Il disprezzo della propria lingua e i limiti dei linguisti

Anna Ravano mi ha segnalato un articolo dello scrittore Franco Javier Marías uscito ieri su El País intitolato “Il disprezzo della propria lingua” che riflette sugli anglicismi. Il catenaccio è molto eloquente: il disprezzo è collegato all’irrefrenabile desiderio di essere americani e di vivere come loro, e ciò, in questo secolo, è diventato “stupido”.

L’incipit del pezzo parte con una constatazione evidente e innegabile: “Che la lingua spagnola sia distrutta da suoi giornalisti e parlanti salta all’occhio e alle orecchie da decenni, e il danno è sempre maggiore.”

Fa effetto leggere queste parole. Per prima cosa perché la lingua spagnola è “destrozada” dagli anglicismi in modo irrisorio rispetto all’italiano. Per accedere all’articolo per intero ci si può iscrivere gratuitamente alla rivista, e la procedura è commovente rispetto a quelle delle piattaforme dell’italietta colonizzata. Il sistema chiede di registrarsi aprendo un “conto”, e non certo un account; basta immettere il “correo electrónico” e non certo l’email; e poi bisogna inserire la “contraseña”, non certo la password. Quelli che da noi sono considerati prestiti di necessità in spagnolo non lo sono affatto. La necessità è tutta italiota.
Nelle casseforti c’erano le combinazioni, tra i militari c’erano le parole d’ordine, ma da quando le multinazionali d’oltreoceano ci hanno imposto il loro mondo fatto dei loro concetti-parole, noi pappagalli italiani ripetiamo password, e abbiamo dimenticato e buttato via espressioni come parola chiave, codice di accesso o segreto. Certi linguisti e terminologi da paese delle banane giustificano e sottoscrivono la “necessità” dell’inglese in nome di un descrittivismo ipocrita che postula un “uso” sovrano, che presuppone che la gente dica così. Peccato che l’apologia dell’uso non è qualcosa di “democratico” che arriva dal basso, è un uso imposto dall’alto, o per meglio dire dall’esterno, dal nuovo centro di irradiazione della lingua che arriva dagli Stati Uniti, visto che le parole del nuovo Millennio non sono più coniate dai nativi italiani. Questi ultimi le ripetono per forza di cose, e viene da chiedersi a che cosa servano i terminologi e i linguisti. Non ne abbiamo alcun bisogno. Se il loro ruolo è quello di ratificare questi usi, si può benissimo fare a meno di loro. La verità è che l’approccio descrittivista che sancisce la “necessità” degli anglicismi non corrisponde all’atteggiamento prescrittivo che si riscontra in altri casi. E l’uso sovrano che serve per giustificare gli anglicismi viene invece bollato come ignoranza quando si stigmatizzano espressioni errate come il “piuttosto che” usato come “oppure” invece di “anziché”, o il “qual è” con l’apostrofo e via dicendo. Senza voler giustificare questi obbrobri, non sono anche loro entrati – ahinoi – nell’uso?

E allora certi linguisti non fanno altro che ricalcare gli schemi denunciati da Javier Marías, e dietro i loro “ragionamenti” emerge proprio il disprezzo verso l’italiano, il senso di inferiorità e la vergogna di praticarlo davanti all’inglese, la lingua internazionale vissuta come superiore, più evocativa, solenne e appropriata.

Negare l’evidenza

C’è un’altra cosa che colpisce nell’incipit dell’articolo del País. L’evidenza, innegabile e sotto gli occhi di tutti, dell’anglicizzazione dello spagnolo, che nel caso dell’italiano è dieci volte più profonda. Un’evidenza che troppi linguisti italiani negano, mettono in discussione o sottovalutano, con lo stesso atteggiamento con cui fino a pochi anni fa molti pomposi “esperti” negavano il riscaldamento globale. Ripenso alle parole di un noto linguista che ripete che l’anglicizzazione della nostra lingua è tutta un’illusione ottica. È come la temperatura percepita – a suo dire – che non sarebbe quella reale, una moda passeggera come un tempo lo fu il francese, e “verrà un giorno” che torneremo a dire tesserino al posto di badge. Invece di rendersi conto di ciò che accade in tutto il mondo, invece di rendersi conto delle profonde e incolmabili differenze tra l’interferenza del francese e quella dell’inglese, moltissimi linguisti rimuovono e negano ciò che accade ed è sotto gli occhi di tutti. Qualcuno si è piccato per il fatto che li ho chiamati “negazionisti”. E così c’è chi scrive un pezzo intitolato “Chi ha paura degli anglicismi?”, chi li interpreta come “normale” evoluzione della lingua (della lingua inglese, però, non certo di quella italiana) e chi scrive che in fondo sullo Zingarelli del 2021 ce ne sono “solo” 3.000 di fronte a 145.000 lemmi, omettendo di dire che nello stesso dizionario del 1995 ce ne erano “solo” 1.800. Il tema è questo: il loro aumento impazzito. Il giochetto di confrontare il numero delle parole inglesi con l’intero lemmario storico della nostra lingua, non ha alcun senso. Era l’argomento che usava negli anni ’80 Tullio De Mauro per respingere l’allarme del “Morbus Anglicus” di Arrigo Castellani, un argomento che non teneva conto della progressione del fenomeno, un argomento vecchio e improponibile che proprio De Mauro ha poi abbandonato per parlare dello “tsunami anglicus” che oggi si riversa in ogni idioma.

