La sovralingua del green pass

Ho scaricato la certificazione verde che attesta il mio vaccino e, incredibilmente, si chiama: “Certificazione verde COVID-19”.
Certo, il nome del documento in Pdf è “dgc certificate”, in inglese, come il nome del sito ministeriale che rilascia questo attestato provvisorio, dove dgc.gov.it sta per “Digital Covid Certificate”. Sul sito ci sono le Faq, non le domande frequenti, e si parla di QR code, e non di codice QR come dovrebbe essere naturale per chi non è malato di delirium anglicum. La nostra classe dirigente, a partire dalle istituzioni, ragiona e imposta ogni cosa non più in italiano, ma nella sovralingua di matrice anglofona.

Tuttavia, da questo impianto, molte cose vengono tradotte per il popolino italiano (magari parzialmente o malamente) e dunque il “green pass” non esiste, ufficialmente, non ricorre da nessuna parte. Il bilinguismo a base inglese concepito nei documenti europei recita: “La Certificazione verde COVID-19, in Europa ‘EU Digital COVID Certificate’, è rilasciata in Italia dal Ministero della Salute in formato digitale e stampabile.”

L’esistenza del certificato verde è già qualcosa, eppure i mezzi di informazione se ne fregano del nome ufficiale del documento, e continuano a parlare di “green pass” proprio negli articoli che spiegano cos’è e come procurarselo.

Questo linguaggio sta introducendo un nuovo elemento: stiamo passando a indicare il colore verde direttamente in inglese. Anche se il documento non è colorato come il foglio rosa delle patenti, il suo significato è quello di foglio verde, cioè di lasciapassare o di passi (chissà se i giornalisti sanno che sul vocabolario esiste passi, con lo stesso significato di pass) che non ha più l’accezione di verde legato all’ecologico che si rintraccia nei tanti anglicismi in circolazione composti da green. È semplicemente un colore, come nel total black, o nel red carpet di moda nel linguaggio della moda.

Questi giornalisti epigoni di Nando Mericoni usano l’inglese e lo pseudoinglese come gli adolescenti ricorrono a certe parole per identificarsi socialmente, è un segno di appartenenza, con la differenza che hanno i capelli grigi e non stanno parlando un gergo che usano tra loro e tra simili. Inconsapevoli, o più probabilmente incuranti, del fatto che si dovrebbero rivolgere a tutti gli italiani e della loro responsabilità nel fare la lingua, impongono il loro gergo a tutti attraverso la scrittura, oltre che l’oralità.
Così facendo, non sono più ridicoli, come lo era il loro papà Alberto Sordi, sono diventati cafoni e prepotenti. Il loro lessico da colonizzati viene indirizzato a tutta la comunità dei parlanti attraverso questi picchi di stereotipia che caratterizzano la pochezza del linguaggio giornalistico. In questo modo si introducono nella lingua di tutti parole come lockdown o smart working senza alternative e senza un perché. Dopo la prima fase incipiente, se si fa loro notare l’abuso dell’inglese, allargano le braccia e si difendono: “Ormai si dice così, cosa ci vuoi fare?” Come se l’anglicismo fosse qualcosa che ormai è necessario, insostituibile o intraducibile, come se non fossero loro ad aver detto così con un martellamento seriale che inevitabilmente ha portato a questo uso.

Gli hub vaccinali invece dei centri, i cluster invece dei focolai

Adesso “green pass” ha preso il sopravvento, ma fino a pochi mesi fa, prima che diventasse un documento reale – con un nome italiano che non usano – andava per la maggiore il “covid pass”. Ricordo Formigli che ogni volta che qualcuno accennava nella sua trasmissione al problema e alla necessità di un passaporto vaccinale o di una patente di immunità, sintetizzava tutto con: certo, il “covid pass”, ricorrendo all’espressione inglese in modo istintivo e privo di sinonimie, con una nevrosi compulsiva a ricorrere alla sintesi non in italiano, ma nella sovralingua concettuale.

Le ricadute di questo atteggiamento diffuso, che fuori dai giornali prevale nel mondo del lavoro, della scienza, delle tecnologie, della pubblicità e di sempre più ambiti, portano al tracimare dell’inglese nel linguaggio comune, e sono devastanti. Questo malcostume non si può separare dalla concezione dell’inglese come lingua sovranazionale, anche se molti credono, ingenuamente, che le due cose siano slegate: “Un conto è parlare l’inglese internazionale, un conto è mescolarlo con l’italiano”. Certo, in teoria, ma le due cose non sono così slegate, e questi documenti bilingui, in cui l’inglese è affiancato all’italiano come se fosse la lingua dell’Europa, spesso finisce col passare dall’affiancamento alla sovrapposizione.

