Che fine sta facendo l’italiano?

Maturità 2019. In un liceo artistico di Milano, gli studenti sono alle prese con la seguente prova di esame. L’espressione “incriminata” è “salotto-tinello”.

 

tinello e living maturita
Agli studenti milanesi la parola “tinello” (piccola sala da pranzo) suona quasi incomprensibile. Il loro professore di design tuona contro questo linguaggio obsoleto: living! Si dice living, questo è il “tecnicismo” che si usa nel settore.

Che vergogna tinello! Che parola antica! È addirittura italiana… Per una volta che il linguaggio del Miur parla italiano, ecco che un insegnante della capitale dell’itanglese si scaglia contro la nostra lingua in nome di un’anglomania deficiente. La deficienza sta nel fatto che in inglese si dice living room, living è una decurtazione all’italiana che richiama ai più una pubblicità della Scavolini: “II mio bagno, il mio living, la mia cucina”, pronunciata da un personaggio (per molti fastidioso) come il cuoco Cracco (ma forse è fastidioso anche dire cuoco invece di chef, in questi tempi in cui il francesismo è percepito come inglese).

Dietro questa scenetta, reale, c’è tutto il dramma dell’italiano. Il Morbus anglicus non sta nella lingua, sta negli italiani, in particolare gli anglofili ottusi convinti che per essere tecnici, o semplicemente moderni, si debba abbandonare la nostra lingua con l’alibi dei tecnicismi.

Naturalmente non tutti la pensano come me. Una schiera di anglomani è pronta a difendere la posizione di questo insegnante. Costoro, per distinguersi ed elevarsi, utilizzano i tecnicismi in inglese che diventano in questo modo sempre più “insostituibili” ed entrano nell’uso sbaragliando le alternative possibili. E se l’insegnamento è nelle mani di chi la pensa a questo modo è inevitabile che gli studenti si stupiscano davanti a una parola come “tinello”, che non sono più abituati a sentire. Che altro potrebbero fare? L’inglese e l’itanglese si diffondono così, veicolati da piccoli uomini che ripetono ciò che imparano su piccoli manuali mal-tradotti di autori statunitensi. Gli esempi sono infiniti.

Mi sono spesso scontrato con il linguaggio delle scuole professionali in cui mi è capitato di insegnare, dove i compiti si chiamano homework, i corsi di recitazione sono stati ribattezzati di acting, le materie si chiamano storytelling o filmmaking e così via, tra gli open day accalappia-studenti e i workshop al posto dei seminari. Mi è stato risposto che le mie scelte “eccentriche” di utilizzare l’italiano non sono funzionali al mondo del lavoro con motivazioni di questo tipo:

“Il progressivo passaggio a una lingua più anglicizzata è una scelta di funzionalità. Il marketing è una materia spiccatamente anglofona, e usare termini tecnici non nativi si è rivelato spesso perdente. O perlomeno: poco funzionale. E lo stesso vale nel filmmaking (che potremmo chiamare produzione audiovisiva, consci però del fatto che molti fraintenderebbero quello di cui parliamo), o nei corsi di Web, App e 3D. Così come ritengo perfettamente sensato che un pianista di New York usi il termine forte invece di strong quando parla dell’intenzione di esecuzione di uno spartito, allo stesso modo mi sembra ovvio usare competitor invece di concorrente, se voglio usare un linguaggio professionale. La realtà lavorativa progettata da questi linguaggi tecnici è diversa da quella progettabile usando un italiano pure corretto ma, appunto, non di uso. Il corso di laurea in design di prodotto si chiama ancora – o si è chiamato fino a pochi anni fa – disegno industriale. Credo che il 90% dei diplomati dell’ultimo lustro non si riconosca in quella dicitura, e si presenti a un colloquio dicendo: ho studiato product design.”

