Italiano-inglese: non c’è partita (fuori dal calcio)

Mentre ci sono linguisti italiani che negano l’anglicizzazione, proclamano che è tutta un’illusione ottica amplificata dai giornali, notano che sullo Zingarelli ci sono “solo” 3.000 anglicismi (ma si guardano bene da raccontare che nel 1995, sullo stesso dizionario, erano 1.800) o scrivono articoli intitolati “Chi ha paura dell’inglese?” che mostrano di ignorare completamente i dati statistici… quello che sta avvenendo è sotto gli occhi di tutti. Sono soprattutto gli italiani all’estero a rendersene conto, disorientati davanti ai neologismi che ormai coincidono con gli anglicismi crudi, e che a volte faticano a comprendere e a volte non capiscono perché si usino al posto delle parole italiane.

Ripenso a Sara, giornalista de Il Globo, un giornale in lingua italiana distribuito in Australia, che l’anno scorso, in un’intervista, mi ha chiesto stupita perché la stampa italiana non fa che introdurre parole inglesi, visto che “una delle regole per giornalisti e redattori è quella di tradurre tutto il possibile, cercando di non ricorrere” alle parole straniere. Queste buone pratiche del giornalismo valgono non solo per i giornali italiani all’estero, ma anche per quelli francesi, spagnoli e inglesi. “Mai usare un’espressione straniera, un termine scientifico o la parola di un gergo speciale se si riesce a trovare un equivalente nella lingua quotidiana” scriveva Orwell (“La politica e la lingua inglese”).

Queste regole sono state buttate via dai nuovi giornalisti italiani che sguazzano nell’inglese, e nei tecnicismi, perché preferiscono usare l’inglesorum per controllare i lettori, per sovrastarli imponendo il loro linguaggio pseudo-tecnico, pseudo-moderno e pseudo-internazionale per elevarsi, invece di utilizzare quello più adatto al destinatario. E soprattutto, diciamolo forte e chiaro, oltre a non volere usare l’italiano questi personaggi non ne sono nemmeno più capaci, abituati a ripetere solo quello che arriva d’oltreoceano. Dunque, qualsiasi parola inglese diventa insostituibile, intraducibile non perché lo è, ma perché siamo ormai una società incapace di esprimersi nella nostra lingua e cultura, e i giornalisti azzeccagarbugli sono lo specchio di quello che avviene nella nostra classe dirigente avvizzita e colonizzata.

Nota: nell’immagine tratta dal Corriere.it di ieri si vede benissimo la fine che sta facendo una delle nostre eccellenze, la gastronomia (divenuta il settore “food”) e la cucina, chiamata “cook”, nell’era dei MasterChef.

Daniela mi segnala un articolo sul “pink washing” e la battaglia contro il “gender gap” collegata al “#metoo”, dove ormai lingua e pensiero si fondono: pensiamo con le categorie concettuali e linguistiche angloamericane che ripetiamo in modo scimmiesco, incapaci di tradurle, adattarle, elaborarle, farle nostre. Ma a rendersi conto dell’anglicizzazione della nostra lingua sono gli stessi inglesi che parlano o insegnano l’italiano, esasperati dagli innumerevoli pseudoanglicismi – da smart working a caregiver – di cui loro, madrelingua, non riescono a comprendere il significato che noi attribuiamo a queste parole. E mentre ci sono linguisti che salutano gli anglicismi come “doni” portatori di sfumature nuove che l’italiano non ha, questi stessi “doni” suonano invece come corpi estranei incomprensibili per molti italiani, o come inutili e irrispettosi sfregi alla lingua di Dante, per chi la ama. Come Nicole, che mi scrive: “Sto studiando l’italiano a Losanna e soffro dei moltissimi anglicismi che ci propongono nei corsi che seguo.”

Per essere internazionali dovremmo allora guardare cosa succede all’estero, invece di far coincidere l’essere internazionali con il parlare e pensare in inglese, come se questa fosse l’unica realtà. Il mondo è più grande, più complesso e più vario dall’anglosfera, e per chiamare le cose con il loro nome stiamo spacciando la cultura dominante come l’unica, trascurando tutte le altre. Gli anglicismi che si moltiplicano giorno dopo giorno sono solo i sintomi di questa sottomissione culturale, di questa strategia degli Etruschi che ci sta portando a essere inglobati nel pensiero unico della globalizzazione.

