Il progetto politico dell’itanglese

La prima notizia del Corriere.it di oggi è in itanglese, e non è una novità, è la norma.

Fallito il tentativo di chiamare la certificazione verde con il suo nome, “verde” per l’appunto, il green pass si è evoluto nel super green pass, e tra test, boom, hub e task force è l’italiano a essere messo tra virgolette quando si parla di documento “rafforzato”. L’unica nota positiva è terza dose invece di booster.

È ormai evidente che l’itanglese non è solo una realtà, è una precisa scelta comunicativa di tutti gli apparati mediatici, dai giornali alla televisione. L’itanglese è la lingua che si usa nel lavoro, dove le mansioni, le funzioni e anche il gergo dell’ambito si esprimono sempre più con parole inglesi. L’itanglese è la lingua dell’informatica e di Internet, delle pubblicità e delle insegne dei negozi, è l’idioma dei tecnici, degli scienziati, degli imprenditori, di sempre più uomini di cultura che ne fanno una scelta sociolinguistica per elevarsi e identificarsi in un gruppo “superiore” di appartenenza.
L’itanglese è la lingua delle manifestazioni culturali e degli eventi, è la lingua delle Poste italiane che nella nuova nomenclatura abbandonano i pacchi celeri e la posta ordinaria in nome del delivery. L’itanglese è la lingua del Miur – ora rinominato Mur – che tra soft skills e centinaia di altri anglicismi prepara ed educa gli studenti all’itanglese del lavoro e del futuro, mentre i giovani, imbevuti sin dalla culla di interfacce informatiche, videogiochi, titoli di film e di serie in inglese che veicolano i costumi e la società angloamericana (da Halloween al Black Friday, da Google a Facebook), lo praticano in modo sempre più naturale, e crescono con l’inglese obbligatorio e la cultura dell’unilinguismo per cui è la lingua internazionale e c’è solo quello, dalle elementari sino all’Erasmus. La pervasività del fenomeno è tale che persino gli antiglobalisti da centro sociale si definiscono no global e alla fine parlano la lingua delle multinazionali che vorrebbero abbattere e che identificano con il male. E gli ecologisti che idolatrano la svedese Greta Thunberg non hanno la più pallida idea di che cosa significhi l’ecologia linguistica e, come il loro idolo, manifestano contro il climate change fregandosene del cambiamento climatico e linguistico, dando per scontato un mondo che parla solo l’inglese.
Intanto il Ministro della transizione ecologica Roberto Cingolani dichiara che non serve studiare le guerre puniche, ma occorre cultura tecnica, abbracciando la distruzione della scuola che da decenni è al centro dei progetti del Mur che importa prassi, concetti (e parole) d’oltreoceano in un appiattimento culturale di cui si vedono le conseguenze. Il rapporto Censis di pochi giorni fa ha rilevato che per il 5,9% di italiani (3 milioni) il covid non esiste, per quasi l’11% il vaccino è inutile, mentre fanno rabbrividire le percentuali di terrapiattisti, sostenitori del G5 come strumento di controllo delle persone, negazionisti dello sbarco sulla luna e convinti che il crollo delle torri gemelle sia stato un complotto dei servizi segreti statunitensi.
Queste sono anche le conseguenze di un vuoto culturale di cui le istituzioni sono responsabili, e la nuova strategia della supremazia della tecnica sulla cultura, il pragmatismo delle 3 “i” di Berlusconi-Moratti (Internet, Impresa, Inglese) sta portando a un cambio di paradigma che ha molto a che fare con l’americanizzazione della nostra società e la distruzione delle nostre radici in nome di una globalizzazione che è sempre più una colonizzazione non solo economica, ma anche culturale e linguistica. L’inglese è la lingua unica che serve per esprimere il pensiero unico, come negli scenari orwelliani, per semplificare.

Nel solco di quanto già introdotto attraverso i Prin (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) è appena stato istituito il nuovo Fondo Italiano per la Scienza (FIS, ma di italiano c’è ben poco, e forse quella “i” significa inglese) che prevede ingenti stanziamenti e si deve presentare obbligatoriamente in inglese, e in inglese si devono svolgere gli eventuali dibattiti. Si è introdotto a questo modo un pericoloso precedente che prevede l’abbandono dell’italiano, la nostra lingua madre, messo al bando in nome della lingua inglese, proprio nell’anno delle vuote e retoriche celebrazioni dantesche. Ma del resto la riforma Madia aveva già reso l’inglese lingua obbligatoria per partecipare ai bandi della pubblica amministrazione, mentre atenei come il Politecnico di Milano lavorano da anni per l’insegnamento nel solo inglese.

