Cambi di paradigma culturali e linguistici dopo il coronavirus

Uno spettro si aggira per l’Europa… anzi per il mondo! Carlo Marx non avrebbe potuto prevedere che a mettere in ginocchio il sistema di produzione capitalistico, invece della rivoluzione della classe operaia, sarebbe stato qualcosa di così invisibile e “spettrale” come un virus. E non aveva nemmeno previsto che il capitalismo – un “mostro” vorace che per sopravvivere deve continuamente ampliarsi – avrebbe nei secoli successivi travalicato i confini nazionali per trasformarsi in un Leviatano di ben altro ordine di grandezza che oggi si chiama globalizzazione. Lo “sfruttamento dei proletari” si è trasformato nello sfruttamento di interi Paesi poveri da parte di altri più ricchi e di un’oligarchia di multinazionali che fatturano anche più di uno Stato sovrano. Il mondo è completamente cambiato dai tempi di Marx e le sue analisi economiche non sono più applicabili. Nell’epoca del post-post-industriale, dopo la caduta del muro di Berlino, ad affamare i popoli sono le multinazionali che comprano le terre africane, sottratte alle popolazioni che ci vivono e con cui sopravvivono, per dare vita alle coltivazioni intensive transgeniche. Oggi il mercato della grande distribuzione è più importante di quello della produzione, è quello che detta le regole, fa i prezzi di mercato e affama tutti gli ingranaggi delle filiere, dagli agricoltori italiani e i produttori di latte sardi, ai nuovi schiavi asiatici o africani della manodopera globalizzata. A trainare l’economia c’è il mercato dell’informazione e della comunicazione, dove non è più necessario “appropriarsi dei mezzi di produzione” che un tempo erano nelle mani dei capitalisti. In molti settori basta avere accesso alla Rete per lavorare a distanza, basta aprire un sito per potere sviluppare un’attività di servizi o di vendita, almeno in teoria. Di fatto, sono però i colossi della Rete, che oggi si chiamano Google, Facebook, Amazon… a egemonizzare questi settori. Mentre ci profilano e ci plasmano a loro consumo, le loro succursali in Europa si prodigano per trovare i cavilli per non pagare le tasse, importano da noi i nuovi modelli di lavoro senza diritti così diverso da quello su cui sarebbe fondata l’Italia della nostra Costituzione, e di cui i ciclofattorini chiamati rider o l’esercito dei magazzinieri di Amazon sono l’emblema.

L’espansione di questo modello impone ovunque non solo le stesse “merci”, ma attraverso le merci anche il sistema, le regole, i valori, la mentalità e la cultura di chi le esporta. Anche la lingua fa parte del pacchetto. Questa globalizzazione si pone come una sorta di “alfabetizzazione” di tutto il mondo, che altro non è che una forma di colonizzazione economico-culturale (da sempre la colonizzazione è stata giustificata con l’esportazione della cultura a chi non ce l’ha) che punta all’omologazione mondiale del modello statunitense. Questa esportazione anche linguistica, questa “alfabetizzazione” globale della lingua inglese che schiaccia i modelli locali coinvolge l’economia e il lavoro, la scienza che deve parlare inglese per essere internazionale, la tecnologia, la pubblicità, il cinema… è sempre più pervasiva. È un disegno che affonda le sue radici nel progetto di esportazione del “basic english” degli inizi del secolo scorso e del “globalese” o globish del nuovo Millennio. Si ritrova esplicitamente abbozzato nel discorso del 1943 di Winston Churchill agli studenti di Harvard (“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente”, Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard). Si ritrova nel piano Marshall che attraverso lo stanziamento, allora incredibile, di 17 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Europa ha di fatto rappresentato l’acquisto del nostro continente da un punto di vista economico (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) e politico (Onu e Nato). Contemporaneamente, nell’Italia della ricostruzione è iniziato il “sogno americano”, l’american dream che consisteva nell’ambire i modelli culturali e lo stile di vita d’oltreoceano. La stessa logica descritta da Tacito con cui i Romani avevano assoggettato i popoli germanici: far bramare la propria cultura e farla vivere come il modello superiore da imitare, in modo che chiamassero “cultura” ciò che faceva parte di un piano di asservimento. Le ricadute linguistiche degli anni Cinquanta sono ben rappresentate dalle caricature di Alberto Sordi di un Un americano a Roma e dalla canzone “Tu vuo’ fa’ l’americano” di Carosone. La penetrazione consistente degli anglicismi nella nostra lingua è nata in quell’epoca, per poi continuare a crescere, esplodere negli anni Ottanta e diventare lo tsunami anglicus del Nuovo millennio. Anche se ci appaiono come serie, tecniche o maggiormente evocative, le neoconiazioni anglomani dei nostri giorni che si intravedono nei jobs act di Renzi o nei navigator di Di Maio, nello smart working mediatico e via dicendo, sono altrettanto ridicole, a ben pensarci. Il fatto è che le ultime generazioni sono cresciute imbevute dalla “cultura” commerciale dei telefilm e dei prodotti statunitensi e oggi per elevarsi sociolinguisticamente parlano in itanglese. La stessa lingua che i mezzi di informazione privilegiano e diffondono in modo irresponsabile. Stiamo agevolando la colonizzazione linguistica con suadenti pseudoanglicismi che inventiamo da soli!

