Anglicismi, petizioni e come ci vedono dalla Spagna

Ieri è uscito un pezzo sul giornale spagnolo El Confidencial (“Hasta Draghi se cansa de los anglicismos en Italia: ¿Alguien sabe por qué los usamos?” di Javier Brandoli) che riprende la vicenda dell’imbarazzo di Draghi davanti alle parole smart working e babysitting e parla della situazione italiana: “Un paese unico in questo senso” dove “gli anglicismi fanno parte della quotidianità”.
In pratica ci prendono un po’ in giro perché i giornali hanno chiamato lockdown quello che per loro e per i francesi è il confinamento, o per uno pseudoanglicismo come smart working. Quanto a babysitting bisogna tenere presente che in Spagna non ci si rivolge a una baby sitter, si chiama un canguro – una metafora che trovo bellissima – dunque anche i derivati non ci sono, e forse si parlerà di canguraggio o di niñeraggio, non lo so di preciso.

Quello che mi ha colpito più di ogni cosa è la chiusa del pezzo.
Dopo aver scritto che “l’abuso dell’inglese è diventato qualcosa di quasi comico su cui spesso gli italiani si interrogano”, infatti, l’articolo si conclude con le parole, tradotte e virgolettate, prese dalla petizione dell’anno scorso a Sergio Mattarella:

“La preghiamo, infine, di incoraggiare una campagna mediatica per difendere e favorire l’italiano che denunci l’abuso dell’inglese, come si è fatto con successo in Spagna o in Francia, e come da noi è avvenuto per sensibilizzare tutti sui temi sociali più importanti, dalla violenza contro le donne al bullismo. Ci piacerebbe vedere un’analoga iniziativa anche contro la discriminazione lessicale delle nostre parole. ”

A sorprendermi è soprattutto il fatto che le oltre 4.000 firme raccolte nel 2020 – sempre in attesa di una risposta – sono arrivate solo ed esclusivamente dal passaparola in Rete. In Italia non è uscita una sola riga su alcun giornale, in proposito, mentre la notizia è invece apparsa per esempio su Corsica Oggi oppure sulla rivista svizzera Rivista.ch. Anche le istituzioni linguistiche italiane, dalla Crusca alla Dante, l’hanno ignorata, al contrario di quanto ha fatto per esempio l’Istituto Italiano di Cultura di Lima, che l’ha rilanciata dalle sue pagine Facebook. Insomma, l’esistenza di una petizione in proposito ha avuto una certa diffusione ufficiale solo fuori dal nostro Paese (e tra i firmatari c’erano infatti molti personaggi di spicco residenti all’estero, come la traduttrice Barbara McGilvray, vincitrice di una medaglia dell’Ordine d’Australia dell’Australia Day), ma da noi è stata ignorata.

Che cosa accadrà con la nuova proposta di legge per l’italiano?

Intanto, in attesa che la proposta sia annunciata anche alla Camera, un GRAZIE alle oltre 400 persone che per il momento hanno firmato per aderire alla nostra iniziativa. La speranza è che questi appoggi aumentino e che qualche altro giornale o istituzione si decida, se non a intervenire, almeno a dare voce a ciò che stiamo facendo, perché la nostra iniziativa non sia ripresa solo all’estero (al momento mi hanno contattato un paio di associazioni di area francofona).

La buona notizia è che proprio oggi (e non è un pesce d’aprile), sul settimanale Oggi è uscito un pezzo che ci dà spazio in cui si legge:

“Zoppetti ha depositato una petizione con un proposta di legge in 11 punti che è stata annunciata all’Assemblea del Senato nella seduta del 24 marzo ed è stata ‘assegnata’ alla VII commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali), Obiettivo: frenare l’anglicizzazione ‘selvaggia’ dell’italiano.”

L’articolo, “Presentata una proposta di legge. L’italiano c’è, perché non usarlo?” (Oggi, 1 aprile 2021, pp. 46-48), è firmato da Valeria Palumbo che ringrazio per aver avuto il coraggio di rompere il muro del silenzio.



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* Un grazie anche alla curatrice del sito Buoneidee che mi “crivella” sempre di informazioni utili e mi ha segnalato l’articolo di ieri su El Confidencial.

