Anglicizzazione del giapponese e itanglese: analogie e differenze

L’interferenza dell’inglese nelle lingue locali è un fenomeno internazionale, anche se l’Italia è un caso anomalo in Europa, e l’anglicizzazione è senza uguali rispetto per esempio alla Francia o alla Spagna. Quello che ci contraddistingue è la totale assenza di reattività davanti a questa nuova forma di colonialismo, e mentre all’estero si varano politiche linguistiche, campagne di tutela e promozione degli idiomi locali, ed esistono istituzioni che creano ufficialmente neologismi e alternative, noi siamo allo sbando, perché i nostri politici, i nostri mezzi di informazione, i nostri intellettuali o scienziati e la nostra classe dirigente diffondono con la loro autorità l’adozione degli anglicismi, invece di contrastarli; e tra i linguisti c’è chi li giustifica come “necessari” e chi ancora nega che l’anglicizzazione della nostra lingua esista o sia un problema.

L’irruzione dell’angloamericano nelle altre lingue, con i suoi diversi gradi di profondità, non riguarda solo l’Europa. Così come da noi si parla di itanglese (in Francia del franglais, in Germania del Denglisch…), in Asia si parla dell’hinglish per l’hindi, del konglish per il coreano, o del tinglish per il thai (per i nomi di queste contaminazioni in altri Paesi cfr. Tullio De Mauro, “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”).

Nel caso del giapponese il fenomeno prende il nome di japish, englanese o giappinglese.

Analogie tra Italia e Giappone

C’è un fatto significativo che accomuna italiani e giapponesi: entrambe le popolazioni conoscono poco l’inglese. Dalle statistiche Istat riferite al 2012, solo il 43,7% degli italiani tra i 18 e i 74 anni conosce almeno un po’ di inglese, mentre per altre fonti solo il 34% sarebbe in grado di sostenere una conversazione. Secondo le ricerche effettuate tra gli studenti delle scuole secondarie e delle università, l’indice di conoscenza dell’inglese attraverso il criterio di punteggio denominato EF EPI vede l’Italia al 26° posto in Europa (su 33 Paesi) e al 36° nel mondo, con un livello di competenza medio, ma il Giappone è messo decisamente peggio: è al 53° posto con un livello di competenza basso. Credo sia significativo che la diffusione degli anglicismi sia ampia proprio in Paesi dove l’inglese si sa poco; forse, quando non si conosce il significato di molte parole, si tende più facilmente a ripeterle così come sono; e invece di saperle tradurre e di utilizzare gli equivalenti in modo più naturale, appaiono tecnicismi “insostituibili” anche quando non lo sono.

italia e giappone conoscenza dell'inglese

Un altro elemento di affinità tra italiani e giapponesi si può rintracciare nel complesso di inferiorità nei confronti dell’inglese che, più in generale, in Giappone spesso si riscontra verso chi è occidentale. Questo sentimento agevola l’adozione degli anglicismi, che nel giapponese sono molto diffusi a partire dal settore tecnologico, nonostante il ruolo di prestigio nel campo dell’elettronica di consumo. Una parola come walkman, per esempio, è un marchio registrato nel 1979 dalla Sony, anche se viene considerato un termine inglese.

Anche se ci sono queste analogie, un confronto Italia-Giappone nell’accogliere parole angloamericane ci vede decisamente sfavoriti. A dispetto dei reciproci complessi di inferiorità e della non alta conoscenza dell’inglese, dall’altra parte del globo si registrano infatti una reattività e una strategia di adattamento che da noi sono venute a mancare.


Le differenze tra itanglese e giappinglese

Un’importante differenza tra italiano e giapponese sta nel fatto che, mentre noi usiamo l’alfabeto latino, “la lingua giapponese presenta un complesso sistema di scrittura composto da due sillabari – hiragana e katakana – e dai caratteri di origine cinese – kanji – introdotti dalla Cina circa 1500 anni fa, cui possono aggiungersi lettere dell’alfabeto latino e persino intere parole straniere” (Susanna Marino, Yuko Enomoto, il Dizionario Giapponese, Zanichelli 2006).

In questo modo, gli anglicismi scritti in alfabeto latino possono irrompere all’interno del sistema di scrittura tradizionale spezzando in modo ben più pesante che da noi l’identità linguistica, e perciò i forestierismi sono di solito trascritti nel sistema del katakana. Anche per questo motivo si manifestano opposizioni all’accoglimento ben più forti e motivate che da noi. Ma anche il senso di inferiorità verso l’inglese del caso nipponico è un po’ diverso dal nostro, visto che si tratta di un popolo tradizionalmente combattivo e storicamente segnato in modo profondo dalle bombe atomiche e dall’umiliante resa agli Stati Uniti. E infatti le reazioni che si registrano sono da noi inusuali. Da anni l’Agenzia per gli Affari Culturali Giapponesi denuncia l’uso crescente delle parole straniere che intaccano la bellezza della lingua tradizionale e creano un ostacolo per la comunicazione tra giovani e anziani. E nel Paese del sol levante capita persino che un settantunenne giapponese intenti una causa contro l’emittente di Stato NHK per il continuo uso di “prestiti” linguistici trascritti nell’alfabeto del katakana.

Oltre a queste resistenze che aiutano a mantenere l’identità della loro lingua, un’altra sostanziale differenza con il caso italiano va individuata nella modalità con cui gli anglicismi sono accolti, che passa per l’adattamento e la creazione di neologismi.  Il giapponese moderno è una “lingua che tende a evolversi piuttosto velocemente, con la creazione di neologismi e l’adozione di parole straniere (soprattutto inglesi)” (Susanna Marino, Yuko Enomoto, il Dizionario Giapponese, Zanichelli 2006). Ma queste parole non sono adottate in modo crudo, come da noi, sono al contrario adattate al proprio sistema grafico e soprattutto fonetico. Così gli anglicismi vengono maggiormente assimilati e assorbiti.

I Pokemon, per esempio (la cui pronuncia in giapponese è Pokémon e non Pòkemon come si dice in angloamericano e di conseguenza, inutile dirlo, anche in italiano), nascono dalla contrazione di Poket Monsters che diventa Poketto monsutaa, pronunciato alla giapponese più o meno come “pokéto mònstaa”. E così, mouse si esprime con un adattamento che suona come mausu (a usare l’inglese crudo siamo quasi solo noi italiani, visto che negli altri Paesi o si usa “topo” o si adatta), mentre il personal computer diventa paasonaru konpyuutaa poi abbreviato in pasokon (pronunciato più o meno “pasokòn”).

erikottero
Eriko Kawasaki

E come spiega in un video molto istruttivo la frizzante Eriko Kawasaki, la playstation si adatta ai propri suoni e diventa puresute (pron. “plestè”), oppure  lo smartphone si trasforma in sumaho (pron. “ sumàho”).

Anche i giapponesi, come gli italiani, hanno una certa predilezione ad abbreviare le parole inglesi. Ma noi le decurtiamo in modo ridicolo mantenendone la grafia e la pronuncia originale con risultati assurdi: la spending invece della spending review indica la spesa, e non la sua revisione, che è dunque l’opposto di quello che diciamo; il basket vuol dire cesto e non basketball; social non sono i social network, cioè le piattaforme sociali, vuole dire sociale
I nipponici, invece, prediligono le contrazioni e soprattutto non hanno alcun timore di adattare l’inglese ai loro suoni, come tendono a fare del resto anche gli spagnoli o i francesi. È significativo che in Giappone si adattino persino i nomi propri: seguire la propria indole linguistica è istintivo, non è qualcosa di cui vergognarsi perché “imbastardisce” l’inglese. Makudonarudo (che si pronuncia con l’accento sulla “o” finale) è la giapponesizzazione di McDonald’s, e nel naturale processo di adattamento + contrazione a Osaka si dice più spesso Makudo (pronunciato per approssimazione al suono “Makudò”), mentre a Tokyo prevale la decurtazione “Makku”. Insomma, questo processo di adattamento – tipico delle lingue sane – convive con la capacità di generare neologismi, non si riduce all’importare senza adattamenti come nel caso italiano, e tutto sommato preserva l’identità linguistica in modo decisamente maggiore che da noi. Nel non avere tabù nell’assimilare i forestierismi a questo modo, nomi propri compresi, vale la pena di segnalare che Dorugaba (pronunciato pressappoco “Torugabà”) è semplicemente la marca Dolce & Gabbana, dove la nostra “italianità” si esprime invece con una “e commerciale” che ha senso come abbreviazione in inglese al posto del più lungo “and”, ma che nella nostra lingua non ha alcun motivo di esistere.

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Grazie a Lucius Etruscus che mi ha segnalato la questione dei nipponismi in uno scambio che mi ha dato lo spunto per questo articolo.
Grazie a Ginevra Borgnis per la consulenza linguistica e culturale sul Giappone e a Erikottero cui ho rubato molti esempi.

Hate speech: l’incitamento mediatico all’odio (contro l’italiano)

Una lettrice mi ha segnalato l’impennata della frequenza di “hate speech” nei mezzi di comunicazione dell’ultimo mese “in seguito soprattutto alle vicende che hanno coinvolto la senatrice Segre”. Ciò che l’espressione designa è tristemente antico. E anche questo virgolettarla dalla cultura statunitense non è nuovo, circola da una decina di anni, benché inizialmente si dicesse soprattutto in italiano, incitamento all’odio. La novità è che più passa il tempo più la nostra lingua scivola in secondo piano e retrocede, diventa la spiegazione da affiancare all’espressione inglese gridata nei titoli che inevitabilmente poi diventerà quella più in uso, tecnica, corretta e “insostituibile”.

Le radici dell’odio

In un articolo della Repubblica del 29 maggio 2013 (“Facebook, stop violenza alle donne: utenti e investitori contro il sessismo”), si poteva leggere che a Palo Alto avevano ammesso “di aver sottovalutato l’insidia del cosiddetto ‘hate speech’, ovvero ‘odio mediatico’, che nell’avversione alle donne trova uno degli esempi più diffusi e deprecabili.”

Tutto inizia ogni volta così, con qualche occasionalismo virgolettato affiancato da una spiegazione. Le schermaglie che precedono questa prima fase, di solito, sono espressioni del tipo: “Nella giurisprudenza statunitense esiste un’espressione per indicare l’incitamento all’odio…”; oppure: “Hate speech, come dicono con una bella locuzione gli americani…”.
Con il tempo l’anglicismo comincia a essere utilizzato sempre più in primo piano, la traduzione letterale o possibile viene solo affiancata, e non è mai evocativa o precisa come il dio inglese.
La terza fase è quella di far sparire ogni corrispondente. L’italiano che serviva da bastone si getta. C’è solo l’inglese, possibilmente da sbattere nei titoloni (cliccare per credere). La traduzione, se va bene, si trova all’interno dell’articolo, giusto per spiegare di che cosa si sta parlando ai subalterni che non capiscono, al rango inferiore della società reo di non padroneggiare l’idioma alto della cultura globale. E così nel 2018 l’espressione è stata annoverata tra i neologismi della Treccani, che riporta numerose citazioni dai giornali. Il prossimo passo saranno i dizionari e il radicamento nella nostra lingua?

Già mi prefiguro gli anglopuristi e i giornalisti che tra qualche tempo argomenteranno: hate speech non è proprio come le parole o i discorsi di odio… è qualcosa di più, qualcosa di intraducibile… E poi gli equivalenti italiani non sono in uso…
Questo ragionamento è frutto di una prospettiva malata! Sempre più spesso gli anglomani decidono di usare l’inglese invece dell’italiano, nella fase iniziale, e procedono con un martellamento in cui lo diffondono senza alternative. Fino a quando possono concludere che l’italiano non è più in uso… bella scoperta! Siete voi che avete scelto di non usarlo e di farlo ammuffire! Un bel circolo vizioso per creare l’alibi della necessità dell’itanglese.

In questo modo entrano migliaia di parole inglesi che alla fine ci vendono come “insostituibili”. Selfie? Non è certo la stessa cosa di autoscattoKnow how? Non è proprio come competenze… si legge sul sito della Crusca. Stalker è più preciso di persecutoremobbing non corrisponde esattamente a vessazione
–  “Ma mobbing in inglese non si usa molto nel significato lavorativo che gli diamo noi!”
– “Non fa nulla, in italiano si è acclimatato a questo modo. Rassegnati, ormai è un tecnicismo e si deve dire così. È la stampa, bellezza!”

Chi prende queste posizioni, chi afferma che gli anglicismi sono “intraducibili” e “necessari” dovrebbe dire come stanno le cose fino in fondo. Ciò vale solo per l’italietta degli anglomani fieri di essere coloni. Selfie non è “intraducibile” né in Francia né in Spagna, dove coniano nuove parole come “egoritratto” o ampliano il significato di quelle vecchie come “autoscatto”. Know how non si usa in francese, oppure è perfettamente tradotto in spagnolo, ed entrambi i Paesi non vedono la necessità e l’intraducibilità di stalker, perché usano la propria lingua, e invece di dire mobbing dicono meglio harcèlement moral o acoso laboral. Davanti all’espansione dell’inglese ci sono lingue che resistono ed evolvono autonomamente, e altre che soccombono.

E allora chi fa la lingua in Italia? Quali sono i nuovi centri di irradiazione dell’italiano?
Già negli anni Sessanta Pasolini (“Nuove questioni linguistiche”, Rinascita, 26 dicembre 1964) aveva capito che l’italiano basato sui testi letterari e sul toscano era finito e che il neoitaliano tecnologizzato arrivava dai centri industriali del Nord. Oggi Milano è la capitale dell’itanglese, e il lessico della tecno-scienza ci arriva direttamente dall’inglese globale, come la terminologia del lavoro. A fare la lingua spesso sono gli influenti della Rete, dunque siamo passati dal prestigio letterario di Manzoni a quello linguistico della coppia Ferragni-Fedez, un bel salto di modernità, non c’è che dire! E a fare la lingua sono soprattutto i mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano e oggi stanno unificando l’itanglese.

I giornali attingono il peggio da tutti questi settori e lo sbattono in prima pagina facendolo diventare il moderno italiano.

Le conseguenze dei picchi di stereotipia del giornalismo

L’ossessività con cui, nei giornali e nei telegiornali, le espressioni e le parole vengono spesso ripetute in modo martellante e senza mai ricorrere a sinonimi, come un tormentone mono-significato, è ben nota. Il concetto di “stereotipia” nei mezzi di informazione è stato ben evidenziato per esempio da Maurizio Dardano (Il linguaggio dei giornali italiani, Laterza, Bari-Roma 1986, p. 236). Ma si può citare anche Riccardo Gualdo:

La lingua dei giornali assorbe come una spugna gli usi nuovi, contribuisce potentemente a farli diventare di moda e, infine, anche a fissarli nell’uso ripetendoli in modo ossessivo” in una “riproduzione meccanica di associazione di (nome-aggettivo, intere frasi) o di traslati in origine brillanti ma a poco a poco resi stucchevoli per il troppo uso.

L’italiano dei giornali, Carocci Editore, Roma 2005, p. 85.

Il lessico della stereotipia coinvolge ormai soprattutto gli anglicismi e le espressioni mutuate dagli Stati Uniti. Come ha osservato nella sua tesi Gaia Castronovo:

L’assenza di sinonimi è dovuta molte volte “a lasciare a terzi il lavoro di traduzione per le notizie di politica estera direttamente dalle agenzie (es. ANSA). Spesso le bozze non subiscono una revisione dalla redazione, ma vengono pubblicate cosi come sono, a causa delle rapide tempistiche e, talvolta, mancanza di personale.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 48.

E così un’espressione come “fake news”, virgolettata direttamente dai discorsi di Trump, invece di essere tradotta con notizie false o bufale, si è radicata in un batter d’occhio nella nostra lingua al punto che oggi ci si chiede: “Ma come si potrebbe rendere in italiano?”
Ma come facevamo a parlare di queste cose sino a tre anni fa? Come facevamo a esprimerci nella nostra lingua prima che prendessero piede parole ormai “insostituibili” come location?

L’impatto che i picchi di anglicismi hanno sulla lingua si può misurare con molti esempi significativi.

Se si analizza la frequenza della parola compound negli archivi del Corriere della Sera, si vede che tra il 2003 e il 2010 era trascurabile, ricorreva in un numero limitato di articoli (una media di 5 all’anno), e talvolta non indicava un edificio, ma un tipo di arco che si usa nelle competizioni sportive, perché il termine ha due significati. Nel 2011, improvvisamente gli articoli salgono a 41. In quell’anno, infatti, c’è stata sia la guerra con la Libia in cui Gheddafi era barricato nel suo compound, sia l’uccisione di Bin Laden scovato in un compound in Pakistan. In entrambi gli episodi, la parola ha avuto una vasta eco mediatica quasi senza alternative, dovuta probabilmente al riportare la notizia con le stesse parole delle fonti americane. Poi, passato il momento dell’ossessività, nel quinquennio fino al 2016, negli stessi archivi si può notare che la parola ricorre con una media di poco più di 20 articoli all’anno. In sintesi, dopo il picco della stereotipia, causato da eventi contingenti, la frequenza della parola si abbassa, ma è ormai diventata popolare rispetto a prima, e viene perciò usata normalmente 4 volte di più.

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nell lessicodell’Italia e incolla, Hoepli 2017, p. 124-125.

Ma questo fenomeno non è causato solo dallo scimmiottamento di ciò che arriva d’oltreoceano, siamo bravissimi a farci male da soli anche sul piano interno. Riporto una tabella tratta dalla citata tesi di Gaia Castronovo che ha analizzando la frequenza della parola job sul quotidiano La Repubblica dal 1984 al 2014. I picchi di stereotipia saltano all’occhio.

tabella gaia castronuovo JOB
Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, tesi di laurea in Linguistica del Corso di Laurea Magistrale, Università degli Studi di Padova, anno accademico 2015/2016, p. 52.

La parola, più che essere usata da sola, è quasi sempre associata ad altre in varie espressioni, e negli anni Ottanta le occorrenze erano sotto la decina.

“La media annuale si assesta poi su un ordine di grandezza in più (10-50). Il grafico mostra inoltre dei picchi che corrispondono alle ripetizioni ossessive a cui si riferisce Gualdo nella citazione sopra riportata. Negli anni Duemila era il momento di job rotation e job creation, nel 2014, invece, di job act.”

Gaia Castronovo, “La semantica del linguaggio politico e il ruolo degli anglicismi”, op. cit. p. 52.

Quello che è successo dopo lo sappiamo. L’iniziale job act si è attestato definitivamente con la s di jobs act, e oggi la frequenza sui giornali delle tante combinazioni di job è aumentata a dismisura. Un bell’anglicismo “produttivo” come dicono alcuni linguisti, ma più onestamente si potrebbe dire: infestante. In attesa che il mondo del lavoro diventi del job, come quello della ristorazione è ormai del food, mentre l’economia diventa economy, il verde green, e le tasse tax, ci sono ancora dei linguisti negazionisti che ci raccontano che non sta accadendo nulla. C’è anche chi preferirebbe mettere l’italiano in un museo – invece di praticarlo, difenderlo, farlo vivere ed evolvere – e afferma che l’anglicizzazione è solo “un’illusione ottica”. Infatti sarebbe circoscritta solo in alcuni ambiti, come l’informatica, e poi “sono soprattutto i mezzi di comunicazione e i politici” a usare le parole inglesi… Affermazioni come queste sono imbarazzanti, come se questi che vengono considerati “marginali” non fossero proprio i nuovi centri di irradiazione della lingua. Non rendersi conto dell’impatto che i mezzi di informazione hanno sull’italiano, oltre a essere antistorico, è soprattutto anti-attuale. Il linguaggio dei giornali è quello che viene poi inevitabilmente ripetuto dalla gente, e finisce così nei dizionari. Per questo capita che un vecchietto, che non hai mai avuto a che fare con uno spacciatore in vita sua, racconti scandalizzato che hanno arrestato un pusher proprio dietro casa sua. Perché l’ha letto sul giornale.

pusher e spacciatore google
Cercando “pusher” e “spacciatore” sulle Notizie indicizzate da Google risulta chiaro come l’anglicismo sia preferito.

È significativa a questo proposito una ricerca del 1999 in cui Katalin Doró ha scandagliato le annate di Corriere della Sera, Il Messaggero, La Repubblica e L’Espresso. Tra i 416 anglicismi presenti nei titoli e nei sottotitoli, 89 non erano presenti nello Zingarelli del 1995. Ma cosa è successo dopo? Che 23 di questi sono stati registrati nel 2000 (5 anni dopo), e altri 12 nel 2002.

Katalin Doró, “Elementi inglesi e angloamericani nella stampa italiana” in Nuova Corvina, Rivista di italianistica, num. 12, 2002, Istituto Italiano di Cultura Olasz Kultùrinézet, Budapest, pp. 78-91.

Ancor più significativo è uno studio di Antonio Taglialatela del 2012 sulle prime pagine di Corriere della Sera, La Repubblica e La Stampa per rintracciare gli anglicismi più usati, con lo scopo di dimostrare che “riescono a penetrare nel lessico per il loro uso ‘popolare’, dovuto in gran parte ai media e al linguaggio politico, trasformandosi in vere e proprie voci di dizionario”. Se nel 2012 solo 4 di essi non erano presenti nei vocabolari (bailout, downgrade, fiscal compact e stress test), controllando sull’edizione del Devoto-Oli 2017 si vede che adesso sono stati annoverati anche questi.

Antonio Taglialatela, “Le interferenze dell’inglese nella lingua italiana tra protezionismo e descrittivismo linguistico: il caso del lessico della crisi”, in Linguæ &, Rivista di lingue e culture moderne, Vol. 10, Num. 2, 2011., p. 78 e tabella 3 p. 88.

La conclusione è che il 100% degli anglicismi più utilizzati dalla stampa finisce inevitabilmente nei dizionari e nella lingua, è solo questione di tempo.

Sono i giornali che portano alla diffusione delle parole che poi i dizionari non possono che registrare, come si fa a non capirlo? Alla faccia di chi pensa che siano un fenomeno circoscritto e marginale o passeggero e caratterizzato da rapida obsolescenza.

In Diciamolo in italiano (p. 96-97) ho confrontato le parole inglesi annoverate nel Devoto Oli 1990 con quelle del 2017 (nessuno lo aveva mai fatto) e il risultato è che da circa 1.600 anglicismi siamo arrivati a 3.500, e quelli che invece sono usciti “falciati dalla scure del tempo” che qualcuno sbandiera, non si capisce su quali basi, sono 67! Ma di quale obsolescenza si sta parlando? I picchi di stereotipia giornalistici possono anche essere passeggeri e possono anche regredire. Ma quello che ogni “tsunami anglicus” (cito Tullio De Mauro) ci lascia dopo ogni ondata è la distruzione della nostra lingua.

Per questo è importante che davanti al monolinguismo anglicizzato dei mezzi di informazione (in generale, non solo nel caso di hate speech che si appoggia a sua volta a hater che grazie ai giornali ha la meglio su odiatore) si facciano circolare le nostre alternative che vanno difese da chi – il suo odio – lo riversa solo contro la lingua italiana. Purtroppo questo tipo di odio sembra non suscitare alcuno scandalo. I giornali, invece di deprecarlo, lo alimentano.

Politecnico di Milano: la nuova sentenza che apre all’inglese nell’università

La notizia è di pochi giorni fa. Sulla possibilità di insegnamento in lingua inglese al Politecnico di Milano, una nuova sentenza del Consiglio di Stato ha ribaltato completamente quella del 19 gennaio 2018 che sanciva il primato della lingua italiana all’università, secondo quanto espresso nel 2017 dalla Corte Costituzionale.
La novità è che si può insegnare prevalentemente in inglese. In questo modo, di fatto, si spalancano le porte ai corsi universitari in lingua inglese non solo al Politecnico, ma anche in tutti quegli atenei che si potranno appoggiare a questo precedente per emulare la strategia milanese.

La sintesi di una complicata vicenda che risale al 2012

marco cerase in italiano pleaseLe vicende giudiziarie sulla questione sono lunghe e complicate, ma per ripercorrerle in modo agile e molto comprensibile segnalo il libro chiaro e piacevole di Marco Cerase: In italiano please! Istigazione all’uso della nostra lingua all’università (Armando editore, Roma 2019).

Sintetizzo la storia infinita che Cerase ha delineato con obiettività e precisione nelle tappe tra tribunali di giustizia e aule parlamentari.

Bisogna risalire al 2012, quando Giovanni Azzone, allora Rettore del Politecnico di Milano, decise di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali a partire dall’anno accademico 2013-2014, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti.
La decisione sollevò l’indignazione di molte persone e un gruppo di docenti cercò inutilmente di convincere l’ateneo a cambiar rotta. Bisogna precisare che il motivo del contendere non era l’estromissione dei corsi in lingua inglese (come spesso si è detto erroneamente). Questi insegnamenti già esistevano e nessuno ne aveva chiesto la soppressione. Il punto era un altro: non estromettere l’italiano passando all’insegnamento nella sola lingua inglese.

Davanti all’irremovibilità del Politecnico, moltissimi docenti firmarono un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. A nulla valsero il polverone mediatico e le prese di posizione dell’Accademia della Crusca (cfr. N. Maraschio e D. De Martino, Fuori l’italiano dall’università? Inglese, internazionalizzazione, politica linguistica, Laterza, Bari-Roma 2012). Così, grazie all’iniziativa di Maria Agostina Cabiddu – docente di Istituzioni di diritto pubblico che per la sua battaglia ha da poco ricevuto il premio della Crusca “Benemeriti della lingua italiana” – il gruppo di professori si è rivolto al Tar della Lombardia che ha dato loro ragione sancendo che la lingua italiana dovesse mantenere il “primato in ogni settore dello Stato” e che la decisione era illegittima.

Ma il Politecnico e – si badi bene! – il nostro Ministero dell’Istruzione e dell’Università (il Miur), invece di accettare questo giudizio, hanno impugnato la sentenza del Tar presso il Consiglio di Stato che ha a sua volta sollevato dei problemi sull’illegittimità costituzionale di una norma su cui l’appello del Miur si fondava.

Nel 2017 è così arrivata una sentenza della Corte Costituzionale (21 febbraio 2017 – 24 febbraio 2017, n. 42) che ha ritenuto “non condivisibili” tutte le considerazioni del Tar Lombardia, e pur riconoscendo la “primazia” della lingua italiana (tutelata anche dall’art. 9 Cost.) ha ammesso la possibilità di erogare insegnamenti anche in lingua straniera, specificano però che

“gli atenei debbono farvi ricorso secondo ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza, così da garantire pur sempre una complessiva offerta formativa che sia rispettosa del primato della lingua italiana, così come del principio d’eguaglianza, del diritto all’istruzione e della libertà d’insegnamento.”

Chiarito questo punto fondamentale (il primato dell’italiano e l’erogazione dei corsi in lingua straniera secondo il principio di ragionevolezza e proporzionalità), finalmente il consiglio di Stato ha potuto emettere la sentenza finale del 2018 dichiarando che non è possibile l’insegnamento solo in lingua inglese e che, benché gli atenei possano erogare corsi anche in lingua inglese, l’italiano non può essere relegato in “una posizione marginale e subordinata” e il suo primato deve essere riconosciuto.

La storia sembrava finita bene… ma nonostante questa pronuncia, il Politecnico ha continuato a erogare corsi principalmente in lingua inglese. Perciò, i docenti guidati da Maria Agostina Cabiddu hanno promosso “giudizio di ottemperanza” visto che l’ateneo non aveva adempiuto a quanto indicato nella sentenza.

L’ultimo atto: la sentenza dell’11 novembre 2019

L’ultimo atto di questa battaglia che va avanti da 7 anni è arrivato qualche giorno fa: in data 11 novembre 2019, il Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso ribaltando ciò che aveva affermato nella sentenza del 2018. Anche se è risultato “che su un totale di 40 corsi di laurea magistrale 27 sono in inglese, 4 sono in italiano e 9 sono in italiano e in inglese” e anche se “risulta che su un totale di 1.452 insegnamenti, 1.046 sono in inglese, 400 in italiano e 6 sono duplicati in italiano e in inglese” l’ultima sentenza ha dichiarato che il Politecnico non ha violato le prescrizioni di quella del 2018:

In particolare, risulta un numero adeguato di corsi di lingua italiana che consente di ritenere che sia stata effettuata una scelta amministrativa che rappresenta l’esito di un proporzionato bilanciamento di interessi, di rilevanza costituzionale, sottesi alle esigenze di internalizzazione dell’offerta formativa e a quelle di dare la giusta rilevanza alla lingua italiana.

