La rinuncia a parlare in italiano

Negare l’anglicizzazione della lingua italiana è ormai insostenibile. A farlo sono rimasti solo alcuni linguisti che non si sa bene dove vivano, forse in una torre di avorio slegata dal mondo del lavoro, della formazione, dell’informatica, dei giornali e della realtà. Del resto non furono certo i linguisti a comprendere, negli anni Sessanta, che l’italiano ottocentesco basato sui testi letterari e sul toscano era finito. Fu invece un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, in un articolo su Rinascita del 26 dicembre 1964 ad aprire gli occhi agli intellettuali, ai letterati e ai linguisti (che inizialmente lo attaccarono) mostrando loro che il nuovo italiano era tecnologizzato, raccoglieva gli influssi del modo di parlare del Nord (il nuovo centro di irradiazione) ed era sempre più policentrico.

L’interferenza linguistica è un fenomeno normale e positivo, la colonizzazione no

Oggi, la nuova questione linguistica riguarda soprattutto l’itanglese e la rinuncia a parlare in italiano. È un’ovvietà sotto gli occhi di tutti, tranne di qualche barone universitario e di qualche “specialista” avulso dalla realtà, che come un disco incantato sostiene che l’accoglimento dei forestierismi è un fenomeno normale che c’è sempre stato fin dai tempi di Dante: un concetto lapalissiano che non ha nulla a che fare con la questione attuale dell’itanglese. Il punto è un altro: è un problema di numeri! Non c’è nulla di male ad accogliere un centinaio di ispanismi, di germanismi, una manciata di parole giapponesi o arabe e nemmeno poco meno di un migliaio di francesismi, visto che i sostrati del francese sono plurisecolari. Non c’è nulla di strano, di pericoloso e nemmeno di male ad accogliere migliaia e migliaia di parole straniere, se vengono adattate ai nostri suoni e alle nostre regole. Questi cambiamenti, insieme alle neologie e all’entrata nella nostra lingua di parole locali e regionali, costituiscono una ricchezza, la spinta propulsiva, l’evoluzione linguistica necessaria, se non vogliano ingessare l’italiano nella lingua dei morti e se vogliamo che cresca e si adegui ai cambiamenti del mondo.

Ma non è affatto normale che dal secondo Dopoguerra oggi abbiamo importato 3.500 parole inglesi senza adattamenti. Non è normale che in 30 anni i 1.600 anglicismi del Devoto Oli siano diventati 3.500. Non è normale che la metà dei neologismi del nuovo Millennio di Zingarelli e Devoto Oli sia in inglese. Non è normale, per esempio, che il Devoto Oli del 2017 registri in totale 980 voci marcate “informatica” e che di queste ben 417 siano in inglese! Tutto ciò ha un altro nome. Si chiama colonizzazione o regressione dell’italiano, delle sue regole e dei suoi suoni. Si chiama incapacità di evolvere con neologismi autoctoni, per prenderli da una lingua e una cultura percepita come superiore.

Per la cronaca, i 3.500 anglicismi del Devoto Oli non sono sempre sovrapponibili ai 3.500 anglicismi che ho raccolto in un dizionario più “popolare”, AAA (Alternative Agli Anglicismi). I termini informatici inglesi da me raccolti, per esempio, sono di più: 573. Viceversa il Devoto Oli raccoglie oltre 300 sigle, contro le 87 riportate da me, cioè quelle più comuni. E così gli anglicismi della fisica nel Devoto Oli sono 72, ma io ne ho accolti solo 9, perché ho volutamente omesso i tecnicismi noti solo agli addetti ai lavori. In compenso ho incluso tantissimi anglicismi che circolano sulla stampa, e che di fatto esistono, anche se non sono (ancora) registrati dai dizionari (ma è solo questione di tempo). A un mese dalla messa in rete del mio lavoro, la cosa più sconcertante è che mi sono state indicate tante lacune. Dall’11 settembre 2018 a oggi ho aggiunto circa 60 nuovi lemmi (un paio al giorno) che mi sono stati segnalati dai lettori-partecipanti (e altrettante segnalazioni non le ho inserite perché erano occasionalismi, tecnicismi troppo di settore o parole di circolazione troppo bassa per lo spirito del mio lavoro). Dopo questo primo mese di vita di AAA mi sono reso conto che la partecipazione dei lettori è stata enorme, e che 3.500 sono pochi.

L’italiano? Una scelta “eccentrica”

Gli addetti ai lavori negazionisti sono rimasti i soli, ormai, a non rendersi conto del linguaggio con cui la gente comune è costretta ad avere a che fare tutti i giorni.

“Grazie al vostro dizionario – scrive una mamma che allega anche le immagini – sono riuscita a capire cosa fosse il corso di coding che noi genitori non sapevamo proprio di cosa trattasse”.