Ma adesso è successo che in un lampo la globalizzazione si è dovuta fermare; il mostro del globalcapitalismo, che se non cresce implode, si è inceppato, e rischia di crollare sotto il peso delle proprie contraddizioni interne.

Dopo l’influenza “asiatica” del 1957, quella di Hong Kong del 1968 ha impiegato ben 18 mesi per arrivare in Italia, ed esplodere nell’inverno del 1969 e poi nel 1970 uccidendo da noi 5.000 persone (qui un documento dell’Istituto Luce che consiglio vivamente). A quel tempo risale il proverbio inglese “Quando Mao starnuta, il mondo si ammala”, oggi incattivito nella strategia di Trump che si ostina a chiamare l’attuale pandemia “virus cinese”, con evidenti intenti propagandistici. Ma con la globalizzazione i virus viaggiano in aereo con molta più facilità e con una velocità inaudita, e dopo questa crisi globale non potremo dimenticarcene.

La portata di questa pandemia è qualcosa che non si è mai visto, e le sue conseguenze economiche sono sempre più spesso paragonate a quelle della Seconda guerra mondiale.

Che cosa accadrà dopo?

Mentre c’è chi aspetta che la bufera passi per poter ricostruire tutto esattamente nello stesso modo, c’è invece chi pensa che nulla sarà mai più come prima. E vale la piena di chiedersi se non sia il caso di immaginare una ricostruzione diversa.