Cerase Cabiddu Cattolica quale lingua per università 2019
L’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” del 15 novembre (da sinistra: Stucchi, Cabiddu, Balzano, Cerase).

La notizia di questo ultimo verdetto è stata data venerdì scorso da Maria Agostina Cabiddu all’incontro “Quante lingue per il futuro del Paese?” che si è tenuto a Milano (presso l’università Cattolica, all’interno della manifestazione Bookcity) in cui Marco Cerase presentava il proprio libro. La professoressa ha anche mostrato non solo come la sproporzione tra i corsi in inglese e in italiano è evidente, ma anche che, andando a vedere i corsi coinvolti, è palese che tutti i corsi fondamentali sono in inglese, mentre nella nostra lingua risultano essere quelli opzionali e meno importanti.

Quello che è accaduto è molto semplice: anche se non è possibile passare esclusivamente e “per intero” all’insegnamento in inglese (i corsi non possono essere “solo” in inglese, ma devono essere “anche” in italiano), nella pratica basta erogare pochi corsi in italiano, magari quelli di minore rilevanza, per essere formalmente a posto.

Oltre a ribaltare ciò che aveva affermato l’anno scorso, con questo ultimo atto il Consiglio di Stato ha completamente disatteso ciò che aveva affermato la Corte Costituzionale, visto che questi numeri sul rapporto inglese/italiano non sono compatibili né con il “primato” della lingua italiana, né con il principio di “ragionevolezza, proporzionalità e adeguatezza” con cui dovrebbero essere distribuiti i corsi.

Purtroppo, in quest’ultima interpretazione del Consiglio di Stato, visto che il “principio di ragionevolezza” nella distribuzione dei corsi è soggettivo e lasciato alla discrezione degli atenei, il Politecnico è legittimato nella sua prassi anglomane e italianicida. Una politica che discrimina la nostra lingua, oltre gli studenti che non padroneggiano l’inglese e che si trovano dinnanzi a barriere che li escludono e impediscono loro l’accesso al diritto allo studio nella propria lingua madre.

Gli effetti distruttivi del globalese

La sentenza di pochi giorni fa apre la strada al passaggio all’insegnamento in inglese non solo al Politecnico, ma anche nelle numerose altre università che guardano proprio al modello di insegnamento di questo ateneo. È vero che una sentenza del genere non “fa legge”, è limitata al caso contingente, e dunque in caso di emulazione da parte di altri atenei è perfettamente legittimo ricorrere e attendere caso per caso le interpretazioni dei ricorsi, ma è anche vero che crea un precedente pesante.

Ha dunque vinto la logica che aleggia in molti Paesi e che vuole condurre tutto il mondo verso un bilinguismo dove gli idiomi locali sono visti come un accidente davanti all’imposizione dell’inglese globale. Il linguista tedesco Jürgen Trabant lo chiama “globalese” e spiega che è tutto il contrario del pluralismo linguistico. Secondo lo studioso, la strategia del globish sta portando a una moderna “diglossia neomedievale” che erge barriere sociali nei singoli Stati, dove si crea una frattura linguistica e culturale tra chi parla l’inglese e no, tra le classi sociali alte e quelle basse. Tutto ciò porta alla dialettizzazione delle lingue locali, perché identifica l’essere internazionali solo con il parlare in inglese, come se questa fosse la sola e unica lingua importante, da esportare in modo colonialistico in tutto il globo. Eppure, proprio nei Paesi dove il progetto del globalese si è quasi compiuto, come l’Olanda, ma anche altri del Nord Europa, si sta cominciando a riflettere con preoccupazione sulle conseguenze negative che ha sulle lingue locali. L’inglese come lingua dell’università o della scienza non si è rivelato un processo “aggiuntivo”, una risorsa in più che si affianca alla cultura nativa, bensì un processo sottrattivo che ha fatto retrocedere la lingua nazionale e ha portato alla regressione del lessico nativo. E proprio mentre in questi Paesi si dibatte sulle conseguenze dannose di questa prassi, da noi, invece, si accelera per andare in questa direzione distruttiva.

Opporsi all’inglese come la lingua prevalente dell’università e dell’insegnamento non significa volere ostacolare il “progresso” né opporsi a “essere internazionali”. In gioco c’è una diversa concezione del progresso e dell’internazionalismo, perché il pluralismo linguistico è un valore, e non coincide con essere colonizzati dalla sola lingua inglese. Le lingue, tutte le lingue, sono una ricchezza, non un ostacolo all’imposizione del globalese. Ma i corsi del Politecnico non sono in “lingua straniera”, dietro questa espressione si cela la scelta di passare a una sola lingua, l’inglese, non certo francese, spagnola o tedesca. In questa prospettiva, essere internazionali significa perciò aderire alla dittatura del monolinguismo globale. Il linguaggio è visto solo come un fatto pragmatico e comunicativo, e si ignora il valore formativo che contribuisce a costituire il nostro modo di pensare, la nostra cultura e la nostra identità. Non si può confondere la lingua dell’insegnamento e della didattica con quella della scienza, sono due cose diverse. Ma anche ritenere che la lingua della scienza debba essere solo l’inglese è un fatto su cui si dovrebbe maggiormente riflettere, perché non è così ovunque, e perché, come denuncia la scienziata Maria Luisa Villa (L’inglese non basta, Bruno Mondadori, 2013), porta alla perdita di poter fare divulgazione in italiano e “mutila” la nostra lingua togliendole la possibilità di esprimere la scienza. Un fatto che secondo linguisti come Luca Serianni o Gian Carlo Beccaria renderebbe l’italiano un dialetto:

“Una lingua che rinunciasse a esprimersi in aree culturalmente centrali, come la scienza e la tecnologia, sarebbe destinata a diventare nell’arco di pochi anni un rispettabilissimo dialetto: adatto alla comunicazione quotidiana e alla poesia, ma inadeguato a cimentarsi con la complessità del presente e con l’astrazione propria dei processi intellettuali”.

[Luca Serianni, “Conclusioni e prospettive per una neologia consapevole”, Firenze, Società Dante Alighieri, durante il convegno del 25 febbraio 2015].

“Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina”.

[Gian Luigi Beccaria, Andrea Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 116].

 

Università, Europa e itanglese: i tre fronti in cui occorre intervenire

Ci troviamo davanti a un bivio, se non interveniamo subito il nostro patrimonio linguistico andrà in malora. Occorre una svolta ed è ora di prendere posizione e di schierarsi.

I fronti dove l’italiano andrebbe tutelato, perché è a rischio e regredisce, sono almeno tre, e sono tra loro fortemente connessi.
Davanti alla strada intrapresa dal Politecnico di Milano è necessario reagire e difendere l’italiano come lingua dell’università, pretendendo che mantenga il primato che gli ha riconosciuto la Corte Costituzionale. Allo stesso modo dovremmo tutelare la nostra lingua all’interno dell’Europa, visto che sta regredendo anche lì e non è più lingua del lavoro, schiacciata dall’inglese; il che ha delle ricadute pratiche anche nella vita di tutti noi cittadini se per partecipare ai bandi di concorso dobbiamo usare l’inglese persino per il finanziamento dei progetti universitari e di ricerca di interesse nazionale (PRIN). Il terzo fronte è quello che denuncio da anni: la distruzione dell’italiano dall’interno che ci sta portando all’itanglese. È inammissibile che il linguaggio delle istituzioni, della politica, delle leggi e della scuola sia sempre più infarcito di anglicismi.

Questi tre fronti sono strategici. Ma è possibile che siano presidiati solo dalle iniziative dei privati, da persone come Maria Agostina Cabiddu, Annamaria Testa o Giorgio Pagano con la sua petizione per l’italiano come lingua del lavoro in Europa? La politica dov’è? Che cosa fa?
Sta dalla parte dei nemici dell’italiano, a quanto pare. Perché non fare nulla e comportarsi da ignavi significa lasciare che tutto vada a rotoli. Non prendere posizione equivale ad affossare l’italiano.

Occorrerebbe che il nostro Paese cominciasse a fare ciò che in altri Paesi, come la Francia, la Spagna o la Svizzera, è normale: riflettere su cosa sta accadendo e varare una politica linguistica. Mentre in Francia nella Costituzione c’è scritto che il francese è la loro lingua, nella nostra si parla solo di tutela della minoranze linguistiche, e solo interpretando questo passo si ricava, per estensione, che dunque la lingua ufficiale dovrebbe essere l’italiano. La Crusca ha proposto almeno due volte che nell’articolo 12, accanto alla specificazione dei colori della nostra bandiera si aggiungesse che la lingua è l’italiano. Ma tutto è caduto nel vuoto. In Francia a nessun politico verrebbe in mente di introdurre anglicismi nel linguaggio istituzionale e politico (e in ogni caso sarebbe vietato). Da noi i politici, invece di promuovere la nostra lingua, introducono le tax alposto delle tasse, gli act invece delle leggi, e tra provvedimenti per la green economy e navigator l’itanglese è ormai la lingua delle istituzioni, del lavoro (Italo ha da poco introdotto la figura del train manager al posto del capostazione, nella comunicazione ai passeggeri e nei contratti di assunzione), del Miur…

Nel mondo ispanico esistono una ventina di accademie, coordinate tra loro per difendere e promuovere l’unitarietà di una lingua parlata in altrettanti Paesi; in Svizzera si sono stanziati ingenti somme di denaro per promuovere l’italiano che nel modello plurilinguistico (un bell’esempio davanti a chi vede la dittatura dell’inglese globale come l’unica soluzione possibile) è schiacciato dal francese e dal tedesco.

Nel nostro Paese si promuove la sottomissione all’inglese e si uccide l’italiano. Ci vergogniamo della nostra lingua, invece che salvaguardarla, e la mettiamo da parte perché vogliamo fare gli americani. E pensare che all’estero è così amata che, tutelandola, potremmo trasformarla in una potente risorsa anche economica, come lo è la nostra arte, la nostra natura o la nostra gastronomia.

Senza una politica linguistica, se continueremo a considerare l’inglese come superiore, se non tuteleremo e promuoveremo la nostra lingua, finiremo come gli Etruschi, che si sono sottomessi alla romanità fino a esserne inglobati e a scomparire nel suicidio della propria cultura.

Bookcity e la “gerarchia” degli anglicismi

Questa settimana parte l’ottava edizione di Bookcity, l’evento milanese dedicato ai libri, agli autori e alle letture che si snoda in molteplici incontri e iniziative disseminati per la città. Sono tutti eventi in italiano, rivolti agli italiani, e il logo della manifestazione consiste in un Duomo stilizzato fatto di libri. Ma nel linguaggio della città capitale dell’itanglese il libro è ormai book, e la città è city.

Quest’anno la locandina di Bookcity non pullula di anglicismi come quella della scorsa edizione, e la cosa mi ha sorpreso, oltre a farmi piacere.

bookcity
L’edizione di Bookcity 2018 nella comunicazione dell’evento.

Ma in generale Milano è in prima linea nella distruzione sistematica della nostra lingua attraverso la sua comunicazione, dalla Settimana della moda che è diventata Fashion Week, al Salone del mobile divenuto il Week Design. In questo volere essere internazionali puntando sull’inglese, e non sulla nostra lingua che all’estero ha invece un fortissimo richiamo, si anglicizza anche ciò che è rivolto all’interno della città:  nell’urbanistica la zona Fiera è diventata Fiera Milano City, si introducono i district, e non i distretti, e per fare gli americani si ribattezzano i quartieri, come il Nolo, cioè il North of Loreto. L’Atm, l’azienda meneghina dei trasporti, introduce senza alternativa il ticketless, e parla sempre più di ticket anziché di biglietti e così via.

In questo contesto, il punto non è solo che si diffondono gli anglicismi che anno dopo anno vanno ad aggiungersi ai lemmi dei nostri dizionari in numero sempre maggiore. E non c’è nemmeno solo il preoccupante aumento della loro frequenza d’uso e della loro “prolificità”, che qualcuno chiama ipocritamente “produttività”, per conferire un’accezione positiva (ma anche il cancro è “produttivo”, cioè cresce, si amplia intacca e distrugge le altre cellule, si allarga). C’è un altro fatto trascurato dai linguisti che sarebbe invece il caso di indagare e approfondire e che si potrebbe chiamare il problema della “gerarchia degli anglicismi”.

Le parole inglesi che irrompono nella nostra lingua, sempre più spesso, occupano una gerarchia alta. Sono usate come le categorie principali, come le etichette più significative per indicare ciò che è fondamentale, mentre gli equivalenti italiani sono collocati sotto, come specificazioni di ordine inferiore. E allora una manifestazione che parla di libri deve ormai chiamarsi Book: questo è il titolo, la categoria superiore in senso metaforico e letterale. Di libri si parlerà solo nel concreto e all’interno degli eventi. Quando sono oggetti quotidiani si esprimono in italiano, ma il settore è quello dei book.

Le parole inglesi di “categoria superiore” come book (ma anche food, green, economy, tax…) non sono come i “prestiti sterminatori” che fanno morire le nostre parole: computer che ha ucciso calcolatore, selfie e autoscatto, manager e dirigente, gossip e pettegolezzo/cronaca rosa, sticker e adesivo… Però diventano la copertina, mentre la parola “libro” slitta nel “fronte-ospizio” del frontespizio, di fronte all’inglese. È la stessa logica per cui gli anglicismi compaiono soprattutto nei titoli di giornale,  nelle insegne dei negozi (bookstore, hair stylist, wine bar…), sui biglietti da visita per indicare le professioni, nei concetti chiave della scienza, della cultura o dell’informatica, nelle innovazioni della politica. E in sempre più ambiti.

Nelle analisi sull’interferenza dell’inglese, allora, non c’è  da solo il numero e la frequenza. Le parole hanno un peso. E il peso della nomenclatura inglese schiaccia le alternative italiane. Il caso di book è esemplare per comprendere questo fenomeno.


Il boom del book

Quanto è infestante (non “produttiva”: infestante!) la parola book?
In principio il book era solo quello fotografico, il portafoglio per esempio dei modelli (o portfolio come si dice in inglese, ma anche in italiano, purtroppo). C’era anche il bookmaker, cioè chi compila il “libro degli scommettitori”, che in italiano è un allibratore. Ma oggi tutto è esploso in modo impazzito.

Le prenotazioni sono diventate booking e l’over booking spopola al punto da sembrare intraducibile e necessario, perché quasi a nessuno viene in mente di dire sovraprenotazione o eccedenza di prenotazioni, mentre le prenotazioni a largo anticipo che permettono sconti sono vendute, e perciò poi dette e ripetute, come advanced booking. In informatica un marcatore, un indirizzo o collegamento memorizzato, è bookmark, i piccoli calcolatori che si aprono come un libro sono arrivati come netbook, i libretti dei cd sono booklet, in Rete il libro degli ospiti è guestbook, e poi sono arrivati gli e-book, non i libri elettronici, che si leggono attraverso un e-reader e non un lettore (mentre la e- di electronic è diventata un prefissoide che genera un’infinità di altre parole, così tante che non è più possibile contarle).

E così book si è radicato sempre più, c’è il bookcrossing e non il passalibri o il giralibri (si appoggia al crossing over, al crossmediale, al cross, al crossare…), sono arrivati i booktrailer , e non i videopromo dei libri o le videoanteprime (perché trailer si è ben radicato). Le librerie diventano bookshop e bookstore, visto che botteghe, negozi e punti vendita stanno diventando shop o store (beauty shop, coffe shop, duty shop, e-shop, sexy shop, temporary shop… oppure e-store, megastore, temporary store, concept store… senza dimenticare gli show room).
E ancora, i libri tascabili sono pocket book, un’opera  di consultazione, enciclopedica è un reference book,  un libro sensoriale è un sensory book, un libro animato un flip-book, un libro a caldo è un instant book, un libro contabile aperto un open book, un opuscolo con la presentazione di un film è un pressbook

Si può continuare in questo elenco, ma a questo punto chi non è cieco ha capito perfettamente che cos’è oggi l’interferenze dell’inglese. È un dilagare incontrollato di radici infestanti che si ricombinano tra loro in una rete che si espande e che ha una portata devastante e soffoca la nostra lingua. Cercare di interpretare ciò che accade liquidando tutto con le categorie dei “prestiti” – cioè episodi isolati, singole parole etichettate in modo assurdo come di “lusso” o di “necessità” –  è ridicolo, miope, anacronistico e non permette di comprendere la portata del fenomeno: la rinuncia all’italiano, il trapianto linguistico non solo di singole parole, ma di espressioni e di una rete di fitte interconnessioni dove tutto ciò che è nuovo si esprime in inglese. Queste espressioni sono così tante che non è più possibile contarle. E in questa rete l’inglese occupa il vertice della gerarchia. Negare l’anglicizzazione non è solamente stupido e falso. È un atteggiamento irresponsabile e criminale.

Voglio citare un titolo di giornale che trovo esemplare per comprendere la nostra follia:

Allontanare ansia e stress con la creatività, i Color Therapy Book

Oggi vi parliamo di una tendenza nata in Francia e che in pochissimo tempo ha conquistato l’Europa intera, i Color Therapy Book… (Triesteprima.it, 4/11/2019)”.

Naturalmente in Francia questi libri non si chiamano così, perché i nostri vicini sono afflitti da una strana malattia che li porta a esprimere nella propria lingua ciò che inventano, e hanno semmai ideato la couleur thérapie, o la livre art thèrapie. Ma noi ribattezziamo in inglese persino una moda nata in Francia in lingua francese che si esprime con titoli come Livre mandalas coloriage creatif (édition Bravo) o Livres colorier mandala – Couleur thérapie Pages relaxation rtress gratuit pour adultes

La gerarchia degli anglicismi negli eventi editoriali

Francia 2019. Al salone del libro di Parigi un centinaio di scrittori e di intellettuali si sono ribellati contro la nomenclatura in inglese nell’editoria attraverso un appello per bandire categorie e parole anglicizzate come bookroom, photoboothm, live, brainsto, young adult, photobooth… (“Niente ‘bookroom’ o ‘live’ al Salon du Livre di Parigi: cento scrittori e artisti francesi contro l’invasione dell’ingleseIl Messaggero, 5/2/2019).

E in Italia cosa accade? Che le librerie diventano bookshop, con l’inglese gridato nelle insegne, il vertice della gerarchia delle parole. La libreria Mondadori è diventata Mondadori Bookstore, ed è nata la Feltrinelli Red, dove il colore “rosso” nasconde l’acronimo Read, Eat, Dream (ed ecco che spuntano anche i primi verbi in inglese, che fino a pochi anni fa non si erano mai visti), mentre tra best seller e long seller, thriller e modern fiction, home video e game… le categorie editoriali sono sempre più inglesi, comprese le graphic novel, nonostante l’origine italiana di novella mutuata dal Boccaccio (in francese roman graphique e in spagnolo novelas graficas). Ma, soprattutto, ogni fiera del libro o manifestazione di libri, da Bookcity di Milano  al Catania Book Days si esprime in inglese.

libreria feltrinelli red e mondadori bookshop

Una rassegna stampa degli eventi editoriali (limitata ai soli mesi di ottobre e novembre 2019!) porta risultati sconcertanti.

A Padova si è svolto “One book one city: aperitivo col vecchio che leggeva romanzi…” (PadovaOggi, 16/10/2019); anche qui, come a Milano, oltre a book al posto di libro, si parla di city, invece che di città.

A Genova c’è il Book Pride, nel 2019 giunto alla terza edizione che si appoggia all’introduzione della fortunata locuzione gay pride e dei suoi derivati (es. “A Milano uno School Pride a sostegno della Scuola Pubblica” = manifestazione di protesta; “Smog a Torino. Bike Pride” = corteo, sfilata di protesta in bicicletta…). E restando in Liguria si segnalano eventi più periferici come il Market book di Bordighera: “Il mercato coperto di Bordighera location dell’evento Market book”. Anche qui il libro è book, il luogo è location e il mercato diventa market, nell’era del marketing e dei suoi derivati (direct marketing, guerrilla marketing, marketing mix e marketing oriented, multilevel marketing, viral marketing…).

Nella ridente cittadina di Bardonecchia (ma c’è poco da ridere) si è da poco svolto un evento di “Sei incontri con sei autori per il Mountain book” (TorinOggi.it, 16/10/2019), dove la montagna è mountain nel gioco di parole con mountain bike (che si collega al bike sharing, city bike, bike friendly…). Sempre in Piemonte segnalo “Cook the Book a Carignano con quattro autori”  (Ieri Oggi Domani Cronache, Comunicati Stampa, 4/11/2019), dove cook – ecco di nuovo un verbo – ben si sposa con la proliferazione del food, che si trova nel programma “Food & Book”, di Montecatini Terme, “il festival del libro e della cultura gastronomica” (La Nazione, 9/10/2019).

Per rimanere in Toscana vale la pena di citare anche il progetto “OFF Book” del Dipartimento di Scienze politiche e internazionali dell’Università di Siena (“OFF Book: agli Industri performance finale del progetto…”, Grosseto Notizie, 16/10/2019) con una “Performance finale progetto OFF Book” (Maremmanews, 16/10/2019). E poi “Il Pisa Book Festival diventa ‘eco-friendly’” (LetteratitudineNews, 4/11/2019) dove “eco-friendly”, più lungo di ecologico che suona molto più antico, irrompe insieme a book, mentre il fèstival pronunciato all’inglese ha preso il posto della più antica pronuncia alla francese, festivàl. E ancora: “Lo staff di Lucca Comics ha diffuso il Program Book di Lucca Comics & Games 2019” (AFNews Comunicati Stampa, 23/10/2019). E poi si è svolta la IV edizione del “Libra Casentino Book Festival, che celebra la montagna nel parco nazionale delle Foreste casentinesi (ArezzoWeb, 10/10/2019).

In Emilia “Torna Book & Wellness” (Renonews Comunicati Stampa, 13/10/2019) alle Terme di Porretta.

Dal centro scendiamo verso sud, isole comprese. In Sardegna a “Pirri arriva il book-nic: sul prato con libro, cestino e plaid” (Casteddu on Line, 14/10/2019). “Al MAV Museo Archeologico Virtuale di Ercolano arriva il Book Party più Mostruoso dell’anno. Venerdì 1 novembre” cioè l’Halloween Book Party (NapoliToday, 18/10/2019).
In Sicilia, a Pachino, “Bilancio positivo per la prima edizione del Marzamemi book fest, un festival dedicato ai libri e alla cultura” (Pachino News, 22/10/2019), mentre a Catania ci sono stati i “Catania Book Days, evento che preannuncia il Catania Book Festival (in programma dal 7 al 9 maggio 2020)” (CataniaNews.it, 23/10/2019) dove le giornate sono ormai day sulla scia delle espressioni click day, D-day, day after, day by day, day hospital, election day, familiy day, memorial day, open day

Oltre a questi eventi locali, “Arriva la settima edizione del Social Book Day” (Libreriamo, 14/10/2019), “la giornata mondiale dedicata ai libri sui social…” (RTL 102, 5-15 ott 2019).
Nelle notizie recenti delle testate dai nomi sempre più inglesi, book rimbalza in molti altri contesti: ci sono i book blogger (bloggatori non è una parola che si è diffusa, visto che apparirebbe italiana) come Giulia Ciarapica “una delle più influenti book blogger d’Italia; e ha appena dato alle stampe…” (“Giulia Ciarapica, la grande book blogger si racconta tra lavoro e…”, L’Ordinario Comunicati Stampa, 26/10/2019). Sul Corriere si può leggere di “Francesca, Elena e Ilenia, le «book influencer» star di Instagram. Oggi, a determinare il successo di un lavoro editoriale, e a mandare i romanzi in sold out, ci sono le «book influencer»: bastano trenta secondi di…” (Corriere della Sera, 29/10/2019), perché non c’è solo influencer al posto di influenti, la parola si contamina con le altre: book influencer, food influencer, blog influencer… in un sottofondo brulicante di altri anglicismi come social, news, star, sold out, performance… ma un italian influencer che possa essere una guida influente per cercare di parlare in italiano esisterà ancora?

Forse no, visto che un libro fotografico di animali, “da un elefante partecipe dei sentimenti del suo padrone a un cane trasportato tra le macerie di Kabul sul retro di una bicicletta”, diventa “Gli Animals di Steve McCurry in un photo book per Taschen” (Amica, 25/10/2019).

Ormai una “fiera del libro” è forse solo una donna orgogliosa della propria lettura, altrimenti dobbiamo usare l’inglese, perché siamo evidentemente celibrolesi! Crediamo che book sia più moderno, ma è solo un alibri, dove la prima “a” si può leggere come alfa privativo, cioè “senza libri” e pieni di book. Non c’è più libridine nel parlar la nostra lingua, non c’è alcun equilibro tra libro e book, le due parole non sono sullo stesso piano, non sono dello stesso calibro, hanno un diverso rango, una diversa gerarchia. Book è nobile e diventa titolo, categoria. Libro è il suo valvassino. Inglese e italiano si fondono in un librido, l’itanglese, libero da “libro”.

I giochi di parole si fanno sull’inglese (Mountain Book, book-nic, Cook the Book…), eppure si potrebbero fare anche con la lingua italiana, chissà mai che i copy, i creativi che per fare il loro lavoro espresso in inglese puntano alla lingua di gerarchia superiore, non copino anche questa possibilità. Altrimenti gli ex libris diventeranno presto ex books, o forse cambieranno di significato: gli ex libri ora book che è più cool. Della “morte del libro” si parlava già molti anni fa, spesso a sproposito. Oggi forse ha una valenza linguistica più che concettuale. Book è cool. Ogni doppio senso che si può ricavare dall’accostamento delle parole è puramente voluto.

Orribili neologismi e seducenti anglicismi: dal purismo all’anglopurismo

Il nuovo Governo ci sta regalando in questi giorni due nuovi meravigliosi anglicismi, la plastic tax e la sugar tax.
Da quando le tasse sono diventate tax?
Dopo le timide prime entrate storiche mutuate dall’inglese (minimum tax o carbon tax), il nuovo Millennio ha prodotto la city tax (tassa di soggiorno, 2006), la local tax (al posto di IMU e TASI, 2014), e poi la web tax, computer tax, Google tax, flat tax, Robin tax e decine di altre ancora. Un buon sistema per non fare pagare le tasse, questo. Basta sostituirle con tax e son belle che abolite, almeno nella lingua italiana.

I giornali riprendono queste espressioni e le sbattono in bella vista nei titoloni, affinché tutti le vedano e le ripetano senza alternative. Sbatti il monster in prima pagina. È così che, giorno dopo giorno, si diffonde l’itanglese e si distrugge l’italiano.

Inglese è bello. Inglese è il nuovo.
E le neologie in italiano? Sono brutte. Orrende e orribili.


“Mi si perdoni l’orrendo neologismo” italiano

I mezzi di informazione sono i principali spacciatori di anglicismi – o forse è più moderno dire pusher come si legge nei titoli dei giornali – ma allo stesso tempo condannano i neologismi creati con elementi italiani per motivi “estetici” (sono “brutti”), e li usano chiedendo licenza. Frasi come “Mi si perdoni l’orrendo neologismo” ricorrono frequentemente e in ogni variante:

● “Noi non vogliamo rischiare… l’alberobellizzazione, mi passi l’orrendo neologismo…” (Corriere della Sera, 9/12/2018);
● “Assolutamente libero lei e chiunque di poter esprimere opinioni, semplicemente credo che fare del benaltrismo (scusi l’orrendo neologismo)… (Il Fatto Quotidiano, 26/6/2019).

