Itanglese: 2 punti di vista dall’estero

Pubblico un paio di contributi che mi sono arrivati dall’estero, sul tema dell’itanglese; mi sembrano molto utili per comprendere altri punti di vista, rispetto a quello interno italiano, soprattutto di molti linguisti che continuano a non rendersi conto e a sottovalutare come l’inglese stia snaturando la nostra lingua.

 

Daniele Pelliccia dall’Australia: le “parole donnola” di Don Watson

Daniele Pellicia: “Le scrivo per ringraziarla del lavoro che sta facendo. È stato un piacere per me scoprire quello che scrive. Io vivo da anni in Australia e ho assistito da lontano al diffondersi di tanti termini inglesi (spesso a sproposito) nell’italiano. Le volevo segnalare una campagna simile in molti aspetti alla sua per l’italiano, portata avanti qui in Australia da Don Watson, uno scrittore e saggista che lamenta il progressivo impoverimento dell’inglese per via dell’avvento di un certo tipo di linguaggio manageriale (e ‘politichese’) che sta svuotando di significato molte parole.”

La frase (…) “weasel words” è stata coniata dallo scrittore australiano Don Watson. (…) ha fatto notare come la lingua inglese sia in decadenza per via dell’uso massiccio e incontrollato di un certo tipo di linguaggio aziendale, tecnico, asciutto, noioso. Questo linguaggio ha trasformato molte parole in “parole della donnola”, espressione che allude al fatto che la donnola va in cerca di uova nei nidi degli uccelli. Trovatili, pratica un buchino sui gusci e succhia via le uova lasciando dietro gusci intatti, ma vuoti. Allo stesso modo, il tipico linguaggio della dirigenza aziendale, infestando tutti i meandri del discorso pubblico, ha trasformato molte parole in gusci vuoti, privi di significato (tra l’altro, andatevi a leggere La manomissione delle parole, bellissimo saggio di Gianrico Carofiglio, stessi temi). Le parole della donnola servono a nascondere il significato invece che rivelarlo. Servono a rendere incomprensibili le parole dei politici, o le postille in calce ai contratti telefonici, oppure il significato di strumenti finanziari, così come i moduli da compilare in qualche ufficio pubblico. Servono a mantenere tanta parte della popolazione in condizione di sudditanza culturale, oltre che sociale.

[Leggi l’articolo integrale di Daniele Pelliccia].

Daniel De Poli dalla Francia: l’importanza di una politica linguistica e l’inglese che diventa una lingua extracomunitaria

Daniel De Poli: “Ho letto con interesse i vostri articoli sulle parole inglesi. Io sono francese e penso che in Italia non è possibile lottare contro gli anglicismi perché non avete una politica terminologica come c’è in Francia o in Québec. Questa politica ci permette de tradurre moltissimi termini inglesi, che vengono dopo usati naturalmente dai francofoni. È già da tempo che noi usiamo ordinateur o logiciel al posto di computer o software (oralmente mai usati da nessuno). Ma ci sono moltissimi esempi di questo tipo, che potete trovare sul famoso gran dizionario terminologico.”