Più leggo i libri dei linguisti e meno la linguistica mi appassiona, lo confesso. A parte le categorie esplicative vecchie di cent’anni e inadeguate, come quelle del “prestito linguistico”, e a parte le classificazioni a mio avviso spesso inutili e maniacali nell’etichettare i meccanismi della formazione delle parole, se si esce da questi schemi che spaccano l’atomo e si guarda alle analisi macroscopiche che i linguisti mediamente sanno esprimere, i giudizi su dove la nostra lingua sta andando e su come si sta evolvendo sono spesso imbarazzanti.

Con qualche eccezione, per fortuna, a comprendere come vanno le cose non sono di solito i linguisti – che talvolta ci arrivano dopo 50 anni – ma altri intellettuali capaci di cogliere una visione di insieme che va oltre il particolare. Ripenso a certe lungimiranti affermazioni di Gramsci, di Pasolini, di Umberto Eco o – a proposito dell’inglese – di Andrea Camilleri.

I negazionisti dell’inglese che ci travolge non sono in grado di spiegare ciò che sta succedendo e i loro giudizi ridicoli saranno spazzati via dalla storia insieme alla nostra lingua, temo. L’illusione ottica è nella loro testa, non nell’evidenza innegabile da cui parte Javier Marías, che non a caso non è un linguista astratto e avulso dalla realtà. È uno scrittore e un traduttore che della lingua ha fatto la sua professione, invece di analizzarla in modo sterile e astratto.

La lingua è di tutti, non dei linguisti

Anna Ravano è una mia “corrispondente” che ogni tanto mi segnala cose molto preziose sul tema dell’itanglese. Anche lei non è una linguista, bensì una traduttrice di primo piano tra l’altro proprio dall’inglese che ha anche insegnato, e spazia dalla saggistica alla narrativa e alla poesia (ha tradotto Sylvia Plath), e ha lavorato con editori come Adelphi, Mondadori e Zanichelli. La sua percezione di cosa accade all’italiano è di ben diverso spessore rispetto alle analisi di certi linguisti.

In un dibattito nei commenti sul sito della Crusca, ecco cosa scrive Giorgio Casacchia, un sinologo di acclarata fama, professore ordinario di Filologia cinese all’Università L’Orientale di Napoli: “Basti notare come in italiano si è praticamente interrotta la produzione di neologismi, un’infinità di termini non hanno una voce italiana (ingenerando l’improssione, o la consapevolezza, che non è all’altezza della contemporaneità), si preleva semplicemente il termine inglese, e s’aggiungono a quelli che sono esclusi solo perché l’inglese è percepito più efficace, elegante, uno status symbol (ecco, per esempio…). Il futuro ricalcherà probabilmente Via col Vento, dove la domestica negra, la mamie, probabilmente ottima parlante di bantù o hausa, è declassata a produttrice di enunciati come ‘zì badrona’ et similia, cioè a inadeguata e arretrata individualità.”