La storia non procede in modo lineare, ma per salti di paradigma, per citare il filosofo Thomas Kuhn che ha analizzato con questa prospettiva la storia della scienza: ci sono periodi di continuità che poi cambiano piuttosto rapidamente quando vanno in crisi, e in questi momenti di rottura avviene il “salto di paradigma” che dà il via a un nuovo ciclo basato su una differente visione delle cose.
Poiché questa pandemia, annunciata da più di vent’anni come evento estremamente probabile dall’Oms, non sarà l’ultima, nella ricostruzione bisognerà tenerne conto. Come i terremoti non sono eventi “imprevedibili” – sappiamo benissimo che prima o poi da qualche parte capiteranno e bisogna tenerne conto – anche le pandemie figlie della globalizzazione non sono eventi eccezionali e si ripresenteranno. Adesso ne abbiamo dovuto prendere atto, ma purtroppo siamo stati colti di sprovvista, e al momento è in gioco la stessa tenuta dell’Europa, che potrebbe anche saltare davanti a questa prova che ne ha messo in luce tutte le divisioni, mentre in Ungheria sono nate le premesse di una nuova dittatura. Inoltre, bisogna tenere presente che il Regno Unito è diventato un Paese extracomunitario, come lo sono gli Stati Uniti, dove il modello sanitario in cui senza l’assicurazione e la carta di credito non si viene curati è destinato a entrare in crisi. Qualcuno invoca nuovi piani Marshall per la ricostruzione, ma la storia ce lo ha insegnato: bisogna stare molto attenti a questo tipo di misure, che non sono mai filantropiche, comprano qualcosa e investono sul futuro, dunque dovremmo stare molto attenti a non svendere l’Italia e il nostro futuro, davanti a queste prospettive.
Ricostruire tutto come prima può essere pericoloso. Forse è arrivato il momento di un salto di paradigma, di una ricostruzione di un sistema di produzione più sostenibile, che tenga conto per esempio delle indicazioni degli scienziati sul riscaldamento globale, degli allarmi dei movimenti ecologisti, o anche delle riflessioni di pensatori come Serge Latouche che teorizzano la “decrescita felice” e si interrogano sulla necessità (ed eticità) di cambiare il paradigma del consumismo e del capitalismo – come avrebbe detto Marx – ma con ben altre premesse e soluzioni. Il modello economico e politico della globalizzazione che produce continuamente, allo stesso tempo consuma, inquina, deforesta, surriscalda e avvelena la Terra. Questa globalizzazione selvaggia dovrà essere ripensata, visto che la delocalizzazione della manovalanza all’estero poi porta a conseguenze come la scarsità di dispositivi di protezione medica e di “mascherine” in tutto il pianeta, e a una goffa corsa all’autarchia di ogni Paese che punta alla riconversione delle proprie aziende che ricorda quella del fascismo durante la Seconda guerra mondiale. Tra l’autarchia e la globalizzazione selvaggia ci sono delle vie di mezzo più sane, cui puntare. Di sicuro nella ricostruzione dovremo rivedere anche il nostro stato sociale, che sarebbe ora di chiamare così invece che welfare, dal momento che la nostra concezione del lavoro e i nostri modelli sanitari sono diversi, e a mio avviso ben superiori, rispetto ai modelli dei Paesi anglofoni che negli ultimi 20 anni abbiamo cercato di scimmiottare con i tagli e la privatizzazione di cui oggi paghiamo le conseguenze.

La ricostruzione, se ci sarà davvero un cambio di paradigma, potrebbe essere totale: economica, politica, culturale e di conseguenza anche linguistica. Non si può prevedere cosa accadrà. C’è sempre la possibilità di ricostruire tutto come prima e di fare finta di niente; ci può anche essere uno scenario di un mondo ben peggiore di quello attuale. Oppure potrebbe esserci una svolta in cui forse la smetteremo di perseguire la nostra “strategia degli Etruschi” che si sono sottomessi alla romanità che consideravano superiore. Può anche accadere che smetteremo di comportarci come una colonia, in una ricostruzione attraverso nuovi modelli che passeranno per il recupero della nostra identità, della nostra cultura, delle nostre radici e anche della nostra lingua. In una prospettiva non di sovranismi e autarchie, ma di una nuova Europa e di un nuovo scenario mondiale diverso da quello dell’attuale globalizzazione. Dove essere internazionali potrebbe essere qualcosa di ben differente dall’omologazione statunitense, in un nuovo assetto fatto anche di pluralismo e di multilinguismo, visto che l’inglese non è più tra le lingue ufficiali dell’Unione.

Nel frattempo, mentre tutti aspettiamo un dopo, e mentre i mezzi di informazione perseverano diabolicamente nello sciolinare inutili anglicismi, ringrazio tutti coloro che “lo dicono in italiano”: le statistiche del sito sulla grammatica italiana sono schizzate alle stelle e il progetto è entrato nei circuiti che gli insegnanti usano per la didattica a distanza. Ma anche il sito Alternative Agli Anglicismi (sempre più ricco dei vostri contributi) e questo che state leggendo stanno crescendo con un’intensità che mi fa sperare che la mia battaglia contro l’itanglese e il colonialismo linguistico, nella ricostruzione, possa diventare sempre più “contagiosa”.