Peccato che, a parte cappuccino o espresso, gli italianismi nel mondo risalgano perlopiù al Settecento, nella musica, o al Rinascimento nell’ambito artistico. Una volta le nostre parole identificavano le nostre eccellenze, ma in tempi recenti non sappiamo che usare l’inglese vissuto (a torto) come tecnico o internazionale persino per ciò che ci contraddistingue: il made in Italy, l’italian design, Eataly, SlowFood… Se andiamo a quantificare il numero degli italianismi penetrati nell’inglese vediamo che sono numericamente contenuti e soprattutto che la maggior parte di essi è stata adattata (design da disegno, novel da novella, comedy da commedia…), mentre gli anglicismi che importiamo sono migliaia e migliaia, e non italianizziamo quasi nulla, anzi, spesso li accorciamo a modo nostro (basket e non basketball) o inventiamo pseudoanglicismi che hanno la funzione di suonare inglesi, non di esserlo.

Quando gli insegnanti (e più in generale, fuori da questi orticelli: la nostra classe dirigente) scelgono di parlare in questo modo per la formazione degli studenti  operano per la regressione dell’italiano e la diffusione dell’itanglese. Contribuiscono a svilire la grande tradizione storica per esempio del nostro disegno industriale, o sostengono che competitor sia più professionale di competitore non si capisce bene su quali basi, se non quelle del proprio gusto personale, con il risultato che i ragazzi che plasmano si vergogneranno di questa espressione e opteranno per l’inglese, che fa parte evidentemente di un preciso “progetto” culturale-linguistico.

Mentre alcuni linguisti, nella loro torre d’avorio, continuano a negare il problema dell’anglicizzazione della nostra lingua, gli addetti ai lavori ne sono ben consapevoli, e rivendicano con orgoglio il ricorso all’inglese come una scelta: la prassi più opportuna, funzionale e preferibile. Il ricorso agli anglicismi è insomma una strategia comunicativa (interna) in troppi settori, l’altra faccia di una colonizzazione economica e culturale (pressione esterna) davanti alla quale siamo succubi: ripetiamo i modelli e le categorie statunitensi insieme alle loro parole, che consideriamo superiori. Non sappiamo più elaborare concetti nostri in italiano e insieme alla nostra lingua stiamo perdendo la nostra cultura e la nostra capacità critica.

Tra i mille esempi che si potrebbero fare, basta leggere un testo di marketing come questo:

Il lead time si misura in termini di risposta. Minore è l’attesa, maggiore è la competitività. Il cliente può chiedere la produzione di un prodotto ex novo (time to market) o la spedizione di un bene finito (time to order) ed in entrambi i casi il tempo andrà gestito in maniera efficiente. (..) Fra le varie metodologie, la più diffusa rimane la Just In Time (o JIT) che punta sulla gestione delle scorte riducendo al minimo gli sprechi. La JIT richiede la massima coordinazione di tutte le fasi che costituiscono l’attività d’impresa al fine di ottimizzare il magazzino snellendo i tempi di ricerca e di invio del prodotto. Applicata sia al time to market che al to order, la JIT aumenta la competitività dell’azienda aumentando il suo valore nel mercato di riferimento. (…) Garantire al cliente una consegna rapida permette di creare un network di fidelizzazioni valutabili in termini di feedback. (…) Il payment può avvenire con carta di credito, sistemi telematici, contrassegno e bonifico ma la conferma può rientrare in uno step successivo. (…)  L’ottimizzazione degli order picking seguendo il metodo del JIT riduce le giacenze…

Ecco che fine sta facendo l’italiano. I concetti chiave sono espressi in inglese, e dunque diventano tecnicismi, senza alcuna motivazione plausibile, a parte il fatto che preferiamo creolizzarci.
L’italiano è ridotto a una parafrasi definitoria iniziale (necessaria, visto che l’inglese è ben poco conosciuto) che si abbandona subito dopo per usare la terminologia inglese, simbolo di modernità e di funzionalità: network e non rete, feedback e non riscontro, payament non pagamento, step non passo, order picking e non raccolta degli ordini, lead time non tempi di consegna, time to market non tempi di produzione, just in time non produzione su richiesta
Questa strategia linguistica basata sulle parole aliene e sull’inglesorum è quella che usiamo sempre più nel mondo del lavoro e che insegniamo alle nuove generazioni e non perché siano tecnicismi, ma perché nella nostra rinuncia all’italiano abbiamo deciso che diventino tecnicismi!