Su questo scenario di cancellazione dell’italiano si spiega anche l’itanglese, figlio di una mentalità che fa dell’angloamericano la lingua superiore. E l’itanglese è anche la lingua della nuova politica.
Sepolto il vecchio e poco comprensibile politichese novecentesco, il nuovo linguaggio politico è incentrato su un lessico del nuovismo che punta alle parole inglesi. Ma il dramma non è solo che questa lingua è quella della comunicazione politica dell’era di Twitter e degli streaming, l’itanglese è diventato la lingua delle istituzioni che produce jobs act e flat tax, cashback e navigator, cargiver e family day, senza risparmiare nessuno, dalla sinistra alla destra, passando per i pentastellati che hanno problemi con il congiuntivo e sono incapaci anche solo di prendere in considerazione che l’italiano è una risorsa da tutelare, e tanto meno sembrano in grado di comprendere cosa sia una politica linguistica.

L’inglese globale, e l’itanglese sul piano interno, sono la strategia della nuova classe politica che impone un inglese che fiorisce sul cimitero dell’italiano.

Nel 2019 in tanti abbiamo scritto a Di Maio per protestare contro l’introduzione della figura del navigator (uno pseudoanglicismo ridicolo e imbarazzante) e chiedendo di usare una parola italiana.
Nessuno ha ricevuto una risposta.

Nel 2020 ho rivolto una petizione al nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, con oltre 4.000 firme contro l’abuso dell’inglese. Non è pervenuta alcuna risposta.

Quest’anno ho presentato una petizione di legge alla Camera e al Senato per la tutela della lingua italiana, ma nessun parlamentare ha risposto né la sta prendendo in considerazione.

Davanti alle esternazioni di Mario Draghi contro l’abuso dell’inglese ho scritto al suo capo di gabinetto segnalandogli la petizione e supplicando il presidente del Consiglio di fare qualcosa. Non è pervenuta alcuna risposta.

A parte queste iniziative che hanno raccolto migliaia di firme dal basso, davanti all’obbligo dell’inglese per il FIS (Fondo Italiano per la Scienza) anche la Crusca ha scritto al Ministero, per protestare insieme ad AISV (Associazione Italiana di Scienze della Voce), AItLA (Associazione Italiana di Linguistica Applicata), DiLLE (Didattica delle Lingue e Linguistica Educativa), SIG (Società Italiana di Glottologia), SLI (Società di Linguistica Italiana). Ma nemmeno a queste istituzioni il Ministero ha ritenuto opportuno rispondere.

Il punto, a mio avviso, non è che al Ministero interessi poco la questione, come ha scritto rammaricato il presidente della Crusca Claudio Marazzini. Credo che la faccenda sia ben più grave. Le istituzioni seguono un ben preciso progetto che si basa sul rafforzamento dell’inglese come lingua internazionale a scapito del plurilinguismo, e sul piano interno rivendicano con orgoglio la scelta di usare l’itanglese.

A gennaio, davanti alla decisione del ministro Dario Franceschini di chiamare in inglese, ITsArt, la piattaforma che si propone di “celebrare e raccontare il patrimonio culturale italiano in tutte le sue forme e offrirlo al pubblico di tutto il mondo”, in 300 gli abbiamo scritto pregandolo di riconsiderare quella denominazione che suona come un ossimoro. Ma a nessuno è mai pervenuta una risposta.

Pochi giorni fa il ministro degli esteri Luigi Di Maio, agli Stati generali della lingua italiana e della creatività, ha presentato la nuova campagna di comunicazione per rinnovare l’immagine dell’Italia all’estero che si chiamerà “BeIT”. L’idea della lingua italiana che ha esposto è ben chiara: “BeIT, la campagna di comunicazione straordinaria a sostegno del Made in Italy che la Farnesina sta realizzando in collaborazione con l’Agenzia ICE. Si tratta della prima campagna di nation branding mai realizzata per l’Italia: un racconto digital first dinamico e innovativo costruito proprio attorno a quei valori che caratterizzano l’essere e il saper fare dell’Italia.”
Promuovere l’italiano in itanglese sarebbe comico, se non fosse tragicamente vero. E l’idea dell’italiano che ha la nostra classe politica è quella dell’italiano 2.0 che si chiama itanglese, e non è certo quello di Dante.