28 pensieri su “Cambi di paradigma culturali e linguistici dopo il coronavirus

  1. Buon senso: mi viene da riassumere l’articolo con queste due parole.
    Credo che la nostra sia un’epoca di posizioni estreme; la crisi che stiamo attraversando, in parte, li inasprisce. Per questo l’idea di un cambiamento che rifugge gli estremi e si colloca “nel mezzo” è benvenuta.
    Come alternativa all’attuale globalismo, che impone di nuotare tutti seguendo la corrente, auspichi la nascita di una maggiore consapevolezza. Sono d’accordo: agli antipodi di ogni estremismo, secondo me, c’è proprio la consapevolezza.
    La popolarità dei tuoi siti “che lo dicono in italiano” dimostra che questa consapevolezza si sta facendo strada e infonde ottimismo.

    Piace a 2 people

  2. Una notarella a margine: non è del tutto vero che l’inglese sia diventato una lingua extracomunitaria, perché è pur sempre la lingua materna della quasi totalità degl’irlandesi, è la seconda lingua dei maltesi, a cui va aggiunto un numero imprecisabile di cittadini o comunque residenti europei con sfondo di migrazione anglofono, nonché (e in futuro dovremo fare sempre più i conti con questo gruppo) i figli di coppie intellettuali di nazionalità mista (i li chiamo i “figli di Erasmus”), per i quali l’inglese nella maggior parte dei casi è ormai verosimilmente la prima lingua. Ma anche sommando tutti costoro difficilmente avremmo nella Comunità Europea più anglofoni nativi che persone di madrelingua neerlandese o rumena, anzi penso molti di meno.

    Un’altra osservazione. Dopo il ’45 era perfettamente comprensibile che si guardasse con ammirazione ai Paesi Anglossassoni. Dopo tutto son loro che ci hanno restituito la libertà perduta (non voglio negare il ruolo della Resistenza, ma da solo difficilmente sarebbe bastata, né quello dell’URSS, ma quest’ultima sarà difficile definirla quale apportatrice li di libertà a giudicare dall’esperienza dei Paesi dll’Europa centrale), e erano state quelle anglosassoni quasi le uniche nazioni rimaste fedeli alla democrazia (sia pure con contraddizioni di non poco conto come il segregazionismo negli USA e il colonialismo britannico) quando l’Europa continentale affondava, un paese dopo l’altro, nel nazifascismo.

    Oggi però questo complesso d’inferiorità mi sembra tutt’altro che giustificabile, specie di fronte agli Stati Uniti, che non solo, come si sta drammaticamente evidenziando, in campo sanitario, bensì anche sotto molto altri aspetti, dal diritto penale alla sostenibilità ecologica, appaiono molto più arretrati della vecchia Europa.
    E arretrati anche nelle politiche linguistiche: l’ossessione per l’esclusività dell’inglese come lingua pubblica
    (“Officlal English”, “Only English”) porta all’assurdità le decine di milioni di “ispanici” perdono la possibilità di vivere un bilinguismo che li metterebbe nell’invidiabile condizioni di padroneggiare due lingue mondiali. E senza contare che lo spagnolo (basta dare un’occhiata alla toponomastica) nel sudovest degli USA una qualche radice storica ce l’ha!

    "Mi piace"

    • Ciao, sull’inglese nella comunità europea, seppur parlato da un’esigua minoranza, non è una lingua ufficiale, perché Irlanda e Malta hanno rispettivamente optato in modo formale per gaelico e maltese, come ha sottolineato anche Francesco Sabatini, dunque bisognerebbe maggiormente riflettere, e a detta non solo mia anche rivedere, il senso di mantenerlo come lingua di lavoro.
      Non nego il ruolo fondamentale degli Usa nella liberazione, anche se qui a Milano ci siamo liberati prima dell’arrivo degli alleati, e trovo compresibile l’ammirazione per gli statunitensi (quanto all’Europa tra gli alleati c’erano non solo gli angosassoni ma anche i francesi e non tutta l’Europa era nazifascista). Con il senno di poi, però, non enfatizzerei troppo l’aspetto del “restituirci la libertà”, il loro intervento non è stato “gratuito”, era volto a un controllo del nostro continente in funzione anticomunista, e l’Iitalia ha poi pagato l’ingerenza politica ed economica di questo intervento, nei decenni successivi. Ma questa è solo una lettura e un’opinione opinabile. Sono invece completamente d’accordo sulle altre cose che scrivi.

