Campagna: io gli auguri li faccio in italiano

Io gli auguri li faccio in italiano. Non mando né mi fa piacere ricevere Merry Christmas, Happy Christmas, Merry Xmas and Happy New Year e tutte queste ridicole espressioni che non mi appartengono, che non ci appartengono. Queste formule le lascio agli auguri automatici delle multinazionali della Rete e alle pubblicità globalizzate, sulla cui autenticità non è il caso di spendere parole.
Io non mangio tacchino per festeggiare il Natale, preferisco le tradizioni locali.
Pandoro o panettone? Cenone della vigilia o pranzo di Natale?
Non importa. La vera ricchezza sta proprio nella varietà delle culture, della gastronomia e delle tradizioni locali. E vale anche per la lingua.
Chi pensa di essere internazionale esprimendosi con inutili formule in inglese, che magari invia agli zii Pini, seppellisce la nostra storia, taglia le nostre radici, contribuisce, spesso in modo inconsapevole, a uccidere la nostra identità per diffondere una globalizzare delle feste sui modelli stereotipati che i colossi del consumismo cercano di imporre in tutto il mondo perché fa loro comodo.

Questo è quello che rispondo alle tante missive virtuali che in oggetto hanno titoli in inglese, nella speranza di donare a tutti un po’ di consapevolezza e di stimolare la riflessione.

Buone feste, buon Natale e felice anno nuovo…

Italiano, francese, spagnolo e tedesco di fronte agli anglicismi

Davanti all’interferenza dell’angloamericano e agli anglicismi, non c’è confronto tra ciò che sta accadendo in Italia e quanto accade in Francia e Spagna.

Ho già mostrato la grande differenza tra il francese e l’italiano che si evince dall’analisi della Wikipedia, dal fatto che c’è la legge Toubon e che esiste una politica linguistica. La sensibilità verso l’italiano sembra più spiccata anche in Svizzera che da noi, e le politiche linguistiche che in Italia sono un tabù esistono in tanti Paesi, persino in Cina.

Nel caso dello spagnolo, la differenza è ancora più evidente, ma su questo tema non potrei aggiungere molto al saggio di Gabriele Valle, “L’esempio della sorella minore”: è lo studio comparativo più esaustivo e inoppugnabile in circolazione.

L’orgoglio ispanico

Non resta che invidiare la fierezza e l’orgoglio degli spagnoli che sanno ancora tradurre e adattare le parole – come accade nelle lingue sane – che da noi vengono spacciate per necessarie o intraducibili, solo perché la nostra classe dirigente non le vuole o non le sa italianizzare e preferisce inseguire la strategia comunicativa di dire le cose in inglese.
E così, mentre noi diciamo baby sitter in spagnolo si dice canguro, una bellissima metafora che non ha bisogno di spiegazioni nel suo sapere evocare il concetto, e mentre noi sin dagli anni Sessanta andiamo fieri di indossare i jeans (che parola intraducibile, anche se deriva dall’italiano!) in Spagna li chiamano vaqueros. E infatti lo spanglish, al contrario dell’itanglese, non è il cedimento dello spagnolo davanti agli anglicismi, viceversa è un ibrido dove è lo spagnolo a irrompere e a ritornare nell’angloamericano delle comunità ispaniche d’oltreoceano.

Quando una parola inglese si impone nel mondo spagnolo di solito la si pronuncia alla spagnola, come nel caso di wi-fi (pronunciato alla francese anche in Francia) ricordato anche dal presidente dell’Accademia della Crusca Claudio Marazzini nel suo recente intervento agli Stati generali della lingua italiana.

Da noi no. Ci vergogniamo a storpiare l’inglese. E così noi utilizziamo un verbo come whatsappare  mantenendo la sacralità inviolabile della radice inglese, e gli spagnoli adattano in wasapear, come nota Serena Casagrande  (“Gli anglicismi nella lingua spagnola: quando e come usarli”) a cui rubo una citazione:

Ogni lingua ha qualcosa che la rende unica, porta con sé un’espressività diversa da quella delle altre lingue. Diventare parlanti esclusivi di una lingua globale a discapito della diversità ci farà prima o poi perdere il contatto con le nostre radici linguistiche e con la cultura di cui ogni lingua è il veicolo principale.

In Italia “il contatto con le nostre radici” in troppi casi è perduto, e come mi ha fatto notare Gabriele Valle, un libro spagnolo come quello di Alicia Giménez-Bartlett: Mi querido asesino en serie, (Destino, 2017) nella traduzione italiana di Sellerio diventa Mio caro serial killer… perché “assassino seriale” da noi non si può più proporre: serial killer è diventato simbolicamente un prestito sterminatore.

mio caro serial killer

E se guardiamo le classifiche dei libri su Amazon in spagnolo possiamo leggere:
“Clasificación en los más vendidos de Amazon” mentre da noi “i più venduti” cede il posto all’immancabile bestseller: “Posizione nella classifica Bestseller di Amazon”.

Una tesi di laurea di Cinzia Filannino

Su questi confronti, segnalo la tesi fresca di discussione di Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, l’ho trovata molto esaustiva (chi volesse vederne un video riassuntivo molto semplice e divulgativo lo può fare sul Tubo).

Questo lavoro si basa sull’analisi di alcune parole della politica presenti sul Corriere della Sera, che sono state confrontate con le occorrenze di El País e de Le Monde. Per esempio Jobs Act che sul Corriere della Sera compare in 2.320 articoli, dal 2014 a oggi, ma analizzando un campione di 10 articoli, solamente in 3 il termine viene tradotto o spiegato. Al contrario, “nel quotidiano El País, tutti gli articoli contengono il termine accostato alla traduzione o alla spiegazione anche quando si tratta di articoli scritti dagli stessi giornalisti a distanza di mesi (…). Per quanto riguarda il quotidiano francese Le Monde, gli articoli che parlano della riforma italiana sono 30. Su un campione di 10 articoli, il termine Jobs Act e le sue varianti sono affiancate dalla spiegazione o dalla traduzione in 8 articoli”.

Un altro esempio: stepchild adoption:

“L’espressione è citata in 288 articoli del Corriere della Sera. Su un campione di 10 articoli analizzati, l’espressione è stata tradotta e spiegata in 4 articoli su 10 (…). Digitando nella barra di ricerca dei siti di entrambi i quotidiani spagnolo e francese, stepchild adoption non compare in nessun articolo in riferimento all’Italia. Quello che è presente sotto questa voce riguarda i Paesi anglofoni, mentre quando si parla dell’istituto giuridico italiano gli articoli contengono la perifrasi usata sia per indicare il nome dell’istituto giuridico sia il tipo di adozione” e cioè la adopción del hijo del cónyuge.