Qualche linguista sostiene che “l’itangliano è ancora lontano” e che è tutta un’illusione ottica, qualche altro scrive pezzi intitolati “Chi ha paura degli anglicismi” e altri ancora notano che in fondo sul nuovo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (omettendo di dire che nella prima edizione digitale del 1995 erano “solo” 1.800). Intanto l’Alitalia è stata rifondata con il nome di ITA Airways, e quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti (Italofonia ha fatto un buon punto della situazione su come le istituzioni stiano distruggendo la nostra lingua).

L’itanglese è ormai la lingua della politica e delle istituzioni, oltre che di tanti altri pezzi della società. È un progetto perseguito con consapevolezza. E la nostra classe dirigente, nell’attuarlo, è responsabile della mutilazione e della morte dell’italiano.

21 pensieri su “Il progetto politico dell’itanglese

  1. Caro Antonio,

    Hai scritto un articolo impeccabile.
    Resta da capire perché coloro che sono in posti di potere in Italia si comportano così.
    Secondo me ci sono 3 possibilità:
    1) La possibilità cospiratoria, secondo cui è un disegno assolutamente prestabilito, tipo proprio che si chiudono in una stanza e decidono tutti di perseguire questo disegno linguistico. Magari con il signore misterioso di X-Files che dà ordini su Zoom, o qualcuno da Bruxelles.
    Io però personalmente alle cospirazioni non credo (vanno molto di moda di questi tempi, come accenni con garbo nel tuo articolo).
    In generale perché non resistono a semplici domande logiche come per esempio…Quanti sono? Chi sono? Le mogli lo sanno? Che succede se parlano? Vengono gambizzati? Dove si riuniscono? Chi li paga? Perché?

    2) Lo fanno senza rendersene conto, e lo fanno quasi tutti, perché vivono in un mondo elitista, isolato, di pacche sulle spalle, dove parlano genuinamente così, affoganti nel narcisismo e in competizione tra di loro per chi è più “internescional”. “Guarda cosa so dire io, più di te e di quell’altro”. In altre parole, cafonaggine e vanità elitista e poco altro. Proprio perché non c’è molto altro in questa generazione (che poi è la mia generazione) di politici di qualsiasi colore. In italiano mi pare che si dica FUFFA.

    3) Questo, dopo aver letto il tuo articolo, si fa strada nel mio cervello. Chissá credono che sia un comportamento…come si dice…pedagogico. Cioè credono sinceramente che l’Italia debba convertirsi in un Paese bilingue e lo credono in maniera grossolana e superficiale, senza alcun tipo di orientamento razionale.
    Magari per “essere come la Svezia o la Danimarca”.
    Per cui credono, anche narcisisticamente – chiaro, che parlando, scrivendo e lanciando eventi in itanglese fanno qualcosa di moderno, utile e pedagogico. Ovviamente senza rendersi conto del danno irreparabile verso la lingua e la cultura dell’Italia. Insomma, pedagogia da 1ª elementare con un tocco messianico.

    In tutti e tre i casi, comunque, una cosa è certa.
    La lingua italiana in Italia, e la sua salute, ha peso zero. Non interessa a nessuno.

    Un abbraccio,
    Peter
    Campagna per salvare l’italiano
    https://www.facebook.com/groups/campagnapersalvarelitaliano/