Certo, parole come queste più che essere neologismi sono espressioni usa e getta, occasionalismi coniati in un contesto per farsi capire; quando manca la parola si può sempre inventare – forse lo abbiamo dimenticato, ma va gridato forte e chiaro – e se l’invenzione è fatta seguendo le regole della nostra lingua ed è comprensibile a tutti non c’è nulla di male a inventare le parole, fa parte dell’individualismo espressivo. L’evoluzione di una lingua passa proprio attraverso la creazione di nuove parole, davanti ai cambiamenti del mondo. Molti neologismi che poi si affermano e registrano successo e circolazione hanno, o forse dovrebbero avere, proprio questo tipo di struttura italiana. Eppure c’è una grande resistenza a questi tipi di neologie.

Cercando su “Google notizie” l’espressione “brutto neologismo” si trovano circa 123 risultati, per esempio:

● “nutraceutico, brutto neologismo farmaceutico…” (SassariNotizie.com, 29/10/2019);
● “Per descrivere questa situazione si parla ormai con un brutto neologismo di urbanicidio” (Toscana24, 27/9/2019);
● “Qualche anno fa andava di moda un brutto neologismo: glocalizzazione” (Esquire.com, 16/5/2019);
● “20 mesi fa, in Italia il sovranismo era un brutto neologismo poco praticato” (Globalist.it, 23/2/2019);
● “diramazioni e obliquazioni (si potrà scrivere? è un brutto neologismo?)” (Il Foglio, 3/1/2019);
● “connessività: brutto neologismo per dire che oggi non basta… (La Repubblica, 29/2/2016);
● “alternatività, se così si può definire per usare un brutto neologismo (Onstage, 2/2/2018);
● “licenzismo (perdonate il brutto neologismo)” (Il Foglio, 9/7/2019);
● “con un brutto neologismo si potrebbe definire una pioniera” (Il Sussidiario.net, 11/1/2016);
● “Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno” (Corriere della Sera, 24/5/2010);
● “per definire questo duplice processo, sociologi e demografi hanno coniato il brutto neologismo degiovanimento del Sud” (Quotidiano di Puglia, 15/6/2019);
● “ ingredientistica (brutto neologismo)…” (Newsfood.com, 8/9/ 2010);
● “Rileva quella che si potrebbe definire con un brutto neologismo, le tecnicalità del prodotto… (Il Secolo d’Italia, 8/11/2018).

Molte altre volte i neologismi non sono solo “brutti”, sono addirittura “orribili” (87 risultati circa):

● “attenzionate (orribile neologismo)” (Il Messaggero, 9/1/2019);
● “… giovani e – oggi si direbbe con orribile neologismo – caucasiche” (AGI – Agenzia Giornalistica Italia, 4/4/2018);
● “Sembra proprio che l’emergenza nazionale paventata da alcuni media, con tanto di creazione dell’orribile neologismo femminicidio, esista (Il Primato Nazionale, 3/3/2017);
● “halloweeniana (perdonateci l’orribile neologismo)” (Multiplayer.it, 3 dic 2009);
● “ci si passi l’orribile neologismo, performante… (La Repubblica, 7/12/2015);
● “un meccanismo che chiamerei, con un orribile neologismo, di interessanza” (Linkiesta.it, 2 giu 2014).

Oppure sono “orrendi” (circa 78 risultati):

● “…un orrendo neologismo – femminicidi” (Corriere della Sera, 5/4/2017);
● “…buonisti: l’orrendo neologismo abusato da anni…” (La Repubblica, 25/10/2013);
● “movimentista (orrendo neologismo)” (Corriere della Sera, 28/3/2015);
● “Anzi, causalizzarli, se mi passate l’orrendo neologismo (Il Sussidiario.net, 26/9/2019)…

E i neologismi belli quali sono? Esisteranno?
Pare di no.


C’è una bella parola in inglese per esprimere…

La ricerca di “ottimo neologismo” e “buon neologismo” tra le testate giornalistiche non è fruttuosa, mentre “bel neologismo” riporta solo 37 risultati, ma andando a leggere gli articoli si vede che spesso l’espressione ricorre nei commenti dei lettori, e non nel pezzo dei giornalisti. E poi salta all’occhio un altro fatto singolare: si elogia qualche neologismo d’autore (“Gianni Brera per lei ha coniato un bel neologismo ‘dolcenergica’”, Italnews, 4/10/2014; “dispatriare, per usare il bel neologismo di Luigi Meneghello”, La Repubblica, 22/3/2019), ma con poche eccezioni (Islamofobiabel neologismo, motivo già più che sufficiente a votare Trump; Il Fatto Quotidiano, 9/11/2016) si elogiano soprattutto gli anglicismi, che sono sì neologismi, ma non sono parole italiane:

● “C’è un bel neologismo inglese a cui si può far riferimento e che descrive bene il fenomeno, che dal punto di vista sociale occorre sempre più contrastare, che è ‘ageism’, vale a dire la discriminazione tra persone a causa dell’età” (Startupitalia.eu, 29/8/2018).
● “Scoppia a ridere, il fotografo ha detto qualcosa sui danni della cheesefication, il forzare ghigni davanti a una macchina fotografica, un bel neologismo (La Repubblica, 2 ago 2013).

Ma che “bel neologismo” cheesfication! Ne sentivamo la mancanza (quanto ci piacciono i suoni in “éscion”) e di sicuro la nostra lingua non sarebbe in grado di produrre nuove parole così evocative. Mettiamo subito cheesfication nell’elenco degli anglicismi “insostituibili”, “necessari”, “utili”… le nostre parole per indicare il sorriso forzato o sforzato, tirato, di plastica, imbalsamato… non sono altrettanto “belle”, e creare una ricombinazione nostrana produrrebbe di sicuro “orribili neologismi”, a quanto pare. A un giornalista non viene neppure in mente di provarci, c’è già l’inglese, mica si può alterarne la sacra inviolabilità di idioma superiore!
E ageism? Certo ci sarebbe ageismo, mi si consenta l’adattamento considerato ormai una consuetudine “medioevale”. Almeno in Italia, perché all’estero e nelle lingue sane è normale, a cominciare proprio dalla lingua inglese che anglicizza gli italianismi senza scrupoli.
E davanti ai neologismi italiani alternativi all’inglese come apericena?

● “Orrendo neologismo la cui morale è sempre la stessa: l’aperitivo che si ‘mangia’ la cena” (Bergamo Post, 15/11/2016);
● “In tempi in cui apericena era solo un brutto neologismo di là da venire”, Il Friuli, 23/8/2015).

Naturalmente, questo atteggiamento non si ritrova solo sui giornali, e cercando le stesse espressioni non solo sulla stampa, ma in tutta la Rete, le occorrenze di questo tipo si moltiplicano a dismisura e diventano migliaia. Questo sentimento moralistico e misoneista – ma solo per le neoconiazioni italiane, non certo per le parole inglesi – striscia anche tra i tanti insopportabili tronisti linguistici della Rete. Apericena… per carità! Vuoi mettere un bell’happy hour? E che dire di colanzo come sostituzione di brunch (breakfast “prima colazione” + lunchpranzo”) che sta prendendo sempre più piede anche nelle offerte dei locali? Che brutto! Riporto in proposito un paio di commenti reali di utenti della Rete:

● Una parola “forzata a mio avviso è anche poco melodicabrunch è più immediata … anche più intuitiva”.
● “Noooo, sono riusciti a italianizzare l’orrendo ‘brunch’. ‘Sta roba fa coppia con l’obbrobrioso ‘apericena’; chi s’inventa questi termini assurdi farebbe meglio a rimanere a dieta pane e acqua, anzi, anche senza pane, anzi, anche senz’acqua!”

Questa ostilità per i neologismi italiani affonda le sue radici negli atteggiamenti puristici più beceri. I puristi però non avrebbero apprezzato questi registri linguistici da fumetto e questa punteggiatura casuale da oralità che si esprime attraverso la tastiera. E soprattutto i puristi si scagliavano con la stessa veemenza anche contro i “barbarismi” e con i regionalismi non toscani. Per preservare la purezza della lingua delle tre corone fiorentine rischiavano di cristallizzare l’italiano nella “lingua dei morti”, nei significati storici, e in questo modo di soffocarlo e di impedirne l’evoluzione per esprimere il nuovo. Questo moderno atteggiamento che preferisce gli anglicismi “intoccabili” ai neologismi, che si potrebbe definire “anglopurismo”, è un’immondizia che sta uccidendo l’italiano in modo ben più pericoloso.
Quanto alle argomentazioni di carattere “estetico” così diffuse – parola bella, brutta, orribile… – basta citare Leopardi, che aveva ben compreso:

solo “l’assuefazione e l’uso ci rende naturale, bella ec. una parola che se è nuova, o da noi non mai intesa ci parrà bruttissima deforme, sconveniente in se stessa e riguardo alla lingua, mostruosa, durissima, asprissima e barbara.”

Dire che colanzo o apericena sono belli o brutti è solo questione di diffusione e di abitudine. Dire che odiatore è brutto o meno preciso ed evocativo di hater è una sciocchezza, è una presa di posizione soggettiva di chi disprezza la lingua italiana. E dopo che Crozza ha cominciato a usare l’alternativa italiana più frequentemente dell’inglese non suona più così strano, si sta diffondendo anche sui giornali e tra la gente, anche se in un primo tempo suonava fuori luogo usare la nostra lingua. Lo stesso varrebbe per influente al posto di influencer, per notizie false invece che fake news o per tassa sulla plastica e sullo zucchero invece di plastic e sugar tax.

Ma gli anglopuristi sono ostili alle neologie italiane, per costoro è bello solo ciò che suona inglese. Purtroppo questo giudizio estetico da coloni e collaborazionisti della dittatura dell’inglese è esteso. E mentre in Islanda esiste la figura del “neologista” che davanti al proliferare dell’inglese costruisce ufficialmente alternative islandesi, o mentre in Francia e in Spagna le accademie della lingua creano e promuovono neologismi autoctoni, in Italia la lingua è fatta solo dai mezzi di informazione, e le prese di posizione anglopuriste si rintracciano persino all’interno della Crusca. E così, dai giornalisti, che con le parole che pubblicano contribuiscono a formare la lingua, ai più beceri tuttologi che in Rete si autoproclamano castigamatti delle parole belle e brutte, la metà dei neologismi del nuovo Millennio è ormai in inglese. Come se tra anglicismi e neologismi non ci fosse differenza. E il futuro dell’italiano sarà l’itanglese, se non cambiamo atteggiamento.

In principio era il verbo, ma alla fine sarà il verb?

verbumVerbum in latino indicava genericamente una “parola”; ma in senso moderno “verbo” designa una precisa categoria grammaticale, quella che esprime un’azione o uno stato, proprio perché è “la parola” per eccellenza, l’elemento portante della grammatica e della lingua.
Machiavelli, nel Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, scriveva che “quella che si chiama verbo è la catena e il nervo della lingua”, mentre nella sua celebre grammatica degli anni Trenta Alfredo Panzini definiva il verbo il “re” delle parole.

Il soggetto può essere sottinteso e ogni complemento può essere superfluo, ma basta un verbo per formare una frase: cominciamo.

L’interferenza dell’inglese sui verbi italiani

Dopo questa premessa è chiaro che, se l’interferenza dell’inglese comincia a coinvolgere anche i verbi, la faccenda dell’itanglese sta diventando davvero grave.

Nel 1972, nel primo importante studio sugli Influssi inglesi nella lingua italiana di Ivan Klajn, emergeva chiaramente che gli anglicismi erano quasi tutti sostantivi.
Nel 1996, una ricerca sugli “Anglicismi nella stampa italiana”* rilevava che l’89,6% delle parole inglesi erano sostantivi o locuzioni, gli aggettivi erano il 6,8%, le sigle il 2,5% e il resto era trascurabile. Di verbi non c’era quasi traccia.
In un altro simile studio in cui erano analizzati a campione i testi di tre quotidiani del 2003, Laura Pinnavaia notava “la quasi totale mancanza di verbi non adattati eccetto qualche imperativo come stop, wake up e buy”.**

* Narja Komu, Tesi di laurea in Filologia romanza, Università di Jyväskylä, maggio 1998, p. 28.
** “I prestiti inglesi nella stampa italiana: una riflessione semantico-testuale”, in MPW. Mots Palabras Words, Studi Linguisti a cura di Elisabetta Lonati, Edizioni Universitarie di Lettere, Economia, Diritto del dipartimento di Scienze del linguaggio e letterature straniere comparate, Università degli studi di Milano, n. 6/2005, pp. 43-56.

In sostanza, tutti gli studiosi sono sempre stati concordi nell’affermare che l’interferenza dell’inglese non coinvolge le forme verbali. Certo, esistono verbi italiani che derivano dall’inglese come supportare (da to support), e altri che per influsso dell’inglese hanno assunto nuovi significati inediti come salvare, che da “sottrarre dal pericolo”, in informatica, è diventato l’equivalente di registrare i dati o fare una copia. Oppure intrigare che da complottare e tessere intrighi è ormai usato prevalentemente con l’accezione positiva di attrarre, catturare la curiosità e l’interesse. Ma questi fenomeni non rappresentano un problema per l’italiano, fanno parte di un allargamento di significati o di una risemantizzazione che si possono leggere come una normale evoluzione della lingua, e persino come un “arricchimento” per via esogena, se non si assumono posizioni puristiche rigide e moralistiche.

Diverso è il caso dei verbi che derivano da radici inglesi e sono coniugati all’italiana aggiungendo la desinenza in -are. In molti casi questo procedimento ha portato a un’assimilazione che li rende parole perfettamente italiane, che non violano le regole della nostra ortografia e pronuncia: filmare, sponsorizzare, snobbare… Ci sono poi casi intermedi, per esempio customizzare, che se pronunciato con la “u” (come da indicazioni dei dizionari) rappresenta un’assimilazione, ma se viene detto con la “a” come si sente sempre più spesso nelle realtà lavorative dove regna la legge del “tu vuo’ fa l’americano” non è più una parola italiana, ma un ibrido, un semiadattamento che rimane un “corpo estraneo” come speakerare, computerizzare, twittare o zoomare. Nel limbo che divide italiano e itanglese ci sono poi quei verbi che presentano una duplice forma, e per esempio circolano degli adattamenti grafici come scioccare o flesciare che convivono con le forme shockare e flashare preferite dagli “anglopuristi” che si vergognano della nostra lingua.

Ma quanti sono questi verbi nati da radici inglesi?

La risposta non è semplice, ma accorpando e miscelando – qualcuno potrebbe preferire forse l’informatichese “mergiando”, da to merge – i lemmi registrati dai dizionari con qualche altra parola gergale di uso comune e diffuso si può stilare una lista di radici che hanno generato il loro verbo abbastanza condivisibile:

backup → backuppare; ban → bannare; blog → bloggare; bluff → bluffare; brand → brandizzare; brief → brieffare; bypass → bypassare; chat → chattare; click → cliccare; cluster → clusterizzare; computer → computerizzare; cover → coverizzare; crack → craccare; crash → crashare; cross → crossare; custom → customizzare; debug → debuggare; doping → dopare; download → downloadare; dribbling → dribblare; embed → embeddare; film → filmare; flag → flaggare; flash → flesciare; flop → floppare; format → formattare; forward → forwardare; friendzone → friendzonare; geotag  → geotaggare; Google → googlare; gossip → gossippare; hacker → hackerare; handicap  → handicappare; link → linkare; log → loggarsi; master → masterizzare; mix → mixare; mobbing → mobbizzare; monitor → monitorare; performance → performare; Photoshop → photoshoppare; post → postare; random → randomizzare; rap → rappare; raster → rasterizzare; rendering → renderizzare; reset → resettare; retweet → retwittare; rock → rockeggiare; scan → “scannare”; scanner → scannerizzare; scroll → scrollare; set → settare; shaker → shakerare; shift → shiftare; shock → shockare; skip → skippare; sniff → sniffare; snob → snobbare; sort → sortare; spam → spammare; speaker → speakerare; split → splittare; spoiler → spoilerare; sponsor → sponsorizzare; sprint → sprintare; stalker → stalkerare; standard → standardizzare; stock → stoccare; stop → stoppare; stress → stressare; surf → surfare; switch → switchare; tag → taggare; target → targettizzare; test → testare; troll → trollare; Twitter → twittare; upgrade → upgradare; upload → uploadare; WhatsApp → whatsappare; zip → zippare; zoom → zoomare.

Se ne potrebbero inserire anche altri, gergali ma diffusi, a cominciare dal menzionato mergiare, oppure mecciare da match (far combaciare), skillare e altri che sono ormai “normali” nell’aziendalese; e poi killerare e molti altri simili neologismi registrati dalla Treccani. Se infine ci si dovesse immergere nei gerghi parlati giovanili si moltiplicherebbero ulteriormente, e in quello dei videogiochi, per esempio, sono diffusissime parole come killare, droppare, doggiare… (vedi anche → “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione” sul sito Treccani). Ma fermiamoci solo ai primi della lista. Sono 83, e possono sembrare pochi o tanti, ma per valutare la loro portata occorre precisare che i verbi riportati in un dizionario come il Devoto Oli sono poco più di 10.000, ma togliendo 2.000 forme disusate, arcaiche, rare o poetiche, e altre 500 dialettali ne rimangono circa 7.500.
Dunque, 83 verbi formati da radici inglesi, su un totale di 7.500/8.000 verbi si traduce in una percentuale superiore all’1%. Non è poco, considerando che il verbo è il “nervo della lingua” e rappresenta il nucleo meno intaccato dall’inglese. È vero che più della metà sono italianizzati e solo 35 si possono considerare “corpi estranei” che rompono la nostra identità linguistica. Ma d’atro canto, la cosa più preoccupante è che la maggior parte di questi verbi è di origine molto recente. Sono quasi tutti entrati a partire dalla fine del Novecento o negli anni Duemila, ed è questa prospettiva dinamica a rappresentare l’elemento più allarmante. Si stanno moltiplicando giorno dopo giorno.

Purtroppo, non c’è solo questo aspetto da tenere d’occhio. Nel nuovo Millennio, accanto ai fenomeni di ibridazione, stanno facendo la loro comparsa i primi verbi in inglese utilizzati in modo crudo, senza alcun adattamento, un fatto inedito nella storia della nostra lingua che segna un punto di svolta.

Lo spuntare dei verbi inglesi nelle enunciazioni mistilingui

Vista la differente struttura rispetto all’italiano, storicamente non abbiamo mai incluso e utilizzato forme come per esempio to drink, che infatti abbiamo sostantivizzato in drink. Ultimamente, però, nelle conversazioni che si sentono nella capitale dell’itanglese, Milano, mi capita sempre più spesso di sentir spuntare anche i verbi, che si ostentano ormai come se le enunciazioni mistilingue fossero una cosa normale: remember, don’t worry¸ relaxfuck you!

Il fenomeno non appartiene solo al parlato, e visto che con l’avvento della Rete i confini tra oralità e scrittura sono sempre meno netti, sulle piattaforme sociali questo tipo di linguaggio si propaga sempre di più non solo nei registri informali, ma anche nella comunicazione lavorativa e aziendale, e poi in quella commerciale/pubblicitaria dove circolano sempre più frequentemente i buy, win, save the date, enjoy… Anche in politica si stanno affermando espressioni come vote for che poi ha influenzato anche l’italiano, dove sempre più spesso si sente dire “vota per me” invece di votami.
In una tesi di dottorato molto accurata del 2015, “Gli anglicismi nella comunicazione politica su Twitter”, Eleonora Mamusa ha analizzato e conteggiato in modo preciso gli anglicismi utilizzati nei cinguettii dei politici italiani, e riprendendo la questione su un recentissimo articolo pubblicato sul sito Treccani.it ha notato che, nei testi esaminati:

“qualcosa sta cambiando: i verbi (…)  segnano una rottura evidente con la tradizione. Parliamo, ad esempio, dell’uso di anglicismi integrali appartenenti alla categoria dei verbi (be, bless, block, enjoy, following, free, go, grow up, occupy, remember, run, stay, save, win), fenomeno quasi del tutto sconosciuto alla lingua italiana, che ogni qualvolta si trovi di fronte all’adozione di un verbo lo adatta automaticamente inserendolo nella prima coniugazione con il suffisso –are. (…) Gli effetti di innovatività, sensazionalità, originalità e modernità vengono anteposti alla comprensibilità e alla trasparenza. (…) Di qui, l’uso dell’inglese anche in parole e formule chiave della comunicazione propagandistica, ovvero negli slogan di partito e negli annunci riguardanti azioni che rivestono un’importanza fondamentale nella propria azione politica: alcuni esempi sono i verbi block, occupy, save, switch off, seguiti da un oggetto di volta in volta diverso a seconda del tema affrontato; espressioni quali be different, go home, stay on the road, stay human, think global act local.”

Questo fenomeno è in fase embrionale, ma la mia impressione è che si stia allargando e sia destinato ad ampliarsi. Se si cominciano a utilizzare anche i verbi in inglese, stiamo passando alla fase due della creolizzazione linguistica, e rischia di essere intaccata la struttura più interna dell’italiano in un passaggio alla fusione di italiano e inglese – di cui si intravedono già da tempo i primi segnali – che va oltre la singola parola. Se l’Albertone nazionale in Un Americano a Roma si riempiva la bocca, storpiandolo, di all right, oggi nelle conversazioni tipiche del fighettismo milanese è sempre più frequente, normale e di moda incontrare gente che infarcisce il parlato di tutti i giorni di espressioni più articolate: one moment, number one, why not?, very good, oh my God!, too much!, last but not least… In questo contesto ormai in italiano non circolano più solo “prestiti” singoli, ma anche strutture sempre più complesse che sfociano nell’enunciazione mistilingue. E proprio su questo terreno trovano spazio i primi verbi utilizzati in modo crudo.

Tutto ciò non si può spiegare con le categorie ingenue, decrepite e limitate dei “prestiti linguistici” che molti studiosi continuano a utilizzare, perché sono sempre più inadatte a cogliere cosa sta accadendo. I cosiddetti “prestiti” sono in realtà dei “trapianti linguistici”, degli innesti che non hanno a che fare con il “lusso” o la “necessità”, e che non sono isolati: una volta trapiantati non rimangono fermi, germogliano, si ibridano e si moltiplicano in modo virale. Le parole ibride sono centinaia e centinaia (babysitteraggio, boxerino, chattatore, clownesco, singletudine, snakkeria, softwarista, zoomabile…), le radici inglesi che si ricombinano in una rete che si espande sempre maggiormente nel nostro lessico con effetto domino sono ancora di più (baby-sitter porta il pet sitter che porta il pet food che si appoggia su fast food…), così come quelle che diventano prefissoidi formativi e che si strutturano in famiglie (baby-doll, baby sitter, baby boom, baby bonus, baby killer, baby-boss, baby-escort, royal baby). Accanto a questi fenomeni assistiamo ormai a un travaso dell’inglese ben più ampio della singola unità lessicale, e i titoli dei film non tradotti, per esempio, o i motti pubblicitari in angloamericano che contengono intere frasi conducono sempre più all’innesto anche delle forme verbali e a pezzi di strutture in inglese che, nella sciocca emulazione di tutto ciò che è americano, porta ormai alla comparsa delle prime enunciazioni mistilingui.

È un fenomeno limitato e abbozzato? Indubbiamente sì, per ora. Ma la cosa che preoccupa è che è nuovo e in crescita. E nella nostra anglomania imperante non ci sono elementi che fanno pensare che non sia destinato ad allargarsi. Anzi…

Italiano: ammirato nel mondo e disonorevole in patria

Nell’edizione italiana del film Un pesce di nome Wanda (Charles Crichton, 1988), quando Jamie Lee Curtis sentiva parlare in spagnolo perdeva ogni inibizione sessuale. Ma forse non tutti sanno che nell’edizione in lingua originale era l’italiano a farle girare la testa, la lingua di Casanova e di Rodolfo Valentino, la lingua dell’amore.

Chi ostenta l’inglese perché lo considera un idioma superiore, e chi pratica l’itanglese per sentirsi moderno ed elevarsi socio-linguisticamente dovrebbe rivedersi queste scenette tutte le sere prima di andare a letto, e riflettere maggiormente sui complessi di inferiorità e sul disprezzo della nostra lingua che gli scorre nelle vene.

“Quanno se fa ll’ammore sott’ ‘a luna / Comme te vene ‘ncapa ‘e di’ I love you?”, cantava Renato Carosone in “Tu vuo’ fa’ ll’americano”. Eppure oggi i conquistatori, seduttori, rubacuori, sciupafemmine, dongiovanni e casanova in italiano cedono il posto a playboy, e persino la terminologia del sesso e della pornografia si colora di inglese (cfr. → “Troppo sesso siamo inglesi”). Ma l’italiano è una lingua molto amata in tutto il mondo anche fuori dagli stereotipi dell’amor profano. Anche se non è propriamente vero che sia la quarta lingua più studiata al mondo, è comunque molto studiata e, soprattutto, è apprezzata e invidiata per la sua bellezza. Il suo potere seduttivo è ancora oggi enorme, come lo è stato nel passato, anche se, sul fronte interno, sembra che lo abbiamo dimenticato e che ce ne vergogniamo.


La potenza storica dell’italiano

Elizabeth Italian LettersDurante il Rinascimento l’italiano era la lingua di maggior prestigio in Europa. A quei tempi il nostro Paese spiccava su tutti gli altri nell’arte, e la sua lingua si era guadagnata una fama che aveva imposto ovunque le proprie parole nei settori in cui primeggiava. E così divennero internazionali i nostri termini dell’architettura (architrave, balcone, cupola, campanile, facciata), delle arti figurative (affresco, chiaroscuro, schizzo poi ritornato adattato in inglese con significato teatrale-cinematografico: sketch) e della musica (forte, fuga, sonata). Tra il Cinquecento e il Seicento l’italiano fu la lingua franca della cultura. Elisabetta I d’Inghilterra era innamorata della nostra lingua che parlava e scriveva proprio nei contesti internazionali, invece di usare il latino, come è stato ricostruito in Elizabeth I’s Italian Letters (Carlo M. Bajetta, Palgrave Macmillan, New York, 2016). La nostra lingua godette di un enorme successo ancora nel Settecento. Gli inglesi si appropriarono delle novelle del Boccaccio al punto che oggi novel significa per loro romanzo; Shakespeare attinse abbondantemente dagli Ecatommiti di Giovan Battista Giraldi Cinzio; il Cortegiano di Baldassarre Castiglione diventò il manuale dei gentiluomini di corte; il poeta John Keats considerava la nostra lingua la più bella e musicale, e avrebbe addirittura voluto utilizzarla come lingua dell’insegnamento al posto del francese. Persino Rousseau riteneva la nostra lingua molto più adatta alla musica del francese, Mozart scrisse moltissimo in italiano, la lingua della lirica, e nella Vienna del massimo splendore l’italiano era la lingua della cultura e della classe dirigente. Goethe adorava l’Italia e la sua lingua e Thomas Mann, nelle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull (1954) ha messo in bocca al protagonista queste parole:

“Son veramente innamorato di questa bellissima lingua, la più bella del mondo. (…) Sì caro signore per me non c’è dubbio che gli angeli nel cielo parlano italiano. Impossibile immaginare che queste creature del cielo si servano di una lingua meno musicale.”