17 pensieri su “Anglicismi, petizioni e come ci vedono dalla Spagna

  1. Fa piacere che all’estero si interessino della cosa, ma è allucinante che qui abbia così poca diffusione.
    Probabilmente qualcuno dirà che ci sono problemi più gravi, ma questa è una situazione che si può risolvere con uno sforzo tendente a zero, non servono manco i soldi, giusto conoscenze da scuola dell’obbligo 😛

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  2. Zoppaz, non me l’aspettavo che ti avessero messo la faccia su una rivista come Oggi. Prevedo che quest’anno l’argomento sull’abuso di anglicismi sarà decisamente “caldo” rispetto all’anno scorso. Sai, questa Valentina Palumbo è una persona assolutamente da premiare !

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  3. Inoltre riguardo alla scorsa petizione L’italiano Viva del 2020, tralasciando i giornalisti, chissà come mai anche l’Accademia della Crusca aveva ignorato la petizione (nonostante Marazzini sia uno che da tempo si schiera pubblicamente contro l’itanglese). 🤔

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  4. No, grazie, da uno studioso della lingua non posso accettare la traduzione di caregiver con badanti.

    Mi spiace ma é troppo importante la lingua in questo caso.
    La badante è un lavoro, con diritti, retribuzione e contributi. Il caregiver è il donatore di cure come la mamma di un bambino nato disabile, la sorella o il fratello che si occupano dei famigliari diventati disabili sul lavoro, non solo… i figli che si occupano dei genitori anziani malati, che spesso vengono chiamati figli badanti.
    Lei chiamerebbe il suo compagno o compagna camerieriera perché sta lavando i piatti? La mancanza di un vocabolo italiano specifico è effetto e causa del fatto che siamo l’unico paese europeo dove il famigliare che si occupa di un parente non autosufficiente, rinunciando a lavoro e a una vita propria, non ha nessun tipo di diritto. Siamo inesistenti per colpa di questa condizione di fantasmi, confusi sempre coi lavoratori del settore, che – per quanto indispensabili e rispettabili- lo hanno scelto come lavoro in cambio di denaro.
    Stiamo chiedendo da anni che ci venga riconosciuto un diritto all’esistenza, non solo una “mano” saltuaria ( una oss ogni tanto, un infermiere a domicilio 1 ora a settimana), abbiamo diritto a tante cose. Non ci negate perfino di esistere e di non essere badanti di nessuno.

    Per maggiori spiegazioni contatti pure Alessandro Chiarini presidente del

    Confad – Coordinamento Nazionale Famiglie con Disabilità

    Oppure scriva pure a me, Ileana Bego. Caregiver unica di persona non autosufficiente, grazie

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    • Se si riferisce all’elenco delle parole pubblicato su “Oggi” è una semplificazione della rivista che non mi appartiene affatto (sulle mie definizioni la rimando qui: https://aaa.italofonia.info/caregiver/). “Caregiver”, le faccio notare, in inglese è un semplice “assistente”, qualcuno che si prende cura in senso generico, e la corretta espressione in italiano non decurtata – per gli anglomani che vogliono ricorrere all’inglese senza un perché – è “caregiver familiare”, dunque semplicemente un “assistente familiare”. Sono però contrario alle liste di parole monosiginificato, e poiché la lingua è fatta di contesti figurati, ci sono casi in cui – di fatto, nell’uso (e non dipende certo da me) – viene usato anche per indicare chi lo fa di professione, quindi anche per indicare una badante, e la distinzione tra il farlo per lavoro o per necessità familiare non è insita nella parola inglese che non specifica questo aspetto. Trovo piuttosto grave, e assurdo, che chi si batte per il giusto riconoscimento di assistente familiare rivendichi una parola inglese, anzi pseudoinglese, per definirsi. Il che poi porta a paradossi ridicoli come quello di Zaia che pensava che la radice “car” stesse per automobile, e ne ha dato un’interpretazione tutta sua di “autista per disabili”. Parlare in italiano è più sano, meno ridicolo e anche un modo per essere trasparenti e farsi capire chiaramente, se si vuole agire per i riconoscimenti legittimi della categoria. (Oltretutto nulla vieta di usare badante, etimologicamente colui che bada, con un significato scevro dalla professione, ma questo è un altro discorso, e mi rendo conto che nell’uso si è affermato così, per evocare un curare a pagamento, il che non significa che non si potrebbe dare alla parola anche un’accezione diversa in futuro, invece che ricorrere ad anglicismi).