Risposta: Sono d’accordo, il problema, in Italia, è che non esiste una politica linguistica, oltre che terminologica, e io mi batto proprio perché vorrei che il mio Paese seguisse l’esempio di Francia e Spagna. Però il problema non è solo questo: un intervento dello Stato a tutela della lingua italiana sarebbe utile per far emergere la questione, ma non sufficiente. Il ginepraio italiano è che i mezzi di informazione (e più in generale la classe colta e dirigenziale del mondo della scienza, del lavoro, dell’economia…) preferiscono le parole inglesi e ricorrono all’inglese anche in presenza di alternative italiane storiche. Sui giornali  (soprattutto nei titoli, gridati in bella vista) la frequenza per es. di leader invece di guida/capo, pusher/spacciatore, fake news/bufale… si sta spostando quasi esclusivamente sugli anglicismi, come è facile verificare consultando gli archivi digitali dei giornali. La conseguenza di questo linguaggio è che la gente poi ripete naturalmente queste parole e le alternative italiane escono dalla disponibilità dei parlanti, oppure risultano obsolete e suonano antiche. Il linguaggio della moda, per es., un tempo infarcito di francesismi oggi è prevalentemente itanglese, tutto è glamour e dai fuseaux si è passati ai leggins, dalle paillettes al glitter… e parlare di trucco invece che di make-up, o di parrucchiere invece di hair stylist è diventato un linguaggio antico.
La Costituzione francese indica che il francese è la lingua ufficiale, da noi no, anzi, l’inglese è introdotto nelle leggi dai politici (jobs act, spending review, spoil system, il presidente del consiglio è ormai chiamato premier…) e la legge Toubon in Italia è stata derisa e attaccata da molti linguisti importanti, perché evoca gli spettri del passato, le proibizioni linguistiche di epoca fascista. Sarebbe necessario dunque un cambiamento culturale, un “cambio di paradigma”, una riflessione su quello che sta accadendo in Italia che porti a spezzare la moda di preferire l’inglese e di vergognarci di dirlo in italiano, schiacciati da un senso di inferiorità davanti alla cultura inglese. Questo è il problema principale.

Daniel De Poli: “In Francia, le emittenti televisive e radiofoniche devono utilizzare i termini ufficiali francesi, come indicato in questa pagina del Consiglio superiore dell’audiovisivo (CSA). Questo desiderio di evitare anglicismi si ritrova anche nel regolamento di France Télévisions:

«Il personale è tenuto ad usare correttamente la lingua francese, in conformità con le disposizioni della legge n. 94-665 del 4 agosto 1994. Si astengono, in quanto tali, dall’usare termini stranieri quando hanno un equivalente in francese.»

Più in generale, tutte le istituzioni pubbliche francesi devono utilizzare i termini ufficiali francesi nelle loro comunicazioni, come indicato nell’articolo 11 del decreto n. 96-602 del 3 luglio 1996. Se la Costituzione francese indica che il francese è la lingua ufficiale, e quella italiana no… non è troppo tardi per farlo. Se la legge Toubon in Italia è stata derisa e attaccata, bisogna tenere in considerazione che è sempre in vigore e ha permesso di frenare l’anglicizzazione del mondo del lavoro. In Francia, l’inglese non può legalmente essere lingua di lavoro in una società con sede in Francia, sia essa francese o straniera. Infatti, non appena una società viene stabilita in territorio francese, tutti i documenti di lavoro, incluso i software (logiciel in francese), devono essere disponibili in francese. Alcune società sono state severamente sanzionate negli ultimi anni dai tribunali per l’uso illegale dell’inglese. Ad esempio, la società americana GEMS nel marzo 2006, è stata multata di 570.000 euro per aver trasmesso documenti in inglese senza traduzione ai suoi impiegati francesi. Allo stesso modo per Danone.
Comunque, una buona notizia c’è. Ed è che la pressione degli anglicismi sarà sicuramente molto meno forte nei prossimi anni perché l’inglese cesserà di essere lingua ufficiale e lingua di lavoro dell’UE a partire dal 2019, quando il Regno Unito sarà uscito dall’UE. In effetti, questo paese è il solo ad avere scelto l’inglese come lingua di comunicazione con le istituzioni europee (l’Irlanda ha scelto il gaelico e Malta il maltese). Sparito l’inglese, resteranno due lingue di lavoro in Europa: il francese e il tedesco. E sarà sicuramente il francese a essere la nuova lingua franca delle istituzioni europee, perché questa lingua ha un peso geopolitico internazionale molto più forte di quello del tedesco e perché molti stati europei fanno parte dell’Organizzazione internazionale della Francofonia o vogliono farne parte. Per di più, le tre capitali dell’Europa (Bruxelles, Lussemburgo et Strasburgo) sono tutte tre francofone. Non dimentichiamo anche che l’egemonia attuale dell’inglese in Europa fa guadagnare 10 miliardi di euro alla Gran Bretagna, soldi che vengono dalle tasche degli altri Europei. Come si potrà dire in futuro che l’inglese è una lingua franca se è assente in uno dei tre poli di potenza mondiali che è l’Unione europea? [Daniel De Poli, Illkirch France].