La storia blasonata della nostra lingua non ha solo un valore storico, culturale e artistico di altissimo livello, possiede anche un potenziale economico fortissimo in tutto il mondo che potremmo e dovremmo sfruttare, ma purtroppo lo stiamo svilendo, invece di tutelarlo, promuoverlo e metterlo a frutto. Mentre all’estero la soavità dei nostri suoni gode di un enorme prestigio, nel nostro Paese stiamo abbandonando questi suoni per passare all’itanglese, e nel linguaggio politico ed economico capita di sentire parlare del boom o dell’escalation dei prodotti italian sounding o dell’appeal del made in Italy in tanti ambiti, dall’italian design al settore food. Mentre le lingue forti si impongono nei settori delle proprie eccellenze, l’ossimoro che ci contraddistingue è quello di esportarle in inglese, senza renderci conto che l’italiano è sensuale, accattivante, fascinoso, affascinante, attraente, seducente, ammaliante, incantevole, allettante, stuzzicante, di richiamo, irresistibile… persino intrigante, per ricorrere a un’interferenza dell’inglese che non snatura i nostri suoni (dal significato storico di intrigo = macchinazione, a quello sempre più in uso di stuzzicante). Ma davanti alla ricchezza della sinonimia e alle infinite sfaccettature di significati delle nostre parole, tutto ormai si esprime forse meglio con un bel: “L’italiano è sexy”, e questa parola ci sembra più evocativa, incisiva e immediata delle nostre. Preferiamo ridurre tutto alla stereotipia degli anglicismi omnicomprensivi così amati dai giornali, dai politici, dal mondo del lavoro e da sempre più settori che si anglicizzano contribuendo alla regressione della nostra lingua. Questa strategia sempre più dilagante, giorno dopo giorno, sta portando all’ammuffimento delle nostre parole storiche che finiscono per diventare obsolete ed essere relegate alla designazione del vecchiume (autoscatto davanti a selfie, calcolatore davanti a computer…), mentre ci sono linguisti che vedono in questo fenomeno dei “doni” invece di rendersi conto dell’impoverimento e della distruzione che l’inglese sta causando, e interpretano come “ricchezza” il proliferare dei “prestiti sterminatori” a base inglese che rappresentano ormai la metà delle parole nuove del Duemila. Se andiamo avanti a questo modo il futuro della nostra bella lingua sarà l’itanglese e il depauperamento della nostra cultura storica.


L’italiano è un tesoro di cui ci vergogniamo invece di metterlo a frutto

Incapace? Irresponsabile? Idiota?
Come si potrebbe definire chi è seduto su un tesoro che invece di mettere a frutto manda in rovina? Le nostre parole sono pietre preziose che gettiamo via per sfoggiare la bigiotteria che ci arriva da fuori. Perle ai porci, per citare il Vangelo.

Da una ricerca del 2016 condotta in dieci Paesi, realizzata dalla San Pellegrino, risulta che, nel mondo, i consumatori  sono disposti a pagare quasi il 10% in più per un prodotto con la dicitura “Toscana”. Eppure il presidente della Crusca Claudio Marazzini, in una missiva elettronica scritta in puro itanglese, due anni prima veniva invitato solennemente alla seconda edizione del “Tuscany Award” presso l’Hotel Four Season di Firenze (cfr. → “Perché in Italia si è tanto propensi ai forestierismi?” in La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi).

Non è assurdo tutto ciò?

L’italiano “è la seconda lingua più utilizzata nel mondo dopo l’inglese nelle insegne commerciali e nella presentazione dei prodotti. Lo sanno bene le imprese nordamericane, europee e asiatiche che utilizzano nomi italiani, o artifici che rimandano nella mente del consumatore a elementi propri della tradizione italiana, per pubblicizzare i loro prodotti. (…) Solo negli Usa le imitazioni dei nostri formaggi fruttano ben 2 miliardi di dollari. Nel complesso il fatturato dell’italian sounding, nel solo settore agroalimentare, ha superato i 60 miliardi di euro, quasi il doppio del fatturato delle esportazioni nazionali degli stessi prodotti originali” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

E così, mentre chiamiamo “italian sounding” – solo fino a qualche anno fa suonava come ridicolo e inappropriato, prima di diventare l’unico stereotipo per definire il fenomeno – i prodotti italianeggianti, dal nome (suono, sapore…) italiano, falsi italiani, pseudoitaliani, italofoni, imitazioni italiane, basati sul potere evocativo della nostra bella lingua… e mentre i nuovi dazi statunitensi sul parmigiano favoriscono le vendite del parmesan, le nostre aziende gastronomiche che puntano a essere internazionali usano poco e sempre meno la nostra lingua e privilegiano sempre più spesso l’inglese, da Slow Food a Eataly. E in questa follia, in questo paradosso, a Milano, capitale dell’itanglese, spuntano ovunque le insegne con scritto Wine Bar, invece delle enoteche, delle vinerie o delle cantine, e, contemporaneamente, nei ristoranti di lusso di New York si sta affermando la parola “vino” perché quello è il suono più seduttivo e di richiamo della nostra eccellenza.

L’esportazione dell’italiano all’estero appartiene alla storia. Oggi è morta e sepolta. Non c’è reciprocità tra quello che esportiamo e che abbiamo esportato nel passato e ciò che stiamo importando oggi dall’angloamericano. Non c’è alcun equilibrio tra quanto abbiamo dato e quanto stiamo accumulando dall’inglese negli ultimi 50 anni. Il bilancio è una colonizzazione dell’inglese su tutti i fronti, e le parole italiane universalmente comprese all’estero, fuor dai luoghi comuni di ciao, pizza e mandolino sono sempre meno. I tanti italianismi dell’inglese sono perlopiù inglesizzati, storpiati, pronunciati nel loro modo, come è normale nelle lingue sane. Solo in questo modo l’inglese si è arricchito di parole di ogni parte del mondo. Attraverso l’adattamento. Noi al contrario adottiamo, non adattiamo, l’angloamericano preoccupati di snaturarne la purezza e di “imbastardirne” la superiorità attraverso i nostri suoni.

Nel Novecento, “con l’eccezione dell’ambito della ristorazione (quella raffinata praticata da cuochi italiani di grande nome tanto quanto quella più rustica, ma altrettanto alla moda, delle specialità regionali), non c’è reale incidenza lessicale dell’italiano nemmeno in quei settori – il design e l’architettura, la moda e il ‘made in Italy’, il cinema d’autore, il turismo culturale – in cui oggigiorno l’Italia primeggia a livello internazionale, di certo perché in tali realtà industriali la lingua d’uso è comunque l’inglese” (Giovanni IamartinoItalianismi in inglese: una storia infinita?”) .

Se l’eccellenza italiana si esprime ormai in inglese, dall’italian design al made in Italy, siamo davvero finiti. Mentre in Francia e in Spagna la lingua è considerata un patrimonio da tutelare e promuovere, da noi no, ce ne vergogniamo. Non abbiamo una politica linguistica, lasciamo andare in malora la nostra lingua, nonostante i sondaggi e nonostante sia così amata. E pensare che nell’artigianato e nell’enogastronomia  “secondo Altagamma [il prodotto italiano] è percepito come sinonimo di qualità per un valore doppio del Made in France. Non è un caso che non esista uno Spanish o un German sounding” (Sara D’Agati, “Tutti pazzi per l’italiano, la lingua delle insegne”, La Repubblica, 31 ottobre 2016).

Questa rinuncia alla nostra cultura e alla nostra lingua è un cancro. Occorrerebbe un rovesciamento culturale drastico, per fermare il nostro suicidio collettivo. Dovremmo riappropriarci del nostro tesoro linguistico e andarne fieri, sia sul fronte interno, sia su quello internazionale.

Come ha scritto Nicoletta Maraschio, la prima donna a ricoprire il ruolo di presidente dell’Accademia della Crusca dal 2008 al 2014:

“L’italiano si presenta oggi in Europa in duplice veste: come lingua di un’illustre tradizione letteraria e culturale, molto richiesta nelle scuole, nelle università, negli istituti di cultura di tutto il mondo (anche per la fortuna del «made in Italy», della cucina e del turismo italiano), ma anche come lingua «giovane», nella quale gli stessi italiani non credono a sufficienza. Ecco che allora la questione della lingua, che oggi si ripropone con grande forza, non è più questione solo nazionale, ma questione tipicamente internazionale e in particolare europea. Occorre infatti che la nostra lingua sappia svolgere, in un’Europa istituzionalmente plurilingue, il ruolo che le compete, occorre che sappia intrecciare strettamente la sua storia e il suo futuro a quelli delle altre lingue ufficiali europee che tutte insieme richiedono di essere tutelate e valorizzate.”

Globalese e itanglese: le relazioni pericolose

Nei due articoli precedenti ho mostrato che “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico” fanno parte di un disegno più ampio del nuovo imperialismo economico e culturale che mira a imporre i modelli e la lingua degli Stati Uniti in tutto il mondo. Ho mostrato anche che all’estero esiste un dibattito molto critico sul progetto di condurre ogni Paese sulla via di un bilinguismo dove l’inglese è la lingua della scienza e dell’università, e dove le lingue locali sono viste come un ostacolo all’internazionalismo a base inglese.
In questa terza puntata voglio spendere qualche riflessione sulle conseguenze che l’inglese globale ha sull’italiano.

L’itanglese è figlio dell’anglospermia

Seguendo la metafora della lingua come qualcosa di vivo, sembra che l’inglese si espanda e ibridi gli altri idiomi attraverso il meccanismo della panspermia: una “fecondazione” planetaria con le proprie parole che poi attecchiscono dove trovano le condizioni culturali favorevoli.
Purtroppo l’Italia è uno degli ambienti più fertili, perché non abbiamo alcuna resistenza, anzi, agevoliamo il fenomeno dall’interno. Fondamentalmente ci vergogniamo di parlare nella nostra lingua, e in molti ambiti preferiamo usare gli anglicismi, che prolificano sempre più fitti senza alternative. Non consideriamo l’italiano una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale, gli intellettuali sono succubi della lingua e della cultura d’oltreoceano, e preferiscono ostentare l’inglese che vivono come superiore e moderno. Non abbiamo alcuna politica linguistica, i nostri politicanti agevolano il suicidio assistito dell’italiano con il loro nuovo linguaggio, non legiferano in proposito, lasciando alla magistratura la difesa della lingua (proprio come nel caso del suicidio assistito) e l’esempio più significativo è quello del Politecnico di Milano che voleva erogare i corsi nella sola lingua inglese e che è stato parzialmente fermato dal Tar, nell’indifferenza della politica. Mentre Emmanuel Macron e Marine Le Pen, per esempio, nell’ultimo duello elettorale si sono affrontati anche sulla questione della protezione del francese che entrambi consideravano un tema centrale su cui fare leva davanti ai loro elettori, il nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte sfoggia l’itanglese nelle conferenze stampa (qui un video significativo), incurante della trasparenza che sarebbe dovuta agli italiani e del rispetto per la nostra (bellissima) lingua, così amata all’estero. Ho già scritto il mio “io accuso” rivolto alla politica, e constato con dispiacere l’ultimo arrivato degli anglicismi: il cashback, fino a poco tempo fa un termine settoriale, che oggi entra nel linguaggio comune (rimborso suona forse troppo antico o troppo chiaro) e nel nostro vocabolario  grazie alla nuova manovra finanziaria e ai giornali. Si aggiunge così alle tante inutili parole inglesi, dal question time al jobs act, dalla flat tax al navigator, che sono uno schiaffo alla nostra lingua e alla comprensione da parte di un grande fetta di italiani.

Qualcuno, a proposito, ha notizie dello stato di salute del gruppo Incipit? Saranno ancora tutti vivi? Il loro ultimo comunicato risale al 4 aprile, e il loro silenzio davanti a queste cose è significativo. Questo, infatti, è un altro punto che ci vede assolutamente privi di difese davanti all’anglospermia. L’accademia della Crusca, ahinoi, non è certo come le accademie francesi e spagnole che creano alternative, che hanno un potere se non sempre prescrittivo almeno propositivo. Davanti agli anglicismi la Crusca si limita ad avanzare qualche soluzione basata sull’italiano storico e su ciò che già esiste, a dire la verità in modo timido e numericamente irrilevante. Creare neologismi resta un tabù e questo tabù spalanca un portone per cui tutto ciò che è nuovo entra in inglese. Ma anche su ciò che avrebbe soluzioni possibili, come know how o selfie, le posizioni sono piuttosto anglofile.
Senza citare Paesi come l’Islanda dove si creano ufficialmente neologismi con le radici autoctone ed esiste la figura del “neologista”, nei Paesi civili come la Spagna o la Francia le soluzioni delle accademie alle stesse parole che da noi si spacciano per “intraducibili” o “di necessità” sono ben diverse, e la lingua è ben più sana che da noi. Ma lì la lingua nazionale non è considerata qualcosa di cui vergognarsi, è un valore da tutelare e di cui andare fieri. In un libro di uno dei più importanti intellettuali francesi, il filosofo Michel Serres da poco scomparso, si può leggere, come fosse una cosa normale (ma non lo è solo da noi), una riflessione come questa:

Da che cosa protegge la cultura, dunque?
Una volta, intendo durante l’Occupazione, mille parole tedesche sono spuntate sui muri di Parigi e di altre città francesi. È iniziato qui il mio orrore per le lingue dominanti e l’amore per quelle che si volevano eradicare. Visto che oggi, in quegli stessi luoghi, conto più parole americane che non parole destinate ai nazisti all’epoca, cerco di difendere la lingua francese, che ormai è quella dei poveri e degli assoggettati. E constato che, di padre in figlio, i collaborazionisti di questa importazione si reclutano nella stessa classe, la cosiddetta élite.

[Contro i bei tempi andati, Bollati Boringhieri, 2018].

Queste parole arrivano da un Paese dove esistono delle leggi che obbligano le multinazionali a usare il francese nei contratti di lavoro e nel software, da loro chiamato logiciel, dove nella Costituzione c’è scritto che la lingua è il francese, dove l’Accademia francese si premura di creare e di diffondere neologismi e alternative agli anglicismi attraverso campagne mediatiche, dove i politici varano leggi e non act, e dove l’anglicizzazione non è lontanamente paragonabile a quella che c’è da noi.


Gli anglicismi sono la cartina al tornasole dell’anglospermia economica e culturale

I primi anglicismi, numericamente poco rilevanti, sono arrivati nella seconda metà dell’Ottocento (in tutto il secolo ne abbiamo importanti meno di 200), e con i contatti successivi con inglesi e statunitensi, avvenuti soprattutto con le due guerre mondiali, nella prima metà del Novecento ne abbiamo importati altri 750. Dopo la caduta del fascismo, nell’Italia della ricostruzione degli anni Cinquanta la libertà ha cominciato a coincidere sempre più con l’american dream e l’american style e il nostro adeguarci a questi nuovi modelli si può misurare anche linguisticamente attraverso l’incremento delle parole inglesi: nella seconda metà del Novecento ne abbiamo importati altri 2.000. Questo aumento non è omogeneo, cresce sempre di più. Il salto preoccupante è avvenuto negli anni Ottanta contemporaneamente alla diffusione della televisione commerciale fatta soprattutto di prodotti statunitensi. I telefilm hanno portato nelle nostre case molti modelli da imitare. I fast food che vedevamo in prodotti seriali come Happy Days hanno preparato il terreno per l’esportazione di questi locali che è avvenuta subito dopo, esattamente come la festa di Halloween che fino agli anni Ottanta si vedeva solo nei film è stata negli anni Novanta trapiantata in Europa attraverso precise strategie di mercato, e da noi si è radicata al punto che oggi è un evento ben più sentito del Carnevale, tra le giovani generazioni.

L’anglospermia ha attecchito e attecchisce ogni giorno di più. Dagli anni Novanta i titoli dei film non si traducono più, il che ha le sue ricadute linguistiche, ma il punto è soprattutto che, decennio dopo decennio, attraverso la televisione e il cinema fatti soprattutto di modelli statunitensi (dal consumo del popcorn durante la fruizione alla terminologia tecnica tra remake e black comedy) si sono “allevate” e colonizzate le nuove generazioni, al punto che per alcune fasce della popolazione il cinema coincide con quello di Hollywood, con quel tipo di linguaggio e di stereotipi; ciò che esce da quegli schemi narrativi viene ignorato, esattamente come negli Stati Uniti si comprano i diritti dei film stranieri e si rigirano con i propri attori e con i propri modelli culturali, per cui la trama viene americanizzata, invece di doppiare il film originale con il suo stile, la sua fotografia, i suoi ambienti e la sua visione. Questa colonizzazione continua, amplificata, attraverso i nuovi canali della tv satellitare, le serie di Netflix, le piattaforme della Rete… in modo sempre più totale. In questa americanizzazione basata sulle espressioni inglesi abbiamo così importato il black friday e sono convinto che per il festeggiamento del giorno del Ringraziamento con il tacchino ripieno sia solo questione di tempo (i primi segnali si sono già registrati). Omologazione globale sui modelli statunitensi considerati “valori universali da esportare”, questa è la visione, anzi la vision, sottostante. La pubblicità è passata dall’uso degli anglicismi al travaso dell’inglese puro che si esporta con il proprio motto in lingua originale, il mondo del lavoro si è trasformato nel linguaggio a partire dai nomi delle professioni che si devono esprimere in inglese, per finire con le pratiche e i protocolli o la terminologia dell’omologazione (mission, competitor, business unit…); i giganti della Rete esportano la propria terminologia attraverso le interfacce che vengono tradotte solo se proprio è indispensabile e ci impongono le loro parole (download, snippet, follower…). A dare una mano a questo scenario contribuiamo anche noi che rinneghiamo il nostro idioma e la nostra cultura. I mezzi di informazione, che un tempo hanno unificato l’italiano, oggi sbandierano gli anglicismi (fake news, location, gossip, red carpet…) contribuendo così alla loro diffusione e portando tutti a noi a ripeterli perché le alternative non circolano e non sono prodotte.

Senza le barriere di difesa culturali e politiche che si registrano all’estero, il destino della nostra cultura e della nostra lingua è segnato. Se Carosone scherzava con il tu vuo’ fa l’americano, oggi si fa sul serio. Vogliamo fare gli americani per davvero, dalla politica e dalla classe dirigente sino ai modelli più popolari di consumo che non sono altro che “esche” che i mercati ci fanno “bramare” – per usare la parole di Tacito – in modo che confondiamo la “cultura” con ciò che fa parte invece di un disegno di “servaggio”.

Per quantificare la situazione e il suo crescere basta analizzare le entrate degli anglicismi crudi registrate dai dizionari divise per decenni.

Di seguito riporto nuovi dati inediti ricavati dalle marche del Devoto Oli.

anglicismi e francesismi del Novecento divisi per decennio

Per rendere più comprensibile questo sfacelo basta paragonarlo all’entrata dei francesismi. Anche se qualche linguista anglomane continua a ripetere che un tempo il francese – a cui l’italiano è sopravvissuto benissimo – rappresentava lo stesso modello che oggi è incarnato dall’inglese, basta studiare le cose per rendersi conto che si trattava al contrario di qualcosa di ben diversa portata, come ho già mostrato ( → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese), per modalità (i francesismi sono stati adattati nel 70% dei casi), per profondità (non erano un fenomeno popolare, ma elitario), per rapidità (sono il risultato di substrati secolari) e per numero.

Come si può ben vedere, l’entrata conistente degli anglicismi non adattati comincia nel Dopoguerra, di pari passo con il piano Marshall, quando le parole inglesi che prima erano sulle 50 a decennio, si attestano sopra le 200 (20 all’anno), e raddoppiano negli anni Ottanta (più di 400 a decennio/40 all’anno).
Per dare delle valutazioni sul periodo 2009-2019 è ancora presto, perché una parola può impiegare anche molti anni prima di guadagnare una stabilità che le consenta di entrare in un dizionario. “Blog”, per esempio, è stata registrata solo nel 2005, benché sia datata a fine anni Novanta, quando la contrazione di web-log ha fatto la sua timida comparsa. Dunque le datazioni non si riferiscono a quando le parole sono state registrate nel dizionario, ma a quando sono comparse. Il che significa che solo nel prossimo decennio potremo vedere quali e quante delle parole inglesi che oggi ci bombardano saranno ammesse, e retrodatate ai giorni nostri. Ma i segnali non sono positivi, e tutto lascia presagire che questi numeri siano destinati a crescere, visto che per ora ben la metà dei neologismi del nuovo Millennio sono in inglese crudo (vedi → “Anglicismi e neologismi”).

 

PS
Per i milanesi interessati, parlerò di questi temi mercoledì 9 ottobre 2019 (ore 18,30) alla Libreria Popolare di via Tadino 18, affiancato da Luigi Quartapelle, ex professore del Politecnico di Milano firmatario della petizione contro l’insegnamento nella sola lingua inglese: Italiano e itanglese: dalla Commedia alla comedy.

Globalese e dittatura dell’inglese: il dibattito che manca in Italia

In Italia può sembrare “estremista” constatare che il globalese – cioè l’inglese planetario esportato in tutto il mondo dalla globalizzazione – fa parte di un progetto di colonizzazione culturale, economica e linguistica che segue le stesse logiche di quelle della Roma imperiale (vedi la scorsa puntata → “Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico”). Eppure queste posizioni sono date per scontate in molti Paesi, persino all’interno della letteratura inglese. Robert Phillipson, un linguista britannico autore di libri osteggiati e non tradotti (come Linguistic imperialism, Oxford University Press 1992), ha osservato che la politica di George W. Bush ha premuto l’acceleratore sul processo di colonizzazione statunitense, e che la sua consigliera per gli affari esteri Condoleezza Rice lo ha dichiarato esplicitamente: “Il resto del mondo trarrà un vantaggio migliore dagli Stati Uniti che perseguono i propri interessi, poiché i valori americani sono universali.” Esportare la “civiltà” universale ai popoli incivili e inferiori è da sempre la giustificazione del colonialismo per esportare i propri interessi. E l’imposizione della lingua è funzionale e strategica in questo disegno.

Il problema è che da noi manca il dibattito e la nostra posizione appare sempre più quella di coloni collaborazionisti. Non c’è alcuna attenzione per la tutela del nostro patrimonio linguistico sul fronte interno, e su quello esterno pare che nessun politico si ponga la questione di quale dovrebbe essere la lingua d’Europa, o meglio: quali! Diamo per scontato che l’inglese, ormai praticamente extracomunitario, sia l’unico modello possibile per essere internazionali e non promuoviamo l’italiano all’interno dell’Unione Europea, che di fatto lo sta estromettendo da lingua del lavoro, nonostante sulla carta dovrebbe avere gli stessi diritti di inglese o francese (vedi anche → “La petizione per l’italiano come lingua del lavoro”).

Fuori dai nostri confini le cose vanno molto diversamente. Non solo in Francia, dove esiste una forte politica linguistica, in Spagna, dove ci sono una ventina di accademie che governano e promuovono una lingua diffusa negli altrettanti Paesi che conta 400 milioni di madrelingua, o in Svizzera, che ha investito moltissimo nella promozione dell’italiano schiacciato dal tedesco e dal francese in nome del plurilinguismo che contraddistingue questo stato; ma persino in una nazione dall’idioma estremamente anglicizzato come la Germania.

Per essere davvero internazionali dovremmo semplicemente partecipare al dibattito che c’è all’estero.

 

Gli altri Paesi davanti alla dittatura dell’inglese

Il professore tedesco Jürgen Trabant dell’Università libera di Berlino, per esempio, si occupa di pluralismo linguistico, e nelle sue riflessioni su quale debba essere il modello di multilinguismo dell’Europa, ha denunciato che si contrabbanda come “plurilinguismo” la strategia dell’inglese globale (da lui chiamato “globalese”) per cui le lingue locali sono viste come un ostacolo sulla via che dovrebbe portare tutto il pianeta a un bilinguismo dove l’inglese è la lingua internazionale affiancata dalla lingua naturale locale vissuta come un “accidente” da superare. Nelle sue analisi denuncia che l’Europa sta andando incontro a una forma di “diglossia moderna neomedievale”, cioè una situazione dove esistono due lingue gerarchizzate che possiedono due diversi ruoli sociali: l’inglese è quello alto, colto e aristocratico, la lingua locale è quella popolare e della vita di tutti i giorni. Questo intellettuale non è certo un estremista, Tullio De Mauro lo ha definito “uno dei maggiori linguisti europei”, e il suo libro Globalesisch, oder was? (Il global english o cos’altro?) negli scorsi anni ha avuto un notevole successo perché non era una denuncia isolata. Sempre secondo De Mauro, infatti, la politica e la stampa tedesche sono molto più attente di noi a questi temi e

“– dal presidente Joachim Gauck ad Angela Merkel – seguono le questioni del multilinguismo, dagli asili nido all’intera vita sociale. La questione della lingua si pone oggi in Europa come una questione politica, anzitutto di politica democratica, e non solo come questione istituzionale di rapporti ufficiali tra gli stati per la vita formale delle istituzioni dell’Unione. Ma è anche una questione di cultura e di scuola. (…) Se vogliamo che l’Europa a 28 si trasformi in uno stato federale non è più eludibile la questione della lingua come questione politica di democrazia. Trabant critica l’idea che un inglese di servizio, senza radici nella cultura, risolva da solo il problema. Il Globalesisch è accettabile solo se lo faremo convivere con la ricchezza intellettuale della molteplicità di lingue dell’Europa.”

[Tullio De Mauro, “Un’Europa e molte lingue”, Internazionale, 2104]

Mentre da noi è in atto una battaglia sull’insegnamento in inglese nelle Università, come si è tentato di fare nel 2015 al Politecnico di Milano, nella convinzione che questo significhi essere internazionali, spesso si esalta o si porta come esempio quanto accade in vari Paesi del Nord Europa dove questi modelli si sono già affermati. In questo scenario, l’Olanda si può considerare un Paese “modello”, dal punto di vista della globalizzazione: l’inglese è considerato la seconda lingua dal 95% della popolazione, dunque il processo di colonizzazione si è compiuto da tempo, perché si è sempre ritenuto che per competere con l’internalizzazione fosse meglio parlare la lingua globale. Eppure proprio in questo Paese si stanno cominciando a vedere gli effetti nocivi di questa strategia, e Annette de Groot (”L’internalizzazione uccide la lingua locale”), professoressa di linguistica all’Università di Amsterdam, parla apertamente del loro “bilinguismo squilibrato”: l’inglese non si è semplicemente “aggiunto”, ma corrisponde a una perdita dell’olandese e della propria identità. Sono in tanti a lamentare il peggioramento della qualità della comunicazione che è avvenuto, soprattutto nel caso di temi complessi, perché l’inglese non è la lingua madre né dei professori né degli studenti. Un accademico olandese che si occupa di comunicazione come Cees Jan Hamelink parla perciò degli effetti “sottrattivi” dell’apprendimento della lingua globale attraverso concetti come quello della “macdonaldizzazione”. Anche in Danimarca, Norvegia, Svezia e Finlandia hanno questi stessi problemi con l’inglese della scienza e dell’università, e il dibattito riguarda come intervenire politicamente proprio per regolamentare un uso dell’inglese equilibrato e rispettoso della lingua nazionale che sia appunto un’aggiunta al repertorio nazionale, e per fare in modo che non sia invece sottrattivo e che a pagare le spese dell’internazionalizzazione colonialistica siano le lingue locali. Se questi problemi se li pongono in questi Paesi, lo dovremmo fare anche noi a maggior ragione, perché la nostra è una lingua romanza, che non deriva dai ceppi germanici come per esempio molte lingue del Nord, e l’impatto è più pesante. È evidente che studiare in inglese per esempio medicina o altre materie scientifiche all’università porterà alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Vogliamo davvero sottrarre questi ambiti alla nostra lingua per passare a quella inglese? È questo il prezzo da pagare per essere internazionali? Bene, non tutti sono d’accordo su questo prezzo, c’è anche chi vede il multilinguismo come un valore, e non come un ostacolo.

Ma c’è ancora di più. Se l’affermazione dell’inglese come lingua franca in Europa sta minacciando la ricchezza linguistica del nostro continente, come denuncia per esempio in Romania Ovidiu Pecican, docente dell’università Babeş-Bolyai di Cluj e articolista di România Liberă, in molti altri casi la minaccia non riguarda né la “ricchezza” né l’ibridazione, coinvolge direttamente l’estinzione delle lingue. La finlandese Tove Skutnabb-Kangas, che insegna nell’università danese di Roskilde e nell’accademia universitaria di Vasa in Finlandia, si batte da anni per i “diritti linguistici” delle popolazioni e delle minoranze, linguistiche e culturali, denunciando che ci sono tantissime lingue minori che scompaiono dal nostro pianeta con una velocità maggiore di quella della scomparsa delle specie viventi. La stessa denuncia del tunisino Claude Hagège (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002) che ha calcolato che nel mondo “ogni anno muoiono venticinque lingue: un fenomeno di dimensioni spaventose”. Se oggi quelle vive sono circa 5.000, fra un secolo saranno la metà, se non cambia qualcosa. “È un olocausto che fluisce senza sosta, apparentemente nell’indifferenza generale” e la principale minaccia è proprio l’inglese, che “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”. Un problema che è gridato anche da uno dei più grandi intellettuali africani, Ngugi wa Thiong’o, molte volte candidato al premio Nobel che per ora non gli è mai stato assegnato e autore di Decolonizzare la mente (Jaca Book, 2015), che in una recente intervista su la Repubblica invitava a ribellarsi all’inglese (“Scrittori, ribelliamoci all’inglese“, 02 Agosto 2019, di Pietro Veronese), la lingua colonizzatrice che “fiorisce sul cimitero degli altri idiomi”.