Coniuge e consorte, due belle parole applicabili sia al maschile sia al femminile (dunque rispettose anche della non discriminazione del genere) che sembra che il Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca non abbia preso in considerazione nel condannare l’espressione inglese proponendo come alternative adozione del figlio del partner (non commento il paradosso di sostituire un anglicismo con un altro, ma provo un senso di vergogna e non posso che constatare la grande differenza di spessore e di stile delle accademie spagnole) o adozione del configlio (un bel neologismo coniato da Francesco Sabatini).

Tornando alla tesi di Cinzia Filannino, il totale degli articoli che ha analizzato nel dettaglio è 50 per l’Italia, 30 per la Spagna e 38 per la Francia. La motivazione del minor numero di articoli nei giornali francesi e spagnoli è disarmante:

“Mi ero riproposta di analizzare dieci articoli per ogni termine e per ciascuno dei Paesi presi in considerazione per il confronto, ma non è stato possibile in quanto gli argomenti scelti non venivano trattati nei quotidiani stranieri o presentavano pochi articoli a riguardo. Avendo scelto il quotidiano italiano come partenza per l’indagine, non era possibile fare in altro modo.”

In sintesi:

El País ha affiancato ai termini analizzati la spiegazione o la traduzione 28 volte su 30; in due casi, in quello di stepchild adoption e caregiver, l’anglicismo non era presente se non esclusivamente nella sua traduzione o eventuale spiegazione. Le Monde ha tradotto gli anglicismi 32 volte su 38. Come nel caso del quotidiano El País, gli articoli in riferimento alla stepchild adoption e al caregiver contenevano la traduzione senza termine inglese.”

Nella tabella questi numeri sono riportati nei dettagli.

Tabella_p59_tesi_Filannino
Cinzia Filannino: “Gli anglicismi nella stampa. Italia, Spagna e Francia: tre realtà a confronto”, 2018, p. 59: la percentuale di traduzioni/spiegazioni degli anglicismi che ricorrono negli articoli.

“Si può trarre la conclusione che nel Corriere della Sera, e di conseguenza nella lingua italiana, si tende a usare un gran numero di anglicismi che, quasi sempre, non vengono affiancati dalla traduzione o dalla spiegazione. Lo spagnolo è la lingua che traduce di più; il francese si trova nel mezzo.”

Sono le stesse conclusioni che, partendo da altri dati, ho sostenuto anche nel mio saggio. Le stesse che chiunque abbia un minino di onestà intellettuale non può che riconoscere, invece di negare arrampicandosi sui vetri.

E in Germania?

In Diciamolo in italiano, scherzosamente, ho usato una metafora calcistica nel fare i miei confronti tra l’italiano e le lingue dei Paesi vicini. Il risultato? Italia-Spagna 0 a 2, Italia-Francia 0 a 1. Solo nel caso di Italia-Germania ho registrato uno 0 a 0: anche il tedesco è invaso dagli anglicismi, con un paio di differenze da non trascurare, però. Per prima cosa si tratta di due lingue dello stesso ceppo per cui molte parole inglesi si mimetizzano, non costituiscono corpi estranei che violano le regole di grafia e pronuncia e passano quasi inosservati.

Inoltre, la reattività dei tedeschi è maggiore della nostra:

“Da un sondaggio del 2016 è emerso che quasi il 71% dei tedeschi è fortemente infastidito dall’abuso degli anglicismi nella comunicazione quotidiana. Ad avvalorare questo sentore c’è per esempio il caso delle ferrovie tedesche Deutsche Bahn, che proprio per il loro uso eccessivo di parole inglesi sono state accusate di parlare il “Bahnglisch” o di ostacolare la comprensione, e da qualche anno sono state costrette ad attuare una revisione del loro linguaggio. Davanti alle proteste dei cittadini, il capo dell’azienda, Rüdiger Gruber, si era impegnato già nel 2010 a restituire alle stazioni tedesche la loro impronta “germanica” e a far tornare servicepunkte quelli che erano diventati i service point. Nel 2013 l’azienda ha poi deciso di rivedere totalmente la terminologia non tedesca con cui si rivolge ai viaggiatori decidendo di eliminare parole come highlights, hotlines o bonus, per ricorrere alle alternative locali, e ha così fornito ai dipendenti un glossario di circa 2.200 termini sul tema degli anglicismi, proprio per evitarli nella comunicazione e sostituirli nell’uso quotidiano della lingua.”

Antonio Zoppetti, Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla, Hoepli 2017, pp. 24-25.

Da noi, invece, le Ferrovie di Stato usano un linguaggio sempre più anglicizzato che impongono a tutti.
Dunque siamo ultimi nel torneo: lo 0 a 0 con la Germania è una partita che abbiamo perso ai rigori, in definitiva. E spero che queste metafore calcistiche servano a riscuotere il nostro orgoglio italiano, che fuori dal calcio, sembra venire sempre meno.

La lingua delle multinazionali: traduzione, localizzazione e supercazzole terminologiche

Carla Crivello mi ha segnalato un interessante convegno che si è appena concluso in Germania sui rischi e sui benefici dell’inglese come lingua accademica sovranazionale nella ricerca e nell’istruzione superiore:

Le sfide del multilinguismo per la pratica scientifica / The challenges of multilingualism for scientific practice – 29 e 30 novembre 2018, CEL/ELC, Forum 2018, Berlino, Freie Universität.

È un tema di sicuro molto attuale e internazionale, visto che in Italia ci sono stati episodi come quello del Politecnico di Milano che ha cercato di estromettere l’italiano dall’università, e prese di posizioni preoccupate come quella di Maria Luisa Villa sulla capacità dell’italiano di esprimere il linguaggio della scienza, se continuiamo a usare l’inglese.

Ma la nostra lingua ha problemi anche più gravi. Il vero guaio è che l’inglese sta straripando nel linguaggio comune con un’intensità e una velocità senza precedenti nella nostra storia, sta facendo regredire l’italiano e lo soffoca. In questo processo, di “benefici” non se ne vedono e purtroppo la nostra classe dirigente sembra che non ne veda neanche i “rischi”.

Dalla traduzione alla localizzazione

In passato ho avuto la fortuna di lavorare con Rosa Calzecchi Onesti, straordinaria traduttrice dell’Odissea che negli anni ’60 ha reso in italiano la struttura greca e le singole parole (Odìsseo e non Ulisse) o espressioni greche in modo che ci fosse una corrispondenza, riga per riga, con il testo a fronte. Non è una traduzione “bella” o che suoni fluentissima in italiano, è una traduzione fedele alla lingua greca, che tenta di riprodurre e farci arrivare il testo originale. Questo era lo scopo della traduttrice: l’aderenza alla lingua di partenza, mi spiegò. Tutto il contrario dell’approccio per esempio della traduzione di Vincenzo Monti dell’Iliade, che pare non conoscesse affatto il greco e che, poco interessato alla lingua di partenza, sia partito da altre traduzioni con lo scopo di farne una trasposizione poetica che avesse come obiettivo la lingua d’arrivo, cioè la resa in italiano: “Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta…”.

