L’anglicizzazione dell’italiano

Le prime notizie del Corriere della Sera in rete di oggi pullulano di anglicismi gridati in bella vista soprattutto nei titoloni. Non è una novità e non c’è da stupirsi, ho già parlato in altre occasioni delle “statistiche drogate” che tendono a ridimensionarne il numero. Però evidenziarli è utile. Il tweet storm nel titolone (quale percentuale di lettori lo capirà?) che solo nel sottotitolo diventa tempesta di tweet (qualcuno ha osato per fortuna tradurli anche come cinguettii, anche se è un’alternativa secondaria), i troll, che oggi ci appaiono quasi “necessari” perché gli italiani non li hanno voluti né saputi tradurre, la Tap, acronimo di Trans-Adriatic Pipeline, perché le sigle noi le ripetiamo all’americana (come il Gdpr, l’aids, il dna, gli ufo…). E poi il vicepremier, perché ormai nel linguaggio della politica si vuole fare gli americani, e da anni premier tende a essere preferito invece di presidente nel consiglio come indicato nella nostra Costituzione. E poi anglicismi assimilati senza più porsi il problema del fatto che esisterebbero alternative italiane: shopping, vip, fan, summit… In pratica, a parte il caso dell’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, non c’è titolone che non abbia almeno un anglicismo.

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Le prime notizie del Corriere in rete di oggi

Sul Corriere di ieri (che di certo è uno dei peggiori giornali dal punto di vista dell’abuso dell’inglese) le cose non erano tanto diverse: SuperTutor, low cost, flat tax, first lady, mentre parole come vip o party son ripetute quotidianamente come prive di alternative… e dalle pubblicità occhieggiano il trading, lo shopping online

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Una schermata del Corriere in rete di ieri 5 agosto 2018

 

Questa è la lingua che parlano i giornali, che pare destinata a diventare sempre più itanglese. L’anglicizzazione dell’italiano è sotto gli occhi di tutti. Innegabile. Eppure una schiera di linguisti con le fette di salame degli occhi continua a negarla, e a ripetere che non sta succedendo nulla. Senza alcuna argomentazione valida.

La verità è che la classe dirigente di oggi preferisce l’inglese. Si vergogna di dirlo in italiano, è convinta che l’inglese sia un segno di modernità e di internazionalismo. E il destino della lingua di Dante è quello di regredire anno dopo anno, per infarcirsi di suoni alieni, di parole che si pronunciano e scrivono con modalità che violano il nostro sistema fonetico e ortografico.

17 pensieri su “L’anglicizzazione dell’italiano

  1. Quello che personalmente non capisco: come mai in un periodo di così forte diffusione di (per me insopportabili, beceri e soprattutto pericolosi) nazionalismi, proprio quello che (sempre dal mio punto di vista) potrebbe esserne l’unico lato positivo, se vogliamo chiamarlo così, ossia la cura, la difesa e il rispetto della propria lingua, invece venga completamente messo da parte…

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    • un mese fa un senatore di forza italia ha presentato l’ennesimo progetto di legge per la tutela dell’italiano, che arriva dopo molti altri che non hanno mai avuto seguito e sono sempre rimasti chiusi nei cassetti. l’intento era per l’appunto nazionalistico, e da questo punto di vista paghiamo il fatto che l’unico esempio (sbagliato) di politica linguistica italiana risale al fascismo e alla guerra ai barbarismi per sciovinismo e autarchia. il paradosso della politica è però che gli stessi politici, di ogni schieramento, abusano di anglicismi nella loro comunicazione istituzionale e personale. la mia battaglia è assolutamente trasversale, il punto non è il nazionalismo, ma la difesa della nostra cultura di fornte alla globalizzazione, da questo punto di vista una cosa che dovrebbe coinvolgere anche la sinistra, oltre che la destra e chi è fuori dagli schieramenti. nessuno avrebbe alcunché da ridire di fronte alla difesa delle eccellenze italiane gastronomiche, artistiche o industriali, mentre pare che la difesa della lingua sia una cosa aliena. in sintesi concordo con te, ma mi batto perché l’angliccizzazione della lingua, che molti continuano a negare, sia appunto staccata da ogni becero nazionalismo. 🙂

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      • Sicuro, concordiamo su tutta la linea; io in qualche modo avrei sperato di poter fare leva (seppur sbagliata…) su queste tendenze, che evidentemente aborriamo entrambi, in senso puramente machiavelliano. ossia di sfruttare positivamente qualcosa di negativo, ma sembra appunto che non se ne accorgano neppure. Secondo la mia opinione i più (di ogni origine) ne hanno scarsissima consapevolezza, dando lo status quo semplicemente per scontato e “normale”, senza nessuna riflessione.
        Grazie ancora una volta per il tuo lavoro.

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        • sono d’accordo, per la cronaca al senatore di FI ho anche scritto, anche s enon mi ha risposto… però punterei a provare a fare qualcosa di trasversale, non vorrei mai che il mio discorso venisse cavalcato solo dalla “destra”, sarebbe deleterio, dovrebbe riguardare tutti gli italiani.
          grazie a te dei commenti 😉

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  2. Per evitare che un discorso sul rispetto della lingua italiana venga catturato dalla destra politica o culturale occorrerebbe esplicitamente collocarlo in una più generali visione di ecologia linguistica, che promuova le ricchezze della linguidiversità in tutte le sue forme.
    Per il nostro Paese quindi ritengo quindi urgente che la cura dell’italiano s’accompagni ad una vera (non folkloristica) valorizzazione delle lingue delle minoranze — di quelle riconosciute dalla legge 482 ma anche di tutte le altre: lingue in diaspora (dei Rom), lingue d’immigrazione, lingua gestuale (LIS) — e dei “dialetti” (parecchi dei quali probabilmente da classificarsi più correttamente anch’essi come lingue minoritarie, in senso meramente glottologico e non etnico/nazionale). E magari anche rivalutare un po’ il latino e il greco (beninteso senza pensare di tornare al latino materia scolastica obbligatoria!).
    Giovanni Pontoglio.