14 pensieri su “Itanglese: 2 punti di vista dall’estero

  1. Interessantissimo il discorso sulle “parole donnola”, a dimostrazione che il problema è globale, e intrigante l’ipotesi francese: torneremo alla moda ottocentesca dove tutti in Europa usavano il francese come lingua franca? In fondo i grandi romanzieri russi infarciscono ogni pagina di francesismi, ci avevano visto lungo! ^_^
    Coincidenza vuole che ieri, preparando un post per oggi del mio blog alieno, mi sia incagliato su un Predator “leader”. Da quando ti conosco ho aumentato gli sforzi per evitare inglesismi quando esistono corrispettivi italiani, ma come tradurre un Predator leader di una caccia, che cioè letteralmente conduce i suoi sottoposti sul campo? Condottiero e duce mi sembrano tecnicamente calzanti ma ormai impossibili da usare. Alla fine ho risolto con un impreciso “capo della caccia”: possibile che una lingua ricca di storia si sia ridotta così al lumicino?

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    • Caro Lucius, il problema delle “traduzioni” degli anglicismi incipienti o degli occasionalismi come “predator leader” (forse “capobranco” potrebbe rendere bene?) non riguarda tanto il “come” tradurre, adattare o rendere, quanto il “chi” lo può fare? E’ evidente che i giornalisti preferiscono l’inglese e lo importano appena possono; gli addetti ai lavori dei vari linguaggi di settore fanno altrettanto. Non abbiamo organi che si occupano delle alternative, l’accademia della Crusca si occupa di altro… dunque oltre a usare alternative italiane quando esistono (ma spesso anche se esistono non si usano e il lessico italiano si depaupera giorno dopo giorno) chi può creare neologismi, adattamenti o alargamenti di significato di parole storiche? Un tempo questo ruolo di traduzione apparteneva agli scrittori e ai traduttori di libri, e da qui le parole entravano poi nei dizionari. Dall’avvento del sonoro (radio, cinematografo e tv) l’unità linguistica è stata fatta dai mezzi di informazione, ma oggi non è più così e quelli che un tempo hanno contribuito enormemente all’unificazione linguistica (l’italiano che parliamo non ha nemmeno 100 anni, precedentemente si usava per scrivere libri ma non per parlare) oggi la stanno anglcizzando. E’ solo l’uso che fa la lingua, e tu puoi anche usare “capo della caccia” ma se la comunità continua a usare anglicismi… inevitabilmente si radicano, e i tuoi sforzi si vanificano, per quanto lodevoli. A meno che il tuo pezzo del blog alieno non diventi un modello di riferimeto e un precedente che altri seguano, e te lo auguro di tutto cuore.

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      • ahahah la vedo difficile 😛 diciamo che è più un mio puntiglio, perché bazzicando il fandom alieno ho incontrato così tanti termini impossibili da tradurre (tipo “facehugger”, che alla Mondadori hanno davvero tradotto con “stringifaccia”!) che quando posso trovare alternative faccio di tutto per usarle. (Per esempio la caccia è uno sport antico ma l’italiano è privo di termini venatori così come di riti antropologici, così quando è uscito “Young Blood” ci hanno provato a tradurre “Primo Sangue”, ma ha prevalso “Rambo”. E la società dei Predator, impostata sui ranghi Young Blood, Blooded Warrior e Unblooded, rimane impossibile da tradurre in italiano. Si può lavorare solo su leader 😛 )