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  5. Ridicolo mi mancava.

    Non stiamo rivendicando l’uso dell’inglese, ma l’assenza di una parola in italiana che qualifichi l’esistenza di persone che evidentemente ignorate.
    La badante è una professione, la mamma di un bambino tetraplegico non è la sua badante. Così come chi ha sparecchiaro oggi non è la colf, a meno che lei non ne abbia una.

    Rivendico l’assenza di un lemma specifico come prova causa ed effetto del fatto che in italia si dia per scontato che qualcuno debba sacrificarsi in famiglia di fronte ad una disgrazia, quando scontato non lo è.

    L’assenza di una parola specifica, la confusione con la figura professionale, sono tutti connessi all’assenza di diritto per la persona che si prende cura di una persona disabile senza internarlo

    Ridicolo, assurdo , grave. O non sono stata abbastanza chiara o non è stato in grado di capire lei

    Eppure mi sono riletta , non accettare una traduzione errata : era questo il mio commento, non capisco dove ha letto che rivendico l’uso dell’inglese.
    I danni che fa un quotidiano come quello alla nostra ( disastrosa ) situazione, con quella traduzione, sono tanti.

    Ps: sono ridicola o grave o assurda se le dico che cluster non è per forza un focolaio? Oppure in questo caso vuole usare un termine più forte?

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    • Come ho scritto la parola in italiano c’è, ed è “assistente familiare”, come ha ribadito anche la Crusca. La parola inglese è ridicola, non lei, in quanto il significato che le attribuisce non fa parte dell’inglese, appartiene all’itanglese, che più che ridicolo è tragico. Cluster in italiano ricorre con tante accezioni e in tanti contesti, purtroppo,se vuole li ho raccolti qui: https://aaa.italofonia.info/cluster/ , ma ultimamete viene impiegato al posto di focolaio da quando c’è la pandemia, Non ho altro da dirle, non mi pare che questa conversazione sia molto proficua. Saluti

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  6. oltre acaregiver io trovo altre incongruenze.
    E non è per fare i perfettini o rompini, ma così ci si dà la zappa sui piedi da soli, ovvio che poi la gente preferisce usare gli anglicismi se le alternative suggerite non sono del tutto corrette o funzionali…

    – caregiver non significa solo badante. La figura del caregiver include anche prendersi cura di bambini, disabili e malati (di qualunque età), quindi include non solo badanti, ma anche tate, infermieri, assistenti sanitari ecc

    – privacy non è solo riservatezza

    – delivery è una consegna ovunque e non a domicilio ( domicilio da sempre significa indirizzo di casa, una delivery la puoi mandare anche al lavoro, ad un punto di raccolta o ovunque)

    – timing…tabella di marcia? a parte che è orribile, magari tempistica, e ritmo, ma il tempismo dove lo mettiamo?

    -performer non sono tutti i tipi di artisti…sono gli intrattenitori o artisti delle arti perfomrative. Un poeta è un artista ma non è un performer, un compositore è un artista ma non è un performer

    – voucher non è una ricevuta, è un buono un tagliando ecc

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    • Non ho capito a cosa ti riferisci, se è alla lista di parole pubblicate su “Oggi”, come ho già spiegato l’elenco di alternative non è una mia scelta ma della redazione del giornale. Lo devo ripetere? Le alternative di cui sono responsabile si trovano sul dizionario https://aaa.italofonia.info/ e vanno contestualizzate. Ciò significa che privacy può essere reso in certi contesti con riservatezza in altri no, avremmo anche privatezza che non usa nessuno. Timing è spesso usato anche nel senso di tabella di marcia, agenda, tempistica, dipende dal contesto e dire che è “orribilie” o “bello” è un giudizio privo di senso. Dire che voucher non è ricevuta ma “buono tagliando ecc” è una sciocchezza, ancora una volta dipende dal contesto. Curiosamente nessuno ha da ridire se un dizionario dei sinonimi e contrari non contiene dei sinonimi sempre perfetti (scoperta dell’acqua calda visto che difficilmente esistono: sono stumenti utili al lettore per scegliere cosa è più adatto a seconda del contesto), ma appena si parla di anglicismi spuntano i visconti “la nuance” pronti a impartire lezioni sulle sfumature impercettibili dell’inglese, salvo che spesso è pseudoinglese, come nel caso di caregiver (che è un ASSISTENTE familare, vedo che fate fatica a capirlo). Lasciamo perdere il servizio di consegna ovunque… mi viene da ridere, l’espressione consegna a domicilio è in senso lato non si riferisce ai domicili fiscali… basta conoscere l’italiano per capire che i servizi di asporto ti portano le pizze anche in ufficio (su ovunque ci andrei cauto). Detto questo preferirei rispondere a commenti che riguardano il mio articolo non il pezzo di “Oggi” che non ho scritto io.

