparazioni con spagnolo, francese e tedesco

Come nelle barzellette, ci sono un inglese, un francese, un tedesco, uno spagnolo e un italiano.
Indovinello: chi usa più spesso l’espressione “fake news”?
L’inglese? No, sbagliato, l’italiano!

Questa non è un barzelletta, è quello che si evince dal confronto sulle frequenze registrate dall’algoritmo di Ngram Viewer di Google libri nei rispettivi corpus.

Quando la frequenza di un “prestito”, nella lingua che lo riceve, è superiore a quella della lingua “prestante”, c’è qualcosa che non va nella “prestanza” lessicale… Gli italiani, sempre più figli di Nando Mericoni, vogliono fare gli americani più degli stessi anglofoni, a quanto pare, e questo vale soprattutto per i giornalisti.

Ho già accennato allo splendido monitoraggio di Peter Doubt che analizza gli anglicismi crudi presenti sulla pagina principale delle edizioni digitali de La Repubblica, El Mundo, Le Monde e (Die) Welt (ma nell’ultimo articolo ha analizzato anche altri quotidiani). Il loro numero, in Italia, non è comparabile con quello che si riscontra nelle lingue sane.

Voglio riportare il grafico del primo mese di indagini e, come si vede, le parole inglesi in italiano sono 10 volte di più di quelle che circolano in Francia o in Spagna, e sono anche più del doppio di quelle che ci sono in Germania, un Paese dalla lingua molto anglicizzata, ma non certo come la nostra. I forestierismi in generale, di cui gli italianismi sono solo una piccola parte, su The Guardian sono invece irrilevanti.

Grafico tratto dal sito Campagna per salvare l’italiano.

L’autore della ricerca sta anche analizzando i dati sugli archivi de La Repubblica lavorando sulle singole parole, in modo analogo a quanto ho fatto anch’io più volte – ma in modo meno sistematico – con il Corriere.it. Quello che emerge, ovunque, è la crescita esponenziale della frequenza di molti anglicismi negli ultimi anni, oltre al loro prevalere sulle alternative italiane.

Questi fatti, ben poco contestabili, sono in linea anche con quanto si può estrapolare dai dati di Google libri, dove i raffronti con gli altri Paesi mostrano chiaramente come l’anglicizzazione della lingua italiana non è paragonabile a quella dei nostri vicini.

Di seguito riporto qualche esempio.
Delivery è un’espressione recente e fino al 2019 la usavamo già molto di più degli altri:

Nel 2020, però, la sua frequenza è impazzita, e oggi questa parola è ripetuta ossessivamente sui giornali, nella pubblicità e dagli addetti ai lavori – le Poste “Italiane” l’hanno persino ufficializzata nella denominazione dei loro servizi, come ha lamentato anche la Crusca – per cui è diventata ancora più comune, di grande popolarità, e sta soppiantando le alternative italiane (consegne a domicilio) e il modo in cui abbiamo sempre parlato. Negli archivi del Corriere.it, nel biennio 2018-2019 ricorreva 80 volte all’anno (la data a cui arriva il grafico di Ngram Viewer), ma nel 2020-2021 le sue frequenze si sono attestate sulle 450 volte all’anno, e cioè sono più che quintuplicate.

Se questi dati recenti fossero integrati nei grafici di Google libri, vedremmo un picco di frequenza presumibilmente 5 volte superiore, nell’ultimo periodo. Su un giornale come El País, invece, delivery ricorre 548 volte in tutto l’archivio storico, dunque il risultato comprende tutte le occorrenze di sempre.

Questo divario è molto generalizzato e vale un po’ per tutti gli ambiti, a cominciare da quello informatico che coinvolge parole come tweet, che da noi ha pur sempre un equivalente secondario come cinguettio:

Lo stesso si può dire di molti altri termini che non abbiamo voluto tradurre come account

oppure password (ma vale anche per follower, computer, mouse…)

Uscendo dal disastro della terminologia informatica, sono molti gli anglicismi tipicamente italiani che all’estero si usano poco, per esempio il gossip che ha soppiantato il pettegolezzo e la cronaca rosa, rivelandosi un vero e proprio prestito sterminatore.

Simili divari si registrano anche con parole come target,

fast food,

default,

o background:

In linea di massima le frequenze delle parole inglesi sono da noi maggiori anche quando si sono diffuse con un certo successo anche altrove, come nel caso di green,

leadership,

screenening:

Le tendenze, con non molte eccezioni, sono queste. E se questi dati si sommano alle analisi dei giornali e a quelle dei dizionari, il grado di anglicizzazione della nostra lingua non ha paragoni in Francia, Spagna e Germania. E chi continua a negarlo è in malafede.

13 pensieri su “La frequenza degli anglicismi: comparazioni con spagnolo, francese e tedesco

  1. Caro Antonio,

    I dati, da qualsiasi parte, non lasciano spazio a dubbi.