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  2. Quando lavoravo in azienda, l’inglese si faceva strada soprattutto dall’alto: erano infatti i dirigenti, che viaggiavano all’estero e avevano contatto con fornitori esteri, a introdurre i termini stranieri. I colletti blu, completamente estranei a questi rapporti, proseguivano con il loro linguaggio di sempre e dicevano “programma” anziché “software”, “al più presto” anziché “ASAP”. Ma chi voleva mostrarsi “aperto al cambio e collaborativo” doveva adeguarsi e parlare la lingua dei capi, onde sembrare un ignorante di infima categoria, un mero operaio. Le interfacce linguistiche (cioè le persone esposte a due contesti linguistici, come chi, per lavoro, comunica in due lingue) non sono sempre dotate degli strumenti giusti per trovare il traducente più adatto. A questo si aggiunge il fascino che i termini stranieri hanno sempre esercitato sugli italiani (tant’è che avevo inizialmente digitato “l’allure che hanno sempre esercitato”). Il francese, considerato raffinato, colto, altolocato. L’inglese, la lingua della persona globale, cosmopolita, senza barriere. Poi c’erano alcune “parole diversamente italiane”. Ricordo ancora un giovane consulente fresco di MBA alla Bocconi che venne a presentarci un “Piano di efficientamento dell’edificio” (traduzione bocconiano-italiano: un piano per migliorare l’efficienza energetica dell’edificio)

    Per quanto riguarda le traduzioni e il ruolo dei traduttori, anche loro devono confrontarsi con vincoli spaziali (un titolo in inglese è succinto, in italiano la traduzione fedele potrebbe occupare più righe) e con il gergo aziendale descritto sopra. Per assurdo, a volte usare l’italiano può ostacolare la comunicazione in un contesto italianissimo, proprio perché già pesantemente (ed inevitabilmente) contaminato. Infine, nelle multinazionali, usare termini inglesi può aiutare a fare sentire parte dello stesso gruppo. Il dirigente italiano è un Area Manager tanto quanto quello del Regno Unito, ma se è un Responsabile regionale sembra che gestisca solo una regione italiana).

    Su internet esistono pagine ironiche che parlano dell’iTelefono di Stefano Lavoretti, che sostengono che se si fosse chiamato così non sarebbe mai diventato nessuno.

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  3. Spero bene che non sia il francese a diventare la lingua franca delle istituzioni europee e non vedo perché dovrebbe essere meglio dell’inglese, dovremmo liberarci dal “giogo” quest’ultimo per passare al giogo del francese? Vade retro.

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    • Ciao Gretel, a dire il vero nella comunità europea esiste un plurilingismo teorico, anche se di fatto prevale l’inglese, ma poiché il pluralismo è una ricchezza e non un ostacolo alla via del monolinguismo internazionale che dovrebbe condurci tutti a parlar l’inglese, credo che un esempio intelligente cui guardare possa essere quello della Svizzera, dove appunto le lingue sono 3.

      Indubbiamente l’uscita del Regno Unito dalla UE pone anche il problema di modelli diversi da quelli dell’inglese, se deve esserci una lingua franca istituzionale. Credo che di fatto il ruolo dominante dell’inglese che si impone in tutto il mondo per l’espansione delle multinazionali e per la globalizzazione sarà difficile che retroceda. Però parlare del “giogo” è un approccio che non condivido. Vediamo di non confondere lingua franca e colonizzazione lingustica.

      Posto che l’inglese diventa una lingua extracomunitaria, la questione che si apre va affrontata e non è da sottovalutare, dal punto di vista istituzuonale della UE. Venendo invece all’interferenza con la nostra lingua, sul piano interno, la differenza tra inglese e francese sta nel fatto che i substrati secolari del francese hanno influenzato e arricchito la nostra lingua di migliaia di parole perfettamente assimilate e adattate, e quelle non adattate nei dizionari sono circa 900. Gli anglicismi non adattati sono invece circa 3.500, sui dizionari, entrati al 95% dal 1946 a oggi. Ma la nuvola degli occasionalismi ed espressioni all’inglese spesso reinventate che si trovano sulla stampa sono molti di più. Ciò precisato, l’italiano, come tutte le lingue e le culture locali, devono coesistere senza “gioghi” e l’italiano, se vuole sopravvivere senza snaturarsi, deve riappropriarsi della capacità di evolvere in modo autonomo, anche attraverso l’interferenzea delle altre lingue che deve però saper assorbire, come ha fatto con lo spagnolo, il francese ma non è in grado di fare con l’inglese.