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    • Escludo l’ipotesi 1) per tanti motivi, il primo è che i complotti sono segreti, qui è tutto palese e vive fuori dalle stanze dei bottoni. Invece del complotto c’è un progetto educativo e politico di portare l’Italia sul modello della Svezia e Paesi simili, ma non solo l’Italia, attualmente la battaglia in atto in Europa è quella dell’inglese lingua ufficiale dell’Ue, e i tentativi di insegnare in inglse all’università si trovano anche in Germania. Su questo progetto vengono fatti investimenti colossali in termine di insegnamento dell’inglese nelle scuole di tutto il mondo, un investimento che fa confluire i soldi nelle tasche dei Paesi anglofoni che non hanno alcun costo per l’apprendimento di lingue straniere. Però c’è un classe dirigente non solo italiana che non lo capisce o fa finta di non capirlo. L’ipotesi 2) e 3) non si escludono e si sovrappongono, soprattutto se si passa dalla politica ai giornali o al mondo della cultura zerbinata davanti alla supremazia d’oltreoceano. Consapevolezza e inconsapevolezza convivono, e il “così fan tutti” in Italia è potente al punto che crediamo che così facciano tutti anche quando lo facciamo solo noi, come i tuoi video sugli pseudoanglicismi documentano.

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      • Bisogna ammettere che c’è un disegno ben preciso dietro tutto questo. Per parafrasare le affermazioni del filosofo Diego Fusaro, Il capitalismo senza frontiere vuole vedere ovunque esseri umani senza identità culturale, senza radice. I signori del capitalismo vogliono vedere un’unica lingua, che è quella inglese. Vogliono vedere consumatori insaziabiali e irrefrenabili. L’inglese è funzionale a tutto ciò.

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        • Sono d’accordo, ma questo progetto, più che essere figlio di un “complotto” politico, è sorretto da motivazioni politico-economiche che sono spesso esplicitate pubblicamente. Per esempio l’ex funzionario dell’amministrazione Clinton, David Rothkop, ha dichiarato: “L’obiettivo centrale della politica estera nell’era dell’informazione deve essere, per gli Stati Uniti, il successo dei flussi dell’informazione mondiale, esercitando il suo dominio sulle onde come la Gran Bretagna, in altri tempi, lo ha esercitato sui mari. (…) Ne va dell’interesse economico e politico degli Stati Uniti vegliare affinché sia l’inglese ad essere adottato quale lingua comune del mondo; affinché siano le norme americane a imporsi nel caso si dovessero emanare norme comuni in materia di telecomunicazioni, di sicurezza e di qualità; affinché, se le varie parti del mondo sono collegate fra loro attraverso la televisione, la radio e la musica, i programmi trasmessi siano americani: e affinché, ad essere scelti come valori comuni, ci siano valori in in cui gli Americani si riconoscono.”
          Contrariamente a quanto affermato da Fusaro, gli interessi delle multinazionali ma anche delle politiche statunitensi non sono quelle di creare un’umanità “priva di radici e identità culturale”, ma al contrario lavorano per l’uniformazione di un’umanità che abbia radici e cultura statunitensi, in un progetto di evangelizzazione colonialistica che passa anche per la lingua. La logica è quella espressa da Condoleezza Rice: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali.” Esportare la propria civiltà venduta come valore universale è da sempre la giustificazione del colonialismo. Il colonialismo linguistico a base inglese parte da questi presupposti, e l’itanglese è un effetto di questo tentativo di imporre a tutti l’inglese internazionale che altro non è che la lingua madre naturale dei popoli dominanti. I nostri politici non lo capiscono e spingono il nostro Paese verso questa direzione, da veri collaborazionisti, senza riflettere che non ci conviene affatto e senza comprendere che la nostra lingua e cultura non è quella americana, e che andrebbe tutelata, invece di cancellarla in un’americanizzazione sempre più deleteria.

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  2. Che dire…purtroppo la realtà è quella descritta in questo articolo. Pochi minuti fa, guardando un programma in televisione, dopo l’ennesimo utilizzo della parola “chef” al posto della nostrana “cuoco” (la parola in questione credo sia francese, ma per me poco importa) infastidito ho spento il televisore. Quello che m’ infastidisce di questa parola è che ho l’impressione che venga usata per portare il “cuoco” a una classe professionale superiore e per questo motivo debba essere chiamato “chef”. Quasi come dire che quelli bravi, essendo la cucina francese superiore a quella italiana, debbano essere chiamati così. Forse sono andato fuori argomento, ma quello che voglio dire è che credo sia anche una questione di carenza culturale se la lingua italiana viene impoverita. Poi se con parole inglesi “oppure” (non “piuttosto” come ormai molti usano) francesi non credo abbia molta importanza.