      Piace a 2 people

  3. L’ultimo paragrafo del tuo pezzo appassionato, che naturalmente condivido in toto, mi fa molto piacere. Avanti così.
    Nel frattempo:
    “ArT you ready?” Un “flashmob” digitale per onorare il patrimonio culturale italiano dedicato a tutti gli “igers”.
    Non ce l’ho fatta più e ho scritto al Ministero per i Beni Culturali, che è autore di questa iniziativa, domandando(gli)mi se non ritengono che la lingua faccia parte del nostro patrimonio di conoscenze e di sapere e che quindi magari andrebbe utilizzata per la comunicazione anzichè l’inglese, oltre a sottolineare la responsabilità che loro in particolare hanno nel diffonderla e difenderla. Domande retoriche naturalmente, ma che a quanto pare sembrano ignorare visto che ormai siamo arrivati perfino ai giochi di parole (inglesi naturalmente) nei titoli.
    Sto ancora aspettando la risposta, ma mi sa che aspetterò per un bel po’.

    Piace a 4 people

    • In questi giorni Trump – dopo aver cambiato idea sulle iniziali sparate negazioniste del virus e sui successivi amonimenti di non bloccare l’economia statunitenze – ha dichiarato: seguiamo il modello italiano. Contemporaneamente tutto il nostro apparato mediatico sta scrivendo sui giornali e blaterando in tv che Conte ha dichiarato il lockdown. Credo che sia l’esempio lampante del nostro complesso di inferiorità e anche della nostra idiozia. Del resto ci distinguiamo per l’italian design o il made in Italy… cioè chiamiamo in inglese ciò di cui ci fregiamo e che ci contraddistingue come eccellenza. Siamo alla follia, al suicidio culturale e linguistico.

      Piace a 3 people

      • E infatti mi chiedo : perché anche in questo periodo, in cui gli USA (prima di seguire il nostro esempio) si sono dimostrati esplicitamente menefreghisti, noi italiani (dal punto di vista mediatico) dobbiamo ancora mostrarci “inferiori” nei confronti pur sapendo che il loro non è quello migliore da seguire? Potessimo invece cominciare ad imitare il modello europeo. Insomma i nostri giornalisti sono convinti che tutto ciò che esce dalla bocca dell’America sia “legge”. Chissà cosa accadrà dopo la quarantena…

        Piace a 3 people

        • Perché siamo una colonia. Perché siamo stati assoggettati alla cultura statunitense con le stesse modalità descritte da Tacito nell’Agricola con cui i Romani hanno assoggettato i Bretoni (vedi qui: https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2019/09/23/colonialismo-linguistico-e-globalizzazione-a-senso-unico/).
          Hai presente i fenomeni sociolinguistici, ma non solo, tipici per esempio degli ambiti giovanili? Attraverso un certo tipo di modo di vestirsi, di ascoltare musica e anche di parlare, i gruppi di giovani trovano la loro identificazione di gruppo, si distinguono e si “marchiano” mediante queste caratteristiche per riconoscersi e per esternare e gridare al mondo la loro appartenenza a una certa fascia sociale: a seconda dei periodi e degli ambiti i paninari, gli emo, i fricchettoni, i metallari… Ecco la nostra classe dirigente intera, come un enorme gregge di pecoroni, si identifica snocciolando l’inglese e l’itanglese come segno di superiorità e di appartenenza al pensiero unico.
          Del resto si sono formati in questa cultura colonialistica, mangiando nei fast food, giocando alla playstation, nutrendosi di film e telefilm che esprimono i modelli d’oltreoceano, o della cultura della Rete che è fatta da piattaforme dalla terminologia itanglese (follower, blogger, social, chat…); hanno studiato il marketing, non sanno il latino e il greco che un tempo era alla base delle neologie, perché adesso c’è solo l’inglese; leggono testi di matrice americana, spesso maltradotti e imbevuti del lessico inglese che non si traduce più e si esporta spacciandolo come prestiti di necessità; oppure studiano direttamente in inglese anche nelle università italiane (dal Politecnico all’Humanitas di Milano) e si esprimono in inglese negli ambiti strategici: economia, scienza, medicina…
          Alla fine pensano in inglese, se va bene, più spesso solo in itanglese. Tutto ciò porta alla perdita del lessico italiano, taglia le nostre radici. E così i giornalisti, gli esperti e chiunque in questi giorni parla di coronavirus (sarebbe un virus a corona nella nostra cultura, ma poco male, non viola più di tanto le nostre regole) fa a gara (e allo stesso tempo non è capace di dire diversamente) nello snocciolare screening, trend, task force, lockdown credendo di essere internazionale, tecnico, colto, moderno, superiore… e diffonde questo lessico del suicidio e della sottomissione che poi la gente non può far altro che ripetere.
          L’unico modo per spezzare questa piaga è contrapporre altri modelli, stigmatizzare ciò che avviene come qualcosa di ridicolo, patetico e anche distruttivo. Purtroppo le voci fuori dal coro si contano sulle dita di una mano, e se non cambia qualcosa, questa strategia degli Etruschi e questa sottomissione ai modelli statunitensi considerati superiori dilagherà in modo sempre più incontrollabile.