Questi sono i due grandi approcci delle traduzioni, l’attenzione per la lingua originale e di partenza e quella per la lingua di arrivo. Oggi questo concetto che mi insegnò meravigliosamente Rosa Calzecchi Onesti è chiamato dagli anglomani target-oriented e source-oriented… come se queste che sono da sempre le basi, gli approcci e gli orientamenti della traduzione siano una trovata moderna degli studiosi di area anglosassone.

Ormai si parla sempre meno di traduzione e sempre più di “localizzazione”, un concetto che arriva dalle strategie commerciali e che è più ampio del concetto del tradurre, perché significa che se un prodotto deve essere immesso nel mercato musulmano, per fare un esempio, è più opportuno sostituire i riferimenti evocativi con quelli più adatti alla situazione. E così, una scena in cui qualcuno mangia un panino al salame sarà sostituita da qualcosa di più adatto, visto che il maiale è un tabù per quella cultura, così come una donna che prende il sole in due pezzi sarà rimpiazzata da qualcosa di più appropriato. Ma in questa grande attenzione da venditori di concetti, spesso nel localizzare non c’è alcuna attenzione né cura per la lingua.

Nell’era della globalizzazione la lingua si esporta insieme ai prodotti e viene imposta fin dove si può.

L’itanglese imposto dalle multinazionali

– Questo si chiama cheesburger, mangialo, compralo! Lo trovi solo nei nostri fast-food.
Pasti veloci?
– No non sono semplici pasti veloci, sono tutta un’altra esperienza intraducibile. Abbiamo anche il milk-shake… no non è un frullato, è di più! È la terminologia source-oriented, bellezza! È la strategia della colonizzazione culturale e consumistica. A proposito: da domani i titoli dei film te li diamo solo in lingua originale. No, non tutti i film, che sciocchezza ci tocca sentire! Solo quelli americani, mi pare ovvio.

 

ReceTASKS di Googlentemente sono stato obbligato a passare a una nuova versione di Gmail, che no… non è semplicemente la posta di Google, è una strategia commerciale ben più complessa, immersiva e avvolgente. Ci sono anche gli snippet!

– Gli snippet?! Cosa sono gli snippet?
– Non lo sai? Si chiamano così e basta. Guarda il “Gmail Tutorial – Snippets”! E poi tra le novità ci solo le keep!
– Le keep? Le note non era meglio?
– No! “Benvenuto in Google Keep Annota i tuoi pensieri.”
E se non ti basta ci sono i Tasks.
“Scopri Google Tasks. Tieni traccia in un unico posto delle cose più importanti da fare”. Fa’ come ti diciamo noi. Dillo come lo diciamo anche noi. Pensa come noi. Aiutaci a profilarti anche il buco del culo, nel tuo interesse, si intende: è per migliorare la tua user experience

Io sono stufo di queste supercazzole chiamate a questo modo che giorno dopo giorno, vocabolo dopo vocabolo, stanno rendendo l’italiano una roba da museo.

Colonialismo linguistico e comunicazione della prepotenza

Dai vecchi e sani principi della comunicazione, cioè adottare il linguaggio adatto al destinatario, che oggi si chiama target, siamo passati alla comunicazione dell’imposizione e della prepotenza: ti vendo il mio prodotto (non importa se è tecnologico come un set-top-box o culturale come il coaching) e ti impongo la mia terminologia e la mia visione del mondo.

Davanti a questo colonialismo di merci e di cultura a noi piace farci soggiogare. Dal cliente, che una volta aveva sempre ragione, siamo passati all’utente, che è sempre più suddito. È tutto precotto e pronto, in questo modo non dobbiamo più pensare, un processo molto faticoso che ci viene così risparmiato.
In Italia non si registra più alcuna reattività davanti a questo scenario globalizzato. Abbiamo rinunciato a dire in italiano tutto ciò che è nuovo e che importiamo da oltreoceano, tronfi di scimmiottarlo e di farci colonizzare (ogni riferimento a qualcosa che entra nel colon è solo casuale). E la distinzione tra prodotti, linguaggio e cultura  spesso è labile: fa tutto parte dello stesso pacchetto.

Se qualche geniale psicologo americano si inventa un “nuovo” concetto vecchio come il cucco che chiama token economy e spaccia come una grande innovazione noi lo ripetiamo a pappagallo.

Che diamine è la token economy?
In un recente e acceso confronto con un luminare della questione, dopo lunghe spiegazioni della serie: mi spezzo ma non mi spiego, è emerso che è uno strumento motivazionale basato su gettoni simbolici per premiare o disincentivare determinati comportamenti. In altre parole sono i punti fragola applicati alla psicologia comportamentistica. Ma vuoi mettere chiamarla token economy invece di economia o tecnica dei gettoni (o simbolica) come pochissimi testi fanno? Per inciso, niente da dire contro questa metodologia che può sicuramente dare ottimi risultati, la questione è solo nominalistica. Forse, però, sarebbe più onesto chiamarla senza ipocrisie psicologia dei punti fragola.

Tra le segnalazioni di anglicismi in circolazione che mi sono arrivate sul dizionario AAA, c’è anche il circle time (ancora grazie a Carla Crivello). Non l’ho inserito, perché ha una circolazione ristretta, ma andando a cercare in quali contesti è usato ho scoperto che si tratta di una metodologia didattica messa a punto da Abraham Maslow e Carl Rogers, e in pratica significa semplicemente sedersi in cerchio. Viene esaltato come una metodologia didattica rivoluzionaria e venduto come fosse un tecnicismo senza traduzione, e infatti nessuno lo traduce nei testi in “italiano” che ne parlano. Si ripete l’anglicismo come fosse un’innovazione senza precedenti e intraducibile, si decantano le straordinarie implicazioni didattiche che scaturiscono da questa collocazione dei discenti, e poco importa che sia un concetto che risale agli uomini delle caverne e che è da sempre utilizzato anche dagli scout.

Ecco come vanno le cose e come importiamo tonnellate di anglicismi inutili. E mentre i terminologi della supercazzola, nemici dell’italiano e al soldo delle multinazionali, in Italia non sanno fare altro che importare anglicismi e propagare l’anglofilia, all’estero le cose vanno diversamente.