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  3. Sono d’accordo su tutta la linea. Cosa fare quindi? Io credo nel dialogo e nella collaborazione tra esperti come l’Accademia della Crusca, Lei, Annamaria Testa, Gabriele Valle, Licia Corbolante, etc. Insieme potreste creare, ad esempio, un consultorio linguistico che abbia rapporti costanti con i media e le istituzioni e li inviti a usare l’italiano in modo corretto e trasparente.

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    • grazie Marco della fiducia. Sul come uscirne tocchi un punto dolente, non so se sia possibile, sicuramente bisogna provare a spezzare la mentalità per cui dirlo in inglese è percepito come più “figo”: dobbiamo smettere di vergognarci di usare l’italiano e di riappropriarci della capacità di inventare neoconiazioni che seguano le nostre regole ortografiche e mofrologiche storiche (invece cha attingere dall’inglese). L’accademia della Crusca ha costituito il Gruppo incipit e sta anche facendo un’opera di sensibilizzazione, per es. nella polemica recente con il Miur.
      Personalmente ho un piano in 3 fasi: la prima era quella di dimostrare numeri alla mano che l’anglicizzazine della nostra lingua è in crescita e pericolosa (e l’ho fatto con il mio libro e con questo sito), cosa che motli studiosi e non, come la Corbolante, negano, anche se gli argomenti dei negazionisti sono ormai in crisi davanti al’evidenza sotto gli occhi di tutti.
      La seconda fase è costituire un punto di riferimento per divulgare le alternative italiane che circolano poco: per poter scelgiere come parlare bisogna che invece circolino, e questo progetto dovrebbe presto vedere la luce.
      La terza fase potrebbe essere proprio una campagna di sensibilizzazione sul problema, e la creazione di un movimento di protesta e di pressione che eserciti in modo attivo il malcontento dei cittadini davanti all’abuso degli annglicismi nei confronti di politici, mezzi di informazione, aziende… che stanno stravolgendo la nostra ligua. Per questo ultimo punto è necessario sicuramente fare rete, non solo però tra “esperti” ma tra cittadini, perché l’italiano riguarda tutti non si può lasciare solo ai linguisti; è l’uso che fa la lingua, e cioè in sostanza tutti noi parlanti.

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    • Grazie! Io non conosco il tedesco ma mi risulta che l’anglicizzazione in Germania sia molto alta (riconiazioni comprese come nel caso di “Handy”, per indicare il cellulare), con la differenza che inglese e tedesco sono due lingue germaniche affini, per cui molti degli anglicismi non sono percepiti come suoni “estranei”; in altre parole non costituiscono una violazione dirompente delle regole fonetico.grammaticali, per cui lo “snaturamento” della lingua mi pare meno dirompente.che da noi. Infine mi pare che in Germania ci siano delle resisenze al fenomeno molto più agguerrite che in Italia. Penso all’Associazione Lingua Tedesca (VDS) che denuncia da tempo la compromissione dell’identità della lingua nazionale soprattutto a causa dell’espansione delle multinazionali e delle loro pubblicità, e che ha lanciato un appello rivolto ai consumatori perché acquistino i prodotti dal nome e dalle descrizioni tedesche e pubblicizzati nella lingua tedesca. Oppure alle ferrovie tedesche che sono state accusate di parlare il “Bahnglisch” e da qualche anno hanno rivisto la loro terminologia fornendo ai dipendenti un glossario di circa 2.200 termini sul tema degli anglicismi, proprio per evitarli nella comunicazione e sostituirli nell’uso quotidiano della lingua. Ecco, mi pare che da noi manchino gruppi di pressione e di protesta di questo tipo. Almeno sino ad ora.

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      • In Germania purtroppo l’anglicizzazione è ancora più avanzata che in Italia, è pure iniziata prima (quando tanti volevano quasi nascondere il loro essere tedeschi e quindi la loro lingua in seguito al periodo nazista), sicuramente facilitata dalla vicinanza linguistica, d’altra parte è vero che un pochino più di consapevolezza c’è, rispetto all’Italia perlomeno.

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  4. Non sono un esperto ma, sulla base della mia esperienza, credo che sia parzialmente vero. Parole come “sport” – con la “sp” pronunciata come una napoletano direbbe “sp”aghetti – suonano perfettamente tedesche. Altre, come “handy”, “cool” seguono invece la pronuncia inglese. Nel parlato, verbi come “pushen” o il suo participio “gepusht” (riconiazione di “to push”) suonano tedeschi, ma andrebbero scritti così “pusch”. Insomma, come in italiano, un gran casino. Tanta fatica per imparare bene il tedesco e ora mi rovinano anche questa lingua 😉

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    • Certo che la stanno rovinando, e si potrebbero fare tante altre osservazioni in merito. Hai assolutamente ragione, è una stupenda lingua, purtroppo vittima di tanti pregiudizi e luoghi comuni.
      (Sul verbo “pushen” il problema non è l’ortografia più o meno adeguata, ma il fatto che tanti lo usino, quando non ce ne sarebbe il bisogno)

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      • L’effetto della progerssiva anglicizzazione è a mio avviso che la lingua tedesca sta perdendo due dei suoi pregi:
        a) – la trasparenza lessicale: i flessibilissimi meccanismi di composizione e derivazione che permettevano di creare parole nuove pur sempre con rimando a parole conosciute;
        b) – la regolarità e prevedibilità del rapporto fonema/grafema.

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