CODING2

Non commento l’opportunità di presentare un corso con un nome simile, senza spiegazioni, rivolto ai bambini delle elementari; spero solo che questo tipo di comunicazione penalizzi le società o le “fab-lab” che propongono questi corsi e mi auguro che vengano disertati. Ma di missive del genere me ne stanno arrivando tante.

“Mi sono iscritta a un master a Bologna che si intitola: Banking and finance litigation. Chiamarlo contenzioso bancario e finanziario, no?” Scrive un avvocato.

Sì, perché la “gente” non significa il popolino o “l’utente medio” con le sue connotazioni limitative. La gente è fatta anche di persone di cultura.

“Trovo questa piattaforma di estrema utilità. Sono direttore di una rivista scientifica italiana e cerco in tutti i modi di evitare di infarcire i contributi pubblicati di anglicismi non necessari e consultarvi mi è molto utile”.

Questi pochi esempi di una ben più larga partecipazione dimostrano che la rinuncia a parlare in italiano non solo è un fenomeno concreto, pratico e reale, ma che è anche sentito da un numero sempre crescente di persone, cioè di consumatori, di elettori, di cittadini che spero di riuscire prima o poi a organizzare in un movimento che sappia far sentire la propria voce presso i politici, le aziende, le scuole, i giornali e la classe dirigente che ha deciso di rinunciare all’italiano.

La rinuncia all’italiano la vivo sulla mia pelle nelle scuole di formazione per cui collaboro. Il linguaggio aziendale è ormai in itanglese (dalla nomenclatura delle professioni ai tecnicismi) e la comunicazione delle scuole e della formazione prepara a questo linguaggio. Perché diciamo back to school? Ringraziamo le aziende che ne hanno fatto un motto inglese da appiccicare sulle vetrine per vendere gli accessori scolastici, e ringraziamo le scuole di formazione che magari lo espongono, insieme all’open day, sul loro ingresso. Queste realtà non solo stanno rinunciando a parlare in italiano, ma lo stanno anche trasmettendo, o forse imponendo, agli studenti e ai collaboratori. I corsi di recitazione diventano acting, i compiti homework, una comunicazione elettronica con gli auguri di inizio anno che ho ricevuto recava in oggetto New beginning, e davanti alle mie considerazioni verso questo linguaggio inutilmente anglicizzato, al punto da apparire ridicolo, mi sono sentito rispondere che le mie scelte “eccentriche” di usare una terminologia italiana, sì, ma obsoleta e fuori luogo rispetto al linguaggio aziendale, non sono condivisibili o sono retrograde. E allora qui ci sono in gioco due diverse visioni della lingua italiana, quella di chi va fiero di sfoggiare l’inglese e che giorno dopo giorno importa per distinguersi in una gara a chi è più moderno, e chi trova questa visione ridicola, assurda, insensata e pericolosa.

banner rosso 500

Dai “grammar nazi” alla Resistenza e alla Liberazione

Parlare in italiano sta diventando in molti settori una scelta eccentrica, ci rendiamo conto di cosa sta accadendo, mentre qualche addetto ai lavori dice che non sta accadendo nulla? E questo non vale solo per il mondo del lavoro o dell’informatica, si estende in moltissimi ambiti, dal marketing al commercio, dal design alla moda, dalle pubblicità alle banche. I nuovi sport sono sempre più in inglese (NB: sport è un anglicismo ma non un internazionalismo “necessario” come qualche linguista vuole fare credere, e infatti in Spagna si chiama deporte), dal curling al nordic walking (che vergogna camminata nordica o con i bastoni, che eccentricità!); le discipline tradizionali si anglicizzano (la pallanuoto è sempre più water polo, la pallavolo volley, anche se in inglese sarebbe volleyball, come basketball e non basket…) e in inglese è una buona parte della terminologia sportiva (dribbling, pressing, ace, match point…). Ma possibile che al CONI non venga nemmeno in mente di provare a dare nomi italiani almeno alle nuove discipline sportive?

Qualcuno, davanti a queste considerazioni obietterà, come al solito, che le italianizzazioni erano tipiche del fascismo. È vero, ma non è certo quello il modello cui guardare, e oggi (con ben altre modalità) accadono normalmente anche in Francia, in Spagna, in Svizzera… e nei Paesi civili che hanno a cuore il proprio patrimonio linguistico.

Davanti a un’avanzata dell’inglese di questa portata e sproporzione, dobbiamo guardare ai numeri e alla profondità del fenomeno. Non c’è da fare la guerra ai barbarismi, c’è da organizzare la Resistenza. Difendere l’italiano non è da “grammar nazi” (per usare un linguaggio che arrivi anche agli angloentusiasti), significa al contrario che bisogna combattere contro gli anglofili che stanno distruggendo la nostra lingua per tentare la Liberazione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...