Gabriele Valle mi ha segnalato, avvilito, un recente esempio (tra i mille che si potrebbero fare) di come gli italiani siano succubi e “impotenti” davanti al linguaggio che le multinazionali della Rete ci stanno imponendo. Questo esempio (ripreso nel suo articolo “Feticismo e lingua dominante”) riguarda YouTube in italiano, o forse meglio in itanglese (diciamo le cose come stanno!). Da noi possiamo vedere  «Cosa dicono artisti e creators», mentre in spagnolo, catalano, portoghese, francese, e persino in rumeno la parola  creators è sempre tradotta: creadores, creadorscriadorescréateurscreatorilor.

L’Italia sembra proprio la terra dei cachi (per dirla con Elio e le storie tese), è trattata ormai come una colonia americana anche dal punto di vista linguistico. Dove sono i traduttori? Rimpiazzati dai localizzatori anglomani e da chi crede ancora che dirlo in inglese equivalga a essere internazionali, ma non è vero: a essere così succubi, provinciali e “impotenti”, come rimarca Valle, siamo solo noi (per dirla con Vasco Rossi).

L’Etichettario: il libro delle alternative agli anglicismi

Domani esce un libro con le spiegazioni, le alternative e i sinonimi italiani di oltre 1.800 anglicismi diffusi nella lingua italiana, scelti tra i più frequenti, abusati o meno trasparenti.

antonio zoppetti etichettario anglicismi

Si intitola L’etichettario. Dizionario di alternative italiane a 1800 parole inglesi, ed è pubblicato da Franco Cesati Editore, una casa editrice specializzata nella linguistica che vanta un catalogo davvero interessante, perché unisce il rigore e l’accuratezza che caratterizzano i suoi libri a una grande capacità di divulgazione e di presentazione dei contenuti. E la collana Ciliegie (ideata e diretta da Silvia Columbano) è davvero una gioia per gli occhi, grazie allo stile grafico delle illustrazioni di Elinor Marianne.

L’etichettario è una costola del dizionario AAA ospitato in Rete da Italofonia.info, è da lì che è partita la selezione delle voci, che sono state asciugate e affilate per essere più incisive. Nel libro non ci sono anglicismi che non abbiano alternative in uso, come per esempio rock. Non ci sono i tecnicismi di settore che non circolano nel linguaggio comune. La selezione si basa sulle parole inglesi che chiunque utilizza in modo attivo, oppure quelle che chiunque può incontrare in modo passivo leggendo i giornali, ascoltando la televisione, le pubblicità, i discorsi dei politici, e che non sempre risultano chiare.

Molte volte ripetiamo l’inglese che ci arriva dal linguaggio informatico, aziendale, tecnologico, economico o scientifico semplicemente perché le alternative non circolano, anche se ci sono. Spesso ripetiamo queste parole senza comprenderne davvero il significato. E in questo modo, in molti casi, stiamo perdendo la capacità di pensare in italiano, prima che di parlare.

A

Un libro come questo è un inno alla consapevolezza, serve a scegliere come esprimerci, invece di ripetere gli stereotipi anglicizzati per mancanza di sinonimi e per incapacità di dirlo diversamente. L’intelligenza e il coraggio di Franco Cesati Editore sono nell’aver compreso che un libro del genere non è in concorrenza con il progetto in Rete, anzi… Un libro arriva a tutti o a un pubblico diverso. Un libro sta sulla scrivania. È un oggetto che emana il suo fascino, che nobilita i contenuti, che regala meravigliose sensazioni feticistiche quando lo si accarezza nello sfogliarlo. Si può sottolineare, si possono aggiungere le proprie note e considerazioni a margine o negli spazi appositamente previsti in questa edizione, come in un diario, per continuarlo e renderlo vivo e personalizzato.

Z

Soprattutto, questo libro è un oggetto con una grafica irresistibile. Il formato quasi quadrato che esce dalle dimensioni abituali, la scelta della carta, più spessa del solito, non propriamente bianca, ma appositamente “sporcata” con una delicata sfumatura che ci ricorda che le pagine dei libri con il tempo si ingialliscono. E poi la raffinatezza e l’ironia delle illustrazioni, della scelta del carattere, dell’impaginazione con mille richiami, freccine, indicazioni, approfondimenti… Tutte queste attenzioni per i dettagli, che spesso sono impercettibili e subliminali, sono un nutrimento per gli occhi, per il tatto e per tutti i sensi, oltre che per il cervello.

etichettario

Questo lavoro segna un passo in più nella mia battaglia per la difesa e la diffusione dell’italiano davanti all’abuso dell’inglese che sta facendo regredire la nostra lingua. Ne vado particolarmente fiero proprio perché ha un taglio divulgativo e si presenta in modo scanzonato e spiritoso, per arrivare a tutti senza purismi e pedanterie.

Per saperne di più segnalo un articolo di Valeria Palumbo uscito sul Corriere della sera in Rete che è stato l’articolo più letto dell’inserto “Liberi Tutti”, nello scorso fine settimana.

l'articolo piu visto corriere etichettario

L’italiano sul Titanic?

La puntata di Otto e mezzo (LA7) di ieri sera si intitolava L’Italia sul Titanic? ed era dedicata all’aumento dello spread.

Lilli Gruber Titanic.jpg

Mi sono domandato spesso perché la stampa non lo abbia chiamato forchetta o forbice, come si dovrebbe dire in italiano per indicare letteralmente un divario o margine, come si dice comunemente per esempio a proposito dei divari dei sondaggi elettorali, e come sarebbe più comprensibile alla gente.

Mi sono risposto spesso che è perché ci è stato venduto come un tecnicismo straripato dal linguaggio economico sempre più anglicizzato. E il riportarlo senza traduzioni anche nel linguaggio comune è funzionale allo spauracchio che rappresenta da agitare quando conviene, in una manomissione delle parole (per dirla con Gianrico Carofiglio) per cui l’oscurità spesso è voluta.

E così, nel suo acclimatarsi nell’italiano, il termine è passato a indicare la differenza tra il valore dei titoli di Stato italiani (Btp) e quelli tedeschi (Bund), un’accezione pseudotecnica che non si vuole divulgare, e che qualcuno spaccia per “necessaria”, “insostituibile” o “intraducibile” invece di dire più onestamente che è solo “insostituita” e “intradotta” (e c’è una bella differenza!).

Ma la cosa più imbarazzante della trasmissione (imbarazzante solo da un punto di vista linguistico, ci tengo a precisarlo) è stata l’incapacità di pronunciare il titolo scelto.

