L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

Riparto dalla chiusa dell’ultimo articolo (“La sovralingua del green pass”), e cioè dal fastidio e dall’ostilità che generalmente suscitano le parole nuove, visto che come scriveva Leopardi non siamo abituati a sentirle. Un’idiosincrasia che però non si riscontra quando i neologismi sono in inglese crudo.

Questa accettazione priva di resistenze per il lessico del nuovismo espresso in inglese è spesso accompagnata dal rifiuto per una nuova parola corrispondente italiana, ed è soprattutto la combinazione di questo duplice sentimento (in inglese è bello, in italiano è brutto) a favorire la neolingua chiamata itanglese.

La traduzione letterale è poco in voga, ma è anche difficile che l’italiano riesca a generare neologismi alternativi all’inglese, e quando succede di solito non hanno grande successo, come nel caso di apericena (che molti considerano un “brutto” vocabolo) al posto di happy hour.

Gli adattamenti sono ancora più rari e disusati, dallo scevà che va tanto di moda (sono uno dei pochi che lo scrive in italiano) che per tutti è schwa (poco importa che sia parola ebraica, ci arriva dal dibattito d’oltreoceano), al luminolo, il composto chimico che rivela la presenza di sangue sui luoghi del delitto, e che tutti chiamano luminol.

C’è poi un’altra strategia che nelle lingue sane argina i forestierismi: l’allargamento di significato delle parole già esistenti – la risemantizzazione – che da noi ha poco successo. O meglio, è diffusa ma è a senso unico: realizzare qualcosa si amplia e diventa non più solo costruire ma comprendere; intrigare passa dal compiere intrighi a indicare qualcosa che ci attira; salvare diventa memorizzare (save the date)… parole come queste assumono nuovi significati per interferenza dell’inglese, ma viceversa difficilmente una parola italiana si amplia per sostituire un anglicismo in circolazione. E infatti ci sono schiere di anglomani pronte a perorare la necessità e l’intraducibilità di parole come selfie (autoscatto non va bene) o caregiver, cioè l’assistente familiare, che sostengono che non si possa rendere con badante, in quanto quest’ultimo lo farebbe a pagamento, al contrario del caregiver. Dove sta scritto che il participio presente di badare abbia a che fare con l’essere pagati? Da nessuna parte, naturalmente. Il significato (colui che bada) viene cancellato in nome di un uso, molto recente, che non si capisce perché non possa essere esteso. La retorica dell’uso farebbe di questa parola qualcosa di immutabile, alla faccia del suo significato secolare. Dove sta scritto poi che caregiver è slegato dall’essere una professione pagata? Da nessuna parte, ancora una volta. In inglese non c’è, gliela attribuiamo noi italioti questa accezione, perché quando importiamo una parola inglese, ridefiniamo tutta l’area semantica delle parole vicine (come aveva notato Roberto Gusmani, Saggi sull’interferenza linguistica, seconda edizione accresciuta, Le Lettere, 1993) e le attribuiamo una nostra valenza assente nella lingua di origine.

In quest’ultimo processo c’è un meccanismo che mi pare poco indagato, e che porta a un restringimento dei significati storici dell’italiano (il contrario dell’allargamento), che in questo modo regrediscono in una ridefinizione delle cose attraverso le categorie della lingua inglese che fanno tabula rasa della nostra storia – e della nostra intelligenza – in una reinvenzione dell’acqua calda presentata come una sorprendente novità. Per esempio con il concetto di resilienza.

Resilienza e proattività

La parola resilienza non è nuova, ma in passato era usata in ambito tecnico ed era di bassissimo uso, prima che nel nuovo Millennio esplodesse con grande fortuna nel suo uso metaforico omnicomprensivo, proprio per interferenza dell’inglese. Il suo essere un neologismo (e dunque il suo creare un vespaio di oppositori e adulatori) è nella sua popolarità e frequenza.

In queste ridefinizioni, per evidenziare la presunta novità introdotta da un nuovo concetto, si compie di solito il giochetto di negare i significati storici, di far sparire e ridimensionare ciò che già c’era, per dare spazio alle pseudo-novità. Lo schema è quello di inventarsi una differenza che giustifichi la necessità della nuova parola-concetto. In questo tranello ci cade persino la Crusca quando, con un inno all’elasticità, scrive: “Resilienza non è quindi un sinonimo di resistenza: il materiale resiliente non si oppone o contrasta l’urto finché non si spezza, ma lo ammortizza e lo assorbe, in virtù delle proprietà elastiche della propria struttura.”

