Il West Nile Virus (febbre del Nilo) e il morbus anglicus

In questi giorni il West Nile Virus occhieggia sulle pagine di tutti i giornali, ma è estate, e questo genere di notizie, che finiscono in prima pagina anche se non costituiscono di certo un’emergenza, sono ciò di cui la stampa si nutre.

corriere 30_7_2018 prima pagina
Dal Corriere della Sera in rete di oggi: la traduzione non è nemmeno riportata.

Il West Nile Virus (con le iniziali maiuscole per renderlo ancora più americano), altre volte detto anche West Nile Fever, non è altro che la febbre del Nilo (occidentale, se proprio si vuole specificare inutilmente), come sarebbe naturale dire se un altro morbo non affliggesse la nostra classe dirigente e i giornalisti. Si tratta naturalmente del morbus anglicus, per dirla con Arrigo Castellani, e cioè la “malattia” che ci fa preferire le espressioni in inglese, con il risultato che parola nuova dopo parola nuova, l’italiano si impoverisce e regredisce.

A dire il vero questo virus non è nuovo, è stato individuato negli anni Trenta nel distretto West Nile – cioè del Nilo occidentale – dell’Uganda, e da qui è nato questo nome. La diffusione del fenomeno negli Stati Uniti e anche in Europa è però avvenuta sporadicamente solo negli anni Novanta e negli anni Duemila. È l’ennesimo morbo trasmesso dalla puntura di alcune zanzare e provoca febbre alta che in qualche caso può condurre alla morte.

Niente di nuovo sotto il sole, anche la febbre gialla è causata da un virus simile, così come l’atavica malaria detta anche paludismo (benché invece di un virus l’agente patogeno incriminato sia un protozoo).  La novità è che, nel Duemila, il nome che si dà alle cose nuove è in inglese e sui giornali è il West Nile Virus a rappresentare l’urlo sulle prime pagine, mentre la traduzione comprensibile a tutti che dovrebbe essere naturale per un popolo la cui lingua dovrebbe essere l’italiano, compare, se compare, come sinonimia secondaria solo nel corpo degli articoli.

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Sbatti il monster in prima pagina: su La Stampa l’anglicismo è urlato nel titolo in grande, mentre la traduzione, virgolettata come fosse un’espressione impropria, è una spiegazione che compare solo nel sommario didascalico.

 

In questo modo il virus linguistico dell’itanglese viene veicolato dai mezzi di informazione che lo diffondono e fanno sì che la gente lo ripeta. La tendenza si inverte solo scorrendo non le prime pagine dei giornali, dove l’inglese nei titoloni è voluto e funzionale a creare qualcosa di nuovo e di esotico che suscita curiosità, ma nelle pagine locali. Solo in questo caso la prospettiva si inverte, e l’italiano febbre del Nilo compare nei titoli, perché il pubblico delle notizie locali attento al proprio orticello privilegia la chiarezza e l’italiano, e dunque è l’anglicismo a essere relegato nel pezzo come sinonimo.

repubblicaBO2agosto2016
La Repubblica: le pagini locali di Bologna in un articolo del 2016. In questo caso l’italiano veniva privilegiato nel titolo, sia perché l’espressione inglese non era ancora così nota, sia perché gli articoli locali seguono logiche comunicative più attente all’esigenza dei lettori interessati a eventi italiani.

Passando dalla stampa agli organi istituzionali è interessante sottolineare, e denunciare, che sul sito del ministero della salute c’è solo l’inglese, le parole “febbre” e “Nilo” non compaiono, si vede che nemmeno viene in mente a chi lo gestisce che sarebbe opportuno parlare l’italiano.

Sulla pagina dell’Istituto superiore di sanità è definito anche febbre West Nile, ma la parola Nilo manca. C’è solo Nile. Del resto in ambito medico e scientifico la rinuncia a parlare l’italiano in nome dell’internazionalismo è spesso data per scontata (con buona pace degli scienziati che in passato si sono staccati dal latino proprio per creare un linguaggio scientifico rigoroso e splendido in italiano: Galilei, Redi, Vallisneri, Spallanzani, Volta…).

Il morbus anglicus che ci fa vergognare di usare l’italiano è questo, e molto spesso è endemico, non ci sono solo gli anglicismi importati dagli Stati Uniti, troppo spesso siamo noi che senza nessun motivo preferiamo dire le cose in inglese, o meglio la classe dirigente di oggi, dai giornalisti ai medici, dagli intellettuali agli imprenditori e ai grandi “manager” che impongono l’itanglese nel linguaggio aziendale dei loro dipendenti.

In Francia, se cerchiamo “West Nile” nei titoli degli articoli de Le Monde, troviamo 5 pezzi che usano l’inglese, contro 13 che si esprimono in francese (Virus du Nil occidental). Scorrendo il quotidiano spagnolo El Pais, invece, l’inglese non esiste proprio, c’è solo il virus del Nilo occidental.

el pais
Su El Pais la febbre del Nilo è chiamata in spagnolo anche nei titoli.

 

È auspicabile che questa febbre del Nilo non dilaghi, naturalmente, ma se mai il fenomeno non dovesse arginarsi, è altrettanto auspicabile chiamarlo in italiano. Questo virus, questa moda e questo complesso di inferiorità che ci fa parlare inglese per sentirci più moderni è davvero insopportabile, deleterio e ridicolo.

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