Quando Lilli Gruber ha rivolto la fatidica domanda all’economista Innocenzo Cipolletta per capire se siamo o no sul Titanic… non sapendo come pronunciarlo ha optato per entrambe le possibilità, all’italiana (titànic) e all’inglese (taitànic). Innocentemente, Cipolletta ha risposto timoroso di sbagliare: “Titànic o Taitànic che dir si voglia…”

Titànic o Taitànic, questo è il problema. Se sia più nobile sopportare la pronuncia storica italiana oppure cancellarla come fosse un errore, davanti all’anglopurismo che ci fa ostentare le pronunce all’inglese, o meglio all’americana, e che considera gli adattamenti fonetici come un segno di ignoranza e di arretratezza invece di un sano e normale processo di assimilazione dei forestierismi ai nostri suoni, come accade normalmente in Francia e in Spagna.

Dietro questo dubbio amletico c’è tutto il nostro complesso di inferiorità linguistico che sta portando al naufragio della nostra lingua. Le pronunce storiche delle parole inglesi entrate nell’italiano per via scritta, e pronunciate all’italiana, si devono ormai esibire in lingua originale. Da giumbo a giambo (jumbo), da puzzle a pàsol, da club a clab… quando accadrà di sentir dire da qualcuno “vater” o “uòter” – che dir si voglia – per indicare un cesso? Tunnel o “tannel”, che dir si voglia…

Che dir si voglia… eccolo il punto. Non vogliamo più parlare l’italiano. E la questione non è racchiusa in una manciata di esempi come questi, il vero nocciolo sta in ciò che sta sotto: il vergognarci della nostra lingua.

Dire Taitanic invece di Titanic come riportato nel Dizionario Olivetti o come spiegato da Beppe Servignini (“Titanic si pronuncia Titanic. Sì, anche se Di Caprio dice «Tai-tanic», fanciulla mia”) è solo la punta dell’iceberg. Ma il problema è la montagna che sta sotto, ben rappresentato da qualche risposta di qualche anglofilo fondamentalista che ha detto la sua nei commenti al pezzo di Severgnini su Io donna.

Iceberg… ecco un’altra parola che viene contrabbandata per intraducibile e necessaria. Eppure, quando il Titanic affondò, la Stampa titolò usando l’italiano banco di ghiaccio, espressione perduta che non ci viene neppure in mente, oggi, anche se un tempo probabilmente veniva spontanea.

Titanic 16 aprile 1912

Passando dal dissesto economico dell’Italia a quello dell’italiano, la domanda di Lilli Gruber dovrebbe essere riformulata: l’italiano sul Titanic?

E il marconista sulla sua torre
le lunghe dita celesti nell’aria
trasmetteva saluti e speranze
per questa crociera straordinaria.
E riceveva messaggi d’auguri
in quasi tutte le lingue del mondo
comunicava tra Vienna e Chicago
in poco meno di un secondo.
(“Titanic”, Francesco De Gregori, RCA 1982)

Mentre molti linguisti brindano agli internazionalismi e danzano contenti senza accorgersi che la nostra lingua sta evolvendo nell’itanglese – e non nella modernità – vale la pensa di ricordare che i superstiti del Titanic sono sopravvissuti grazie all’operato di due marconisti, cioè i radiotelegrafisti, chiamati così in onore di Guglielmo Marconi, inventore della radio, rimasti a inviare messaggi di soccorso fino alla fine.

Ma oggi marconista non si dice più. E allora chi può salvare l’italiano? La nostra classe dirigente che negli anglicismi sguazza? I politici, gli economisti o i giornalisti che li diffondono? Gli anglopuristi cui naufragar è dolce in questo mare di inglese?

Ai posteri, o forse ai post dei futuri eataliani, l’hard sentenza.

Fumetti, divagazioni, inglese e itanglese

All’inizio degli anni Settanta il giornalista Nantas Salvalaggio aveva usato la parola “italese”:

“Bisognava prima o poi riconoscerlo. È il linguaggio semicomico – un intruglio di italiano e inglese – che progressivamente invade le nostre case attraverso le riviste e i fumetti dei figli”.

Citazione tratta da: Giuseppe Pittano, Grammatica italiana, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori, 1972, p. 516.

Questa denuncia era un po’ moralistica e basata sul fastidio, più che sulla gravità del fenomeno. Del resto il moralismo di Nantas Salvalaggio è rimasto scolpito in una canzone di Vasco Rossi (“Vado al massimo”, 1982: “Meglio rischiare, che diventare come quel tale, quel tale che scrive sul giornale”) che aveva così risposto per le rime alla celebre stroncatura di due anni prima, quando il giornalista lo aveva attaccato dandogli del drogato, alcolizzato, ebete e simili epiteti.
Nel bacchettare “l’italese” la critica era limitata alle onomatopee di derivazione americana che proprio nel 1972 erano approdate addirittura in televisione, sul secondo canale della RAI, con la trasmissione Supergulp. Fumetti in tv che sarebbe in seguito divenuta popolarissima.

Le trascrizioni dei suoni inglesi di questo tipo entrate nella nostra lingua sono molte. Oltre a gulp (il deglutire per spavento o sorpresa), tra le più diffuse ci sono sigh (sospiro, da to sigh), sob (singhiozzo, da to sob), sniff (fiutare), smack (bacio, alternato anche a kiss), roar (ruggito), splash (tuffo), wow (stupore e ammirazione) e molte altre. Talvolta, però, sono state anche adattate come nel caso di bum (boom) e clic (click ), anche se questo tipo di scritte fanno spesso parte delle tavole disegnate e non è facile intervenire, in caso di traduzioni, al contrario delle parole contenute nelle nuvolette, dette anche con la bellissima metafora di nuvole parlanti, benché oggi vada di moda l’inglese balloon, venduto come un tecnicismo.

Nella prefazione di Asterix e i Goti (Goschinny e Uderzo, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1969) il traduttore Marcello Marchesi scherzava sulla traduzione dei rumori nei fumetti:

E i rumori? Quelli, più che assurdi, sono  psichedelici. Bisognerebbe cercare di realizzarli con barattoli incandescenti che rotolano su sassi dipinti di rosso, in una stanza di decompressione. Basterebbe poi unire all’album il disco. E invece no! Noi i rumori li dobbiamo “tradurre in italiano”.

Anche i versi degli animali vanno tradotti, visto che ogni lingua ha i suoi. MIAO in inglese è MEOW, in francese MIAOU,  in spagnolo MIAU, come BAU in inglese è WOOF, in francese WAOUH, in spagnolo GUAU…

BAU asterix
Il cagnolino francese Idefix confronta la sua lingua canina con quella del danese dei vichinghi nella traduzione italiana (Asterix in America, 1976)

Oggi, prendersela con le onomatopee dei fumetti ci fa sorridere, non sono certo queste inezie a rappresentare il pericolo dell’itanglese nella nostra lingua. Però vale la pena di ricordare i bei tempi, quando ancora si traduceva invece di importare le parole americane e di vergognarci di adattarle. E il caso dei Peanuts è esemplare.