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  4. Credo sia d’obbligo una precisazione: l’inglese NON diventerà una lingua extracomunitaria e quindi non cesserà di essere lingua ufficiale e lingua di lavoro dell’UE. È una notizia imprecisa che circola da tempo ma che è stata smentita subito dopo il referendum sulla Brexit dalla Rappresentanza in Irlanda della Commissione europea con questa dichiarazione. Viene spiegato che il regime linguistico delle istituzioni europee è deciso dal Consiglio (cfr. art. 342 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea) e ogni modifica deve essere votata all’unanimità, quindi anche dall’Irlanda. Sottinteso: l’eliminazione dell’inglese non è automatica e, se anche venisse richiesta, si può dare per scontato che l’Irlanda non la voterebbe.

    Una precisazione anche su “l’inglese è introdotto nelle leggi dai politici (jobs act, spending review, spoil system)perché in realtà, a parte alcune eccezioni, i politici usano anglicismi che poi però non appaiono nel testo delle relative leggi. Esempi recenti: la campagna Semplice come Peppe spiega cosa si può fare “grazie al FOIA” ma il decreto a cui fa riferimento non contiene né l’acronimo né la sua forma estesa Freedom Of Information Act. stessa cosa per i decreti relativi al Jobs Act, o alla legge sui whistleblower. Nei documenti ufficiali la spending review diventa revisione sulla spesa. Sono ovviamente del tutto d’accordo che il comportamento dei politici è inaccettabile: se ci si rivolge a tutti i cittadini, l’uso di anglicismi è come minimo una mancanza di rispetto e crea solo confusione, soprattutto se poi non c’è alcun riscontro nelle leggi.

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  5. Aggiungo anche che andrei un po’ più cauta prima di affermare che siamo assistendo a una nuova forma di colonialismo da parte delle multinazionali che imporrebbero la nomenclatura e il monolinguismo della casa madre. In realtà, se si deve comunicare con i colleghi all’estero serve una lingua comune e l’inglese è semplicemente la soluzione più pratica. Come fa notare Isa, non sempre chi opera in questi ambiti ha gli strumenti giusti o anche solo un minimo di sensibilità linguistica per trovare equivalenti nella propria lingua (che spesso ci sono già). Ricorrere a parole inglesi in un contesto multinazionale italiano è banalmente meno faticoso e non si rischiano fraintendimenti, non c’entrano ideologie o altre oscure manovre.

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    • Ciao Licia.

      1) Sulla questione dell’inglese come lingua d’Europa va precisato che l’Unione europea è attualmente fondata sulla piena autonomia, anche linguistica, di ogni singolo Paese. Sono i parlamentari eletti localmente a dovere comunicare tra loro attraverso le lingue comuni (di fatto l’inglese), e non i cittadini europei. Dunque l’inglese non è la lingua ufficiale d’Europa come affermi. Hai ragione invece a precisare che la presenza dell’Irlanda non pone l’inglese come lingua extracomunitaria, ma politicamente il peso dell’Irlanda non è equiparabile a quello di paesi come Francia o Germania.

      Ciò chiarito, visto che il processo di unificazione economico dell’Europa con il passare del tempo è sempre più politico, in tanti pensano che se questa strada prima o poi evolverà dalla somma degli Stati a una vera e propria comunità democratica,si porrà anche il problema di una lingua comune: vedi per es. Tullio De Mauro, “In Europa son già 103. Troppe lingue per una democrazia?” Laterza, Bari-Roma, 2014.
      Che questa debba essere l’inglese è tutto da vedere, e l’uscita del Regno Unito pone questioni che saranno da discutere, c’è anche chi guarda all’esperanto come una soluzione praticabile, e altri che, come dicevo, guardano al modello pluralistico svizzero come un esempio da seguire.