Mentre l’analisi e la storia di resilienza e resiliente dell’articolo sul sito della Crusca è ineccepibile, lo stesso non si può dire dell’analisi di resistenza e resistente, che non sono affatto slegati dal concetto di elasticità come si vuol far credere. Non c’è bisogno di consultare le tante pagine del Grande Dizionario Battaglia, in proposito. Basta pensare a un tessuto resistente, che ha proprio la proprietà di assorbire senza lacerarsi o senza deformarsi. Identificare la resistenza con la rigidità è semplicemente errato. Resistenza ha tante accezioni e include anche la resilienza, rendendola un concetto piuttosto vuoto soprattutto quando diventa una supercazzola da usare in senso figurato per esaltare l’importanza di essere flessibili. La resilienza si ritrova nella massima latina del fuscello che si piega ma non si spezza davanti alla quercia, forte e rigida, che però è soggetta a un punto di rottura (mi spezzo ma non mi piego). Dov’è la novità? Sono entrambe capacità di resistere. La novità è che si passa dal mi piego ma non mi spezzo a mi spezzo ma non mi spiego, facendo credere che l’unica accezione di resistenza sia quella della quercia.

Altrettanto insensato è lasciare intendere che la flessibilità sia qualcosa di nuovo e straordinario. Tutto ciò ci arriva dall’uso figurato di concetti che arrivano dalla medicina, dalla psicologia o dal marketing di testi angloamericani.

Non entro nella diatriba poco sensata delle parole belle o brutte, dei detrattori della parola resilienza, o degli adulatori venditori di fumo che ne esaltano la portata rivoluzionaria. Si può usare la parola che si preferisce, in un’epoca in cui la cooperazione è diventata sinergia. Tutto va bene, siamo di fronte a parole italiane, in fin dei conti. Voglio solo riflettere sul fatto che sotto certi cambiamenti linguistici non ci sono delle novità concettuali, ma delle ridefinizioni che importiamo perché stiamo solo ripetendo in modo acritico ciò che arriva da un modello culturale dominante che non sappiamo che scimmiottare.

Un percorso analogo è quello della parola proattivo (sul modello di proactive), dove quel pro sta per prima, davanti, e il neologismo indica la capacità di prevenire e anticipare gli effetti negativi. E la stucchevole retorica dell’importanza dell’essere proattivi che trasuda dal linguaggio aziendale è un’altra bufala del lessico del nuovismo che ci vende come chissà quale innovazione una strategia basata sull’importanza degli atteggiamenti proattivi che sono semplicemente preventivi.

Purtroppo, il più delle volte queste ridefinizioni concettuali si fanno direttamente con parole inglesi. Il pappagallo italiano non è più il molestatore delle belle ragazze che passeggiano per la via, quello si dice ormai catcalling. Il pappagallo italiano del nuovo Millennio è l’intellettuale, il giornalista, l’imprenditore, il politico, lo scienziato, il tecnocrate, l’insegnante… che non sa fare altro che ripetere le categorie d’oltreoceano facendo credere che siano novità, perché ha smarrito la propria cultura e le proprie radici, prima che la propria lingua.

In questo modo introduce direttamente in inglese ciò che non è più in grado di esprimere in italiano, come nel caso dello speed mentoring, del role model, del chunking, e di tutta una serie di anglicismi che rappresentano una nuova cultura che fiorisce sull’ignoranza di un italiano che sembra essere sempre meno resiliente e proattivo.

12 pensieri su “L’italiano non è resiliente (ed è poco proattivo)

  1. Quando ho letto la prima volta catcalling non avevo capito cosa fosse. In Italia, poi, i gatti non si chiamano fischiando: si fischia ai cani.

    Speed mentoring, role model e chunking non ho la più pallida idea di cosa siano e neanche voglio saperlo 😀

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  2. Io invece vengo adesso dalla lettura di un articolo che riguarda un “paper” sui decessi da vaccino che sarebbe stato ritirato. Che bella questa parola al posto dei grigii studio, fascicolo, documento, carteggio. Dai tempi dei famosi Panama Papers ne ha fatta di strada aggiungendo persino quel tocco di tropicale che lo rende ancora più attrattivo ed ora si candida ad entrare sempre di più nel nostro linguaggio politico al posto di tutte quelle inutili parole italiane. Non importa se ad usarlo, questo od altri termini, siano i servetti di regime o i dissidenti, perchè per il pappagallo italiano da questo punto di vista non c’è alcuna differenza.

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  3. Io personalmente trovo alquanto ridicolo il voler creare parole nuove dove non c’è una necessità reale. Mi riferisco sia a chi le crea, sia a chi le riceve. E’ una precisa strategia di marketing: confondere le idee e manipolare la gente comune.

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  4. 1)La lingua è uno protocollo utilizzato per comunicare tra persone giusto?
    2)L’inglese è un’altro protocollo che permette di comunicare tra persone giusto?