Fuori dall’italietta – che non è affatto moderna e internazionale, ma provinciale, servile, cafona e ridicola – c’è un altro mondo e un altro pensiero, per fortuna. Un pensiero che da noi non arriva, perché è filtrato da una classe dirigente e intellettuale che idolatra solo il pensiero unico dominante.

Gretel mi segnala l’articolo di un giornale spagnolo. Riporta che, in Francia, il vice di Macron chiede che l’abbandono dell’inglese nell’Unione Europea diventi la “massima priorità” della presidenza francese. “L’uso dell’inglese come una sorta di lingua franca all’interno dell’Unione, e in particolare all’interno del Parlamento europeo, è sempre più controverso, soprattutto dopo la Brexit”, scrive el Castellano. Ma da noi non se ne parla affatto, mentre associazioni come l’AFRAV francese o la GEM+ di Bruxelles danno battaglia contro la decisione di concepire i documenti europei in modo bilingue a base inglese (dalla carta d’identità al passaporto vaccinale da noi chiamato insensatamente “green pass”) perché costituiscono dei precedenti che violano il plurilinguismo alla base dell’UE e fanno dell’inglese la lingua dell’Europa in modo illecito.

Come ho già scritto (→ “Francia, Germania, Spagna e Portogallo difendono la loro lingua nell’UE. E l’Italia?”), in Francia stanno facendo quello che abbiamo chiesto nella nostra petizione di legge al punto 10: adoperarci perché l’italiano ritorni a essere una lingua di lavoro in Europa. Ma i politici italiani non lo capiscono, e nonostante le firme a sostegno del disegno di legge siano quasi 1.500 non danno risposte. I mezzi di informazione italiani, del resto, continuano a ignorare la petizione, al contrario di quelli all’estero che hanno dato spazio alla nostra iniziativa, con il paradosso che è circolata su France Culture o su una rivista viennese, ma non da noi. E così sono stato contattato da un membro dell’Associazione per la difesa del francese che mi ha chiesto di poter tradurre un mio articolo sul plurilinguismo sulla loro rivista; sono stato contattato da un membro della VDS tedesca, Kurt Gawlitta, che ho poi intervistato, e che è preoccupato non solo per gli anglicismi nel tedesco, ma soprattutto perché in Germania stanno “cedendo alla lingua angloamericana interi settori linguistici, in particolare l’economia e la scienza”; sono stato contatto dall’OEP (Osservatorio Europeo del Plurilinguismo), che sta creando un dizionario degli anglicismi nel francese e con cui ho avviato un gemellaggio con il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, in modo che sia possibile confrontare le voci presenti nei due Paesi e le soluzioni (ma il confronto è impietoso per l’italiano).

In Italia, invece, tutto tace.
Non sto dicendo che all’estero non ci siano gli anglicismi o gli anglomani adulatori dell’inglese internazionale e in Europa. Però all’estero c’è un dibattito. Da noi c’è il pensiero unico e il decervellamento della nostra classe dirigente e intellettuale. Non c’è partita, fuori dal pallone.

Noi ci accontentiamo di battere gli inglesi sul campo di calcio, in una diretta televisiva dove c’era solo l’espressione “Europei venti venti”, perché persino le date, per interferenza dell’inglese, ormai si sentono dire così.

17 pensieri su “Italiano-inglese: non c’è partita (fuori dal calcio)

