Lessico e bufale (la faccia triste dell’America)

A proposito dell’interferenza dell’inglese sull’italiano, tra i linguisti circola una convinzione piuttosto diffusa: non è poi così pericolosa perché riguarda solo il lessico, e cioè il vocabolario e i vocaboli, ma non intacca la grammatica e la sintassi, cioè le regole della combinazione delle parole e delle frasi (es.: “L’italiano resta al sicuro, ben saldo: anche perché i prestiti dall’inglese restano circoscritti nell’ambito del lessico e non intaccano in alcun modo le strutture sintattiche e grammaticali”, Giuseppe Antonelli, L’italiano nella società della comunicazione 2.0, Il Mulino, 2016, p. 214).

A dire il vero non c’è un grande accordo sulla definizione di grammatica, ma non mi appassionano troppo le beghe tra linguisti in proposito*, e venendo al sodo considero le regole di scrittura (ortografia) e di pronuncia (fonologia, che in senso lato era detta un tempo anche fonetica) una parte della grammatica. Si può anche dissentire da questa semplificazione e da queste classificazioni, ma non è importante. Quello che conta, per intenderci, è che se scriviamo “boom economico” violiamo le regole della nostra ortografia e pronuncia – visto che il suono “u” è rappresentato da “oo” – mentre se scriviamo che il cannone fa “bum” rimaniamo all’interno delle norme dell’italiano. Poiché gli anglicismi violano queste regole nella maggior parte dei casi, diventano dunque “corpi estranei” (per citare il Morbus Anglicus di Arrigo Castellani).

È vero che l’interferenza dell’inglese non intacca – o lo fa in modo poco significativo – la struttura della nostra lingua e riguarda il lessico, ma quest’ultimo mi pare che venga sottovalutato in certe conclusioni dei linguisti. Se il lessico è la parte più esterna della lingua, e la più soggetta ai cambiamenti, va detto che quando una scottatura lieve e poco profonda riguarda un’ampia superficie del corpo diventa una patologia grave, e può essere più pericolosa di un’ustione assai profonda che però ha un’estensione molto limitata.

In un articolo di linguistica intitolato “Chi ha paura dell’inglese?” si può addirittura leggere: “Giudicare una lingua osservando il lessico senza considerare la sua articolazione interna è come giudicare una persona dal colore dei capelli!” Questa affermazione che si serve di una metafora per creare una rappresentazione delle realtà minimizzatrice può essere facilmente messa al vaglio con un esperimento che mi pare piuttosto efficace.

Facciamo un confronto tra questi due brani:

Il lonfo
dalla Gnosi delle fanfole di Fosco Maraini
La Divina Comedy
di Dante Alighieri
Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.

È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi, in segno di sberdazzi
gli affarfaresti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
Nel mezzo degli step di nostra vita
mi ritrovai in location oscura,
che la best practice si era smarrita.


Ahi a dirne about è cosa dura
on the road selvaggio sì hard e forte
che nel mio inside rinova la paura!


Tant’è strong che il benchmark è la morte;
ma per il tracking del good ch’i’ vi trovai,
dirò delle altre news ch’i v’ho scorte.

Traduzione in itanglese
di Antonio Zoppetti

La domanda che propongo a tutti è: quale dei due testi è più italiano?

Il primo è un delizioso esperimento di metalinguaggio tutto giocato su un lessico inventato, è un grammelot italofono fatto di parole che non esistono ma sono in grado di evocare, ed è perfettamente costruito su suoni italiani. Non è italiano, perché a parte gli articoli, le congiunzioni e poco altro, il suo lessico è di fantasia.

Se Dante avesse udito una frase come: “La rivoltella è accanto alla bottiglia, di fianco al telefono”, non avrebbe capito nulla – visto che rivoltella, bottiglia e telefono non esistevano nel Trecento – eppure avrebbe avuto l’impressione di trovarsi di fronte a un costrutto italiano come quello di Fosco Maraini. Se invece avesse letto il secondo testo si sarebbe smarrito, oltre che irritato, perché non avrebbe riconosciuto la lingua del “bel paese là dove ‘l sì suona”, supponendo che avesse potuto pronunciare gli anglicismi in inglese.

La mia risposta (ma chi dissente può dire la sua) è che il primo esempio può definirsi italiano, il secondo no, o lo è solo in parte, dato che è una lingua ibrida, anche se la sintassi e la grammatica intesa come la combinazione delle parole sono rispettate in entrambi i casi.

Mi pare che l’importanza del lessico a questo punto sia più chiara.

Il fatto è che l’italiano del futuro, e anche del presente in sempre più ambiti, non pare affatto seguire il primo modello, ma il secondo, dove la grammatica, intesa come le regole dell’ortografia e della pronuncia, è saltata. E questa non è affatto un’evoluzione “normale” come si sente dire troppo spesso senza citare esempi storici che del resto non esistono. La normalità sarebbe invece nell’avere parole nuove formate come nell’esempio di Fosco Maraiani.