    Per cui rimane difficile non pensare quanto sia profondamente ineficiente per un linguista di professione – un accademico, non un giardiniere, con tutto il rispetto per i giardinieri – liquidare tutto dicendo, come ha fatto una certa linguista ieri su Twitter: “[L’italiano] prima attingeva dal francese, ora dall’inglese. Le lingue si evolvono. Tentare di fermarne l’evoluzione è insensato, oltre che impossibile”.
    Non è l’unica. C’è quell’altro, Scarpanti, che dice “Two Pizza Pepperoni on the Patio, ha ha”, con gli emoji.
    O Gheno con “tutte le lingue hanno i prestiti integrali” detto in 5 nanosecondi e via sul prossimo argomento.

    Ripetono queste frasette come i pensierini di scuola elementare. Di una superficialità spettacolare, tipo “gli alberi sono verdi d’estate e arancioni in autunno”, “La palla rotola perché è rotonda”, “i cani sono più grandi dei gatti e anche più simpatici”.

    Oppure, fanno come la corbolologa, si buttano a pesce sulla semantica di una frase (non si capisce con quale obiettivo) e iniziano a distorcela, girarla, metterla al contrario, mettersi a litigare su un apostrofo, (in inglese si dice “arguing the toss”, mettersi a litigare su come hai lanciato la moneta) allontanandosi clinicamente dal punto, che rimane sempre enorme e gigantesco e, da parte loro, sempre sistematicamente eluso.
    Perché alla fine i dati sono questi. Come dici bene, lo sono sui giornali, sui libri, sui dizionari. Lo sono se guardi la televisione e se passeggi per strada.

    Un accademico che si rispetti, in tutte i campi, è un accademico con gli occhi aperti, che guarda, che osserva, che compara, che coglie, che guarda l’insieme e che guarda i dettagli, che nota tendenze e controtendenze, che segnala cambi radicali e inusuali, invece di (nel caso della linguistica) chiudersi nel bagno a recitare la bibliografia ha scritto de Saussurre.

    Concludo il mio amaro (e acido, lo ammetto) sermone dicendo che, quando si scoprono le mutazioni di un virus, i primi che normalmente attirano l’attenzione verso il problema sono i virologi e gli scienziati, non il sarto. Quando si sta per estinguere una specie lo fanno gli zoologi e i biologi, non il panettiere. Sperando che poi mezzi di comunicazione e legislatori colgano l’importanza del problema. Per cui, se una mutazione così gigantesca non nota la classe dei linguisti e dei filologi, quelli che le lingue le studiano, se non lo fanno loro (iniziando a dare al tema l’importanza che merita nelle loro continue conferenze, convegni, seminari, che ora si chiamano “talk” e “workshop”), non ci sono molte speranze.

    Peter
    https://www.facebook.com/groups/campagnapersalvarelitaliano

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    • La comparazione tra l’interferenza del francese all’epoca della Belle Epoque e l’attuale interferenza dell’inglese non sono paragonabili, basta studiare il fenomeno. Mancano gli adattamenti e le italianizzazioni nel caso dell’inglese (tutto è crudo), il francese non ha portato a migliaia di ibridazioni come nel caso dell’inglese (da fashionista a screenare), era un fenomeno elitario e non di massa, il numero dei francesismi crudi è di un terzo, e quanto alle frequenze basta analizzare su Ngram Viewer le occorrenze di una parola in origine francese come chef e paragonarla all’attuale frequenza dell’era dei MasterChef per vedere l’abisso. Linguisti seri come Arrigo Castellani lo avevano perfettamente compreso, e anche Massimo Fanfani ha osservato in modo acuto che un tempo “i prestiti da lingue straniere erano veicolati da singoli parlanti bilingui o da élites e gruppi ristretti e poi si diffondevano in modo graduale (…), oggi invece l’interferenza è fin da subito un fenomeno di massa. La gran parte delle novità di modello straniero penetrano in modo immediato e tumultuoso fra gli strati più larghi della popolazione o entro gruppi sociali vasti e il loro processo di diffusione e di assimilazione sembra essere stabilito, più che dai singoli parlanti dagli stessi mezzi di comunicazione” (“Reazioni italiane agli anglicismi”, in L’inglese e le altre lingue europee. Studi sull’interferenza linguistica, Félix San Vicente ed. Clueb 2002 p. 221).
      Quello che mi colpisce, a parte i luoghi comuni che si sentono da altre parti e che non sono sostenibili, è che proprio chi dice che le lingue evolvono in modo “incontrollabile” sono spesso gli stessi che poi fanno gli interventisti e vogliono farle evolvere come piace a loro per esempio predicando il linguaggio inclusivo, lo scevà o il politicamente corretto… Due pesi e due misure per cambiare come parliamo quando fa loro comodo e per predicare il descrittivismo davanti all’inglese che non si può arginare in nome della sacralità dell’uso (l’uso di chi? Delle classi dirigenti e dei giornalisti, non certo delle masse che lo subiscono).