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      • mamma mia, viva la simpatia….pane e aceto a colazione? XD
        Non l’avari scritta tu, la lista di Oggi, ma capeggia con foto nel mezzo del post quindi sarà attinente, no?
        O è solo lì per salire negli algoritmi di ricerca e accessi, visto che è proprio tramite l’articolo di Oggi che si trova e arriva a questo blog? Ok, no problem, basta saperlo. ^_^
        Un voucher non ha mai valore fiscale o “contabile”, al contrario di una ricevuta, e questo può avere anche conseguenze legali…Chiunque lavori con ricevute e vouchers, lo può confermare e certamente per loro non sono affatto sciocchezze…
        Giusto per la cronaca, chi non accetta punti di vista diversi e pensa che chiunque non concordi spari “sciocchezze”, può tranquillamente impostare il blog in modo che gli altri non possano commentare…
        Saluti

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        • Ci sono differenze tra punti di vista e sciocchezze. Il dizionario di De Mauro, che non scrive sciocchezze, riporta che il voucher è una “ricevuta di pagamento” rilasciata dalle agenzie turistiche e questo è il primo significato importato in italiano. I buoni lavoro rilasciati dall’Inps costituiscono un secondo significato più recente che tra l’altro è uno pseudoanglicismo e una decurtazione di “voucher lavoro” cioè buono (o tagliando) lavoro. Dunque, devo ripeterlo: l’alternativa dipende dal contesto e affermare in assoluto che “voucher non è una ricevuta” è una sciocchezza, non un punto di vista. Approfitto per sottolineare che in italiano non si mettono le s del plurale inglesi e non si parla di films, di computers e nemmeno di vouchers. E che l’articolo di “Oggi” è stato pubblicato perché parla della legge per l’italiano, non per la lista delle parole.

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  7. Caro Zoppaz, intanto complimenti per questa campagna contro gli anglicismi inutili che soprattutto nell’ultimo periodo stanno dilagando in maniera grottesca… tra cui, mi dispiace dirlo, rientrano a pieno titolo i “caregiver”

    A tal proposito, l’ultimo scambio di opinioni fa risaltare splendidamente una questione che da tempo mi interrogo… perché l’italiano sembra per molti essere una lingua così ingessata? Sembra quasi che non si vogliano avere parole omonime, o che non si possa avere anche un senso più largo di un certo termine (o anche più significati a seconda del contesto). No, badante deve essere solo e solamente la persona che si occupa degli anziani, mentre può essere benissimo utilizzata anche per i disabili (cosa lo vieta?). Invece di allargare il termine badante si preferisce pescare il termine caregiver … perché con badante ci si vergogna? cosa c’è di vergognoso nel BADARE chi ne ha bisogno? Mi devo “elevare” artificialmente, quindi prendo il termine inglese alla moda. Oppure si può usare “assistente familiare”, ma a mio parere con questo andazzo si appesantisce inutilmente la lingua (col risultato che ci vengono a dire che il termine inglese è più corto e veloce).

    Fa veramente ridere infatti che in italiano con “consegna a domicilio” dobbiamo farci tanti problemi che “intende solo la “consegna a casa”. “Dobbiamo assolutamente usare il termine delivery, se no ci confondiamo!” Sappiamo tutti che non è questo il vero motivo.