Franco Cavallone, mitico traduttore di Charlie Brown

linus torpedone
Linus, settembre 1967, p. 16: Charlie Brown in torpedone.

Negli anni Sessanta la rivista Linus ha reso popolare in Italia le strisce di Charles Schulz (ma oggi è di moda strip, invece di strisce o vignette) e a quei tempi i traduttori avevano un’attenzione per la nostra lingua a cui oggi non siamo più abituati. In una vignetta del 1965 Snoopy aveva a che fare con l’acquaplano, con cui chiamavano la tavola da surf, anche se la parola surf era alternata per indicare l’attività sportiva, e i Peanuts andavano a scuola con il torpedone, non con lo scuolabus come oggi.

Acquaplano indicava un tempo la tavola usata per lo sci d’acqua, poi sostituita dagli sci, ma i traduttori hanno recuperato quel termine dandogli un nuovo significato.

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Linus, gennaio 1966: Snoopy e il suo acquaplano.

Torpedone è una parola coniata negli anni Trenta, accrescitivo di Torpedo, un modello di carrozzeria usata per varie automobili che ricorre anche in una canzone di Giorgio Gaber (“Vengo a prenderti stasera sulla mia torpedo blu”, 1968). Oggi torpedone è un vocabolo desueto, che ha ceduto il posto a bus, autobus o pullman, molto più in voga di corriera, ma i traduttori di Charlie Brown lo usarono cercando, invano, di farlo rivivere e senza vergognarsene.

Anche la tradizione di Halloween – assolutamente sconosciuta da noi fino agli anni Ottanta, quando è arrivata attraverso i film americani, prima che la festa fosse importata dalle multinazionali negli anni Novanta – comparve in Italia attraverso i Peanuts, insieme all’illusoria alternativa del grande “cocomero” (invece che zucca) in cui  Linus credeva ciecamente. E la traduzione più adatta alle circostanze di “dolcetto o scherzetto”, che allora non avrebbe compreso nessuno, fu resa con “o la borsa o la vita”. I bambini che suonano i campanelli cosa fanno, in fondo? Si comportano come piccoli ricattatori che minacciano danni se non si paga loro la tangente in caramelle…

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Linus, settembre 1966: ad Halloween, Lucy esclama “o la borsa o la vita” invece che “dolcetto o scherzetto” come si è affermato ai nosti giorni.

E, a proposito di caramelle, la traduzione più spettacolare dei Peanuts è quella delle toffolette, per dare un nome italiano o italianizzato ai marshmallow. Un’intera generazione di lettori si è sempre domandata cosa diamine fossero quei misteriosi bocconcini che i Peanuts abbrustolivano sul fuoco infilzati in un legnetto. Perché questi dolcetti, che oggi si chiamano anche cotone dolce, non esistevano da noi fino agli anni Novanta, quando sono apparsi anche nei nostri supermercati.

Personalmente, ricordo di averne sentito parlare per la prima volta nel 1984 attraverso il film Ghostbuster di Ivan Reitman (allora ancora affiancato dalla traduzione Acchiappafantasmi), quando nel finale si materializzava il gigantesco uomo della pubblicità dei marshmallow (figura a sinistra), così sconosciuto che a quei tempi molti pensavano fosse l’omino Michelin (figura a destra).

Perciò, davanti a questa parola all’epoca misteriosa e ancora impronunciabile, il traduttore e notaio Francesco, detto Franco, Cavallone (il responsabile anche delle altre traduzioni di Schulz su Linus) coniò toffoletta, un nome di fantasia che sembra derivato dal vezzeggiativo di toffee, una caramella morbida simile alle mou che un po’ ci somigliava, la stessa radice evocativa che poi si ritrova nella canzone “Toffee”, nome di donna che suscita morbidezza e dolcezza come una caramella, per tornare a Vasco Rossi.

Ma fuori dalle divagazioni, ancora oggi, a distanza di tanti anni, nei siti di ricette e cucina toffoletta compare, insieme a cotone dolce, come la traduzione italiana di marshmallow, e il termine è stato successivamente ripreso nella traduzione italiana del film La fabbrica di cioccolato (Tim Burton, 2005:  “Willy Wonka sa fare le toffolette al gusto di violetta, succulente caramelle che cambiano colore ogni dieci secondi mentre le mangi”), proprio nello stesso anno in cui Franco Cavallone è venuto a mancare. I dizionari purtroppo non riportano la parola toffoletta, ma sbagliano, perché anche nei libri ricorre in modo significativo come la traduzione più diffusa, ed è giusto ricordarla insieme al nome del suo inventore e alla sua capacità di essere un vero traduttore.

Bei tempi, quando qualcuno ancora pensava a far crescere l’italiano, a rendere “good grief” con “santa polenta”, ad adattare e inventare parole e neologismi dal suono italiano, ad allargare il significato di vecchie parole storiche come acquaplano e torpedone per dare loro nuovi significati e una nuova vita. Come accade nelle lingue vispe e sane.

Bei tempi perduti, a quanto pare. Quando eravamo sani chiamavano Mickey Mouse Topolino senza alcun problema (non come nel caso di mouse), ma si sa che ormai hanno ucciso l’Uomo ragno, e si parla sempre di più di Spiderman. Per quanto tempo potremo ancora parlare di fumetti prima che qualche imbecille ci spieghi che è diventata una parola inadatta e obsoleta, perché per essere precisi e tecnici dobbiamo dire di volta in volta comic, strip e graphic novel? E magari, dopo aver “confutato” che non è possibile dire “romanzo grafico” mostrandoci come si chiamano le nuove categorie editoriali nelle librerie Feltrinelli e Mondadori, il suddetto imbecille aggiungerà tronfio che non è solo una questione di essere tecnici e moderni, ma anche internazionali. Ignorando o fingendo di non sapere che novel è entrato in inglese dall’italiano novella, di Boccaccio, con il nuovo significato di romanzo, e che in spagnolo graphic novel si dice novela gráfica e in francese roman graphique.

Buzzati 500

 

PS delle 22 e 47: Carla Crivello mi ha scritto per aggiungere “una buona notizia: ‘toffoletta’ è stata segnalata tra le parole inedite o non registrate nei dizionari e sarà inserita nel vocabolario on line di Treccani”. Grazie Carla, e grazie ai curatori Treccani che finalmente registrano l’alternativa e citano anche Franco Cavallone.

 

La confusione tra anglicismi e internazionalismi

L’inglese, o più precisamente l’angloamericano,  è ormai una lingua planetaria, e la sua interferenza si osserva in ogni idioma e Paese. La globalizzazione lo ha diffuso ovunque, attraverso l’espansione delle multinazionali che esportano i nomi dei propri prodotti e dei propri marchi attraverso pubblicità sempre più internazionali, e attraverso modelli commerciali, tecnologici e culturali di successo (dalla musica al cinema).