Meno male che non ci sono solo i linguisti, verrebbe da dire, e tornando all’articolo di partenza, Javier Marías ha colto perfettamente il punto. “Cosa c’è di sbagliato nella lingua del nostro Paese, perché la si considera così inferiore all’inglese dell’America (non è mai quello della Gran Bretagna), quale strano complesso ha preso piede nella nostra società?” Si domanda. E la risposta è nel “desiderio irrefrenabile di essere americani e di vivere come gli americani (…). Ci hanno esportato tutto attraverso i loro film e le loro serie: dall’ossessione caricaturale per il misconosciuto ‘gender’ alle feste di addio al celibato e ad Halloween.” Tutto ciò avviene oggi anche attraverso le pubblicità che sono sempre più spesso non in spagnolo, ma in inglese, a volte assurdamente sottotitolate, “per facilitare la comprensione (non avrebbe più senso che fossero direttamente in spagnolo?)” mentre altre sono fatte di frasi in inglese dove dire “Are you ready?” sembra meglio di dirlo in spagnolo. E così vedere una partita di calcio significa ormai anche ingozzarsi di birra e di popcorn, in un’anglicizzazione linguistica che è tutt’uno con un’americanizzazione sociale e totale.

Anche in Francia la questione è sentita, e voglio citare di nuovo un intellettuale come Michel Serres che nel libro Contro i bei tempi andati (Bollati Boringhieri, 2018) accusava la classe dirigente francese: “Durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.”

Il ruolo delle accademie linguistiche

Nelle tante differenze che riguardano l’anglicizzazione del francese e dello spagnolo, rispetto al caso italiano, conta molto anche l’operato delle accademie. Javier Marías non è un linguista, è uno scrittore, un saggista, un traduttore e giornalista. È uno che con la lingua ci vive, più che studiarla con distacco, ed è per questo e per i suoi meriti che nel 2006 è stato eletto membro della Real Academia Española.

Anche l’Académie française non è composta solo da linguisti, e tra i 40 cosiddetti “immortali” – morto uno se ne elegge subito un altro – ci sono proprio illustri rappresentanti della letteratura, della scienza o del mondo politico. Perché la lingua è di tutti, non si può lasciare solo nelle mani dei linguisti.

Da noi, la Crusca è fatta solo da linguisti, e credo che ciò sia un limite. Sono molto contento che il Gruppo Incipit si sia risvegliato questo mese diramando ben due comunicati, dopo che da giugno non dava più segni di vita. Settimana scorsa ha ricordato che la parola booster, usata in una circolare del ministero della salute del 27/9/21, in italiano si può dire più chiaramente richiamo; e poco prima il comunicato numero 17 ha deprecato l’uso di delivery nei prodotti postali (Delivery Express, Delivery standard, Delivery Globe, Delivery Europe, Delivery international Express, Delivery web) che sta sostituendo le denominazioni che una volta erano “pacco ordinario”, “pacco celere” e via dicendo.

Tempo fa ho analizzato gli anglicismi utilizzati dalle Poste “italiane” (mi pare doveroso usare le virgolette, visto che di italiano c’è sempre meno) e ho individuato almeno un centinaio di anglicismi che spiccano nel loro sito e nei loro servizi, insieme a delivery.

Il problema, allora, non sta nella doverosa condanna dei singoli anglicismi, perché sono come le formiche, per una che ne schiacci ne spuntano altre cento. Il problema sta nel condannare e combattere l’anglomania, la nevrosi compulsiva che ci spinge a ricorrere all’inglese indipendentemente da ciò che stiamo indicando. Come ha capito Javier Marías, come hanno capito tanti altri, come ripeto da anni.

Dovrebbero capirlo anche le nostre istituzioni, perché la tutela del nostro patrimonio linguistico si può fare solo attraverso un intervento sulle cause dell’itanglese, sul nostro complesso di inferiorità, e non brontolando sugli effetti.

8 pensieri su “Il disprezzo della propria lingua e i limiti dei linguisti

  1. Da una parte sono pessimista credendo che questo scempio linguistico continui imperterrito. Dall’altro ottimista perché, come questo articolo dimostra, qualcosa si sta muovendo. Ottimista perché come ha iniziato a schifare me magari inizi a schifare un po tutti. Non so se sia un sentirsi inferiore agli americani o una moda. Io per esempio non mi sento per niente inferiore agli americani. Secondo me il punto preoccupante è che parte dalle istituzioni e dai giornalisti tutto questo. Sono loro, che avendo visibilità e continuando a sfornare nuovi termini ingles,i immediatamente entrano nel linguaggio comune e “inquinano” sempre di più la nostra lingua.

    Piace a 2 people

  2. Il sito delle poste è pieno di inglesismi.
    Hai detto bene, si tratta di una nevrosi compulsiva, ingiustificabile.
    Ma secondo me non è questione di voler vivere come gli americani, ma di sentirsi più “attuali”, più acculturati perfino.
    La colpa è dei giornalisti, dei politici e delle istituzioni, ma anche dei vari professionisti che sfoggiano questo ridicolo linguaggio sui social media.