  1. Infatti le date pronunciate a coppie di numeri sono una delle cose che mi inorridiscono di più, perché è l’anglicismo tradotto (e quindi più accettabile), ma figlio di una visione delle cose veramente aliena. Dicendo sanremo/euro ventiventi o “agenda ventitrenta” si dimentica che l’anno è una numerazione progressiva, ossia sono passati duemilaeventi anni dalla nascita di Cristo. Per gli anglofoni può essere una facilitazione della pronuncia, ma per noi non serve, visto che duemila si pronuncia benissimo, mentre nell’altro modo non si capisce che si parla di un anno. Io mi chiedo se i televisionisti lo fanno per conformismo o se sono d’accordo….
    Quanto alle ricette di cucina, ormai qualsiasi “cake” viene presentato come una delizia e in qualche programma televisivo addirittura si usano le “tazze” al posto dei millilitri come unità di misura. Chissà che dolci verranno fuori a chi ci prova, magari non sapendo che la tazza angloamericana (che si vede sui tavoli dei presentatori televisivi, sempre uguale e molto diffusa) corrisponde a 236,5882 milllitri. Basta fare la conversione con la calcolatrice di Windows, che ci vuole?

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  2. Oltretutto, come hai fatto già notare in passato, all’estero (almeno qui in Francia) c’è tanta voglia di italiano. Ieri, dopo la vittoria, le strade di Parigi echeggiavano di “forza azzurri, forza Italia. Durante la partita, i telecronisti ricorrevano incessantemente a termini italiani quali “il calcio, la Nazionale, la squadra azzurra”; mentre noi ci presentiamo come ” team Italia”. Passione italiana che non si limita agli europei né al solo calcio: lo scorso Natale, l’emblematico BHV accoglieva i sui clienti con un’enorme insegna di ” Buon Natale, per un Natale all’italiana” ( alla faccia del Xmas internazionale!); senza poi dimenticare il successo dei Maneskin, dovuto anche alla lingua, come dimostrano i tantissimi commenti in rete provenienti dai quattro angoli del globo. Insomma, l’italiano piace, l’italiano vende, attira, seduce. E il genio Italiano, invece di andare fiero di ciò che è, risponde con ridicoli scimmiottamenti del tipo ” It s coming Rome”. Io avrei osato un “il calcio italiano” lasciando l’onere della traduzione, tra kick e foot, al lettore.

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  3. Nel frattempo Draghi propone con forza Marinella Soldi alla presidenza della RAI. Nata in Italia, questo sì, ma per il resto praticamente un’anglosassone.Cresce, studia e si forma a Londra e tutta la vita professionale la passa tra multinazionali come Discovery, Mtv, Vodafone. L’inghilterra ha perso a Wembley ma ci sta segnando un bel rigore nella nostra tv (più o meno) pubblica. Cosa aspettarsi per la lingua italiana nei programmi di una televisione di stato presieduta da una così?

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      • Già, è curioso che uno come Mario Draghi debba per forza affidare alla RAI proprio una che si è fatta esperienza esclusivamente nel mondo anglosassone. Ma visto che a Londra ci sono diverse persone (sia madrelingua inglesi che immigrati italiani) che sono esasperatamente allarmate dal nostrano itanglese allora vorrei sapere se anche questa Marinella Soldi potesse avere la medesima consapevolezza linguistica (sperando solo che il suo pensiero non sia totalmente “colonizzato”).

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        • Naturalmente si affida la RAI ad una “anglosassone” seguendo una strategia di dominio coloniale che va al di là della lingua così come viene fatto con una moltitudine di altre risorse economiche e culturali in Italia, però la tua osservazione è interessante. Dopotutto agli angloamerikani interessa controllarci, ma non è detto che gli importi più di tanto la nostra anglofonia . E così potrebbero essere proprio loro a dare un freno alla nostra imbecillità. Bisognerà vedere che tipo di rapporto ha una come Marinella Soldi (e soprattutto quali sono gli scopi per i quali la mettono lì), che probabilmente parla inglese meglio che italiano, con l’anglicismo che tanto appassiona il nostro popolo di pappagalli.

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  4. Vent’anni fa prendevo in giro un mio compagno che non digeriva l’inglese chiedendogli se il suo computer avesse il dente blu (Bluetooth). Adesso leggo di venti-venti e penso che ero troppo avanti…. 😆 a parte le battute, venti-venti ho dovuto farmelo spiegare, così come da Starbucks ci ho messo qualche secondo (diciamo pure qualche minuto) a capire cosa fosse un “Venti” (bicchiere da venti once, mezzo litro abbondante). C’erano anche Grande (473 ml) e Tall (354 ml)

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