Che fine sta facendo l’italiano: piccola aggiunta

Dal modulo dei contatti di questo sito, ho appena ricevuto la segnalazione di questo messaggio:

Buongiorno, forse può interessare: [collegamento ipertestuale]

Mi occupo di Food. La mia azienda sta preparando per gli amanti dei prodotti dell’eccellenza enogastronomica italiana, mistery box. Ci piacerebbe per ogni mese in cui verranno inviate, trascrivere sulla confezione l’augurio “enjoy the surprise” già presente nelle nostre confezioni, anche nei vari dialetti italiani, fornendo poi in una cartolina, la spiegazione circa la provenienza del dialetto citato”.

 

Tralasciando stile e punteggiatura frettolosi tipici della comunicazione in Rete, mi domando: cosa spinge un’azienda che punta “all’eccellenza enogastronomica italiana” a praticare l’itanglese nella propria comunicazione al destinatario?

Buongiorno mi occupo di Food (notare la maiuscola) è già una “bella” presentazione, e di certo qualcuno, come nel caso di living, sarà pronto a difendere l’uso di questo anglicismo come il tecnicismo più appropriato del settore. Ma più che sulla missiva vorrei riflettere sul destinatario dei prodotti pubblicizzati, che oggi forse si dice solo target.

Perché un amante delle eccellenze italiane dovrebbe acquistare prodotti o mistery box che hanno come motto “enjoy the surprise“? Quale grande bella pensata e strategia si nasconde dietro l’idea di affiancare il motto in inglese con il dialetto? Quella di accattivarsi il pubblico regionale? Non manca qualcosa? Qualcosa che è una via di mezzo tra l’inglese e il dialetto e che si chiama italiano? La nostra lingua, quella che parlano e che amano i potenziali consumatori cui l’azienda si rivolge, potenziali almeno in teoria, perché nella pratica auguro a questa iniziativa tutto l’insuccesso possibile.

La prima regola della comunicazione, una volta, era che il messaggio dovesse essere adatto al destinatario. Oggi i comunicatori si formano sui testi di markeTTing “una materia spiccatamente anglofona” che insieme alle sue prassi esporta però anche la sua lingua. E spesso si esprimono in itanglese convinti di essere moderni e internazionali; forse pensano che tutti siano come loro e non si rendono contro che la gente parla in un altro modo. O non sono più capaci di raggiungere il loro bersaglio (non sanno più parlare l’italiano) oppure impongono consapevolmente il proprio linguaggio ai clienti, che una volta avevano sempre ragione, ma oggi sono sempre più utenti (=sudditi) da plasmare anche attraverso l’inglesorum. O forse le loro indagini di mercato suggeriscono che l’inglese sia più evocativo e adatto al loro pubblico? Se così fosse… povero italiano, ridotto a esprimere in inglese persino le proprie eccellenze!

L’Associazione Lingua Tedesca VDS (Verein Deutsche Sprache) denuncia da tempo le conseguenze linguistiche dell’espansione delle multinazionali e delle loro pubblicità basate sull’inglese, e per questo ha lanciato un appello rivolto ai consumatori perché acquistino i prodotti dal nome e dalle descrizioni tedesche e pubblicizzati nella lingua tedesca. Ma nel caso in questione siamo al paradosso: i prodotti pubblicizzati a questo modo sono italiani, e questo parlare itanglese è una pura e ridicola emulazione interna.

Purtroppo questo esempio non è un caso isolato. È la stessa strategia comunicativa, folle e deleteria, che porta ad aprire i wine bar invece delle enoteche, e rischia di scontentare tutti: gli italiani orgogliosi del proprio vino e delle proprie cantine/enoteche, e gli stranieri che vengono da noi per gustare i nostri prodotti, visto che nei ristoranti di lusso di New York propongono vino, perché questa è la parola che maggiormente evoca la nostra qualità.

Se invece si volesse puntare al pubblico internazionale, vale la pena di riportare le riflessioni di una pubblicitaria esperta di comunicazione come Annamaria Testa:

“Se parliamo di prodotti italiani all’estero, suggerirei di non sottovalutare le potenzialità della lingua italiana e suggerirei ai colleghi che fanno pubblicità a prodotti venduti in Italia di smetterla, per cortesia, con l’abitudine stucchevole di usare slogan in inglese, non si capisce perché”.

Davanti ai mistery box e all’augurio “enjoy the surprise“, perciò, la mia risposta è:

FOOD? NO GRAZIE!

Come consumatore e amante della gastronomia italiana preferisco acquistare prodotti di aziende che si esprimono in italiano.

 

PS
Per la storia più approfondita di food (quando è comparso e come è arrivato a soppiantare le alternative di gastronomia/ristorazione) rimando a un vecchio articolo: “La creolizzazione lessicale dell’italiano: il caso food

8 pensieri su “Che fine sta facendo l’italiano: piccola aggiunta

  1. Rido per non piangere. Qui in Germania, gli imprenditori tedeschi che aprono locali italiani tendono a scegliere nomi italiani. Poi arriva un’azienda nostrana di eccellenze alimentari nel cuore di Monaco di Baviera e decide di chiamarsi: “Eataly”. Bisogna aggiungere altro?

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  2. Temo purtroppo che quello dell’abuso dell’inglese nella pubblicità (rivolta a consumatori italofoni) sia uno dei più difficili da contrastare, perché in effetti qui l’uso della lingua nordatlantica (ma naturalmente dev’essere un inglese facilino facilino, altrimenti il trucco non funziona) è funzionale alle strategia di vendita.

    La pubblicità, si sa, si basa anche sul suscitare nel potenziale acquirente sensazioni positive ricollegandole al prodotto offerto, e qui la sensazione positiva è data dal messaggio implicito: “fai parte anche tu dell’eletta schiera di quelli che sanno l’inglese!”.

    Su questo credo che ci sia ormai poco da fare. Sarebbe però auspicabile che almeno la comunicazione delle istituzioni, che si suppone meno legata a logiche commerciali, evitasse d’avventurarsi in questo gioco.

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    • Verissimo, c’è da aggiungere che la pubblicità da sempre ha puntato su nomi esotici o che terminavano in consonante, per es. a fine 800 c’era l’appetitolin e altre invenzioni del genere, sfogliando i giornali di annata… oggi l’inglese (ma anche lo pseudoinglese) assolve questa funzione, anche se ormai il travaso linguistico è totale, va oltre i nomi e anche intere frasi passano non tradotte. Però per promuovere le eccellenze gastronomiche italiane è davvero assurdo e controproducente a mio avviso.

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