Questi sono gli effetti collaterali del colonialismo linguistico, della dittatura dell’inglese e del progetto internazionale di renderlo la lingua globale. Questo è il dibattito che si registra all’estero e che coinvolge le istituzioni, la politica, l’università e gli intellettuali.

Nel mondo si stanno scontrando due opposte visioni, quella dominante e imperialista che vorrebbe esportare l’inglese ovunque per i propri vantaggi economici e quella etica che vede nel multilinguismo una ricchezza da salvaguardare che non ha prezzo. In Italia il dibattito non c’è. Le sole reazioni che si possono riscontrare sono fuori dagli ambiti istituzionali. L’atto eroico di Maria Agostina Cabiddu che è riuscita a bloccare la soppressione dei corsi universitari in lingua italiana da parte del Politecnico di Milano con le raccolte di firme e con i ricorsi ai tribunali. Le denunce di una scienziata come Maria Luisa Villa che si batte per l’italiano come lingua della scienza. Le voci fuori dal coro come quella di Giorgio Pagano, o di Diego Fusaro che, con riferimento a 1984 di Orwell, si scaglia contro la “neolingua” dei mercati. Posizioni che appaiono come “eccentriche”, “esagerate” e nel peggiore dei casi “estremiste”, nel vuoto e nell’indifferenza della politica, delle istituzioni e dei mezzi di informazione di un’Italia ormai inglobata nel pensiero unico al punto di non vedere l’alternativa. Quello che rimane è il silenzio e i collaborazionisti che confondono il buon senso con il fanatismo. Ma il fanatismo è nell’anglomania, non nella sua critica.

 

(Continua)

Colonialismo linguistico e globalizzazione a senso unico

Sino agli anni Ottanta, la voce “globalizzazione” dei dizionari riportava un significato molto diverso da quello dei giorni nostri. In psicologia indica infatti il processo cognitivo per cui una bambino percepisce le cose innanzitutto nel loro insieme, in modo globale, e solo successivamente riesce a distinguere gli elementi che lo compongono. Questa parola deriva dal francese globalisation, ma a partire dagli anni Novanta i dizionari hanno aggiunto la seconda accezione, quella che oggi tutti conosciamo, che deriva invece dall’inglese globalization, un concetto molto complesso che ha tante definizioni diverse e che è stato preso in considerazione da tanti punti di vista, soprattutto economici e sociali. L’aspetto linguistico del fenomeno è invece meno indagato, soprattutto in Italia. In linea di massima la globalizzazione ci è stata presentata come la tendenza a una dimensione mondiale e sovranazionale dei mercati, delle imprese o delle culture, agevolata dalla velocizzazione tipica dell’epoca contemporanea. Ma passando dalle opportunità teoriche alla pratica, non possiamo fare come i bambini che percepiscono il fenomeno globale senza distinguerne le componenti. Dietro questo fenomeno si cela una globalizzazione a senso unico: la colonizzazione del pianeta mediante un solo modello economico e culturale, quello dominante dei SUA (come dovremmo chiamare gli Stati Uniti d’America se non fossimo dei coloni).

Su larga scala, ciò che avviene oggi non è molto diverso da quello che è avvenuto all’epoca dell’impero romano, e le strategie di espansione e di colonizzazione hanno dei punti in comune molto evidenti. Historia magistra vitae, non dovremmo dimenticarcene.

Il “Tacito” asservimento

Il generale Gneo Giulio Agricola fu uno stratega fondamentale per la conquista e la sottomissione della Britannia all’impero romano. Dopo la campagna militare puntò alla romanizzazione della provincia edificando città con lo stile architettonico di quelle romane e facendo in modo che la cultura romana diventasse anche il modello di educazione delle nuove generazioni a partire dai capi tribù, cioè la classe dirigente, in un consapevole progetto di conquista sia militare sia culturale. Questo disegno è descritto da Tacito in modo esemplare:

“Per assuefar co’ piaceri al riposo ed all’ozio uomini sparsi e rozzi, e perciò pronti alla guerra, [Agricola] consigliò in privato, e coadiuvò pubblicamente le costruzioni di templj, piazze, e case, lodando i solleciti, e riprendendo ì morosi: così orrevol [= onorevole] gara era in vece di forza. Fece ammaestrare i figli de’ Capi nelle arti liberali, dando agl’ingegni Britanni il vanto su’ colti Galli, acciò quei, che testé sdegnavano il linguaggio Romano, ne bramasser poi l’eloquenza. Così anche le foggie nostre vennero in pregio, e la toga, in uso; e a poco a poco si giunse a’ fomiti [= esche, attrattive malefiche] de’vizj, come portici, bagni, squisite mense:  gl’inesperti chiamavan ciò cultura, mentre era parte di servaggio.”

[Agricola di C. Cornelio Tacito, tradotto in Italiano da G. de Cesare, 1805, cap. XXI].

I punti evidenziati mostrano bene come l’imposizione della lingua, che da “disdegnata” doveva divenire “bramata”, facesse parte del progetto di esportare e imporre la propria cultura come quella superiore, in modo che il popolo sottomesso la identificasse come l’unica possibile e auspicabile, invece che percepirla come la schiavitù e lo sradicamento della cultura locale.

Questa era la romanizzazione: l’imperialismo ottenuto con le armi e mantenuto con il colonialismo culturale, un collante senza il quale non sarebbe stata possibile alcuna sottomissione duratura.

Questo modello romano che nel primo secolo dopo Cristo è stato impiegato per asservire i Britanni, oggi è invece utilizzato dai loro discendenti per soggiogare e colonizzare con altre forme il mondo intero. Abbandonata la strada dell’invasione militare (almeno nei Paesi occidentali) la conquista avviene con le armi delle merci. I “fomiti dei vizj” si chiamano oggi Netflix, Facebook o Google; le “squisite mense” sono i cheeseburger dei fast food, i muffin, i marshmallow e altre pietanze che ammiccano attraverso i modelli dei master chef televisivi; e invece delle “toghe” ci sono i jeans, le T-shirt con le scritte in inglese, le sneaker e gli altri indumenti espressi nelle taglie S, M, L e XL.

La nostra nuova aristocrazia cultural-economica, i nuovi capi tribù, paga fior di soldi per far studiare i propri figli nelle scuole inglesi; è il nuovo “status symbol” “radical chic” della nuova classe dirigente che parla in inglese e in itanglese per distinguersi ed elevarsi in “un’onorevole gara” a scapito dell’italiano. Al posto di “porti” e “bagni” l’architettura del nuovo Millennio è quella che l’antropologo francese Marc Augé ha chiamato non luogo (Non-lieux. Introduction à une anthropologie de la surmodernité, 1992). Un albergo a 5 stelle deve essere ormai stereotipato, in modo che qualunque viaggiatore di ogni parte del mondo si sappia muovere nello stesso schema, da New York a Tokyo, in un ambiente artificiale sradicato dal territorio come un’astronave spaziale, con buona pace della straordinaria bellezza e varietà di altre strutture architettoniche locali, tipiche e caratteristiche. E lo stesso deve valere per gli aeroporti, le stazioni, i centri commerciali, gli impianti sportivi, gli svincoli autostradali…

La storia si ripete con uno schema di duemila anni fa.


Dal piano Marshal alla globalizzazione

Alla fine degli anni Venti del secolo scorso, il britannico Charles Kay Ogden elaborò il “basic english”,  una riduzione dell’inglese concepita come una sorta di lingua artificiale basata su un numero abbastanza limitato di vocaboli (850) e su una semplificazione della grammatica. “Basic” stava per “British American Scientific International Commercial”, e il suo scopo dichiarato era quello di diventare la lingua internazionale di scambio da impiegare appunto in contesti scientifici o commerciali. A differenza dell’esperanto, inventato e sperimentato come perfettamente funzionante ben prima, ma osteggiato proprio perché concepito come una lingua neutrale ed etica (vedi → “Lingue franche e tirannia della maggioranza: latino, esperanto e inglese”), il basic era una semplificazione basata sull’inglese con intenti colonialistici e per perseguire i propri interessi economici: poteva essere insegnato con meno difficoltà dell’inglese naturale alle popolazioni delle colonie e serviva allo stesso tempo per gettare le basi dell’apprendimento dell’inglese vero. Al contrario dell’esperanto, però, questo inglese di base non funzionava molto bene dal punto di vista pratico. In ogni caso i diritti dell’invenzione furono acquistati dal governo britannico e Winston Churchill in un primo tempo fu molto favorevole al progetto e alla sua diffusione. Durante la Seconda guerra mondiale, il 6 settembre 1943,  in un discorso agli studenti di Harvard il politico inglese esplicitò molto lucidamente il suo intento di esportare l’inglese come la lingua del mondo dicendo:

“Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non il togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente.”

[“The power to control language offers far better prizes than taking away people’s provinces or lands or grinding them down in exploitation. The empires of the future are the empires of the mind”. Fonte: Winston Churchill – in dialogo con Roosevet – Università di Harvard, 6 settembre 1943].

Ma il progetto inglese del basic era roba da dilettanti, rispetto a quello che stava per accadere.

Sempre all’Università di Harvard, quattro anni dopo, il segretario di Stato statunitense George Marshall annunciò il piano politico-economico per la ricostruzione dell’Europa che usciva dalla Seconda guerra mondiale e che avrebbe preso il suo nome: uno stanziamento di 17 miliardi di dollari che si concluse nel 1951 e che comprava in questo modo l’americanizzazione del nostro continente da un punto di vista economico (Banca mondiale, Fondo monetario internazionale) e politico (Onu e Nato). L’investimento per l’epoca spropositato, su tempi lunghi, si è rivelato molto proficuo per gli Stati Uniti, non solo economicamente, ma anche dal punto di vista culturale, nel pieno spirito della logica di Agricola.

Se il progetto di Churchill vedeva nell’esportazione della lingua il cavallo di Troia e il grimaldello per esportare l’impero culturale ed economico, il piano Marshall ha dato il via a un percorso molto più ampio e totalitario. Economia, politica, cultura e lingua fanno parte di un unico pacchetto in cui ogni elemento si intreccia con gli altri in un tutt’uno inscindibile. Questo progetto inizialmente rivolto all’Europa è stato il primo passo di una serie di altre tappe che hanno portato oggi alla globalizzazione a senso unico.


Dal basic english al globalese

Dal punto di vista linguistico, dal progetto del basic english siamo passati al global engish, contratto in globish e tradotto con globalese. Tecnicamente, anche questa invenzione si basa su una semplificazione delle regole e su una riduzione a circa 1.500 vocaboli ideata nel 1998 da un ex dipendente di Ibm (il francese Jean-Paul Nerrière che ne detiene i diritti), ma per estensione il globalese non segue affatto queste regole e coincide con la lingua naturale angloamericana, visto che un madrelingua anglofono non si sogna minimamente di rinunciare al proprio idioma per ricordarsi quale delle sue parole siano contemplate da una simile riduzione e quali no. La globalizzazione parla perciò una sola lingua, e ha rafforzato la dittatura dell’inglese su ogni altro idioma, e per i coloni è ormai l’unica possibilità di essere internazionali.

L’inglese globale, tuttavia, non esiste affatto, perché è attualmente parlato solo da un terzo della popolazione mondiale, e anche se è spacciato per una realtà è invece un progetto di colonizzazione planetaria che è tutt’ora in fase di attuazione. L’obiettivo è quello di condurre tutti i Paesi sulla via di un modello basato sul bilinguismo, in modo che ogni cittadino del mondo usi l’inglese come seconda lingua internazionale, mentre le lingue locali si dovrebbero utilizzare solo a uso interno, perché sono viste come un ostacolo all’internalizzazione nel progetto di ricostruzione della torre di Babele basata sull’inglese.
Questo disegno, oltre a essere aberrante e imperialistico, ha dei costi spropositati per chi non è anglofono di nascita, ma tanto sono i coloni a pagarli. L’economista Áron Lukács, per esempio, ha quantificato che il costo diretto e indiretto di questa “tassa” per chi non è di madrelingua inglese, nel caso di un italiano si aggirerebbe sui 900 euro all’anno a testa, che fatti i conti si traduce complessivamente nell’equivalente di quasi tre finanziarie, riporta Giorgio Pagano. Ma il prezzo da pagare non è quantificabile solo nel denaro o nel tempo necessario per apprendere la lingua dominante e nel fatto che i madrelingua, senza alcun esborso, si trovano avvantaggiati nella padronanza comunicativa rispetto a chi è costretto a usare la loro lingua. L’uso dell’inglese globale si sta rivelando non come qualcosa di additivo, che si aggiunge come una ricchezza all’identità linguistica locale, ma è al contrario un fenomeno sottrattivo. Introdurre l’inglese come lingua dell’università, come si è tentato di fare al Politecnico di Milano, come si fa in certe università private e come si vorrebbe fare in molti altri casi, porta a una regressione dell’italiano, a una sottrazione della nostra lingua negli ambiti specialistici in una confusione, voluta, tra l’apprendimento dell’inglese e la lingua dell’insegnamento.
Inoltre, il fatto che la lingua dell’Europa sia di fatto l’inglese, lingua praticamente ormai extracomunitaria che rappresenta una piccolissima minoranza dal punto di vista dei madrelingua, discrimina chi non la padroneggia. Questi fenomeni sottrattivi stanno perciò portando nel nostro continente il fenomeno della diglossia, cioè di bilinguismo gerarchizzato, che divide la popolazione locale. L’inglese è la lingua alta, della classe dirigente, del lavoro, della scienza, ed estromette dal mondo che conta chi non lo padroneggia. Ma se la lingua nazionale diventa patrimonio solo delle fasce sociali “basse”, se viene estromessa dagli ambiti fondamentali della modernità, come l’università, la scienza, la tecnica, l’innovazione, la lingua del lavoro e della cultura alta, si svuota, si riduce a un dialetto della quotidianità; diventa incapace di esprimere ciò che è moderno e strategico che si esprime in inglese. In altre parole la si mutila e la si fa regredire. Usare l’inglese per esprimere la scienza porta inevitabilmente a rendere l’italiano un dialetto, e alla perdita del lessico tecnico-scientifico italiano. Per avere un’idea concreta di cosa ciò significa, basta pensare a quello che è accaduto in ambito informatico, dove la terminologia si esprime in inglese, e l’italiano diventa itanglese, a partire dal mouse per proseguire con tutti i neologismi più recenti che si importano solo in inglese, per finire con la regressione delle nostre parole già affermate che diventano inutilizzabili, come è accaduto a calcolatore davanti a computer.

L’itanglese, e l’ibridazione delle lingue locali che i riscontra anche negli altri Paesi con diversi gradi di contaminazione, è perciò la conseguenza del globalese. Chiamare gli anglicismi “prestiti” – come forse aveva senso più di cento anni fa quando questa categoria ingenua è stata formulata con la distinzione tra “lusso” e “necessità” – significa non comprendere il fenomeno e la sua portata. Chiamarli addirittura “doni” e considerarli una “ricchezza” non è solo miope, è il punto di vista di chi è ormai irrimediabilmente colonizzato e gioca la sua partita da collaborazionista che “brama” il globalese. Nel caso dell’inglese i “prestiti” costituiscono l’impoverimento e la desertificazione dell’italiano, ed è ora di chiamarli con il loro nome: non sono né prestiti che non si possono purtroppo restituire, né doni, sono trapianti linguistici. L’arrivo di Twitter ha trapiantato la sua terminologia, insieme con la sua piattaforma, introducendo parole come followers e following. Airbnb chiama i locatori host (diventa un host!), Youtube chiama i creatori di video creators, Gmail introduce gli snippet come fosse la cosa più naturale e trasparente, e gli esempi di questi trapianti che noi “bramiamo” ed emuliamo sono migliaia.

 

(Continua)

La perdita delle radici: dal latino (e greco) alle invasioni anglo-barbariche

Difendere lo studio del latino non ha nulla a che fare con le apologie pompose e moralistiche di una classicità obsoleta dal sapore teologico e filologico. Il latino, più che una lingua “morta” è soprattutto la base della lingua viva che parliamo tutti i giorni. Naturalmente l’italiano non deriva dal latino in modo diretto, come è risaputo, ma si è sviluppato principalmente dalle parlate locali di un latino volgare e medievale tardo sempre più distante da quello classico. Cavallo deriva da caballus e non certo dal classico equus che si ritrova in equino o equestre, e casa nel De bello gallico indicava una capanna di campagna o una baracca militare, ma con il tempo, nell’uso, questa accezione “rustica” si è persa e casa ha preso il sopravvento su domus in ogni contesto. Però, una parola come domotica (l’applicazione dell’informatica alle abitazioni) è stata coniata negli anni Ottanta del Novecento proprio ripescando la radice classica che circola in domicilio o domestico. Ecco, il nostro legame con il latino è soprattutto questo: più che nella derivazione diretta va rintracciato nelle ricostruzioni colte successive. È lo stesso legame che abbiamo con il greco antico, che ci arriva molto spesso dalle neoconiazioni moderne e dotte, oltre dal fatto che il latino conteneva a sua volta moltissime radici greche, per cui “filosofia” (dall’unione di phìlos e sophìa, cioè “amore per la sapienza”) ci è arrivata attraverso il latino philosophia.

Non è però dello stesso parere Google traduttore visto che la traduzione di filosofia in latino sarebbe philosophy, di cui possiamo persino ascoltare la pronuncia anglosassone, in una confusione tra inglese e latino, o forse inglesorum e latinorum, che è l’emblema della barbarie culturale e linguistica in cui stiamo sprofondando.

Dal latino all’inglese

Il nostro rapporto con il latino e con il greco come modelli formativi dei neologismi attraverso il recupero delle nostre radici adattate ai nostri suoni, nel nuovo Millennio, si è definitivamente spezzato. È ormai sostituito dall’importazione dei termini inglesi immessi così come sono nel nostro sistema con il risultato di frantumare la nostra identità linguistica – cioè i cardini della nostra grammatica e della nostra pronuncia – e di trasformare una lingua neolatina come l’italiano in un ibrido che è ora di chiamare più propriamente con il suo nome: itanglese.

La seconda rivoluzione industriale, tra il XIX e il XX secolo, ci ha portati a una radicale trasformazione del mondo e alla creazione di una nuova tecnologia che dal punto di vista terminologico era ancora governata dalle nostre norme storiche basate sull’adattamento e sulle nostre radici, per esempio “termosifone” (dal greco thermós = caldo) o “calorifero” (dal latino fero = portare il calore[m]). Poco importa se queste parole a loro volta sono calchi sul modello del francese calorifère e thermosiphon, il francese è una lingua che ci è affine e attinge alle stesse radici, e anche il cinematografo dei Lumière è un adattamento del francese cinématographe che si fonda contemporaneamente sul greco (kínema = movimento e grápho = scrivo). Oggi, però, abbiamo dimenticato il ruolo unificante del latino come radice internazionale delle lingue romanze che per secoli ha rappresentato il collante non solo delle parole comuni, ma anche di quelle scientifiche e tecnologiche di tutta l’Europa. In un primo tempo la tecnologia proveniente d’oltreoceano è stata adattata e reinterpretata attraverso le nostre parole e le nostre categorie, e infatti oggi abbiamo la lampadina e la televisione e non la lamp e la television. L’attuale terza rivoluzione industriale o post-industriale, al contrario, ci sta portando se va bene la stampante 3D, e non “tridimensionale”, o l’industria 4.0, dove quel punto si impone sulle nostre norme che prevedono la virgola. Ma fuori da queste minuzie ci sta saturando di parole inglesi crude che hanno colonizzato la maggior parte dei linguaggi di settore a cominciare dalla terminologia informatica dove l’italiano ha cessato di poter esprimere le cose con parole proprie, non è stato capace di creare i propri neologismi, ed è dunque morto.

 

La scomparsa delle parole latine e greche: i dati inediti dall’analisi dei dizionari

Per quantificare il disastro e renderci conto di come la nuova globalizzazione abbia definitivamente spezzato le nostre radici per proiettarci verso un futuro di sudditanza culturale e linguistica, basta analizzare i moderni dizionari digitali. Ma non si può operare come fanno certi linguisti che per negare l’anglicizzazione dell’italiano e abbassare le percentuali distribuiscono le parole inglesi su tutto il nostro lemmario storico. Bisogna invece ragionare sul numero di parole coniate nell’Ottocento e nel Novecento. Quante, tra queste, sono riconducibili al latino, al greco e all’inglese? Sono questi rapporti a indicarci lo stato di salute della nostra lingua.

NOTA: I numeri di seguito riportati emergono dallo spoglio di Devoto Oli (DV) e Zingarelli (Z) nelle edizioni del 2016, attraverso la ricerca di lat., gr. e ingl. in tutto il testo (che con un certo rumore di fondo corrispondono alle parole che hanno questa origine o questo legame) e l’incrocio con le datazioni per secolo.

Nell’Ottocento sono state coniate circa 16.000 parole (DV e Z), e di queste 2.000 (DV) o 1.600 (Z) hanno un etimo riconducibile al latino: una percentuale di oltre il 10% dei neologismi (dunque, mediamente, nel XIX secolo si coniavano 16/20 parole a base latina all’anno).
Le parole del Novecento sono invece tra le 32.000 (DV) e le 27.000 (Z), e l’etimo latino si rintraccia soltanto in circa 1.000 (DV) o 1.300 (Z) casi (10/13 parole l’anno), una percentuale più bassa di quella ottocentesca (3,1% DV e 4,8% Z) ma ancora significativa.

I grecismi della nostra lingua sono invece in totale circa 7.000 (8.000 secondo il Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che ha delle marche più raffinate). Di questi, circa 1.800/1.900 sono stati coniati nell’Ottocento (l’11% delle parole del XIX secolo), mentre nel Novecento sono tra i 2.000 (DV: 6,5% del totale) e 1.500 (Z: 5,5%).

E nel nuovo Millennio cosa sta accadendo?

Le nuove parole a base latina, sommate a quelle a base greca, si possono contare con le dita delle mani!
Il Devoto Oli registra un migliaio di neologismi degli anni Duemila, e di questi solo 9 sono indicati come di provenienza latina, tra cui alterconsumista (2006) e altermondialismo (2003 che tuttavia ci arriva dal francese altermondialsime), egoriferito (2000) e ludopatia (2004). Tra questi “latinismi” ci sono anche: egosurfing (2000) un anglicismo che indica il rintracciare il proprio nome nei motori di ricerca, e due noti pseudolatinismi coniati dal politologo Giovanni Sartori: mattarellum (2004) e porcellum, riferiti alle leggi elettorali, che stanno al latino come il linguaggio delle Sturmtruppen sta al tedesco. Mi pare che questo uso del latino maccheronico sia il simbolo di che fine ha fatto e di come si è ridotta la nostra secolare cultura classica.

Sul fronte del greco le cose non vanno meglio, si trova acquaponica (un sistema usato nell’agricoltura e nell’allevamento), kouriatria (studio dei disturbi dell’adolescenza), mnemoteca (archivio delle memorie), ortoressia (l’ossessione dell’alimentazione sana, dal greco óreksis = appetito, sul modello di a-noressia), scheumorfismo (imitazione di bassa qualità), tomoterapia (di uso medico). Non c’è molto altro nel XXI secolo.

Quello che emerge è invece un altro dato macroscopico e fin troppo evidente: l’esplosione incontrollata degli anglicismi. Se passiamo alla loro disamina, come ho già ricostruito (vedi → Anglicismi e neologismi) rappresentano quasi il 50% dei neologismi del Duemila. La metà delle nuove parole nuove è ormai in inglese crudo, cioè non adattato, e la percentuale sale se si aggiungono le voci ibride, cioè formate da radici inglesi flesse all’italiana, come whatsappare (ho quantificato questo secondo caso in un articolo sul portale Treccani →  “L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione”).

Più nei dettagli, stando ai dati grezzi del Devoto Oli, nel XX secolo le parole di origine inglese erano intorno al 10% di quelle coniate a quell’epoca. Tra le 16.000 parole dell’Ottocento, invece, solo 398 derivavano dall’inglese (circa il 2%). Provo a sintetizzare questi dati grezzi ricavabili dal Devoto Oli in un grafico con le torte etimologiche delle varie lingue.

percentuali neologsmi inglese latino greco francese

La progressiva scomparsa del latino e del greco, così come l’aumento esponenziale dell’inglese, sono innegabili e rappresentano lo specchio del nostro nuovo assetto sociale e culturale.

Per interpretare nel modo corretto questi dati bisogna però precisare che testimoniano l’influsso delle rispettive lingue includendo sia le parole adattate (dunque diventate italiane a tutti gli effetti come cinematografo) sia quelle crude che stridono con le nostre regole (come meeting). Nel caso del greco e del latino l’italianizzazione riguarda quasi la totalità dei casi. Per l’inglese, nell’Ottocento solo la metà degli anglicismi (187, circa l’1% di tutti i neologismi del secolo) erano crudi. Nella prima metà del Novecento se ne contano 750 su 15.000 neologismi (il 5%), ma nella seconda metà questi anglicismi non adattati salgono al 10% dei neologismi. Passando dal rapporto anglicismi/neologismi all’analisi delle sole parole inglesi, nell’Ottocento gli anglicismi sono stati adattati nel 50% dei casi, nel Novecento nel 26%, e nel Duemila solo nel 12%. Questi numeri sono in linea anche con le percentuali dello Zingarelli, e soprattutto con quelle che emergono dall’analisi del Gradit in 6 volumi di Tullio De Mauro che vedeva complessivamente l’adattamento dell’inglese nel 31,6% dei casi nell’edizione del 1999, e nel 28,5% in quella del 2007 (ne ho parlato in un articolo sul portale Treccani → “La sostituibilità degli anglicismi con corrispettivi italiani”). Conteggiando l’interferenza del francese (italianizzato nel 70% dei casi secondo il Gradit), nell’Ottocento sono comparsi circa 1.000 francesismi di cui 244 erano crudi, nel Novecento 1.300 (di cui 566 crudi) e nel Duemila 26 (di cui 12 crudi). Tra le neologie della voce “altro” c’è tutto il resto, le parole provenienti da altre lingue, un apporto numericamente poco significativo, e tutti gli altri neologismi a base italiana.

Concludendo, nel Duemila l’inglese si sta rivelando dominante sulla nostra lingua con una sproporzione schiacciante e preoccupante. La strada che abbiamo intrapreso, basata sul taglio delle nostre radici, nei prossimi anni non può che essere destinata a crescere, perché si inserisce in un progetto di anglicizzazione globale che in tutti i Paesi del mondo non aglofono registra proteste e resistenze, mentre in Italia viene agevolato da una classe dirigente accecata dall’anglomania, che davanti alla dittatura dell’inglese ha assunto una posizione collaborazionista.