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      • Senza dubbio. Esatto, colpisce la pochezza di chi dice che le lingue non si possono assolutamente controllare (o peggio, che una tale condotta sia fascista e tirannica) e poi 5 minuti dopo esige cambi legislativi che decretino imposizioni linguistiche sui generi grammaticali e la @.
        Ma come si fa?

        E come fa un’accademica, una cattedratica di una università, una Professoressa di Linguistica, Sintassi e Variazione Linguistica (!!!) a scrivere senza vergognarsi che frasi come “io vado al no paura day” non intaccano la sintassi secondo le regole dell’italiano?

        Confesso che ci ho pensato a lungo prima di scrivere il prossimo pensiero. Mi fa male fisicamente, dato che io sono stato per ragioni di cuore, di famiglia, e pratiche un arcinemico del Brexit (in Italia forse si sarebbe detto “un No Brexit” 🙂 ) . Ma la frase di Michael Gove, “Frankly, we’ve had enough of experts”, francamente ne abbiamo abbastanza degli esperti, in questo momento preciso, su questo tema, non mi trova in disaccordo.

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  2. L’italiano s’anglicizza più velocemente delle alte lingue europee?
    Temo che la reazione dell’italiano medio a questa notizia sarà del tipo: ecco un’altra eccellenza italiana, siamo più avanti degli altri.
    Un paragone: io non so se i pechinesi siano fieri della progressiva distruzione degli “hútong” per sostituirli con anonime strutture moderne, tuttavia noi italiani, che ben conosciamo le “modernizzazioni” novecentesche dei nostri centri storici, oggi li chiamiamo scempi urbanistici.
    Invece fatto di lingua evidentemente per noi gli scempi si chiamano ancora progresso.

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    • La similitudine urbanistica – come quelle con l’ecologia – calza a pennello e non è affatto slegata dalla questione dell’anglicizzazione delle lingue, che è connessa a una più ampia americanizzazione della società, della cultura e di tutto il resto che è tutt’uno con la globalizzazione. Il problema è che a etichettare gli ecomostri come un segno distintivo di “essere più avanti” non è l’italiano medio, ma l’intellettuale medio (e mediocre) che non vede lo scempio, e non si preoccupa degli effetti collaterali dell’inglese internazionale che porta all’anglicizzazione di tutte le lingue (in Italia di un ordine di grandezza superiore che altrove). Sotto l’idea del progresso ci sono vecchie categorie di stampo colonialista, le stesse che portano a rinominare il cosiddetto “Terzo Mondo” con “Paesi in via di sviluppo”. Quale sviluppo? Quello “occidentale” (un luogo che non c’è) che oggi coincide sempre più con gli Stati Uniti che lo guidano. E così sul piano architettonico nascono i non-luoghi denunciati da Marc Augé, e le enorme strutture stereotipate delle cattedrali del consumo di cui parla George Ritzer, parchi divertimento, centri commerciali, megaimpianti sportivi apparentemente privi di identità locale, ma in realtà progettati con le logiche d’oltreoceano che hanno a che fare con la mcdonaldizzazione del mondo. Naturalmente tutto ciò porta alla perdita e distruzione delle identità locali. Sul piano linguistico avviene qualcosa di simile, e dietro la modernità c’è un cambio di paradigma che porta alla morte delle culture e delle lingue locali. L’unificazione dell’italiano novecentesca del resto ha portato alla morte di molti dialetti, tema cui lei è molto più sensibile e preparato di me. L’inglese internazionale che si vuole imporre porterà sempre più alla dialettizzazione delle lingue locali, alla loro contaminazione interna con “internazionalismi” che sono solo “anglicismi” spacciati per tali. È la “strategia degli Etruschi” che si sono estinti fagocitati dalla cultura Romana, aderendo a un modello di “progresso” che li ha cancellati dalla storia. E la nostra classe dirigente, dai politici a molti linguisti, è incapace di cogliere lo scempio, o peggio ancora lo chiama modernità e proclama che è normale. Un po’ come dire che è normale che le specie si estinguano, invece di salvare i panda, o dire che parlare di biodiversità significa essere arretrati e voler fermare un ineluttabile “progresso”. Il linguista e sociolinguista medio sembra incapace di cogliere queste analogie, e continua a considerare la lingua come un’entità astratta avulsa dai processi più ampi che la contengono.

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    • L’italiano medio potrebbe dare quella risposta in chiave ironica. In realtà, secondo me c’è insofferenza o forse rassegnazione per un sistema informativo sempre più incomprensibile (soprattutto per gli anziani), ma non ci sono canali che accolgano le critche (tipo un’assistenza clienti) o se anche ci sono, spesso non si riceve alcuna risposta. La Bbc ha tutta una pagina dedicata ai reclami, benché il collegamento sia molto in basso nella pagina principale.

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