Si possono fare innumerevoli esempi di questo tipo, pescando da ogni settore.

È questo è il destino dell’italiano? Una lingua da usare per comprare il pane ma inadatta a parlare della contemporaneità, della scienza, della tecnica, del lavoro, dell’informatica, della moda…? Una lingua del genere è sempre più simile a un dialetto.

Le lingue evolvono, certo. Ma in questo momento storico dobbiamo chiederci come l’italiano si stia evolvendo e quantificare l’interferenza dell’inglese che è ormai uno tsunami, per dirla con Tullio De Mauro.

Davanti all’anglicizzazione siamo a un bivio. C’è chi ne va fiero, lo pratica per elevarsi e sentirsi moderno, ne sostiene la necessità e l’insostituibilità; e poi c’è chi invece ne è infastidito e lo evita. Dalle nostre scelte di oggi dipende l’italiano o l’itanglese del futuro.

Fuori da questa opposta visione delle cose c’è anche qualche linguista che ci dice che l’anglicizzazione è tutta un’illusione ottica, come la temperatura percepita che non è quella “reale” (peccato, a proposito delle attuali ondate di caldo, che la gente finisca in ospedale proprio per la temperatura percepita, e non certo per i gradi centigradi che non sono un parametro più “reale”, visto che non tengono conto di umidità e altri fattori che sono quelli che ci fanno stare male); o che la stessa moda l’abbiamo vissuta quando era il francese a costituire un modello sociolinguistico da imitare (ma fu un fenomeno completamente diverso, basta studiarlo); o ancora, che gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza, sono una moda passeggera e presto smetteremo di dire badge e torneremo a dire tesserino

Io posso comprendere chi è anglomane e preferisce il living con angolo cottura al salotto-tinello (se non altro è consapevole delle proprie “scelte funzionali”) anche se davanti a queste posizioni che non condivido mi viene da piangere. Ma di fronte alle analisi dei linguisti negazionisti non si può che ridere.

9 pensieri su “Che fine sta facendo l’italiano?

  1. D’accordo con la tua analisi che purtroppo rispecchia la realtà che conosco anche io in azienda. Un’altra parola che a mio avviso rischia di risultare a breve antiquata è “riunione”, spesso sostituta da “meeting” che alle orecchie degli anglimbecilli suona più figa. Poi di fatto ci si perde in inutili e interminabili discussioni, esattamente come nelle riunioni. Quanto a “living”, non credo sia riuscito (ancora) a scalzare “salotto, soggiorno, salone”, almeno nella lingua generale. Poche persone si sognerebbero di dire “mamma, ti aspetto nel living”. A onor del vero credo anche che tinello sia ahimè desueto.

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    • Meeting, insieme a convention invece di congresso vanno per la maggiore… ultimamente si sente più spesso anche talk invece di dibattito, e poi c’è summit che è molto frequente e non si dice più incontro al vertice. Hai ragione su living, nella lingua comune per ora non si sente, mi stupiva il fatto che un professore lo considerasse IL tecnicismo degli addetti ai lavori, invece di soggiorno/salotto, visto che tinello è ormai incomprensibile alle giovani generazioni. Un saluto.

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  2. Il “living” non si può sentire. Detto da un professore poi, un totale abominio.
    Devo dire però che non ho nemmeno mai avuto la necessità di usare “tinello”, con tutte le parole alternative che ci sono. Ho sempre pensato inoltre che quella parola si adattasse alle case di una volta. Si potrebbe usare anche per le case moderne?
    Terribile la risposta che ti hanno dato per giustificare l’utilizzo dell’orrido itanglese.

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  3. Se mi posso permettere. Oltre all’arroganza anche l’ignoranza…(rif. l’insegnate protestante) Il salotto tinello ha nulla a che vedere con “living”….It is a ‘small DINING room’!!! …Living room è SOGGIORNO!
    Questo è un esempio anche dell’Inglese fac-simile che spesso si osa sfoggiare…L’Inglese fai da TE!

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