    Piace a 1 persona

    • La questione del voler viver come gli americani è molto complessa. Storicamente, in una prima fase, il mito dell’America degli anni ’50 ridicolizzato da film come “Un americano a Roma” con Sordi o nella canzone di Carosone “Tu vuo’ fa’ l’americano” era un’ambizione interna, sollecitata dal nuovo corso postbellico e post-fascista, ma anche dalle pressioni esterne di cinema e pubblicità. E per decenni i bambini hanno giocato a indiani e cowboy, non certo a Borboni e garibaldini, visto che il cinema era il principale strumento di americanizzazione, e attraverso la sua narrazione apparentemente innocente veicolava al tempo stesso costumi e soprattutto prodotti da vendere anche in Europa; il suo “potere morbido” esportava un’immagine di un Paese convenzionale, dove tutti vivevano bene, avevano una casa e un lavoro, e fruivano di automobile, televisione, frigorifero… (povertà, razzismo e cose del genere non avevano una rappresentazione). Negli anni ’60, grazie anche al Piano Marshall, ciò che si vedeva al cinema ha cominciato a diventare reale e possibile anche da noi, e successivamente grazie all’immagine kennediana il mito americano si è lasciato alle spalle gli anni bui del maccartismo per mostrare un nuovo volto dell’America delle libertà, dei jeans e un nuovo mito che ha fatto presa anche negli ambienti della sinistra e dei progressisti, e persino nel Pci che precedentemente era sempre stato spaccato sulla questione americana, che da una parte era contestata per i suoi aspetti capitalistici e anticomunisti, ma dall’altra era ammirata. Lo stesso duplice giudizio si ritrovava negli ambienti cattolici – che condannavano l’immoralità dei costumi e il pragmatismo che mal si conciliava con i propri valori, ma allo stesso tempo l’alleanza anticomunista con la Casa Bianca era strategica – e anche nella destra. Negli anni ’80 l’americanizzazione della tv ha portato a coltivare una nuova generazione cresciuta con telefilm americani, che ha interiorizzato quel modo di vivere, e ha poi portato per esempio ai fast food e a una generazione che li aveva eletti come luogo di ritrovo sociale. Con il crollo del muro di Berlino, la fine del comunismo e l’avvento di internet e della globalizzazione, ogni resistenza di tipo ideologico è venuta meno e l’americanizzazione della politica ormai accomuna la sinistra e la destra in una gara a chi è più americano. Nel nuovo Millennio che si è aperto con il “siamo tutti americani” dell’11 settembre il nuovo ambiente in cui siamo immersi è in gran parte quello che proviene dagli USA: cinema, televisione, pubblicità, intrattenimento, cultura, scienza, tecnologia, internet… tutto viene da lì, compreso il mondo del lavoro. Ed ecco che imprenditori e professionisti seguono questi schemi, le professioni si esprimono in inglese, gli amministratori delegati diventano Ceo, il settore della gastronomia food… e le prassi lavorative si esprimono in inglese. Personalmente faccio lavori di revisione editoriale chiamati editing, oppure l’autore invisibile che si dice ghost writer, mentre un “portaborse” come nel film di Lucchetti con Silvio Orlando oggi è uno speach writer. Insegno in un’accademia di digital art & comunication all’interno di un corso di storytelling, dove i corsi di recitazione sono stati ribattezzati di acting, e l’itanglese si insegna, fa parte dell’Adn (come si diceva un tempo al posto di Dna) della struttura, e mi è stato rimproverato che il mio lessico ostinatamente italiano non è funzionale al mondo lavorativo (sono un ribelle perché dico competitore al posto di competitor, certificato verde al posto di green pass o telelavoro al posto di smart working). In altre parole l’itanglese è divenuto un tratto sociodistintivo dove se non ti adegui sei percepito come un non addetto ai lavori e sei penalizzato o escluso. In questo contesto capita che uno studente dichiari di frequentare questa scuola per diventare un “song writer”. Un autore di testi? Un paroliere? Vuoi scrivere canzoni? Gli ho chiesto. Esatto, sì, il song writer, mi ha risposto come fosse la cosa più naturale del mondo e la definizione “giusta”.