La mcdonaldizzazione della scuola e la googlizzazione della cultura

A proposito della scuola, gli anni Duemila si sono aperti con il motto berlusconiano delle “tre i” (internet, inglese, impresa) che avrebbero dovuto guidare la riforma Moratti. Nel 2010, la riforma Gelmini, definita “epocale” (ma anche lo sterminio degli Inca da parte di Pizarro fu “epocale”), ha ristrutturato i licei puntando al ridimensionamento dello studio del latino (e greco) e alla sua sostituzione con una lingua straniera (di fatto l’inglese) con il risultato che gli iscritti al classico, sino al 2009 in costante aumento, si sono improvvisamente dimezzati (nei primi 5 anni 180.000 studenti in meno, secondo i dati del ministero dell’Istruzione). Anche la riforma della “buona scuola”, cioè la legge 107 Renzi-Giannini, si inquadrava nel progetto di tagliare la cultura per favorire invece una scuola orientata alla formazione professionale, e l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro ha prodotto curiosi fenomeni come “fare formazione” da McDonald’s.
Questa idea di modernità della scuola ben si inserisce nel contesto politico (dal jobs act al navigator) e culturale che si basa sul rinnegare le nostre radici nella convinzione che essere moderni significhi parlare inglese, come se l’unica possibilità di essere internazionali coincidesse con la sottomissione al pensiero unico dei modelli linguistici e culturali statunitensi della globalizzazione.

Un tempo gli intellettuali e i dotti avevano un forte legame con il latino e con il greco: la nostra cultura, le nostre radici. Nel giro di un paio di generazioni tutto questo si è incrinato, per poi tramontare irrimediabilmente davanti all’invasione barbarica 2.0, culturale prima che linguistica. L’attuale classe dirigente, dai politici ai giornalisti, ignora il latino. Sembra ormai che gli intellettuali abbiano la testa solo negli Stati Uniti che si premurano di indicare con la pronuncia “iuesèi” per ostentare il nuovo blasone sociolinguistico che caratterizza l’aristocrazia culturale odierna. In questo uso della lingua appiattito alla pura funzione comunicativa, si disconosce completamente la sua funzione costruttiva e formativa che regola le nostre categorie del pensiero. Ragionare, ai tempi di Dante, era sinonimo di parlare = pensare = argomentare. Come aveva capito già Wilhelm von Humboldt, è proprio attraverso il linguaggio che impariamo a ragionare: la lingua è l’organo formativo del pensiero, è ciò che ci costruisce e che ci identifica. La diversità delle lingue corrisponde a una diversità di visioni del mondo che sono una ricchezza, come lo è la biodiversità. Aderire al mono-linguaggio e al mono-pensiero basato sull’inglese internazionale della globalizzazione significa favorire la strategia di distruzione delle culture locali, compresa la nostra, che sono un ostacolo per gli interessi del nuovo imperialismo culturale e linguistico funzionale agli interessi dei mercati che ci impongono la loro lingua attraverso i prodotti, le pubblicità e il linguaggio delle piattaforme digitali. Il multiculturalismo e il plurilinguismo sono accidenti da spazzar via nel processo della mcdonaldizzazione merceologica e della googlizzazione culturale da esportare e imporre in tutto il pianeta. In Italia diamo ormai per scontato che l’inglese sia la sola cultura possibile. Iscrivere i propri figli a una scuola inglese è diventato il tratto distintivo del nuovo fighettismo culturale che considera questo modello il solo auspicabile e possibile. Questa nuova aristocrazia intellettuale, che disprezza l’italiano e il latino alla base dell’Europa, confonde la cultura con la schiavitù nei confronti della visione del mondo dominante verso cui ha un enorme complesso di inferiorità. L’anglomania sta creando una frattura sempre più ampia nel nostro Paese, e nel mondo, e tende a estromettere chi non parla e ragiona secondo le categorie della lingua colonizzatrice vista come l’unica. Spazza via la nostra storia, la nostra identità e i nostri valori a partire dalla lingua. Ci stiamo snaturando e sottomettendo con gioia e fierezza al pensiero unico e al monolinguismo geneticamente modificato della globalizzazione in un suicidio culturale collettivo.
Ubi maior minor cessat. E rinnegare le nostre radici per farci soggiogare dalla lingua dei mercati è da minorati.

Bastardi con o senza gloria? Riflessioni sulla pronuncia degli anglicismi

Nei commenti dello scorso articolo Grammatica, dubbi ortografici e “lo weekend”, si è sviluppato uno scambio di opinioni e di esempi sulla pronuncia in italiano di anglicismi e forestierismi che voglio portare alla luce e sviluppare.

Quali sono le regole che governano la pronuncia in italiano delle parole straniere?

La risposta ingenua, spesso data per scontata come fosse la cosa più naturale, è che andrebbero pronunciate come nella lingua di origine. Non è però né necessariamente vero, né sempre possibile e, andando più a fondo, c’è da dire molto di più.

 

L’interferenza linguistica non è la colonizzazione linguistica

Negli anni Settanta, in uno dei primi importanti studi sull’influsso dell’inglese nell’italiano, Ivan Klajn osservava che per lo più non siamo in grado di distinguere bit da beat e thrill da trill, visto che nella nostra lingua materna non ci sono la i breve e il th anglosassoni (Influssi inglesi nella lingua italiana, Olschki, 1972, p. 45). Sul sacro rispetto che sarebbe dovuto alla pronuncia dell’inglese esistono molti siparietti che scherniscono l’incapacità dell’italiano medio di distinguere bitch e beach, con il risultato di dir puttana invece di spiaggia. Eppure è perfettamente naturale e comprensibile articolare i fonemi stranieri per approssimazione ai suoni propri di ogni lingua. Fuori dalla satira, sarebbe idiota schernire un giornalista statunitense come Alan Friedman perché parla come Ollio, così come è idiota e anche razzista prendere in giro un cinese che ha problemi a pronunciare la nostra “r” o un arabo ha difficoltà a distinguere “b” e “p”.

Dunque in italiano, come in ogni altra lingua del mondo, bisogna fare i conti con un parziale e naturale processo di adattamento alle consuetudini fonologiche esistenti. Oltre alla pronuncia, questo fenomeno coinvolge anche la scrittura, nel caso delle parole traslitterate da altri alfabeti (sudoku, perestrojka e perestroika, kebab che circola anche come kebap) secondo regole spesso complicate (Čajkovskij, Tchaikovsky, Ciaikovski…).

Per questi motivi i dizionari digitali che permettono di ascoltare la pronuncia delle parole, come il Devoto Oli, nel caso dei forestierismi riportano una doppia dizione, all’italiana e nella lingua originale (più o meno). Per esempio, anche se l’inglese si mangia la “g” finale delle parole in –ing, nel loro riversarsi nella nostra lingua è perfettamente lecito farla sentire (per la cronaca: dalla A di advertising alla Z di zapping, le parole in -ing nel Devoto Oli sono circa 400, giusto per ricordare l’entità degli anglicismi).

Non tutti i forestierismi, però, presentano questi problemi che li rendono “corpi estranei” rispetto alle regole grafo-fonologiche, e quando sono compatibili con il sistema linguistico che li riceve non c’è da stupirsi che passino a volte inosservati e vengano pronunciati come fossero parole autoctone. Per esempio la voce finnica “sauna” in italiano o in spagnolo non “buca” l’identità linguistica, e infatti è stata assimilata senza problemi (al plurale da noi fa saune ed è a tutti gli effetti italianizzata) e si pronuncia casualmente quasi identica alla lingua di origine, mentre un francese dice “sonà”, secondo le proprie regole. Lo stesso è avvenuto per l’inglese “drone”, che diciamo con la “e”, decliniamo nel numero (i droni) e che i francesi pronunciano “dron” non per emulazione dell’inglese, ma secondo le loro usanze.

Ci sono poi forestierismi di lunga data che ci sono pervenuti per via scritta, e che abbiamo sempre detto, e diciamo anche oggi, all’italiana, per esempio tunnel e recital, in inglese più o meno “tànel” e “risàitl”. Credo che questi adattamenti siano “sani” e non li posso affatto considerare un “imbastardimento” che snatura i tratti identitari della lingua di origine. In passato si pronunciavano all’italiana anche altre parole che eravamo soliti leggere, invece che ascoltare, per esempio club, cult, puzzle, chewingum o jumbo. Gian Luigi Beccaria ha notato a questo proposito che quando era solo il nome di un grande elefante ottocentesco del circo Barnum, Jumbo si pronunciava con la “u” (come Dumbo, a proposito di elefanti), ma quando è arrivato l’aereo in epoca televisiva si è cominciato a pronunciare “giambo” (Italiano. Antico e nuovo, Garzanti, 1988, p. 243). Se, nel 1933, Paolo Monelli etichettava puzzle un termine “di brutto suono così come è pronunciato generalmente da noi” (Barbaro dominio, Hoepli, 1933, p. 354), e se negli anni Settanta i bambini cantavano che il buco della gomma della macchina del capo si riparava con il “ceving gum”, oggi scandire queste parole all’italiana genera ilarità e scandalo, e si rischia di essere additati come ignoranti o bestemmiatori del dio linguistico oggetto del nostro culto. Avevo già parlato di questo fenomeno in un articolo dal tono molto ironico a proposito di un libro di Elio (delle Storie tese) e Franco Losi in cui molti anglicismi sono scritti così come si pronunciano (Uaired, La nave di Teseo, 2018), concludendo provocatoriamente che forse pronunciarli o scriverli secondo le nostre regole sarebbe una buona strategia di adattamento e di reazione alla colonizzazione lessicale che sta cambiando il volto dell’italiano. Naturalmente il tono era scherzoso, e mi ha colpito che questa mia trovata sia stata ripresa da Francesca Rosati in un articolo sulla Treccani intitolato: “Vogliamo davvero impoverire l’italiano (e imbastardire l’inglese)?”:

“Non sono d’accordo con chi, forse in maniera solo provocatoria, propone sia di scrivere gli anglicismi così come si leggono sia di pronunciarli all’italiana (Zoppetti, 2019), perché i tratti identitari di ognuna delle due lingue vanno salvaguardati così come va salvaguardato e distinto il loro ruolo all’interno della comunità.”

Nel tornare sull’argomento sarò più serio e più chiaro, questa volta: davanti allo “tsunami anglicus” che ci sta travolgendo (per dirla con Tullio De Mauro), non mi pare che il problema sia quello di preoccuparsi della “purezza” dell’inglese, sono molto più preoccupato dell’imbastardimento dell’italiano, e considero l’adattamento, insieme alla traduzione e alle neologie, l’unica via di sopravvivenza sana della nostra lingua. L’interferenza linguistica nasce dall’incontro tra due lingue e culture, e non è un processo unidirezionale: è evidente che la pressione esterna sia bilanciata da quella interna che produce equilibri e adattamenti che coinvolgono anche la pronuncia, oltre al significato, dei forestierismi. Se invece una lingua dominante si impone e schiaccia fino a soffocare la lingua più debole, più che di interferenza bisognerebbe parlare di colonialismo linguistico e di creolizzazione lessicale, un processo che va in un senso solo. Per questo trovo assurdo preoccuparsi di imbastardire la lingua che la globalizzazione e le multinazionali ci stanno imponendo e che noi adottiamo supinamente con orgoglio pensando di essere moderni e internazionali, invece che schiavi. Questa attenzione a non snaturare l’identità della lingua dominante che ci opprime, oltretutto, è un’anomalia tutta italiana, non si registra negli altri Paesi, né si può riscontrare in quelli anglofoni nel caso sempre più sporadico degli italianismi.

 

Siamo solo noi!

I nostri vicini, meno malati dell’albertosordità di un Americano a Roma che oggi affligge la nostra classe dirigente (dai giornalisti agli intellettuali), sono più attenti e consapevoli del rispetto del proprio patrimonio linguistico, e l’imbastardimento dell’inglese globale non rientra certo tra le loro preoccupazioni. I francesi non si vergognano di pronunciare secondo la propria indole linguistica “futbòl”, “campìng” e “uifì” al posto del wi-fi che diciamo noi. Come mi ha fatto notare il musicologo Claudio Capriolo, chiamano il Faust “il Foss”, che non interpreto come un imbastardimento della lingua tedesca, e ricordo che un tempo circolavano italianizzazioni come Fausto, e che tra le variazioni sul tema si può citare l’opera di Marlowe The Tragical History of Doctor Faustus. Ma tornando alle pronunce autoctone degli anglicismi, gli spagnoli non sono da meno, e anche loro dicono “futbòl” e “uìfì”, con la differenza che questi termini sono usati molto raramente perché, come in Francia, si usa la propria lingua per la maggior parte delle parole che da noi sono spacciate come “prestiti di necessità”, termini “insostituibili” o “internazionali” (vedi anche → Italiano, francese e spagnolo di fronte agli anglicismi).

Vale la pena di rimarcare, inoltre, che mentre da noi sempre più spesso si sente dire con ostentazione “USA” all’americana, chi parla in inglese se ne fotte di imbastardire l’italiano e lo pronuncia a modo suo. Recentemente è emerso in modo chiaro, dopo un cinguettio di Trump, che il nome del nostro presidente del Consiglio Conte è pronunciato normalmente “Giuseppi”. E non c’è da stupirsi. Lo scrittore Stefano Jossa, che insegna a Londra, mi ha spiegato che viene chiamato in modo naturale “Giossa” dai suoi studenti, che non si preoccupano certo di usare la “i lunga”. E forse, chissà, così lo ricorderanno anche i nostri posteri, perché pare che ormai nelle scuole elementari italiane la “J” sia chiamata “jay”, come se la pronuncia inglese fosse la sola possibile, con un calcio a secoli della nostra storia, e all’uso come vocale che per ora continua in italiano (Jacopo) e nelle altre lingue dove si pronuncia “i” (Jung, Jugoslavija, trojka…).

Dovremmo maggiormente riflettere sulla nostra idiozia, invece di fare gli “anglopuristi”. Se un tempo era normale adattare anche i nomi propri (Londra e Tamigi, Parigi e Senna, Francesco Bacone e Tommaso Moro), oggi non lo si fa più nemmeno per l’Uomo ragno, che come è noto hanno ucciso, ma si sa benissimo chi è stato, visto che è rimasto solo Spiderman. Davanti a queste mie provocatorie considerazioni sul reato di italianizzare i nomi inglesi, di sicuro c’è chi è pronto a gridare all’oscurantismo e al fascismo, ma al contrario è solo un appello alla Resistenza davanti alla dittatura dell’inglese. Curiosamente, gli anglomani collaborazionisti del regime della lingua della globalizzazione, che opprime e soffoca le minoranze linguistiche di mezzo mondo, sono pronti a difendere la “necessità” di una terminologia angloamericana soprattutto nei settori in cui si è affermata come vincente, per esempio l’informatica, il marketing, il lavoro, l’economia, la scienza… però non hanno nulla da eccepire quando utilizziamo le espressioni inglesi anche per esprimere le nostre eccellenze: dall’italian design al made in Italy. Comunque vada si deve sempre usare l’inglese, a quanto pare. E infatti, chi è pronto a tuonare contro l’italianizzazione dei nomi propri, per esempio Nuova York invece di New York, non ha niente da dire sul fatto che nelle mappe geografiche americane si legga Italy, Milan, Florence o Rome. Anzi, sono forse gli stessi che preferiscono usare la toponomastica inglese anche sul fronte interno, per essere internazionali, come i geni che hanno tentato, fallendo miseramente, di sostituire il motto SPQR del comune di Roma con Rome and you, o quelli che hanno invitato il presidente della Crusca Claudio Marazzini al Tuscany Award presso l’hotel Four Seasons di Firenze.

Questa nuova idea di pronunciare in inglese i nomi italiani, propri o comuni, la dice lunga. Gabriele Valle citava con un certo stupore il caso di mascara:

“Un sostantivo italiano mutuato dall’Inghilterra e poi tornato in Italia: màscara, variante di màschera. Pronunciamo all’inglese un nome italiano!

Per toglierci dall’imbarazzo forse basta dire “rimmel”, perlomeno è un marchio registrato nel Regno Unito; ma gli esempi di parole italiane che sono diventate inglesi e che così pronunciamo sono tante, a cominciare da “design” che deriva da disegno, passando per “sketch” che è l’adattamento di schizzo, per finire con le “comedy” e “situation comedy” dei palinsesti televisivi, uno sfegio alla “Comedia” di Dante, o con le “graphic novel”, composte da “novel” che entra in inglese dalle novelle di Bocaccio, un genere che in francese si chiama roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Ma noi preferiamo imbastardire l’italiano pur di mantenere la “purezza” dell’inglese. Anzi, conviene essere precisi: il dio intoccabile non è l’inglese, ma l’angloamericano. È infatti la lingua dei mercati, che avrebbe inorridito Shakespeare, a dettar legge e a essere idolatrata. Mentre si sente sempre più spesso dire “fen” all’americana, invece di “fan”, ripetiamo “privacy” come negli Stati uniti, e non certo “prìvasi” come a Londra. Se qualcuno si domandasse se francesi e spagnoli la pronuncino all’inglese o all’americana, la risposta è che molto semplicemente non usano questa parola, in Francia c’è la loi sur la vie privée, e in Spagna si parla di privacidad. Gli altri  mica son deficienti (da deficere), e in teoria non lo saremmo neanche noi: non ci manca la parola “privatezza”, solo che non la usiamo (come notava Umberto Eco).

La Waterloo linguistica e l’anglicizzazione dei forestierismi

Bisogna dire la verità. Molti sacerdoti dell’anglopurismo che sono pronti a scagliarsi con la stessa veemenza con cui si condannano i congiuntivi sbagliati anche con chi altera, adatta o traduce l’inglese, spesso se ne fregano dell’imbastardimento dell’italiano, ma anche delle altre lingue. Sempre Gabriele Valle (all’anagrafe Gabriel, a proposito di orgogliose italianizzazioni dei nomi propri) osserva che chi deve pronunciare nomi spagnoli come:

“Daniel, Manuel, Gabriel, Rafael, molto sovente ne ritrae l’accento e pronuncia, sul modello dell’inglese, Dàniel, e così via. Si ignora che, in area latina, quei nomi ebraici sono tutti tronchi, portano cioè l’accento sull’ultima sillaba.” E che dire dei toponimi che nella loro lingua “hanno l’accento sull’ultima sillaba: Iran, Iraq, Beirut, Afganistan, Pakistan, Ecuador, El Salvador” di cui in televisione molto spesso si travisa la pronuncia nell’indifferenza generale?

E l’accento di “Istambul” che dovrebbe essere Istànbul? Perché parliamo di premio “Nòbel” invece di Nobèl come si dovrebbe dire in svedese? E “sòviet” invece del più corretto sovièt?

È evidente che si usano due pesi e due misure: la fanatica inviolabilità dell’inglese non corrisponde a un’analoga attenzione per le altre lingue dei popoli inferiori. Ma c’è ancora di peggio. Stiamo assistendo all’americanizzazione persino della dizione delle parole straniere che non si pronunciano né all’italiana né nella lingua di origine! È sempre più diffusa “l’assurdità (…) di un italiano che non conoscendo l’origine di una parola la pronuncia all’inglese”, nota Claudio Capriolo. E la commentatrice Gretel, esperta di lingua tedesca che viene comunemente redarguita come se sbagliasse quando pronuncia “Porsche” con la “e” finale, aggiunge: riprodurre i forestierismi “nella propria parlata non lo trovo assurdo, anche se non corretto, storpiarli in un’altra parlata è perverso. (…) Quando in televisione sento ‘Baddenbruk’ per i Buddenbrook di Thomas Mann rischio un ictus!”

La pronuncia di Waterloo che si sente molte volte in Italia è “uòterlo”, e mi pare l’emblema della nostra confusione mentale e del nostro sbando linguistico e culturale. Il suo significato per antonomasia è legato alla sconfitta di Napoleone, siamo dunque filonapoleonici nel considerarla una “disfatta” e non una vittoria di britannici, olandesi, tedeschi e belgi, ma solo nel significato, non certo da un punto di vista linguistico, altrimenti la diremmo alla francese. L’origine del nome è però neerlandese, e se qualcuno lo avesse letto “nirlandese” è malato di anglomania: è italiano e si pronuncia con la doppia “e” come è scritto, significa olandese. In questa lingua parlata anche nel nord del Belgio si pronuncia “vàaterloo”, ma poiché la località è poco a sud di Bruxelles esiste anche la pronuncia francese di “vaterlò” (con la “e” aperta), mentre gli inglesi la dicono secondo le proprie regole “uaterlù”. In sintesi: nessuno si pone il problema di “imbarbarirne” l’origine,  ogni popolazione la pronuncia secondo il proprio costume in modo naturale , tranne noi, che dovremmo dire “vàterlo” adeguando il suono alla nostra fonologia, ma il Devoto Oli riporta anche “uàterlo”, visto che ormai la lettera “w” non è più detta “v” come in walzer, Wagner e Walter… c’è solo l’inglese, nella nostra testa di colonizzati. E così una parola francese come stage diventa sempre più spesso “stèig” che in inglese è il palcoscenico, come il refrain diventa “rifrèin” invece di “refrèn”, e “wagon restaurant”, sempre francese, capita di sentirlo all’inglese sul modello di “home restaurant”, che fa “pendant” con “station wagon” in un mischione dove tutte le lingue si fondono con l’itanglese. Un colore come il blu, importato e adattato dal francese bleu, e pronunciato alla francese ancora agli inizi del Novecento, ritorna dall’inglese attraverso espressioni come “blue economy”o “blue chips” dove importiamo la grafia con la “e”, anche se la dizione è come in italiano, sul modello di “bluejeans” (jeans deriva da Genova, attraverso la pronuncia Gênes francese, e nella Wikipedia inglese è annoverato tra gli italianismi, che però loro adattano, anzi “imbastardiscono”, senza farsi problemi). Anche alcune parole latine che ci arrivano d’oltreoceano si dicono all’americana, per non imbastardire la lingua da cui ci piace essere dominati: i media diventano “midia”, e si sente sempre più spesso plus come “plas” e persino junior come “giunior”.

L’adattare tutto ciò che è straniero nella lingua dominante attraverso fenomeni di emulazione ridicoli era già accaduto quando era il francese a rappresentare il nostro modello di riferimento. Ma ci sono enormi differenze rispetto a quanto sta avvenendo oggi, e i due fenomeni non sono paragonabili per dimensioni, rapidità, modalità e penetrazione (vedi → Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese). Comunque, se un tempo si cantava la “casetta in Canadà” oggi c’è solo il Canada, il “festivàl” è diventato “fèstival”, il “cognàc” (dall’omonima cittadina francese) è affiancato da cògnac, e una parola ceca come “robòt”, un tempo francesizzata in modo assurdo in “robò” è oggi sempre più spesso inglesizzata in modo altrettanto improprio come “ròbot” (in altri termini si passa dal ceco alla cecità linguistica).

In questo processo, come notava Migliorini, di sicuro: “V’è stata una reazione al ritmo francese, che prima era preferito come quello della lingua forestiera più nota in Italia.” E così abbiamo cominciato a ritrarre gli accenti e a modellarci sull’inglese. Mi chiedo se ci sarà una reazione anche all’attuale anglomania, prima o poi, o se questa emulazione insensata, culturale prima che linguistica, non ci porterà a essere assimilati dalla cultura dominante come gli Etruschi davanti alla romanità. Comunque vada, voglio morire da partigiano e con le armi in pugno.

Grammatica, dubbi ortografici e “LO weekend”

“Diciamolo in italiano” non è solo un luogo di riflessione sull’anglicizzazione della nostra lingua e un’agguerrita lotta contro l’abuso dell’inglese. L’altra faccia della medaglia riguarda il come usare l’italiano. Per questo, un anno fa, queso sito è stato affiancato dal Dizionario AAA delle Alternative Agli Anglicismi.

titolo per menu con graffetteNell’entrare nel terzo anno di vita ho aggiunto un altro pezzo al mio progetto per la promozione della nostra lingua. Si chiama “L’italiano corretto” e non è solo una grammatica tradizionale (con un indice analitico di oltre 400 voci). Raccoglie molti dubbi sull’italiano scritto (“gli” può essere utilizzato anche per il plurale al posto di “loro?”, perché si dice “sopra di noi”, ma “sopra il tavolo”?) e parlato (i dubbi di pronuncia e gli elementi base della dizione), sfata alcune leggende grammaticali (come quelle per cui non sarebbe possibile iniziare un frase con “che” o con “ma”), si sofferma su alcune delle questioni più aperte della lingua del nuovo Millennio (la diatriba su “se stesso” o “sé stesso”, la femminilizzazione delle cariche e il sessismo della lingua), e va oltre la grammatica raccogliendo le principali norme editoriali che riguardano la scrittura professionale (l’uso corretto delle d eufoniche, qual è il modo più corretto di scrivere le sigle tra maiuscole e puntini? Quando si usa il corsivo?).

italiano corretto 200
Ringrazio anticipatamente tutti coloro che ne diffonderanno l’esistenza e ne aiuteranno la circolazione.
La speranza è che, come gli altri siti del circuito, questo lavoro possa essere un sostegno concreto e gratuito per tanti.

 

Inevitabilmente, alcune questioni della grammatica si intrecciano anche con il tema degli anglicismi. Per esempio l’uso dell’articolo il davanti alle parole inglesi che cominciano con “w”, uno strano fenomeno che rappresenta una violazione delle regole dell’italiano.

 

Perché diciamo “LO uomo” ma IL “work in progress”?

Le regole che normano l’uso degli articoli riguardano la pronuncia delle parole, più che la loro grafia. E infatti l’uso dell’apostrofo è consentito davanti alla lettera “h”, che è muta (l’hangar e l’html), o davanti a espressioni come l’8 marzo (come se iniziasse per “o”) o l’Fbi (la pronuncia attuale è “effebiài”, anche se nei vecchi film si pronunciava all’italiana: ”effebi-ì”).
Nelle grammatiche storiche e moderne, davanti a vocale è prescritto l’uso dell’articolo “lo”, e non certo “il”, ma anche se i libri di testo scolastici perlopiù tacciono sulla questione, questa regola va invece riscritta prendendo nota di un’eccezione: davanti alle parole inglesi che cominciano per “w” si usa ormai l’articolo il. Al posto del più corretto “l’whisky” e “gli whisky”, diciamo il e i whisky. Questo affermarsi di un uso grammaticalmente scorretto è diventato la norma, con il curioso risultato che diciamo l’uovo e gli uomini, ma il work in progress o i walkie-talkie, anche se hanno lo stesso suono.

Ho provato a interrogarmi sul perché di questa stranezza e di questa violazione delle norme storiche, e la premessa è che nella nostra lingua i suoni in “u” seguiti da vocale a inizio parola sono davvero esigui. Tra le poche voci registrate dai dizionari c’è “uigùro” =  “relativo o appartenente alla popolazione degli Uiguri” (Devoto Oli) che come da vocabolario richiede l’articolo “gli”, al contrario dei weekend. Oppure c’è “ué”, un’interiezione che se dovessimo articolare prevedrebbe lo e non certo “il ué”.

A dire il vero anche le parole maschili che iniziano con doppia vocale sono molto rare, ma negli altri casi non si registrano violazioni: a parte la questione dell’apostrofo, diciamo lo aiutante esattamente come lo aikido, oppure lo oitanico (relativo alla lingua d’oil) come lo oui francese, lo iettatore e gli uadi (le formazioni geologiche a reticolo caratteristiche di alcuni deserti che sono le tracce dei letti di antichi fiumi).

La stessa anomalia fonetica si ritrova nelle parole che cominciano con “sw“, dove la “w” è percepita come consonante e non come vocale, dunque si dice lo swing ma il suino, lo swap ma il suocero, anche se il fonema è lo stesso (le regole prevedono lo davanti a s impura, cioè seguita consonante: lo specchio).

Mi pare che la ragione dell’anomalia dell’articolazione della ”w” inglese parta dalla bassissima frequenza di questi suoni,  ma vada ricercata nella curiosa storia della “w”, l’unica delle cosiddette lettere straniere a essere veramente tale, visto che le altre erano presenti nell’italiano storico, o nel greco e nel latino, e che la “j” (stupidamente chiamata “jay” persino nelle lezioni dei maestri delle elementari) era utilizzata normalmente ancora nell’Ottocento (majale, principj, personaggj, jella) per indicare appunto la “i lunga”, come si chiama e si pronuncia in italiano (Jacopo, Jolanda, junior, ex Jugoslavia).