          Piace a 3 people

          • Ho capito, però sarebbe comunque l’ora di “de-colonizzarci” (non importa quando o come).

            Questo ovviamente vale anche per la cultura e l’ istruzione: in questi giorni mia madre, che deve seguire la nipotina per fare i compiti durante la quarantena, si lamenta giustamente sul fatto che noi (attraverso riforme inutili come ad esempio quella di Gelmini) abbiamo semplificato troppo i metodi scolastici sul modello “anglosassone” (ma io preferirei parlare di metodo “americano”) e sono sempre stato d’accordo su questa critica.

            A proposito di “colonizzazione” : nella maggioranza dei paesi linguisticamente “sani” (es. Francia, Spagna, Estremo Oriente ecc.) come vengono percepiti i gerghi o le mode giovanili tipicamente americane ?

            Piace a 2 people

            • La semplifcazione dei modelli didattici italiani su quelli anglosassoni ha prodotto danni, a mio avviso. E penso lo stesso della privatizazione della sanità, e finalmente la cosa è sotto gli occhi di tutti, della nuova concezione del lavoro senza diritti, tutte cose che puntano a scimmiottare i modelli statunitensi che sono diversi e peggiori. Lo stesso si può dire dei goffi tentativi di imitare la politica americana, dall’introduzione a martellate di un bipartitismo che non ci appartiene e che infatti non ha fnzionato, ai presidenti delle regioni che si fanno chiamare governatori e che adesso bisticciano con lo stato centrale con cui competono per aumentare il proprio potere.
              Non sono un sociologo, e non ho mai studiato i gerghi o la penetrazione delle mode giovanili in altri Paesi. Posso solo constatare che dal punto di vista linguistico appunto, all’estero sono più sani.

              Piace a 3 people

      • E questo mentre francesi, spagnoli, catalani, portoghesi parlano all’unisono di “confinamento”. Potremmo anche dire “blocco”, “isolamento”, etc. – come scrivi in un altro articolo – ma i giornali continuano a usare “lockdown”. Detto questo, la nota positiva è che le statistiche giocano a tuo e, lasciami dire, nostro favore. Bravo Antonio, il confinamento ci ha impedito di conoscerci di persona, ma ti seguo sempre e ti supporto in Rete! Avanti così 🙂

        Piace a 3 people

  4. A proposito di “incontri” linguistici inglese/italiano, vi segnalo una serie di video brevissimi, intitolata “Parole parole”, che spiegano in inglese parole italiane. Tra quelli che ho visto, il video dedicato a “borgata” è purtroppo inesatto, anche se l’autore è uno studente PhD di “Italian studies”. Per il mio blog ho scelto “bufala”. Se siete interessati, il link è: https://www.youtube.com/channel/UCZUi0NOCUrLuINuyV_FsNhQ/videos
    Saluti all’autore e ai commentatori.
    Carla

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...