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    • Grazie. Chef è francese, come origine, ma poiché è usato anche in inglese, nell’epoca dei MasterChef la sua frequenza è duplicata rispetto ai tempi di quando era il francese a essere di moda, ed era un fenomeno ben più elitario. La differenza tra l’interferenza del francese e del’inglese è nel numero delle parole che snaturano completamente la nostra lingua. I forestierismi crudi non sono un male in sé, lo diventano quando la loro quantità schiaccia l’italiano e non son più un arricchimento ma un depauperamento semantico e lessicale.

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  3. Non sono convinto che si tratti d’un vero e proprio progetto organico di sostituzione idiomatica— questo presupporrebbe che i politici e intellettuali si ponessero in qualche modo interrogativi di politica linguistica, cosa di cui dubito assai — quanto piuttosto d’una sorta di automatismo, direi quasi d’ossessione-compulsione all’anglismo (sia quanto all’uso dellìinglese dentro l’italiano, sia a quello dell’inglese al postio dell’italiano) perché “è ovvio che si faccia così”.
    Questo è anche più grave, perché è il segnale d’un cambiamento della percezione del ruolo delle lingue che slitta a danno dell’italiano di generazione in generazione, e in cui la classe dirigente è d’una generazione più avanti. Proprio questa gradualità e quindi impercettibilità del cambiamento, a differenza di ciò che produrrebbe un salto brusco, lo rende più pervasivo e irreversibile.
    Chi oggi pronisticasse l’estinzione dell’italiano nell’arco di cent’anni probabilmente dai più sarebbe preso per un visionario; ma anche che nel XIX secolo avesse detto che sarebbe venuto il tempo in cui all’ombra della Madunina non si sarebbe più parlato meneghino non sarebbe stato creduto, ma oggi ciò è “ovvia” realtà.
    Forse di dirà che una grande lingua di cultura non è così fragile come un dialetto, ma besta andare nelle Filippine, o più vicino a noi in Corsica, in Alsazia o in Val d’Aosta per rendersi conto che una lingua nazionale può scomparire ancora più venocemente d’un parlare locale.

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    • Sono d’accordo che siamo davanti a un fenomeno di sottomissione spontanea all’inglese e a una mania compulsiva di ricorrere agli anglicismi per tutto ciò che è nuovo o che deve suonare tale. Non si può però negare che esista anche un disegno politico di imporre l’inglese. Quando le istituzioni impongono che i progetti scientifici o di ricerca “italiani” (Fis e Prin) si debbano presentare e discutere solo in inglese, estromettono la nostra lingua. Lo stesso si può dire per università come il Politecnico di Milano che vorrebbero insegnare in inglese. Quando la riforma Madia mette l’inglese come requisito per lavorare nella pubblica amministrazione, o quando un partito di destra come Fratelli d’Italia nelle sue “tesi di Trieste” vuole creare le future generazioni bilingui a basi inglese… il servilismo che ci fa preferire gli anglicismi è affiancato a un preciso disegno politico di renderci bilingui e di istituzionalizzare la lingua inglese nel nostro Paese. Le profezie linguistiche sono sempre pericolose, e non so tra un secolo cosa resterà dell’italiano. Ma se guardo al presente, tutti i segnali di rottura e incrinamento della nostra lingua ci sono.

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      • Infatti. Ma poi è mai possibile che TUTTI, ma proprio TUTTI i politici e ministri che abbiamo oggi siano così concordi su questa pericolosa scelta di “abolire” l’italiano? Possibile che in parlamento non ci siano almeno una o due eccezioni che si dimostrino allarmate da questa voluta esclusione della nostra lingua? Io stimo moltissimo gli olandesi e scandinavi che hanno finalmente capito che imporre completamente l’inglese come unica lingua della modernità a scapito della propria lingua locale ha solo creato più danni che benefici (e pensare che lì persino i più accaniti “anglomani” si sono dovuti pentire su questa sottrazione linguistica) e perciò mi auguro che in futuro, prima o poi, anche i nostri responsabili di questa Italia sempre più malata potessero vedere con i loro stessi occhi le conseguenze di questo cattivo progetto linguistico che si ostinano tanto a perseguirlo (stessa cosa anche per la volontà di rendere i nostri cittadini sempre più ignoranti o di scoraggiare i disoccupati nel lavoro).

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