      2) Hai perfettamente ragione a dire che spesso gli anglicismi dei politici non corrispondono ai testi delle leggi, e infatti ormai si parla di “governatori” delle regioni all’americana, un titolo estraneo al nostro ordinamento, come di premier anziché di Presidente del consiglio. Non sempre è così però, e per es. nel caso di spoils system l’anglicismo è introdotto nelle leggi senza alternative… e in questo caso (come in altri per es. copyright/diritto d’autore) il problema è una incommensurabilità, non una intraducibilità, tra l’ordinamento giuridico italiano e quello anglosassone: nel caso di spoils system il problema è che per l’ordinamento inglese non ha nessuna connotazione negativa, mentre da noi la lottizzazione, la spartizione degli incarichi, il clientelismo o il nepotismo hanno un’accezione negativa, perché lo spoils system è del tutto estraneo alla nostra tradizione giuridica, e infatti il dibattito sulla sua costituzionalità, quando è stato introdotto, ha suscitato molti dubbi e molti ricorsi legali.

      Ciò detto l’espansione delle multinazionali ha portato all’entrata nelle nostri leggi di termini imposti come franchising, leasing o performance bond che si propagano intoccabili in tutto il mondo: non lo dico io ma Francesco Galgano uno dei massimi giuristi italiani… https://diciamoloinitaliano.wordpress.com/2017/09/22/gli-anglicismi-che-penetrano-nel-linguaggio-delle-istituzioni-e-delle-leggi/.

      Infine tieni presente che il linguaggio giuridico non è fatto solo di “leggi” ma anche di sentenze e gli anglicismi abbondano (compresi quelli politici e giornalistici come mobbing, stalking ecc…) nel linguaggio della giurisprudenza e anche in quello tributario, vedi per es. la petizione dell’avv. Maurizio Villani.

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  6. Non mi pare di avere mai affermato che l’inglese è “LA lingua ufficiale d’Europa” (?), quello che ho voluto sottolineare invece è che è improbabile che dopo la Brexit l’inglese smetta di essere UNA delle lingue ufficiali dell’Unione europea – 24 in tutto, cfr. Quali sono le lingue ufficiali dell’UE?. Anche in questo caso, le considerazioni pratiche sono destinate a prevalere sulle motivazioni politiche: nelle istituzioni europee la maggior parte dei documenti sono redatti in inglese da funzionari per il quali l’inglese non è la madrelingua ma la principale lingua di lavoro (il cosiddetto Euro-English), difficile e soprattutto poco pratico che vi rinuncino.

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    • Non escluderei che dopo la Brexit la posizione dell’inglese (e quindi la sua influenza sull’italiano) addirittura possano aumentare, perché a questo punto l’inglese apparirà essere più “neutrale” e quindi il suo primato più legittimo e non più discriminante, benché in realtà una piccola minoranza d’anglofoni nativi (Irlandesi) o seminativi (Maltesi e europei con origini familiari da Paesi anglofoni) sarà di fatto ultraprivilegiata e quindi la diseguaglianza di punti di partenza rimarrà (sarebbe un po’ come se si scegliesse come lingia franca il danese o lo slovacco).

      Infine mi sia concessa una riflessione: qui si tratta d’inglese e d’italiano, d’accordo, e quindi quanto segue potrebbe sonar fuori tema, tuttavia io penso che quando si riflette sul ruolo dell’italiano non si debba mai dimenticare che l’Italia è sempre stata una realtà plurilingue: le persone più colte – e ciò durò secoli – alternavano a seconda della situazione italiano, francese, latino e una o più dialetti, i meno colti non avevano accesso, è vero, alle grandi lingue di cultura, ma dobbiamo supporre che situazioni di pluridialettalismo (che psicolinguisticamente è pur sempre plurilinguismo) non fossero rare, speciamente tra le popolazioni delle isole linguistiche, in passato molto più numerose di quelle superstiti.
      Una battaglia culturale per la dignità dell’italiano appare secondo me inseparabile da una battaglia per il rispetto e valorizzazione di tutte le eredità linguistiche del nostro Paese (in quale vorrei che s’affretattasse a ratificare la Carta europea delle lingue minoritarie e regionali), comprese, nei limiti del possibile e ragionevole, quelle dei “nuovi italiani” che arricchiscono questa sinfonia linguistica col loro apporti dal Sud o dell’Est del mondo.