La storia della lettera “w”

WLa “W”, come abbreviazione con il significato di viva, risale almeno all’Ottocento; apparve nel Risorgimento sui muri di varie città del nord, per esempio nelle scritte “W Pio IX” o “W Verdi”, e dietro l’omaggio al celebre compositore si dice celasse l’acronimo patriottico anti-austriaco di viva Vittorio Emanuele Re D’Italia. Ma a parte questo uso, le parole con la “w” ci arrivavano non dall’inglese, ma dal tedesco (nei Promessi sposi la “w” ricorre solo nel nome del tedesco Wallenstein) e le abbiamo per questo sempre pronunciate “v”: wagneriano, walzer, il giovane Werther
Bisogna anche tenere presente che fino all’Ottocento l’inglese è rimasto una lingua a noi completamente estranea e sconosciuta, tanto che persino le traduzioni dei romanzi venivano fatte non in modo diretto, ma di seconda mano dalle traduzioni francesi, e una città come New York, in passato, in italiano era più semplicemente Nuova York.

Le prime parole inglesi con questa lettera ci sono arrivate soprattutto per via scritta, e le abbiano dunque sempre pronunciate “v”, come eravamo soliti fare e come ancora facciamo per esempio nel caso dei nomi Walter e Wanda, oppure di watt (1895), wafer (1905) e water (closet), tutt’ora pronunciati all’italiana, con la “v”, come del resto i derivati wattometro e wattora che perciò richiedono giustamente l’articolo “il”.
Anche whisky (1829) o Waterloo in passato si pronunciavano con la “v” (il Devoto Oli riporta ancora oggi la pronuncia all’italiana di “vaterlo”), ma quando le stesse parole hanno cominciato a essere dette all’inglese soprattutto per l’influsso del cinematografo (per via orale), si erano già affermate nell’uso scritto con l’articolazione basata sulla vecchia pronuncia.

La prova di questo assestamento si può rintracciare nel fatto che quando è emerso il problema si sono registrate delle oscillazioni per esempio tra l’whisky e il whisky, e negli anni Sessanta alcuni linguisti come Tagliavini consigliavano la prima forma. Ancora oggi si ritrovano tracce di espressioni come “gli western” che cercando su Google libri sono molto diffuse anche nei libri odierni (negli western, degli western…), accanto a i western. Ma ormai questi tentativi di conservare le nostre regole sono sempre più rari e l’eccezione è entrata nell’uso.

Si può allora ipotizzare che la causa della violazione delle nostre norme sull’articolo (agevolata dalla bassa frequenza delle analoghe parole italiane) sia da rintracciare in questo passaggio per istintiva coerenza con ciò che si era già stabilizzato e per successiva imitazione. La “w” è rimasta percepita come consonante anche quando ha finito per essere pronunciata come vocale, e così, mentre continuiamo a dire il “water” alla vecchia maniera, una forma storica che rimane anche in WC (ma che è saltata nel caso di waterpolo), tutte le nuove parole importate dall’inglese sono invece entrate con la pronuncia “u”, ma mantenendo la vecchia articolazione: il welfare, il windsurf, il web, il wi-fi, il wireless e così via per tutte le altre parole inglesi.


NB
: Wikipedia, però, deriva da una radice hawaiana (“wiki” = veloce) dove la lettera “w” si legge “v”, dunque la pronuncia rispettosa dell’etimo dovrebbe essere “vichipedìa” e non all’inglese “uikipìdia”.

La politica linguistica del fascismo e la guerra ai barbarismi [PARTE II]


Continuazione
: qui la prima parte.

 

Le censure del Minculpop e le liste della Reale Accademia d’Italia (RAI)

minculpopCon la proclamazione dell’autarchia e la preparazione alla guerra di Etiopia, parlare l’idioma del nemico era considerato una sorta di alto tradimento. Nel 1937 il ministero della Stampa e della propaganda fu rifondato come ministero della Cultura popolare, più noto successivamente con l’abbreviazione dispregiativa di Minculpop, che nei confronti della stampa ebbe un’influenza decisamente più impositiva. Nello stesso anno, la tassa sulle insegne del 1923 divenne di ben 25 volte superiore, obbligando tutti ad adeguarsi. Così, nel 1938 il Touring Club Italiano diventò la Consociazione Turistica Italiana e i magazzini Standard la Standa, mentre la squadra di calcio milanese Internazionale, oggi Inter, già dal 1928 aveva cambiato il nome in Ambrosiana, in parte per le riforme del calcio del 1926 che prevedevano varie fusioni societarie, e in parte perché un nome del genere non era gradito al regime.

Tutto si irrigidì con lo scoppio della Seconda guerra mondiale. La legge del 23 dicembre 1940 (n. 2042) vietò l’uso delle parole straniere nei documenti ufficiali, nelle affissioni pubblicitarie e nelle insegne dei negozi, pena un’ammenda fino a 5.000 lire e l’arresto fino a 6 mesi. Intanto la Reale Accademia d’Italia aveva inglobato l’Accademia dei Lincei, e fu incaricata di sorvegliare gli esotismi e di redigere un vocabolario della lingua italiana (affidato a Giulio Bertoni), visto che nel 1923 il ministro Gentile aveva sottratto questo ruolo storico all’Accademia della Crusca. Il primo volume (A-C) uscì nel 1941, ma fu anche l’ultimo, perché l’opera si interruppe con la caduta del fascismo. La commissione “per l’italianità della lingua” della Reale Accademia che si occupava di stilare le liste di parole vietate con l’indicazione dei traducenti fu invece attiva tra il 1940 e il 1942 con vari bollettini. La maggior parte dei termini erano francesi: hôtel fu rimpiazzato da albergo, grand hôtel da albergo imperiale, garage diventava autorimessa e hangar aviorimessa, il papillon farfallino o cravattino. Alla fine si contavano circa 1.500 parole sostituite da quelle italiane e, venendo agli anglicismi, bar fu sostituito con mescita o anche qui si beve, dancing con sala danze, danzatoio o balleria e tra le altre parole bandite c’erano alcol (alcole), boy scout (giovane esploratore), cyclostile (ciclostilo), extra-strong (di uso cartario, extra-forte), film (pellicola), gangster (malfattore), pullman (torpedone, corriera, autocorriera), pullover (maglione), sandwich (tramezzino), smoking (giacca da sera), toast (pane tostato e pantosto). Tra i forestierismi ammessi c’erano invece parole usate anche negli scritti di regime come film (fino agli anni Trenta al femminile, “la film”), sport o camion, e anche nel dizionario della Reale Accademia si trovano alcuni forestierismi, per esempio clown, seppure distinto dal corsivo e affiancato dall’italiano pagliaccio.

Alcune corrispondenze che circolavano in quegli anni oggi ci appaiono davvero ridicole, come il volere ribattezzare l’insalata russa, patriotticamente, insalata tricolore, oppure la proposta di tradurre cachemir con casimiro, ma casi come quest’ultimo non sono giudizi oggettivi, dipendono solo dall’abitudine e dal senno di poi (se fosse entrato nell’uso ci apparirebbe normale: Leopardi ce lo ha insegnato). Tra le italianizzazioni esasperate ci furono anche alcuni tentativi di tradurre i nomi propri. Uno dei casi più citati è quello di Guglielmo Scuotilancia al posto di William Shakespeare,  ma l’occorrenza di questo adattamento non si trova in letteratura, se non in contesti scherzosi e successivi. Quanto a Luigi Braccioforte (Louis Armstrong) o Beniamino Buonuomo (Benny Goodman), anche se esistevano prescrizioni di adattamento dell’inglese per esempio nelle trasmissioni radiofoniche,  furono più che altro espedienti per aggirare i divieti che riguardavano la musica jazz, visto che nel 1941, in seguito alla guerra con gli Stati Uniti, furono vietati i nomi e i titoli anglo-americani. Per cui si suonava il jazz, ma lo si dichiarava mazurca, e per sfuggire ai sequestri discografici si trovavano le traduzioni di canzoni come Le tristezze di San Luigi (St. Louis Blues) che venivano dichiarate così anche nei bollettini dei diritti d’autore (cfr. Mike Zwerin, Musica degenerata. Il jazz sotto il nazismo, Edt, 1993, p. 186).
Sfogliando i giornali d’epoca non si trovano gli adattamenti dei nomi, e tutto sommato il proibizionismo funzionò solo fino a un certo punto. Molti divieti e sostituti vivevano nella teoria più che nella pratica.
Maurizio Barbi, in uno studio approfonditissimo sulla storia dello Zingarelli, confrontando l’edizione del 1942 con gli elenchi della Reale Accademia ha notato come nel dizionario fossero riportati molti forestierismi “palesemente vietati” e in teoria soggetti ad ammende e sanzioni.

[Barbi, N. Maurizio, “Neologismi e neosemie nel vocabolario Zingarelli: un confronto sincronico tra la Decima edizione (1970) e la ristampa della Dodicesima edizione (2015)”, tesi di dottorato, Università di Belgrado, Facoltà di Filologia, 2018, p. 186].

Secondo Claudio Marazzini anche l’imposizione del voi al posto del lei funzionò poco (Breve storia della lingua italiana, il Mulino, 2004, p. 209), e va ricordato che Benedetto Croce (l’intellettuale che il fascismo non censurò facendone il simbolo della sua presunta “tolleranza”) finì per passare al lei proprio in polemica con il regime.

 

Cosa è rimasto della politica linguistica del fascismo?

Caduto il fascismo, nel doppiaggio cinematografico è rimasto in molti casi il voi anche negli anni Cinquanta (per es. in Vacanze romane di Roman Holiday, 1953: Audrey Hepburn e Gregory Peck non si danno del lei), per poi scomparire definitivamente (tranne in alcune varietà regionali del sud dove già era diffuso in precedenza). Ma la scuola della dizione si è sviluppata partendo dalle impostazioni nate con l’Eiar, improntate al fiorentino emendato dal romano, anche se il Prontuario di pronunzia e di ortografia del 1939 (di G. Bertoni e F.A. Ugolini) è stato sostituito dal più ampio e riveduto DOP (Dizionario di Ortografia e Pronunzia) di Bruno Migliorini, Carlo Tagliavini e Piero Fiorelli (Rai-Eri 1969).

Anche la scarsa considerazione dei dialetti, visti come un segno di ignoranza dell’italiano, si è protratta ben oltre il regime. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta in città come Milano o Torino, coinvolte anche dai fenomeni della migrazione, per la prima volta si è rotta la tradizione del dialetto parlato in famiglia: alle nuove generazioni si è cominciato a parlare in italiano. Così alcuni dialetti si sono persi, e solo in tempi recenti sono stati rivalutati e in alcuni casi recuperati come segno di cultura e di conservazione del nostro storico bilinguismo.

Sciuscià di vittorio de sica
Sciuscià, adattamento alla napoletana di shoeshine (lustrascarpe), Vittorio De Sica, 1946.

Quanto ai forestierismi, con la Liberazione si è aperto un nuovo portone, quello degli anglo-americanismi, che si erano affacciati già nel ventennio fascista:

“per poi prendere il sopravvento su ogni altra [lingua] dopo la Seconda guerra mondiale; e procedere da tutti i punti dell’orizzonte”.

[Migliorini-Baldelli, Breve storia della lingua italiana, Sansoni, Firenze 1984, p. 342].

Con il crollo del regime, insieme all’arrivo dei soldati americani sono arrivate in Italia anche la loro lingua e la loro cultura che, proprio per reazione al fascismo, nei decenni successivi si sono identificate con la libertà e il sogno americano.

 

La guerra ai forestierismi ha funzionato?

In molti hanno provato a chiedersi se la politica contro gli esotismi abbia funzionato e abbia prodotto dei risultati. Ma forse le risposte, e anche la domanda, hanno poco senso. Nel complesso non pare possibile affermare che abbia funzionato, come vorrebbe qualche nostalgico, ma non si può nemmeno dire che nulla abbia attecchito.

Di sicuro alcune proposte hanno avuto successo, e durante il fascismo si sono stabilizzate alcune parole come regista o autista, o gran parte della terminologia sportiva che a quei tempi era prevalentemente inglese, a cominciare da calcio (football), calcio di rigore (penalty), rete (goal italianizzato anche in gol), fuorigioco (offside) o angolo (corner), ma anche pallacanestro al posto di basket, benché oggi l’italiano stia di nuovo regredendo nell’ambito sportivo.

basket pallacanestro
Le frequenze di basket (pseudoanglicismo: in inglese è basketball) e pallacanestro.

Alcuni adattamenti come blu per bleu o bidè per bidet sono ancora presenti.

blu e bleu
Bleu fu più frequente di blu (adattamento ottocentesco) anche durante il regime, e si impose sul francesismo solo in seguito.

Altri traducenti non hanno scalzato gli equivalenti inglesi, ma coesistono ancora oggi come sinonimie magari dalla frequenza più bassa, per esempio scarto (dribbling) o scatto (sprint). In molti altri casi i sostitutivi non hanno affatto funzionato, a volte non si sono imposti nemmeno durante il regime come mescita per bar, pallacorda o giuoco della racchetta (tennis), fiorellare (flirtare, neologismo di Panzini) o balleria o danzatoio (dancing). Altre volte hanno funzionato in epoca fascista per poi regredire successivamente (palla ovale/rugby).

rugby palla ovale
Palla ovale non ha mai scalzato rugby, nemmeno durante il regime.

Le risposte sono complesse anche perché nel frattempo la lingua è evoluta e i significati sono mutati: il tramezzino di D’Annunzio come alternativa a sandwinch è diventato un ben preciso stuzzichino fatto con il pane in cassetta, e il sandwich è diventato un panino imbottito, così come il toast non è più un crostino ma designa le due classiche fette di pane tostato ripiene di prosciutto e formaggio. Bonne e nurse, condannati da Monelli al posto di bambinaia, sono scomparsi, ma successivamente hanno lasciato il posto a baby sitter [cfr. “La maledizione della baby sitter (e i composti di baby)].
In altri casi, come pompelmo al posto di grape-fruit, va precisato che dall’analisi della frequenza di queste parole che si ricava dalle statistiche di Ngram Viewer, i forestierismi esistevano ma non si erano mai affermati, per cui sarebbero forse regrediti da soli senza alcuna proibizione. Oppure si sono imposte parole italiane diverse da quelle proposte, come nel caso di dubbing, che all’epoca della nascita del cinema sonoro era in competizione con doppiaggio, ma che Monelli, per esempio, proponeva invece di cambiare con “travestimento” (delle parole) o “doppiato”.

[Dalle frequenze di Ngram Viewer si evince che dubbing era apparso alla nascita del sonoro, tra il 1929 e il 1930, in competizione con doppiaggio, e che è scomparso intorno al 1937].

panfilo yacht
Panfilo, durante il fascismo, si è imposto e ha convissuto con yacht per poi rimanere come alternativa secondaria anche successivamente.

 

In sintesi, non c’è un criterio per stabilire se ciò che è accaduto è la conseguenza diretta della politica fascista o meno, e anche stilare gli elenchi dei sostitutivi per poi conteggiare ciò che è rimasto e ciò che è svanito non porterebbe a nulla. Molte alternative circolavano anche prima del fascismo, e secondo Riccardo Tesi soprattutto queste hanno poi avuto un seguito (Tesi, R., Storia dell’italiano, Zanichelli, 2005).

Di sicuro ha fallito il proibizionismo, come metodo. E la politica contro il barbaro dominio fatta con la repressione e la censura è oggi l’eredita più pesante del fascismo, dal punto di vista linguistico. Per reazione ha successivamente spalancato le porte ad accogliere le parole straniere forse con eccessiva indulgenza. E il risultato è che parlare di tutela dell’italiano è diventato un tabù. Nessuno ha da obiettare sulla difesa delle nostre eccellenze culturali, storiche, artistiche o gastronomiche, ma se lo stesso metro si applica alla lingua subito riemergono i fantasmi del passato e le resistenze. Come se l’unica politica linguistica possibile fosse quella del fascismo (un sentimento diffuso infatti anche in Germania dove, dopo Hitler, i discorsi che fanno appello all’identità nazionale, anche linguistica, richiamano un periodo da rimuovere).

Eppure, davanti all’anglicizzazione della nostra lingua è più che mai necessario tornare a parlare di politica linguistica e di tutela dell’italiano, lasciandoci alle spalle i proibizionismi, le purghe e i modelli repressivi. Dovremmo guardare a ciò che si fa in Francia, in Spagna, ma anche in Svizzera e in quasi tutti gli altri Paesi, dove si lavora per la promozione della lingua e per la circolazione delle alternative, esistenti o create dagli organi preposti, con uno spirito diverso. In questi paesi non ci sono liste di parole “vietate”, ma si promuovono elenchi di sostitutivi possibili, ed è la comunità dei parlanti a receperirli o meno, a seconda dei casi. Se ai tempi del fascismo la guerra ai barbarismi aveva una motivazione politica nazionalistica e di principio (non esisteva numericamente alcun pericolo di imbarbarimento linguisitico), oggi la moltiplicazione incontrollata delle parole inglesi sta snaturando il nostro lessico, e creare sostitutivi italiani sarebbe sano e auspicabile.

Opporsi al nuovo colonialismo culturale e linguistico che assomiglia sempre più alla “dittatura dell’inglese” non è da nostalgici né da “sovranisti”, è al contrario un atto di Resistenza, è la difesa del locale che rischia di soccombere davanti alla globalizzazione. Non è né di destra né di sinistra: dovrebbe essere un valore che appartiene a tutti.

La politica linguistica del fascismo e la guerra ai barbarismi [PARTE I]

Nei primi del Novecento le masse si esprimevano fondamentalmente in dialetto e i ceti popolari avevano una scarsa dimestichezza con la lingua nazionale dei giornali o dei libri. Durante la Prima guerra mondiale si registrarono oggettivi problemi di incomprensione tra le truppe; spesso i soldati che provenivano dalle regioni meridionali faticavano a decifrare gli ordini degli ufficiali perlopiù piemontesi. In un programma televisivo degli anni Settanta venne persino ricostruito un episodio in cui un plotone di lombardi e uno di siciliani rischiarono un conflitto a fuoco tra di loro perché entrambi pensavano che l’idioma di chi avevano di fronte fosse il tedesco.

[Cfr. Parlare, leggere, scrivere. Storia dell’Italia unita tra lingua e dialetti, 1969-73, con T. De Mauro e U. Eco, regia di Piero Nelli].

la grande guerra monicelli
La grande guerra (Mario Monicelli, 1959).

L’unificazione dell’italiano parlato è avvenuta in seguito, soprattutto con la radio, il cinema e poi la televisione. L’avvento del sonoro è arrivato in Italia durante il regime fascista, che lo ha cavalcato, governato e indirizzato all’interno di una più ampia politica linguistica totalitaria volta a imporre la lingua nazionale.

La lingua come strumento di coesione del popolo e l’ostilità per i dialetti

Il fascismo considerava la lingua come uno strumento fondamentale per la coesione del popolo e per la difesa del nazionalismo e tentò di controllarne e di regolamentarne esplicitamente l’uso. Così, insieme all’abolizione della stretta di mano sostituita con l’obbligo del saluto fascista, il regime impose l’utilizzo del voi al posto del lei, considerato un residuo del servilismo italiano nei confronti dell’invasore straniero.
Per questo, nonostante il diverso significato della parola, la rivista Lei si trasformò in Annabella, visto che il lei era stato abolito, ma per fortuna si poteva parlare ancora di Galileo Galilei e non di Galileo Galivoi, per riportare una battuta di Totò che gli valse una denuncia poi archiviata.

Libro cultura militare
Un libro sulla cultura militare per le scuole medie inferiori degli anni Trenta.

I provvedimenti per l’unificazione dell’italiano si concretizzarono anche attraverso la lotta ai dialetti, a cominciare dalla scuola.

La riforma scolastica di Giovanni Gentile, nel 1923, non era ostile al dialetto che era spesso la lingua dei maestri oltre che degli scolari. Persino i libri di testo delle elementari, gli Almanacchi, avevano le loro versioni regionali, ed erano affiancati dai libri che educavano alla traduzione dal dialetto in italiano.

Dal 1925 l’approccio cambiò completamente, il dialetto fu considerato sempre più come un ostacolo all’affermarsi della lingua nazionale, e fu estromesso dall’insegnamento, anche se in molti casi ciò venne disatteso per il semplice fatto che gli stessi maestri non padroneggiavano la lingua sovraregionale.

La nascita del sonoro e l’unificazione della dizione

Nel 1924 fu inaugurata la radio, che si diffuse con enorme popolarità contribuendo ad aumentare l’industria musicale dei 78 giri che veicolava, tra le altre cose, anche le canzoni in italiano. Nel biennio 1937-38 l’installato degli apparecchi radiofonici superò il milione, un numero molto significativo visto che, per la carta stampata, la rivista più diffusa era la Domenica del Corriere, con tirature di 600 mila copie, mentre La Stampa (e Stampa Sera) aveva toccato il suo massimo storico di 1 milione e 300 mila copie solo con l’annuncio della proclamazione dell’Impero da parte di Mussolini nell’edizione del 10 maggio 1936.
Dopo l’uscita del primo film sonoro, nel 1926, anche l’industria cinematografica si riorganizzò e mentre i grandi divi del muto si avviavano sul viale del tramonto, il linguaggio espressivo del cinema in pochi anni passò da quello sovranazionale e muto delle immagini che incantavano il pubblico dagli Stati Uniti sino all’Unione sovietica, a quello dell’audiovisivo, che richiedeva la comprensione dei dialoghi e il doppiaggio nelle varie lingue di ogni Paese.

Il fascismo, in un primo tempo attento solo al controllo della stampa, con l’avvio dell’Istituto Luce si attrezzò per il controllo anche di cinema e cinegiornali, gli antenati degli attuali telegiornali che venivano proiettati prima delle pellicole.

EIAR
L’EIAR era l’Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche.

Per la prima volta si poneva così il problema della pronuncia e della dizione, che doveva essere uguale per tutti e in qualche modo uniformata. Il governo intervenne anche su questo aspetto e a Roma – dove c’era la prima stazione radiofonica emittente e dove negli anni Trenta nacque Cinecittà – si formò la prima scuola di dizione. Attraverso il caratteristico stile pomposo e retorico dell’EIAR, l’ente radiofonico di Stato, e la tipica cadenza “eroica” dell’epoca “traboccante di romano orgoglio”, si impose perciò una pronuncia basata non più sulle regole del toscano, ma prevalentemente sul romano, che, in caso di difformità dettava legge, per precise disposizioni del regime (Roma caput mundi). Nel 1938 ci fu anche un programma radiofonico in proposito, La lingua d’Italia, in cui si divulgavano le scelte fonologiche (per esempio non lèttera e velóce, alla toscana come indicato oggi nei dizionari, ma léttera e velòce, alla romana) e si rispondeva alle domande degli ascoltatori sui dubbi di dizione (rubrìca e non rùbrica). Dal successo della trasmissione, condotta da linguisti come Alfredo Panzini e Giulio Bertoni, nacque anche un Prontuario di pronunzia e di ortografia (di Bertoni-Ugolini, Eiar 1939, ristampato fino al 1949).

La più grande battaglia della politica linguistica fascista fu però la campagna contro i forestierismi.

La guerra ai barbarismi

Il protezionismo e la messa al bando di ogni parola straniera cominciarono nel 1923 con una tassa sulle insegne commerciali che, nel caso contenessero esotismi, veniva quadruplicata. Non era una novità, già nel 1874 era stata varata una legge simile, rimasta in vigore fino al 1910, ma l’intento di allora era quello di far cassa, non quello linguistico, come si capisce bene dalla proposta di legge discussa all’epoca in parlamento. L’annuncio dell’onorevole Boselli di raddoppiare l’importo della tassa nel caso di insegne in lingua straniera generò rumori tra i parlamentari. E la giustificazione fu: non per

“intimare guerra a quelle care e splendide lingue straniere nelle quali abbiamo ammirato tante opere letterarie e dalle quali abbiamo anche ricevuti conforti politici e ammaestramenti civili (…) ma perchè [sic] le insegne scritte in lingua straniera rappresentano un commercio più avviato, più esteso e generalmente indicano una vendita di oggetti di lusso (Sussurro a sinistra)”.

[Tratto dalle trascrizioni delle sedute parlamentari del portale storico della Camera dei Deputati, 2° Tornata del 13 maggio 1874, pp.3628-3629].

Il decreto fascista dell’11 febbraio 1293 era invece il segnale di un nuova e precisa svolta politica, che si appoggiava a una precedente diffusa ostilità verso il “barbaro dominio”, non solo linguistico, di matrice ottocentesca e risorgimentale. La propaganda incentrata sull’orgoglio nazionale e la mobilitazione dei glottologi o degli intellettuali del regime in nome dell’italianità e del patriottismo linguistico furono forse più potenti delle leggi, e il dibattito coinvolse molte riviste e molti letterati, con modalità che spesso erano intrise di xenofobia. Già dal 1926 apparvero sulla Nuova Antologia alcuni articoli in difesa della lingua nazionale che esortavano alla “bonifica linguistica”.

Paolo monelli Barbaro dominio
Paolo Monelli, Barbaro dominio. Processo a 500 parole esotiche, Ulrico Hoepli Editore, Milano 1933, ampliato poi in una seconda edizione del 1943, Seicentocinquanta esotismi esaminati, combattuti e banditi dalla lingua e in una terza del 1957.

Nel 1931, la Scena illustrata di Firenze diede vita alla rubrica “Difendiamo la lingua italiana”; nel 1932, il giornale romano La Tribuna bandì un concorso a premi per scegliere il miglior modo di sostituire una cinquantina di termini stranieri con termini autarchici, e Paolo Monelli inaugurò la rubrica intitolata “Una parola al giorno” sul quotidiano torinese la Gazzetta del Popolo, culminata nel libro Barbaro dominio (1933), che si apriva con il motto: “A ognuno puzza questo barbaro dominio” preso da un’espressione di Machiavelli. Nella pubblicazione, che si inseriva nel filone delle simili opere ottocentesche, l’intento era quello di “ripulire il linguaggio dagli esotismi”.
La maggior parte delle parole condannate erano francesismi, semplicemente perché erano molto più diffusi, mentre tra le parole inglesi Monelli ammetteva solo alcuni termini come bar (e barista), perché entrato da più di una generazione, e poi sport, jazz, pic-nic, snob, knock-out, gimcana, sex-appeal e girl ma solo per designare le ballerine del varietà. Combatteva invece film indicando pellicola (ammettendo però filmo e filmi, alla peggio) e respingeva termini come meeting e leader. Tra le parole condannate c’erano thrill invece di brivido, clown per pagliaccio, match per incontro, partita o combattimento a seconda dei contesti, nurse per bambinaia o governante, e ancora football (calcio), stock (provvista, quantità, rimanenza o deposito), budget (bilancio), star (stella del cinema), toast (crostino), club (circolo), detective (investigatore), detector (rilevatore), game (giuoco), set (partita), bookmaker (allibratore), yacht (panfilo).

In questo clima Gabriele D’Annunzio, inventore di vari neologismi e di motti mussoliniani, intorno al 1936 creò la parola tramezzino come alternativa a sandwich, mentre il linguista Bruno Migliorini, fondatore nel 1939 della rivista Lingua nostra, propose con successo regista al posto del francese regisseur e autista per chaffeur e fu in prima linea nella guerra ai forestierismi appoggiando il regime:

“Negli ultimi anni si è reagito a questa invasione con spirito fascista, e così un gran numero d’intrusi sono stati eliminati o almeno assimilati. Così invece di record si dice primato; non si dice più regisseur ma regista. Nelle trattorie e negli alberghi i menus si chiamano liste, e nessuno si vergogna a chiamare bambinaia quella che si chiamava bonne. Il Touring Club italiano ha cambiato il proprio nome in Consociazione turistica italiana. Il Duce ha dato l’esempio, quando, visitando nel 1931 una mostra d’arte che si stava per inaugurare ha chiamato vernice, quella che prima si indicava con il vocabolo francese vernissage”.

[Bruno Migliorini, La lingua nazionale, Le Monnier, Firenze 1941, p. 410].

regista e autista
La comparsa e la diffusione di autista e regista nelle occorrenze di Google libri.