È proprio la concezione dell’inglese come lingua superiore che porta a preferire l’anglicismo in ogni sua forma e a far regredire l’italiano. È proprio l’idea che l’inglese sia la lingua dell’Europa – un postulato presunto e privo di valore legale – che porta a concepire gli impianti comunicativi secondo la logica e la lingua inglese.

L’italian green pass

Ho cercato “green pass” sul giornale spagnolo El Pais, e non ci sono occorrenze. L’ho cercato su quello francese Le Monde, le occorrenze sono pochissime, e tra queste spicca un articolo sul “green pass italien” (dove l’anglicismo è tra virgolette) che parla del nostro certificato verde, perché siamo noi a chiamarlo così. Se cerchiamo “green pass” sul Corriere, nel 2021 è stato utilizzato circa 300 volte, mentre nello stesso anno sul New York Times si trova 33 volte, perché anche negli Stati Uniti non si dice così, e l’espressione si è diffusa invece in Israele.
Ma quanto siamo deficienti?

Da noi succede che un cinguettio di Ursula von der Leyen che scrive di aver verificato che il suo EUCOVID certificate funziona in Spagna sia riportato con queste parole: “Controllato il mio green pass in Spagna, funziona”.

Dietro questa sistematica distruzione dell’italiano non c’è solo la lingua dei mezzi di informazione, ma un intero Paese allo sbando, che ha perso le proprie radici, è incapace di ragionare e parlare con le proprie parole e si sta creolizzando, culturalmente e linguisticamente.

La giustificazione dell’abuso dell’inglese che striscia è sorretta da un’ipocrita e vergognosa mentalità – contrabbandata anche da certi linguisti – per cui la lingua la farebbero i parlanti. Questa menzogna (o questa verità molto parziale, sia storicamente sia oggi) è spacciata come un processo democratico invece che aristocratico. “E i giornalisti non sono parlanti?” mi ha risposto una volta un docente universitario di linguistica piccato dal fatto che mettessi in discussione le sue subdole affermazioni. Certo che lo sono, ovviamente, e purtroppo sono anche scriventi. Ma far credere che l’inglese sia preferito dai parlanti, intesi come le masse, è una bufala, il più delle volte. L’itanglese è la lingua dei padroni e dei loro organi di informazione, che sia chiaro. Sono loro a imporlo a tutti in una lingua creola, dove gli anglicismi si mescolano all’italiano e generano sempre più pseudoanglicismi incomprensibili per i madrelingua anglofoni. Al popolino non resta che ripetere ciò che passa dall’alto: green pass, hub vaccinali, fake news, lockdown, droplet

In questo modo l’idolatria dell’inglese viene trasmessa a tutti, e sotto le singole infinite espressioni c’è un atteggiamento che rivela tutto il nostro servilismo e il nostro complesso di inferiorità.

Da sempre c’è tra la gente una certa ostilità verso le parole nuove. Come aveva spiegato Leopardi solo l’uso e l’abitudine rendono una parola bella o brutta (quando non siamo abituati a sentirla e a intenderla). Basta cercare in Rete espressioni come “orribile neologismo” e simili per sondare con mano questa ostilità diffusa. Questo sentimento di fastidio, questo misoneismo lessicale, secondo Luca Serianni ha una funzione conservativa che una sua utilità per la coesione e la “fedeltà linguistica”.
L’anomalia è che nel caso dei neologismi in inglese non c’è un’analoga resistenza sociale, anzi, tutto il contrario: invece delle condanne abbondano giudizi come “c’è una bella parola in inglese per dire…” oppure semplicemente “in inglese si dice…” punto. La lingua superiore insegna, non c’è che da ripetere. Ecco perché italiano è finito, non è più in grado di evolversi autonomamente e il 50% dei neologismi del Nuovo millennio è in inglese crudo.

16 pensieri su “La sovralingua del green pass

  1. Sui risultati delle analisi di mia madre (che ai suoi tempi studiò il francese a scuola) ho letto che consigliano un “follow up”.
    Cioè, cosa dovrebbe fare? Un’ulteriore visita? Perché non scriverlo in italiano, visto che la comunicazione proviene dalla sanità pubblica?
    Ormai anche le istituzioni si sono beatamente arrese all’itanglese, ne sono state anzi contagiate.