      In questo quadro storico-sociale, per come la vedo io, è difficile distinguere quanto vogliamo fare gli americani e quanto siamo il prodotto di un sistema che ci ha “colonizzati” sin dall’infanzia. Un sistema frutto di un’incontestabile pressione esterna che sta americanizzando il mondo, ma allo stesso tempo il frutto di un compiaciuto voler fare gli americani che è tutto interno, e parte, come dici giustamente, dai giornalisti, dalla politica, dalle istituzioni, dal lavoro… La nevrosi compulsiva è inscindibile da un modello che fa coincidere la cultura con ciò che è americano, e il mondo – che è qualcosa di ben più ampio – con la sola anglosfera, come se tutto il resto (siamo quasi 8 miliardi) non esistesse, o avesse un valore inferiore. Il linguaggio è la spia dell’inconscio, per dirla con Freud. E l’itanglese è la punta del blocco di ghiaccio che sotto contiene tutto ciò.

      Piace a 1 persona

  3. Peter Dubt ha svolto un’intervista a Giulio Mainardi. In particolare nella parte in cui Peter chiede della proposta di legge trovo interessante il disappunto di Mainardi nei confronti del punto 5 riferito alla valorizzazione della Crusca : secondo Mainardi questo punto della proposta di legge andrebbe ridimensionato perché la maggioranza dei membri della Crusca (salvo poche eccezioni come Marazzini) non sono le persone giuste con cui assumere un ruolo normativo contro l’anglomania, anzi molti di loro sono pure “complici” del fenomeno (dopo tutto stiamo parlando di meri linguisti che si mettono a giustificare ipocritamente l’uso “sovrano” di certi anglicismi). Se è così allora più che migliorare la Crusca converrebbe invece fare da zero un’accademia linguistica tutta nuova, questa volta costituita da intellettuali di maggiore spessore e sensibilità (e so già quali possibili nomi ho in mente) e non certo da linguisti ipocriti e soprattutto con una competenza pari alle accademie franco-spagnole.

    A proposito, mi è giunta voce che la Crusca si è messa ad “approvare” l’anglicismo “unboxing”, quando potevano invece approvare “spacchettamento”. https://www.facebook.com/AccademiaCrusca/photos/a.598007076909584/4631261770250741.

    Così non va bene per niente…

    "Mi piace"

    • Le opinioni di Mainardi lasciano il tempo che trovano, oltretutto trovo ridicola la sua affermazione che operazioni come queste con “qualche centinaia di persone” debbano essere controproducenti. A parte che le firme son più di 1.700, al momento (nel caso della petizione a Mattarella che era altra cosa erano più di 4.000), evidentemente non ha capito nulla: il gesto è stato quello di presentare una proposta di legge che è stata assegnata sia alla Camera sia al Senato. Questa è la “petizione di legge”. Le firme che stiamo raccogliendo servono per contattare i parlamentari a nome di un numero di persone più ampio di quello dei 7 firmatari della petizione, e hanno solo un peso contrattuale, ma non sono affatto necessarie. Tanto non servirà a nulla, ma è sempre meglio che lamentarsi inutilmente e a sproposito. La Crusca attualmente è configurata come un gruppo di studiosi che non hanno una linea unitaria, e gli sforzi di Marazzini ma anche di Sabatini sono di tutto rispetto. In ogni caso, nell’ipotesi remota che la petizione si discuta, è chiaro che un rifinanziamento e un’assegnazione di guida spetterebbe alla Crusca, la più antica accademia linguistica che esiste, e i parlamentari non si rivolgerebbero certo a me che ho presentato la petizione (e tanto meno a Mainardi). Chiedere di licenziare tutti i “complici” mi pare patetico. A proposito: la Crusca nell’erogare la sua consulenza linguistica si limita a registrare le parole che entrano in uso, anglicismi compresi, dunque non “approva” proprio nulla, non rientra nei suoi compiti. Caso mai è il Gruppo Incipit a promuovere sostitutivi, e nel farlo si occupa essenzialmente degli anglicismi istituzionali.
      Quanto a unboxing, la cui scheda risale a ieri, l’avevo già inserita su AAA da un pezzo: https://aaa.italofonia.info/unboxing/

      "Mi piace"

  4. Sono reduce da un soggiorno in Spagna e, benché ci siano degli anglicismi (“parking” per la rimessa del condominio, ticket per i talloncini di una degustazione e certe insegne sibilline anche per me, nella zona industriale/commerciale), come noti giustamente tu siamo lontanissimi dalla distruzione dell’italiano.
    In tv, ho sentito che la nazionale italiana di calcio andava a “la repesca” (ossia al rispescaggio, non certo ai playoff) e che a Roma si protestava contro il “pase verde”. Addirittura traducono il nostro “grin pas”, il che è tutto dire!

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...