    Non vedo l’inglese per esempio farsi troppi di questi problemi, anzi. Un minimo di flessibilità. Mouse può essere benissimo il puntatore per un inglese, qua in Italia guai a dire topo che deve indicare per forza solo il suddetto animale. Eppure lo spagnolo…

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    • Le risposte sono complesse. Storiche e sociali, più che linguistiche. Non è certo per moda, come ai tempi del francese, perché il fenomeno è ben più profondo, esteso e per nulla passeggero. Accanto all’esterofilia storica e a un certo senso di inferiorità che ci fa sembrare tutto ciò che americano – linguaggio compreso – come qualcosa di migliore, preciso (anche nel caso delle supercazzole), moderno, internazionale… c’è una tendenza mondiale a soccombere davanti all’espansione dell’inglese come lingua egemone e internazionale. In Italia mancano gli anticorpi e le resistenze che si registrano in Spagna o in Francia fondamentalmente perché la nostra classe dirigente è ormai colonizzata, ha perso il senso delle sue radici e del suo passato e guarda solo a ciò che accade oltreoceano per scimmiottarlo. Gli Stati Uniti ci hanno colonizzato a partire dalla Seconda guerra mondiale, ci hanno comprato con il piano Marshall e ci hanno fatto diventare una simil-colonia dal punto di vista economico, culturale e politico. La rottura con il nostro passato fascista ha alimentato il sogno americano che è diventato simbolo della libertà, ma in modo però acritico: il dibattito storico e oggi dimenticato tra americanisti e antiamericanisti si è dissolto davanti al crollo del muro di Berlino, alla globalizzazione… il Nuovo Millennio si è aperto all’insegna del siamo tutti americani. Questo è il clima storico e culturale che fa sì che tutto ciò che nuovo si esprima in inglese, in quella che chiamo la strategia degli Etruschi: ci stiamo sottomettendo con entusiasmo a questa nuova “romanità” suicidandoci culturalmente e linguisticamente, senza riflettere. Basta andare al cinema, vedere la tv, usare Internet: il mondo rappresentato è quello americano con la loro mentalità i loro modelli, i loro costumi e consumi. E noi li imitiamo, li viviamo, talvolta per esportazione diretta, talvolta per nostra emulazione. Questo è l’ambiente che ci culla fin dall’infanzia. I bambini di ieri giocavano agli indiani e cowboy mica a garibaldini o borboni…. e quelli di oggi – nativi halloweeniani – si formano direttamente in questo mondo costruito ed esportato, dove a uccidere l’uomo ragno si sa benissimo chi è stato: spiderman, come ormai si dice.
      I suoni inglesi evocano il nostro mito. E così accanto agli anglicismi che importiamo per ciò che è nuovo, che non sappiamo che ripetere senza adattare, senza tradurre e senza inventare, stiamo passando alla sostituzione delle parole che abbiamo con quelle inglesi (food, shop, economy…), ci inventiamo i nostri pseudoanglicismi (da caregiver a smart working) e la conseguenza di questo fenomeno è che le parole storiche sono ormai cristallizzate, ingessate al vecchio. Calcolatori? Sono quelli di una volta! Quelli di oggi sono computer! Aggiornati. Se sei contro i vaccini non sei un antivaccinista, sei un no vax (altro pesudoanglicismo), se apri un negozio di canapa lo chiami growshop, mica sei un canapaio… L’italiano muore, non sa creare neologismi e rinnovarsi perché muoiono gli italiani, che sono diventati creoli. I centri dell’irradiazione della lingua, che negli anni ’60 l’hanno tecnologizzata, come aveva notato acutamente Pasolini, oggi parlano e diffondono l’itanglese, I mezzi di informazione un tempo unificarono l’italiano e adesso lo stanno distruggendo. I giornalisti prima introducono i lockdown e le fakenews senza alternative in modo martellante. Nella seconda fase ti dicono che ormai si dice così, sono entrati nell’uso (perché loro lo hanno fatto). La terza fase: sei ridicolo se usi l’italiano. Il gioco è fatto.
      Il linguaggio è la spia dell’inconscio, diceva Freud. E quello che accade è che ci stiamo estinguendo, o se si preferisce ci stiamo “evolvendo”: parliamo l’itanglese perché siamo italaricani, come Alberto Sordi – Nando Mericoni, ma tutto ha perso l’ironia ed è diventato una tragicomica realtà.

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