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  2. Ho fatto qualche ricerca per vedere come gli altri paesi europei chiamano questo certificato:

    Certificado COVID-19 (Spagna)
    COVID-Zertifikat (Germania)
    Grüner Pass (Austria)
    Certificat vert numérique (Francia)
    Unijny Certyfikat Covid (Polonia)
    EU Digitaal Corona Certificaat (Olanda)

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  3. Concordo con la definizione di Antonio Zoppetti (a proposito, Antonio, ciao, sono Peter). Criminali.
    Ho fatto una ricerca sulla segnaletica e le informazioni date in itanglese negli ospedali italiani.
    Davvero disarmante.
    Centri di emergenza ictus che ora si chiamano “stroke unit”.
    Immaginatevi una persona anziana con ben altre `reoccupazioni per la testa che deve addirittura assicurarsi di aver capito bene “follow up” o “stroke unit” o “skin cancer unit” o “day hospital breast unit”.
    È vergognoso.
    Nel Paese che gli italiani tanto ammirano, il Regno Unito, dagli anni 90 è politica governativa scrivere “a prova di ignorante” per tutte le comunicazioni con gli utenti da parte di comuni, governo, ospedali, poste, ecc.
    Una cosa è una pubblicità demente, ben altra è l’informazione data agli utenti da parte di enti pubblici.
    Mi occupo di questo tema nel video:

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    • Caro Peter, avevo già visto il tuo ottimo video, e anche la parte degli ospedali che è significativa… Il tuo punto di vista è particolarmente interessante proprio perché sei madrelingua inglese, oltre che residente in Spagna (dove i confronti sono impietosi). La parte del tuo video che riguardava l’incomprensibilità da parte degli anglofoni, con l’intervista a un’insegnate, è davvero illuminante, e dovrebbe farci riflettere sulla nostra idiozia e sulla nostra “albertosordità”.

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  4. Si dice che ,una volta che si è toccato il fondo ,si può sempre cominciare a scavare.Scrivo queste note e,davanti a me ,ho il televisore acceso alla pagina 236 del televideo.La pagina è dedicata alla squadra del Verona ed esordisce con queste parole:”Sarà nuovamente Primiero SanMartino di Castrozza l’Official Summer Retreat del Verona”.Non ero a conoscenza del fatto che il Verona partecipasse al campionato inglese di calcio. O, forse, si poteva scrivere più semplicemente “il ritiro estivo ufficiale del Verona”?Conclusione:qui non si tratta più di “ tsunami anglicus”, bensì di sprofondamento di”Italantide”.

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  5. Menomale che il documento ufficiale si chiama “certificazione verde” e non “green pass” come dicono insistentemente i giornalisti. Inoltre vorrei aggiungere un’ altra buona notizia : nel modulo di compilazione della certificazione si può anche scegliere di renderla trilingue anziché bilingue (mettendo il francese o il tedesco come terza lingua). Io stesso l’ho provato.

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    • Sì, ho scaricato anche io la versione trilingue con l’aggiunta del francese. Rimane il fatto che l’inglese è obbligatorio come seconda lingua in tutti i documenti: l’opzione di aggiungere francese o tedesco sembra esistere per motivi di soggiorno, più che di plurilinguismo.

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  6. Io avevo capito che il certificato verde è quello dopo la prima dose, valido per circolare in Italia, mentre con la doppia dose (e quindi il completamento del ciclo vaccinale) venivamo promossi al Green Pass per circolare in Europa. Sono riuscita a fare il vaccino in un posto che si chiama Aquacenter e che sarebbe la piscina del nuovo campus universitario. “Piscina” faceva troppo mussoliniano?! Onestamente quando l’ho letto pensavo una sorta di brico specializzato in prodotti acquatici (piscine, sistemi di irrigazione, stagni e laghetti artificiali). Ho preso una cantonata.

    Altre perle: mia mamma che vuole parlarmi del Black Friday ma non sa pronunciare Friday (lo pronuncia all’italiana, fridai) e mio padre che usa “over the top” per non dire “eccellente”. Aiuto!

    Leggo cartelli e comunicazioni di servizio e mi sembra di dover risolvere una sfida della settimana enigmistica, di quelle dove devi indovinare per associazione una serie di termini per trovare una frase di senso compiuto!

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