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      • Grazie della riflessione Giovanni.

        Sì, è possibile anche che l’inglese rimanga lingua franca per motivi di neutralità, oppure pratici, chi vivrà vedrà. In effetti le considerazioni sull’Europa erano a margine del problema del travaso dell’inglese nell’italiano di cui mi occupo.

        Hai ragione che abbiamo una tradizione storica bilingue e anche plurilingue e concordo anche nella valorizzazione dei dialetti, quest’ultimo punto ormai risolto da tempo: se una volta erano combattuti come segno di ignoranza dell’italiano, dopo che l’unificazione linguistica si è compiuta sono stati recuperati come un segno culturale di cui non vergognarsi, una fonte di ricchezza. Tra i neologismi sono molte le voci dialettali o regionali che poi sono entrate nel dizionario negli ultimi decenni. La salvaguardia dell’italiano la vedo proprio in un modo simile, il rischio è che si trasformi in un dialetto d’Europa adatto alla conversazione locale ma incapace di descrivere le novità tecnologiche, scientifiche o del presente perché si dicono in inglese; e incapace di creare autonomamente i nelogismi necessari senza ricorrere all’inglese.

        Sull’apporto degli italiani che arrivano dall’estero a dire il vero, in una realtà così multietnica come quella attuale, mi fa impressione che gli unici scambi linguistici con queste culture siano quelli gastronomici, i waton cinesi, il kebap turco, lo zighinì africano… ma non c’è molta traccia di forestierismni che arrivano in questo modo, sono pochi. I forrestiersmi tra l’altro non sono da condannare a prriori, né sono un male, anzi possono arricchire. Il problema è la quantità. Nel caso dell’inglese siamo davanti a un’entrata che ci travolge, pericolosa per il numero, la frequenza, il cambiamento del lessico e quello dei suoni della nostra lingua. E un problema oggettivo di quantità e penetrazione, non un problema di purismo. E una tutela dell’italiano soprattutto nella lingua ufficiale o istituzionale credo che sarebbe necessaria.

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        • Forse sono stato parzialmente frainteso: quando parlavo delle lingue migranti e di quelle minoritarie/dialettali non mi riferivo all’apporto lessicale che può venirne all’italiano, bensì al fatto che credo che si debbano creare anche spazi di vivibilità e di visibilità anche per queste realtà linguistiche in quanto tali, e che si debba pertanto incoraggiare un multilinguismo attivo che includa anch’esse. D’accordo che è più importante sapere l’inglese del napoletano o il tedesco dell’albanese, ma il bilinguismo quotidiano, più naturale quando s’ha a che fare nella propria parentela o nel proprio vicinato con parlati nativi (e quindi più facilmente dialettofoni o migranti che, per rimanere nell’esempio, anglofoni o germanofoni), non nuoce assolutamente, anzi secondo alcuni favorisce, l’apprendimento d’ulteriori lingue “più utili”.
          PS. Non direi che la questione dei dialetti (ma chiamiamoli con un termine tecnico più aggiornato: lingue collaterali) sia “risolto da tempo”: sarà invece “risolto” (anche se non nel senso che auspico) tra pochi decenni, quando saranno scomparsi gli ultimi parlanti, visto che la trasmissione naturale (diciamo per inculturazione) è in genere scomparsa e quella organizzata per acculturazione) non esiste salvo poche eccezioni.

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