Il numero degli anglicismi è ormai tale che non si può parlare di una tintura dei capelli o di una parrucca, ma di una plastica facciale dove tra naso rifatto, labbroni pompati, zigomi imbottiti, occhi mandorlati e pelle tirata, una persona può cambiare i propri connotati per assomigliare al modello incarnato da una bambola gonfiabile di ultima generazione. Non sottovalutiamo l’importanza del lessico. L’identità dell’italiano sta subendo una trasformazione inaudita. E non solo in ambiti di settore come l’informatica, ma anche nel linguaggio giornalistico, politico, e quello comune. E questo avviene semplicemente attraverso il lessico, e più esattamente una sua parte piuttosto importante, visto che il 90% degli anglicismi sono sostantivi o locuzioni con valore nominale (in maniera minore gli altri sono quasi tutti aggettivi) cioè i nomi che ci servono per designare le cose! E poiché la metà delle parole nate nel Nuovo millennio è in inglese, quando parliamo di ciò che riguarda la modernità non possiamo fare a meno di ricorrere all’itanglese, e in sempre più ambiti l’italiano è mutilato: non possiede più le proprie parole per indicare la modernità, persino quella quotidiana come il mouse, il computer, fare shopping o zapping, chiamare una baby sitter, indossare i boxer, suonare il clacson, studiare il marketing, mangiare un hamburger, prendere un pullman, farsi uno shampoo, mettersi il deodorate spray, tutelare la nostra privacy, fermarci allo stop, e risentire tutti di un certo stress da lockdown.

Se questo è italiano… Invece di rassicurarvi con la favola che in un articolo di giornale gli anglicismi sono “solo” il 2 o massimo il 3% delle parole – ma analizzando queste statistiche truccate le cose sono molto più gravi – provate a fare l’esperimento opposto. Provate a trovare un articolo di giornale che non contenga nemmeno un anglicismo. È un po’ come cercare un quadrifoglio.

Buona fortuna.

__________________________

Suggestioni musicali:
Lessico e bufaleee
La faccia triste dell’Americaa…
Che voglia di piangere ho!

(Variazione sul tema della canzone di Jannacci che, per la cronaca, non si pronuncia ancora “Giannacci”!)

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* Nota: “La ripartizione tradizionale della grammatica in fonetica, morfologia e sintassi è rifiutata da alcune scuole linguistiche contemporanee, che vorrebbero o inserire lo studio dei problemi morfologici nel quadro della sintassi e della lessicologia, o, al contr., comprendere nella morfologia anche lo studio dei rapporti sintattici e della semantica delle parole.” Fonte: Vocabolario Treccani.

4 pensieri su “Lessico e bufale (la faccia triste dell’America)

  1. Bellissimo il lonfo, che avevo sentito declamato dal compianto Gigi Proietti.
    Riguardo le parole inesistenti, oltre ai “prestiti” che non si restituiscono, alle parole italiane spinte dall’inglese (come, secondo me, “il buon cibo”), c’è anche la tendenza dei calchi. Una mia nipote che fa l’infermiera mi ha detto che all’università si parlava di pazienti “complianti” se seguono la terapia prescritta. In effetti in “compliant” (che forse deriva dal latino “complere”, cfr. https://www.etymonline.com/word/comply?ref=etymonline_crossreference) mi ci sono imbattuto in testi medici di sperimentazioni cliniche, ma l’ho tradotto come “il paziente segue la terapia” oppure è conforme (ma lo uso di più in altri testi). Di certo non avrei pensato a “compliante”.
    Secondo me, i termini inglesi grezzi oppure i calchi entrano in italiano anche perché impongono un modo diverso di pensare, ossia di indicare tutto in forma di attributo, di classificare, diciamo anche etichettare qualcosa, laddove noi magari diciamo la stessa cosa con una perifrasi. Penso anche al “drive-through” test, al “covid” qualcosa o magari “covid-free” cioè con un attributo doppio. Per citare invece un esempio non entrato in italiano (credo), gli astronauti che dicono qualcosa del genere “the status is go” oppure “no-go”, per indicare se si decolla oppure no. Se ci si mette sempre nella mentalità di dover tradurre, anziché ricordarsi di come si direbbe la stessa cosa, è chiaro che è molto più difficile trovare/coniare un traducente.
    Ribadisco che per gli anglofoni va bene così, ma per noi non direi.

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    • “Complianti” non lo avevo mai sentito, e comunque circolano anche tantissimi “falsi amici” che stanno modificando l’uso storico del lessico italiano, per esempio “basico” che non è più solo il contrario di acido, ma diventa “di base” per interferenza di “basic”. Questi fenomeni, tuttavia, passano per l’italianizzazione, e sono un tipo di interferenza non distruttiva. Anche il francese ci ha influenzati storicamente attaverso un enorme apporto di questi adattamenti, il che scandalizava, e forse scandalizza tutt’ora, i puristi, ma si tratta di un’evoluzione della lingua più normale e sostenibile. Se si riducesse a questo l’italiano cambiarebbe sì, ma senza snaturarsi nella sua identità. Il ricorso massiccio all’inglese crudo è invece molto diverso e ben più grave.

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  2. Ottima osservazione, come sempre. Inoltre Zoppaz, hai notato che gli autori dell’articolo “Chi ha paura dell’inglese” ricorrono spesso all’ ingombrante ( e politicizzato) “simmetrico del genere” ? (es. “Avvertenza per lettrici e lettori”).

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    • La rivista non mi piace, anche perché si presenta come “sito di divulgazione scientifica” ma di scientifico vedo molto poco. Non c’è moltissimo, perché è nata da poco, però questo articolo sull’inglese non ha nulla di scientifico; ho letto un articolo sui dialetti che ha fatto infuriare una docente universitaria specialista che nei commenti ha tirato le orecchie all’autore… comunque sia non ho niente contro le formule che specificano il genere, in fondo è un atto di gentilezza come in “signore e signori”, purché non si scriva tutt* e si rispetti anche il dato di fatto storico che nelle lingue romanze esiste il machile inclusivo, che non ha nulla a che fare con la discriminazione.

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