L’inglese globale è perciò l’effetto e l’altra faccia di un’egemonia e di un indiscutibile imperialismo economico e politico che in molti casi “svolge un ruolo di primo piano tra i fattori della morte delle lingue”, come ha mostrato Claude Hagège, uno studioso che si occupa della dimensione internazionale della linguistica, e in particolare delle lingue a rischio di estinzione (Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 7).

E l’italiano come si colloca, davanti a questa espansione?

Dove va (se va) l’italiano

L’interferenza dell’inglese sulla nostra sintassi e sulla nostra struttura linguistica è poca cosa, ma, purtroppo,  non si può dire lo stesso del nostro lessico,  visto che negli ultimi 30 anni abbiamo importato migliaia di parole inglesi che violano il nostro sistema fonetico e ortografico. Dunque il rischio non è la scomparsa e l’estinzione dell’italiano, ma la sua totale trasformazione lessicale che già da tempo manifesta evidenti sintomi di creolizzazione.

Quello che è in gioco, perciò, è il futuro della nostra lingua: verso quale italiano stiamo andando? Una lingua fatta di nuove parole che seguono la storia dei nostri suoni e delle nostre regole, dunque che vengono assimilate e reinventate, oppure una struttura italiana che contiene una percentuale di anglicismi non adattati (dunque “corpi estranei”) sempre maggiore fino a divenire itanglese?

Questo è il bivio e questo è il punto di non ritorno, che a mio avviso abbiamo già superato. E davanti a questo bivio si scontrano due opposte visioni del mondo e della modernità della nostra lingua.

 

La menzogna dell’inglese visto come segno di modernità e di internazionalismo

Per comprendere meglio la questione voglio citare le parole di un importante linguista, Alberto Nocentini, che scrive:

“…il francese e lo spagnolo, a differenza dell’italiano, hanno reagito colle risorse del proprio lessico e tradotto computer con ordinateur e ordenador, rispettivamente. Reazione che corrisponde a una maggior consapevolezza dell’integrità della propria lingua e che contrasta coll’esterofilia un po’ passiva e facilona dell’italiano. In casi come questo, dove il termine è un tecnicismo di diffusione internazionale, al pari di telefono, radio e televisione, resta però da vedere se la soluzione adattata dal francese e dallo spagnolo sia alla resa dei conti un vantaggio o uno svantaggio, perché pone le due lingue al di fuori del circuito internazionale.”

Alberto Nocentini, La vita segreta della lingua italiana. Come l’italiano è diventato quello che è, Ponte alle Grazie, Milano 2015, pp. 109-110.

Queste parole contengono una serie di luoghi comuni e di affermazioni insostenibili, ma evidenziano bene la vera natura del bivio a cui siamo giunti. Molti intellettuali ci vogliono fare credere che il ricorso all’inglese sia “necessario”, un ineluttabile segno dei tempi che coinvolge ogni Paese. Ma non è affatto così, è un fenomeno tipicamente italiano. E bisogna gridarlo forte!

La nostra esterofilia è di certo indiscutibile, ma affermare che l’italiano, al contrario di francese e spagnolo, non abbia tradotto la parola computer è un falso storico. Una parola come mouse non l’abbiamo tradotta, al contrario di francesi, spagnoli, portoghesi e tedeschi (dunque non siamo internazionali in questa strategia, siamo semplicemente succubi), ma computer, fino alla fine degli anni Settanta, si diceva normalmente calcolatore e nella versione italiana di 2001 Odissea nello spazio (Stanley Kubrick, 1968) computer non ricorre nemmeno una volta (c’era il calcolatore HAL 9.000).

Negli anni Ottanta si è diffusa (senza grande fortuna) anche l’alternativa elaboratore, visto che le macchine non erano più solo in grado di fare calcoli, ma anche di giocare a scacchi, elaborare le informazioni  e permettere le prime applicazioni multimediali (si veda Egidio Pentiraro, A scuola con il computer, Laterza, Bari 1983, “Non calcolatore, ma elaboratore”, p. 9).

Quella che è successa, dunque, è un’altra storia rispetto alla ricostruzione di Nocentini: per prima cosa computer non è affatto un tecnicismo, ma a parte questo, il punto è che si è rivelato un “prestito sterminatore”, che, come molti altri, ha ucciso le alternative italiane esistenti che oggi sono utilizzabili solo come sinonimie secondarie. Questo “parolicidio” è avvenuto precisamente in concomitanza con l’affermarsi del personal computer, da quella data in poi l’anglicismo si è affermato definitivamente sulle alternative di calcolatore o elaboratore personale, come si evince anche dai grafici di Ngram Viewer.

 

 

computer in italiano

Questa precisazione non è una cosa da poco, perché è il simbolo di ciò che sta accadendo all’italiano: sta regredendo, anche se pare che molti linguisti non se ne accorgano.

Altrettanto infondato è paragonare un “internazionalismo” come computer ad altri come telefono e televisione. Ma come è possibile non vedere che nel primo caso si violano le regole di pronuncia e di ortografia (si legge compiuter, e come gli altri forestierismi non si volge al plurale) e si introduce una parola non adattata, mentre gli altri esempi sono parole adattate ai nostri suoni e alle nostre regole, e sono dunque parole italiane a tutti gli effetti? Come è possibile mettere sullo stesso piano i forestierismi non adattati con le parole italiane che derivano da parole straniere solo nella loro etimologia?

È arrivato il momento di spazzare via queste pseudoargomentazioni che fanno confusione invece che chiarezza.

La terza grande falsità è proclamare computer come un internazionalismo. Ma di che cosa stiamo parlando? È vero che si dice computer per esempio in tedesco o in polacco (dove si scrive con la k: komputer), ma sono queste le eccezioni, non è affatto vero che si dica così dappertutto. In greco è υπολογιστών (ipologhistòn), in portoghese computador, in rumeno calcolator, in slovacco e in ceco počítač, in finlanese tietokone, in norvegese datamaskin, nello svedese dator, in turco bilgisayar, in croato računalo, in ungherese számítógép, in islandese tolva… e persino nell’afrikaans si dice rekenaar!

E allora chi è “fuori dai circuiti internazionali”? Noi che non sappiamo fare altro che ripetere l’inglese a pappagallo e in modo coloniale? O chi traduce e adatta, come i francesi e gli spagnoli, ma come hanno fatto anche gli armeni, gli irlandesi, i catalani, i baschi e i gallesi?


Colonialismo, altro che internazionalismo!