Consultando i giornali dell’epoca, tuttavia, i forestierismi non erano assenti, e questo tipo di epurazioni furono un fenomeno più di facciata in un primo tempo, anche se le cose cambiarono a partire dal 1936.

CONTINUA

Cosa è successo con la proclamazione dell’autarchia?
La politica linguistica fascista ha funzionato?
E cosa è rimasto oggi?

Questi gli argomenti della seconda parte.

Le parole straniere nell’italiano

Le lingue vive evolvono, ed è un bene che lo facciano perché devono riuscire a esprimere i cambiamenti del mondo. Naturalmente si arricchiscono non soltanto creando propri neologismi (via endogena), ma anche per via esogena, cioè attingendo dalle lingue straniere. Il fenomeno dell’interferenza linguistica è assolutamente normale e anche la lingua di Dante era ricca di voci di derivazione provenzale, ebraica, araba e di altre provenienze ancora. Queste parole, tuttavia, non erano crude, ma adattate ai nostri suoni: italianizzate.

In passato, tutti i più aperti e convinti sostenitori dell’importanza di attingere parole straniere – che si scagliarono contro il purismo ostile ai “barbarismi” e ai neologismi – vedevano proprio nell’adattamento e nell’italianizzazione un arricchimento (da Machiavelli sino a Leopardi). Senza questo processo la nostra lingua si sarebbe inevitabilmente “imbarbarita”, “intorbidita”, “imbastardita”.

L’italiano di oggi è sempre più policentrico e globale, e include anche molte parole non italianizzate di cui nessuno si scandalizza più.

Ma quante sono le parole straniere? E di che tipo? Da quali lingue provengono maggiormente? Qual è, complessivamente, il peso dell’interferenza delle altre lingue sulla nostra?

la torre di babele edoardo bennato

Lo studio dei dizionari mostra che le parole non adattate che abbiamo accolto sono tante, ma per ogni lingua ce ne sono poche manciate, come nel caso di quelle russe (per esempio glasnost, perestrojka, soviet, sputnik, tovarisc, troika, vodka, zar) o cinesi (ginseng, kung fu, tao, wok, wonton, yin e yang). Negli ultimi anni sono aumentate in modo significativo le parole giapponesi, che vengono adattate solo di rado (emoji, hentai, hikikomori, karaoke, manga, sakè, sashimi, sushi), ma se le contiamo non arrivano a cento, e le possiamo tranquillamente “ammortizzare” senza snaturare per questo il nostro idioma.

Voci antiche e assimilate come archibugio o birra, invece, sono di derivazione germanica, ma la loro provenienza esogena è invisibile e nascosta nella loro storia etimologica. A queste se ne aggiungono altre più moderne e non adattate come bunker, speck o dobermann, ma ancora una volta sono un centinaio e non rappresentano certo un problema per l’integrità della nostra lingua.

Anche l’interferenza delle lingue che ci hanno plasmati dai tempi più remoti, come l’arabo o lo spagnolo, ci ha lasciato tantissime parole assimilate, e quelle crude non sono numericamente rilevanti. Persino il francese, che ci ha influenzati per secoli, ci ha lasciato migliaia di gallicismi perfettamente italiani (come rivoluzione, ghigliottina, blu o marrone), ma soltanto meno di 1.000 parole non adattate. Fino agli anni Settanta del secolo scorso era questa la lingua che ci aveva maggiormente influenzati. Ma oggi non è più così.

Nel giro di pochi decenni l’inglese è diventata la lingua dalla maggiore interferenza, con una rapidità e delle modalità che non hanno precedenti storici. Gli anglicismi non si adattano, e penetrano crudi in oltre il 70% dei casi, violando quasi sempre le nostre regole di pronuncia e di ortografia. Costituiscono ormai la metà dei neologismi del nuovo Millennio, dunque la nostra capacità di coniare parole nuove (l’evoluzione per via endogena) sembra venire meno, visto che si tende a utilizzare l’inglese.

E allora le lingue vive evolvono, certo, ma come sta evolvendo l’italiano?

Facendo un confronto tra le parole straniere presenti nei dizionari la sproporzione è evidente: tutte le lingue messe assieme, sommate, non raggiungono il numero degli anglicismi che abbiamo importato nell’ultimo mezzo secolo e che utilizziamo sempre più frequentemente.

In un articolo sul portale Treccani ho provato a ricostruire il numero delle parole che provengono dalle altre lingue, a distinguere quelle adattate da quelle crude, e a ragionare sulla sproporzione dell’inglese che con la sua invadenza e frequenza sta cambiando il volto del nostro lessico.

Per leggerlo: “I forestierismi nei dizionari: quanti sono e di che tipo”.

i forestierismi nei dizionari quanti sono e di che tipo (di antonio zoppetti)

Rassegna stampa degli anglicismi

Sfoglio la prima pagina del Corriere della Sera in Rete, anzi online, di oggi (15 luglio) e decido di quantificare gli anglicismi nei titoli e nei sottotitoli delle notizie in evidenza. Tra le vicende in primo piano c’è lo scandalo dei presunti finanziamenti russi alla Lega, in questi giorni denominato spesso Russiangate (perché gli scandali sono ormai così: dal Watergate originario all’Irangate, Irpiniagate, Rubygate, sexgate…). L’anglicismo nel sottotitolo è flat tax, e poco sotto a proposito di economia, spicca l’immancabile spread, e poi l’austerity, curiosamente affiancata da un’immagine in inglese, dove il vero e falso lasciano il posto a true e false.

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La notizia della Lega di Salvini è ripresa anche con le parole del manager Candoni, e c’è una altro manager associato a un altro Matteo più sotto, ma il mondo del lavoro è ormai in inglese, e anche negli ospedali si parla del turnover.

 

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In inglese ci sono varie rubriche come il Dataroom di Milena Gabanelli, ottima giornalista ma dal linguaggio enormemente e inutilmente anglicizzato.

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Interessante è “Roma e i cold case“, cioè i delitti irrisolti, che viene dal nome di una serie televisiva, ma mi chiedo quanti italiani comprendano questa espressione.

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C’è l’immancabile shopping che si fonde con il travaso linguistico dell’inglese delle multinazionali, incrociato con i tecnicismi internettiani, come ecommerce, web, tweet, low cost (che ricorre ben due volte), il postare video online… mentre è morto l’inventore della password.

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Lo shopping ricorre poi, insieme a molte altre parole inglesi, con molta frequenza negli articoli di moda e costume, e in quella che un tempo era la cronaca rosa, ma oggi è il gossip: body, fashion blogger

 

Anche sport, come tennis o gol (adattamento di goal) sono parole inglesi, e nell’ambito sportivo gli anglicismi sono sempre di più, compreso il basket (pseudoanglicismo al posto di basketball che sta soppiantando la pallacanestro), gli under 23, i record, i set, gli stopper e si trova anche il talent o il Cortona on the movie, a proposito di montagna, dove ormai l’escursionismo è il trekking.

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In inglese ci sono parole ormai di senso comune come suv (acronimo di Sport Utility Vehicle), pitbull, blackout o rock.

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L’azienda dei trasporti di Milano (che introduce i ticketless senza alternative) sembra che non venda più i biglietti ma i ticket, ma gratis per gli under 21 (seconda occorrrenza di under… ormai le fasce di età sono scandite così) mentre a Torino si parla di fighters.

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Continuando, trovo il coming out di Tiziano Ferro, i vip e le star

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e persino in un articolo su Dante simbolo d’Italia c’è il Dna, una sigla in inglese: DeoxyriboNucleic Acid, che in Francia o in Spagna chiamano nella loro lingua: Adn (Acido  DesossiriboNucleico), una parola che piace tanto ai giornalisti e che ricorre anche in altri titoloni in prima pagina.

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E poi ci sono i frontman dei gruppi musicali al posto dei portavoce, le reunion dei cast dei telefilm cult, i video hard

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Insomma, più di 40 titoli (e cioè almeno la metà di quelli in evidenza presenti) in prima pagina del Corriere.it di oggi (ma oggi non è un giorno speciale, accade quotidianamente) contengono almeno un anglicismo.

 

Vi sembra normale?
Vi sembra che vada tutto bene, che l’italiano non sia colonizzato dall’inglese e che goda di buona salute?

 

Che fine sta facendo l’italiano: piccola aggiunta

Dal modulo dei contatti di questo sito, ho appena ricevuto la segnalazione di questo messaggio:

Buongiorno, forse può interessare: [collegamento ipertestuale]

Mi occupo di Food. La mia azienda sta preparando per gli amanti dei prodotti dell’eccellenza enogastronomica italiana, mistery box. Ci piacerebbe per ogni mese in cui verranno inviate, trascrivere sulla confezione l’augurio “enjoy the surprise” già presente nelle nostre confezioni, anche nei vari dialetti italiani, fornendo poi in una cartolina, la spiegazione circa la provenienza del dialetto citato”.

 

Tralasciando stile e punteggiatura frettolosi tipici della comunicazione in Rete, mi domando: cosa spinge un’azienda che punta “all’eccellenza enogastronomica italiana” a praticare l’itanglese nella propria comunicazione al destinatario?

Buongiorno mi occupo di Food (notare la maiuscola) è già una “bella” presentazione, e di certo qualcuno, come nel caso di living, sarà pronto a difendere l’uso di questo anglicismo come il tecnicismo più appropriato del settore. Ma più che sulla missiva vorrei riflettere sul destinatario dei prodotti pubblicizzati, che oggi forse si dice solo target.

Perché un amante delle eccellenze italiane dovrebbe acquistare prodotti o mistery box che hanno come motto “enjoy the surprise“? Quale grande bella pensata e strategia si nasconde dietro l’idea di affiancare il motto in inglese con il dialetto? Quella di accattivarsi il pubblico regionale? Non manca qualcosa? Qualcosa che è una via di mezzo tra l’inglese e il dialetto e che si chiama italiano? La nostra lingua, quella che parlano e che amano i potenziali consumatori cui l’azienda si rivolge, potenziali almeno in teoria, perché nella pratica auguro a questa iniziativa tutto l’insuccesso possibile.

La prima regola della comunicazione, una volta, era che il messaggio dovesse essere adatto al destinatario. Oggi i comunicatori si formano sui testi di markeTTing “una materia spiccatamente anglofona” che insieme alle sue prassi esporta però anche la sua lingua. E spesso si esprimono in itanglese convinti di essere moderni e internazionali; forse pensano che tutti siano come loro e non si rendono contro che la gente parla in un altro modo. O non sono più capaci di raggiungere il loro bersaglio (non sanno più parlare l’italiano) oppure impongono consapevolmente il proprio linguaggio ai clienti, che una volta avevano sempre ragione, ma oggi sono sempre più utenti (=sudditi) da plasmare anche attraverso l’inglesorum. O forse le loro indagini di mercato suggeriscono che l’inglese sia più evocativo e adatto al loro pubblico? Se così fosse… povero italiano, ridotto a esprimere in inglese persino le proprie eccellenze!

L’Associazione Lingua Tedesca VDS (Verein Deutsche Sprache) denuncia da tempo le conseguenze linguistiche dell’espansione delle multinazionali e delle loro pubblicità basate sull’inglese, e per questo ha lanciato un appello rivolto ai consumatori perché acquistino i prodotti dal nome e dalle descrizioni tedesche e pubblicizzati nella lingua tedesca. Ma nel caso in questione siamo al paradosso: i prodotti pubblicizzati a questo modo sono italiani, e questo parlare itanglese è una pura e ridicola emulazione interna.

Purtroppo questo esempio non è un caso isolato. È la stessa strategia comunicativa, folle e deleteria, che porta ad aprire i wine bar invece delle enoteche, e rischia di scontentare tutti: gli italiani orgogliosi del proprio vino e delle proprie cantine/enoteche, e gli stranieri che vengono da noi per gustare i nostri prodotti, visto che nei ristoranti di lusso di New York propongono vino, perché questa è la parola che maggiormente evoca la nostra qualità.

Se invece si volesse puntare al pubblico internazionale, vale la pena di riportare le riflessioni di una pubblicitaria esperta di comunicazione come Annamaria Testa:

“Se parliamo di prodotti italiani all’estero, suggerirei di non sottovalutare le potenzialità della lingua italiana e suggerirei ai colleghi che fanno pubblicità a prodotti venduti in Italia di smetterla, per cortesia, con l’abitudine stucchevole di usare slogan in inglese, non si capisce perché”.

Davanti ai mistery box e all’augurio “enjoy the surprise“, perciò, la mia risposta è:

FOOD? NO GRAZIE!

Come consumatore e amante della gastronomia italiana preferisco acquistare prodotti di aziende che si esprimono in italiano.

 

PS
Per la storia più approfondita di food (quando è comparso e come è arrivato a soppiantare le alternative di gastronomia/ristorazione) rimando a un vecchio articolo: “La creolizzazione lessicale dell’italiano: il caso food

Che fine sta facendo l’italiano?

Maturità 2019. In un liceo artistico di Milano, gli studenti sono alle prese con la seguente prova di esame. L’espressione “incriminata” è “salotto-tinello”.

 

tinello e living maturita
Agli studenti milanesi la parola “tinello” (piccola sala da pranzo) suona quasi incomprensibile. Il loro professore di design tuona contro questo linguaggio obsoleto: living! Si dice living, questo è il “tecnicismo” che si usa nel settore.

Che vergogna tinello! Che parola antica! È addirittura italiana… Per una volta che il linguaggio del Miur parla italiano, ecco che un insegnante della capitale dell’itanglese si scaglia contro la nostra lingua in nome di un’anglomania deficiente. La deficienza sta nel fatto che in inglese si dice living room, living è una decurtazione all’italiana che richiama ai più una pubblicità della Scavolini: “II mio bagno, il mio living, la mia cucina”, pronunciata da un personaggio (per molti fastidioso) come il cuoco Cracco (ma forse è fastidioso anche dire cuoco invece di chef, in questi tempi in cui il francesismo è percepito come inglese).

Dietro questa scenetta, reale, c’è tutto il dramma dell’italiano. Il Morbus anglicus non sta nella lingua, sta negli italiani, in particolare gli anglofili ottusi convinti che per essere tecnici, o semplicemente moderni, si debba abbandonare la nostra lingua con l’alibi dei tecnicismi.

Naturalmente non tutti la pensano come me. Una schiera di anglomani è pronta a difendere la posizione di questo insegnante. Costoro, per distinguersi ed elevarsi, utilizzano i tecnicismi in inglese che diventano in questo modo sempre più “insostituibili” ed entrano nell’uso sbaragliando le alternative possibili. E se l’insegnamento è nelle mani di chi la pensa a questo modo è inevitabile che gli studenti si stupiscano davanti a una parola come “tinello”, che non sono più abituati a sentire. Che altro potrebbero fare? L’inglese e l’itanglese si diffondono così, veicolati da piccoli uomini che ripetono ciò che imparano su piccoli manuali mal-tradotti di autori statunitensi. Gli esempi sono infiniti.

Mi sono spesso scontrato con il linguaggio delle scuole professionali in cui mi è capitato di insegnare, dove i compiti si chiamano homework, i corsi di recitazione sono stati ribattezzati di acting, le materie si chiamano storytelling o filmmaking e così via, tra gli open day accalappia-studenti e i workshop al posto dei seminari. Mi è stato risposto che le mie scelte “eccentriche” di utilizzare l’italiano non sono funzionali al mondo del lavoro con motivazioni di questo tipo:

“Il progressivo passaggio a una lingua più anglicizzata è una scelta di funzionalità. Il marketing è una materia spiccatamente anglofona, e usare termini tecnici non nativi si è rivelato spesso perdente. O perlomeno: poco funzionale. E lo stesso vale nel filmmaking (che potremmo chiamare produzione audiovisiva, consci però del fatto che molti fraintenderebbero quello di cui parliamo), o nei corsi di Web, App e 3D. Così come ritengo perfettamente sensato che un pianista di New York usi il termine forte invece di strong quando parla dell’intenzione di esecuzione di uno spartito, allo stesso modo mi sembra ovvio usare competitor invece di concorrente, se voglio usare un linguaggio professionale. La realtà lavorativa progettata da questi linguaggi tecnici è diversa da quella progettabile usando un italiano pure corretto ma, appunto, non di uso. Il corso di laurea in design di prodotto si chiama ancora – o si è chiamato fino a pochi anni fa – disegno industriale. Credo che il 90% dei diplomati dell’ultimo lustro non si riconosca in quella dicitura, e si presenti a un colloquio dicendo: ho studiato product design.”

Peccato che, a parte cappuccino o espresso, gli italianismi nel mondo risalgano perlopiù al Settecento, nella musica, o al Rinascimento nell’ambito artistico. Una volta le nostre parole identificavano le nostre eccellenze, ma in tempi recenti non sappiamo che usare l’inglese vissuto (a torto) come tecnico o internazionale persino per ciò che ci contraddistingue: il made in Italy, l’italian design, Eataly, SlowFood… Se andiamo a quantificare il numero degli italianismi penetrati nell’inglese vediamo che sono numericamente contenuti e soprattutto che la maggior parte di essi è stata adattata (design da disegno, novel da novella, comedy da commedia…), mentre gli anglicismi che importiamo sono migliaia e migliaia, e non italianizziamo quasi nulla, anzi, spesso li accorciamo a modo nostro (basket e non basketball) o inventiamo pseudoanglicismi che hanno la funzione di suonare inglesi, non di esserlo.

Quando gli insegnanti (e più in generale, fuori da questi orticelli: la nostra classe dirigente) scelgono di parlare in questo modo per la formazione degli studenti  operano per la regressione dell’italiano e la diffusione dell’itanglese. Contribuiscono a svilire la grande tradizione storica per esempio del nostro disegno industriale, o sostengono che competitor sia più professionale di competitore non si capisce bene su quali basi, se non quelle del proprio gusto personale, con il risultato che i ragazzi che plasmano si vergogneranno di questa espressione e opteranno per l’inglese, che fa parte evidentemente di un preciso “progetto” culturale-linguistico.

Mentre alcuni linguisti, nella loro torre d’avorio, continuano a negare il problema dell’anglicizzazione della nostra lingua, gli addetti ai lavori ne sono ben consapevoli, e rivendicano con orgoglio il ricorso all’inglese come una scelta: la prassi più opportuna, funzionale e preferibile. Il ricorso agli anglicismi è insomma una strategia comunicativa (interna) in troppi settori, l’altra faccia di una colonizzazione economica e culturale (pressione esterna) davanti alla quale siamo succubi: ripetiamo i modelli e le categorie statunitensi insieme alle loro parole, che consideriamo superiori. Non sappiamo più elaborare concetti nostri in italiano e insieme alla nostra lingua stiamo perdendo la nostra cultura e la nostra capacità critica.

Tra i mille esempi che si potrebbero fare, basta leggere un testo di marketing come questo:

Il lead time si misura in termini di risposta. Minore è l’attesa, maggiore è la competitività. Il cliente può chiedere la produzione di un prodotto ex novo (time to market) o la spedizione di un bene finito (time to order) ed in entrambi i casi il tempo andrà gestito in maniera efficiente. (..) Fra le varie metodologie, la più diffusa rimane la Just In Time (o JIT) che punta sulla gestione delle scorte riducendo al minimo gli sprechi. La JIT richiede la massima coordinazione di tutte le fasi che costituiscono l’attività d’impresa al fine di ottimizzare il magazzino snellendo i tempi di ricerca e di invio del prodotto. Applicata sia al time to market che al to order, la JIT aumenta la competitività dell’azienda aumentando il suo valore nel mercato di riferimento. (…) Garantire al cliente una consegna rapida permette di creare un network di fidelizzazioni valutabili in termini di feedback. (…) Il payment può avvenire con carta di credito, sistemi telematici, contrassegno e bonifico ma la conferma può rientrare in uno step successivo. (…)  L’ottimizzazione degli order picking seguendo il metodo del JIT riduce le giacenze…

Ecco che fine sta facendo l’italiano. I concetti chiave sono espressi in inglese, e dunque diventano tecnicismi, senza alcuna motivazione plausibile, a parte il fatto che preferiamo creolizzarci.
L’italiano è ridotto a una parafrasi definitoria iniziale (necessaria, visto che l’inglese è ben poco conosciuto) che si abbandona subito dopo per usare la terminologia inglese, simbolo di modernità e di funzionalità: network e non rete, feedback e non riscontro, payament non pagamento, step non passo, order picking e non raccolta degli ordini, lead time non tempi di consegna, time to market non tempi di produzione, just in time non produzione su richiesta
Questa strategia linguistica basata sulle parole aliene e sull’inglesorum è quella che usiamo sempre più nel mondo del lavoro e che insegniamo alle nuove generazioni e non perché siano tecnicismi, ma perché nella nostra rinuncia all’italiano abbiamo deciso che diventino tecnicismi!

Si possono fare innumerevoli esempi di questo tipo, pescando da ogni settore.

È questo è il destino dell’italiano? Una lingua da usare per comprare il pane ma inadatta a parlare della contemporaneità, della scienza, della tecnica, del lavoro, dell’informatica, della moda…? Una lingua del genere è sempre più simile a un dialetto.

Le lingue evolvono, certo. Ma in questo momento storico dobbiamo chiederci come l’italiano si stia evolvendo e quantificare l’interferenza dell’inglese che è ormai uno tsunami, per dirla con Tullio De Mauro.

Davanti all’anglicizzazione siamo a un bivio. C’è chi ne va fiero, lo pratica per elevarsi e sentirsi moderno, ne sostiene la necessità e l’insostituibilità; e poi c’è chi invece ne è infastidito e lo evita. Dalle nostre scelte di oggi dipende l’italiano o l’itanglese del futuro.

Fuori da questa opposta visione delle cose c’è anche qualche linguista che ci dice che l’anglicizzazione è tutta un’illusione ottica, come la temperatura percepita che non è quella “reale” (peccato, a proposito delle attuali ondate di caldo, che la gente finisca in ospedale proprio per la temperatura percepita, e non certo per i gradi centigradi che non sono un parametro più “reale”, visto che non tengono conto di umidità e altri fattori che sono quelli che ci fanno stare male); o che la stessa moda l’abbiamo vissuta quando era il francese a costituire un modello sociolinguistico da imitare (ma fu un fenomeno completamente diverso, basta studiarlo); o ancora, che gli anglicismi sono soggetti a rapida obsolescenza, sono una moda passeggera e presto smetteremo di dire badge e torneremo a dire tesserino

Io posso comprendere chi è anglomane e preferisce il living con angolo cottura al salotto-tinello (se non altro è consapevole delle proprie “scelte funzionali”) anche se davanti a queste posizioni che non condivido mi viene da piangere. Ma di fronte alle analisi dei linguisti negazionisti non si può che ridere.

La prolificità degli anglicismi nel lessico italiano

Nella sua evoluzione storica, l’italiano ha da sempre assorbito un gran numero di parole straniere, anche se nella maggior parte dei casi le ha completamente assimilate e italianizzate. Nei dizionari monovolume si trovano un centinaio di ispanismi, un centinaio di germanismi e un migliaio di francesismi, penetrati attraverso substrati plurisecolari. Le parole che arrivano da altre lingue sono invece di un ordine di grandezza inferiore, quantificabile nelle decine. Ma negli ultimi 70 anni il numero degli anglicismi crudi che abbiamo importato è diventato almeno il triplo di quello dei gallicismi, e questa lievitazione non è normale né sana, si tratta di un fenomeno molto preoccupante.

forestierismi adattati e non nel GRADIT
Le parole straniere adattate e non adattate nel Grande dizionario dell’italiano di Tullio De Mauro (Gradit 1999, fonte: Diciamolo in italiano, Hoepli 2017, p. 87).

Non è possibile sostenere che ciò che accade oggi con l’inglese sia già successo ai tempi in cui era il francese ad influenzarci (cfr. “Le profonde differenze tra l’interferenza di francese e inglese”), sta accadendo qualcosa di più profondo e di inedito sulle cui conseguenze dovremmo cominciare a riflettere con nuove prospettive.

Bastardi senza gloria: le parole ibride e l’effetto domino dell’inglese

Una caratteristica molto allarmante dell’interferenza dell’inglese nel nostro lessico è che gli anglicismi che continuano ad accumularsi sono così tanti che da “prestiti” isolati si sono trasformati in una rete di voci e radici tra loro interconesse che si espandono nel nostro lessico e si strutturano in famiglie di anno in anno più numerose. Questa moltiplicazione fa regredire le parole italiane, e ostacola la traduzione e l’evoluzione della nostra lingua. Ho già accennato a questo tema in più di un’occasione (cfr. “Anglicismi: dai singoli ‘prestiti’ a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori”), ma voglio concentrarmi su un “effetto collaterale” di questo fenomeno che sino a oggi è stato molto trascurato dagli studiosi.

I derivati ibridi che nascono dalle radici inglesi, cioè i semidattamenti come backuppare, bypassare, googlare, fashonista, hackeraggio, leaderistico, linkabile, shampista, targetizzazione, toasteria… sono in grande aumento, e benché il loro numero sia ancora contenuto, questo fenomeno non ha precedenti nell’interferenza del francese.

A questa moltiplicazione di voci che violano le nostre regole di grafia e di pronuncia, vanno poi aggiunti i composti ibridi (come clownterapia, libro-game, pornoshop, punkabbestia, webserie…) che sono molti di più.

E a questi bisogna aggiungere anche un numero ancora più ampio di ricombinazioni soltanto delle radici inglesi (baby sitterpet sitter, dog sitter, cat sitter; babybaby gang, baby killer, baby boss…).

L’effetto domino di tutti questi riaccostamenti è numericamente impressionante, e non si riscontra nell’interferenza delle altre lingue.

Poiché non ci sono molti studi in proposito, ho provato a svelare il meccanismo della prolificità degli anglicismi e a quantificare questi “bastardi senza gloria” in un articolo pubblicato sul sito dell’Enciclopedia Italiana Treccani di cui riporto l’incipit.

L’inglese nell’italiano: espansione per ibridazione

– Attento al camperone, doggialo!
– Droppagli gli shieldini!

da camper a camperone

Questo gergo adolescenziale è molto diffuso tra i giocatori di videogiochi in Rete, soprattutto nell’ambiente dello “sparatutto” attualmente più in voga, Fortnite. “Camperone” è un cecchino, nel gioco indicato con camper, a cui si applica istintivamente la regola dell’accrescitivo e si deriva anche “camperare”, cioè “campeggiare”, appostarsi in un luogo sicuro per sparare a chiunque passi davanti. “Doggiare” (o dodgiare) significa schivare (da to dodge), “droppagli” è un invito a impossessarsi di ciò che il nemico ha lasciato cadere (da to drop) e gli “shieldini” (da shield), detti anche “scudini”, sono pozioni che permettono di guarire dalle ferite e recuperare punti.
L’emergere di termini come questi travalica la categoria del “prestito linguistico”, nasce dalle declinazioni all’italiana (adattamenti morfologici) di radici inglesi che circolano nelle interfacce dei programmi. Dilagano anche “killare” (da to kill) e “le kill” (le uccisioni) che non si possono bollare semplicisticamente come “orribili favelle” gergali giovanili destinate a svanire, sono lo specchio di quello che accade in ogni livello della nostra lingua, da cui scaturiscono anche parole che si stabilizzano.

Il neologismo skippare nasce dal bottone su molti video in Rete (skip) per saltare una pubblicità, oggi sempre più tradotto, ma un tempo prevalentemente in inglese. Lo stesso percorso che ha generato downloadare (trasferire o scaricare), ormai registrato dai dizionari. Questi ibridismi, o “semiadattamenti”, non compaiono solo nell’informatica, si ritrovano nel lavoro (dai gergali skillato o brieffare ai più stabili customizzare o brandizzare), nello sport (dagli incipienti “baskettista” o “cornerista” ai datati waterpolista o dribblare), nella musica (jazzista, rockettaro) per poi finire nel linguaggio comune (shockare, zoomare). Sono parole che di solito non vengono conteggiate nelle statistiche sugli anglicismi e sfuggono alle estrazioni automatiche dei dizionari digitali…

Continua: leggi tutto l’articolo sul portale della Enciclopedia Treccani.