    3)L’inglese in confronto all’italiano è oggettivamente più efficiente.

    4) una possibile motivazione del punto 3:
    con l’inglese possiamo comunicare con circa 1miliardo di persone. Tramite l’italiano possiamo comunicare con 60milioni di persone.

    5)Dov’è il problema se piano piano (parola dopo parola) scegliamo di usare l’inglese piuttosto che l’italiano?

    6)Se la risposta al punto 5 entra nel dominio di “storia”,”cultura”,”bellezza”,”tradizione” allora si è fuori tema dato che stiamo analizzando efficienza/utilità di comunicazione.

    7) sbaglio?

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    • La lingua non è affatto un protocollo di comunicazione, come il codice morse, ma qualcosa di enormemente più complesso, inseparabile dagli elementi che identificano una società, e dalla storia e la cultura (la bellezza la lascerei fuori perché è un elemento indefinibile). L’italiano poi è lingua storicamente letteraria, interpretare la storia della letteratura in chiave di protocolli di comunicazione è, a dir poco, imbarazzante. La lingua è anche strumento di potere, e lo sanno bene i popoli dalla tradizione colonialista, gli inglesi in testa, ma anche gli antichi Romani, che da sempre hanno cercato di esportarla insieme ai propri costumi e assetti economici. L’inglese internazionale è anche uno strumento economico dal valore incalcolabile visto che tutta l’umanità dovrebbe assumersi i costi (tempo, scuole, soggiorni studio) di imparare la lingua dominante dei padroni, (costi che i Paesi anglofoni che parlano mediamente solo la propria lingua non hanno), senza considerare il vantaggio comunicativo (oltre che culturale) dei madrelingua (un concetto che mi pare ignori bellamente questo schemino un po’ ingenuo).
      Affermare che l’inglese sarebbe “oggettivamente più efficiente” è demenziale. Più efficiente di che? Di quali lingue? Attraverso quali parametri? Vogliamo parlare dell’efficienza dell’esperanto, il cui apprendimento mediamente richiede 10 o 20 volte meno tempo di quello di una lingua naturale? Il cinese e lo spagnolo, oltretutto permettono di comunicare con numeri di persone non tanto diversi da quelli dell’inglese. Mi pare che il ragionamento espresso attraverso questa concatenazione di punti che partono da una premessa astratta, semplicistica e poco neutrale, sia aberrante.

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    • Sì sbagli, perché la Casta o chi per essa vuole “comunicare” con quei 60 milioni di persone neanche in inglese ma in una neolingua creola, che impone un modo di pensare alieno a noi. L’inglese è più efficiente? No, tutt’al più è semplicistico e per capirlo bisogna spesso conoscere il contesto di cui si parla. Se io dico “I will call at you” cosa capisci?

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      • Non sono entrato nella confusione tra inglese come lingua internazionale e creolizzazione lessicale, cioè, l’infiltrazione di inglese e pseudoninglese nell’idioma locale, fatto spesso di pseudoanglicismi e interpretato in modo bizzarro come progressiva sostituzione delle parole (la lingua non è solo lessico). Ma forse non ne vale la pena.

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    • I primi due punti sono due sciocchezze. Perchè se le lingue fossero semplicemente degli aridi protocolli allora un qualunque traduttore automatico potrebbe rendere perfettamente un pensiero espresso in una lingua in un’altra. Cosa che invece non avviene perchè in realtà esse sono ben altro e differiscono tra loro per una moltitudine di cose: non solo vocaboli ma anche per l’uso ad esempio dei verbi, le espressioni idiomatiche, la costruzione delle frasi. Tutte cose che sono intimamente connesse con la mentalità e la cultura dei loro parlanti. Le lingue infatti non sono come giustamente afferma Antonio il codice Morse ma sono molto di più: sono il modo col quale un popolo interpreta il mondo che lo circonda e quindi la sua sostituzione può provocare addirittura una sua mutazione antropologica.
      Il punto tre è un’affermazione arbitraria e se la sua motivazione sarebbe il punto 4 allora questo vorrebbe dire che il 99% delle lingue parlate nel mondo dovrebbe sparire.Una fesseria che definirei pornograficamente perversa.
      Punto cinque già parzialmente spiegato sopra e preciso: io non voglio pensare come un inglese o un americano. Mi sento oggettivamente diverso da lui e sono pure contento di esserlo. Va bene?
      Punto sei. La risposta al punto cinque entra nel dominio che siamo esseri umani e non macchine.
      Sul punto sette direi di sì che sbagli e su tutta la linea. Sembri già pronto per la grande rivoluzione digitale che vorrebbe trasformarci tutti in robottini lobotomizzati attivabili e disattivabili con un clic a seconda delle convenienze.

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