Basta con queste sciocchezze della lingua sovranazionale. Sono bugie. Sono l’alibi per preferire l’inglese e rinunciare a parlare l’italiano!

Davanti al Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati solo gli italiani ripetono l’inglese GDPR (= General Data Protection Regulation), perché in Francia e Spagna si dice RGPD, e in Germania DSGVO (Datenschutz-Grundverordnung).

Essere moderni e internazionali dovrebbe portarci a rinunciare a dirlo in italiano? È questa la visione dei linguisti che negano l’anglicizzazione della nostra lingua? È questo l’italiano del futuro che hanno in mente?

Chi afferma ciò o è vittima di pregiudizi o è in malafede.

Brainstorming che dai noi è spacciato da certi linguisti come prestito di necessità, in Francia è stato tradotto con remue-méninges (spremimeningi) e in Spagna con lluvia de ideas (pioggia di idee). Graphic novel, che ripetiamo all’inglese anche se novel deriva dall’italiano novella (dall’opera di Boccaccio), in francese è roman graphique e in spagnolo novela gráfica. Basta confrontare le voci della Wikipedia italiana e francese per rendersi conto di come stanno le cose.

E se un francese usa preferibilmente parole come camping e football che noi diciamo preferibilmente campeggio e calcio, va ricordato che le pronunciano alla francese (campìng e futbòll), e non certo in inglese come facciamo noi, esattamente come wi-fi, pronunciato in modo autoctono anche dagli spagnoli. Noi, invece, ci vergogniamo a storpiare l’inglese, da cui ci stiamo facendo soggiogare rinunciando alla nostra lingua e incapaci di adattarlo ai nostri suoni.

Ripetere le parole inglesi senza tradurle, o sostituirle a quelle italiane anche quando esistono le alternative che facciamo morire perché non le utilizziamo, non significa “essere internazionali”, ma “essere provinciali” e stupidi. Significa rinnegare la nostra storia e le nostre radici per scegliere di diventare creoli. Questo è il morbus anglicus che sta soffocando la nostra lingua.

Chi, con l’alibi dell’internazionalismo o del tecnicismo “insostituibile”, vuole dirlo in inglese mente: sta semplicemente imponendo la propria visione del futuro della nostra lingua (l’itanglese) e il proprio senso di inferiorità verso l’inglese.

Questo è il vero problema, che denuncia anche Claude Hagège quando scrive che la predominanza dell’angloamericano spinge verso una mentalità monolingue che è tutta a beneficio dell’inglese e all’imposizione della lingua dominante da parte di tutti. Le competenze plurilinguistiche non sono considerate una ricchezza e il

“monolinguismo a vantaggio dell’inglese è vissuto come garanzia (…) della modernità e del progresso, mentre il plurilinguismo è associato al sottosviluppo e all’arretratezza economica, sociale e politica, oppure è considerato una fase, negativa e breve, sulla via che deve condurre al solo inglese”.

Claude Hagège, Morte e rinascita delle lingue. Diversità linguistica come patrimonio dell’umanità, Feltrinelli, Milano 2002, p. 100.

Questa mentalità, che in Italia va per la maggiore, è da respingere e da combattere con ogni mezzo, perché rappresenta una delle principali porte di ingresso agli anglicismi e una delle principali cause della regressione del nostro lessico.

PS
Sulla necessità di tutelare la nostra lingua dal pericolo degli anglicismi, segnalo l’appello di Gabriele Valle al presidente dell’ANSA Giulio Anselmi, perché segua l’esempio dei mezzi di informazione spagnoli.

La creolizzazione lessicale dell’italiano: il caso “food”

Quello del food è un settore strategico per l’import-export del made in Italy e bisognerebbe fare qualcosa per contrastare i prodotti italian sounding che ci danneggiano pesantemente.

Probabilmente quasi tutti sottoscriverebbero un’affermazione del genere, al di là del fatto che sia espressa in itanglese.  La questione è: perché esprimiamo in inglese persino le nostre eccellenze?  Perché in un contesto non internazionale ci appropriamo di un’espressione come made in Italy, fieri di farla nostra, invece di prodotti italiani? Perché le contraffazioni alimentari dal suono italiano, pseudoitaliane, sono italian sounding? Perché l’interscambio commerciale, il commercio con l’estero, il settore delle importazioni-esportazioni si esprime in inglese?

Dal cibo al food

Perché, e da quando, il settore alimentare, l’industria gastronomica, il mondo della ristorazione è food?

FAST FOOD
StampaSera 17/04/1982, pagina 27.

Sembra impossibile, eppure tutto ha avuto inizio pochissimi anni fa, con i fast food, nel 1982 stando alle datazioni dei dizionari. Sugli archivi storici de La Stampa, una delle prime occorrenze significative è proprio di quell’anno, ancora virgolettata con a fianco la necessità di esplicitarne il significato: pasto rapido.

 

Cosa è accaduto in 36 anni alla nostra lingua?

Non solo fast food si è diffuso senza alternative al punto di essere ormai spacciato per un prestito “necessario”, ma food si usa ormai per indicare l’industria alimentare, il settore della gastronomia o della ristorazione, e il non food designa l’industria non alimentare. C’è il food design e ci sono i food designer, il cibo per gli animali è diventato pet food, cibo di strada sta scomparendo davanti al prestito sterminatore street food, e una saga alimentare con le bancarelle gastronomiche o un mercatino di ghiottonerie sono indicati anche con street food parade. Il cibo al cartoccio, quello che si mangia con le mani, è finger food, mentre i punti di ristorazione di una fiera sono detti food corner.  Si parla di junk food o trash food al posto di cibo spazzatura, un chiosco furgone o un camion ristorante si chiama food truck, il crudismo è raw food, e poi c’è il comfort food, il cibo consolatorio, mentre la nuovissima mania di condividere le foto di piatti e pietanze in Rete è il food porn.

Come è potuto accadere che in un lasso di tempo così breve si siano diffuse e in molti casi radicate così tante locuzioni composte da food? Questo fenomeno virale che si estende con velocità impressionante si può ancora spiegare con la nozione di “prestito” utilizzata dai linguisti per descrivere queste cose? Il problema è davvero nei prestiti o c’è qualcosa di ben più radicato e profondo?

Queste domande sono retoriche, naturalmente. Nel Rinascimento, quando eravamo il modello culturale di tutto il mondo, le nostre parole sono diventate internazionali dalla musica (fuga, sonata, forte…) all’arte (affresco, architrave, balcone, chiaroscuro, facciata…). Certo le cose sono cambiate dal Cinquecento. Ma se Dean Martin cantava le delizie della “pasta e fasoi” in “That’s amore” e se negli Stati Uniti si dice pizza o vino, è perché le nostre eccellenze si sono imposte in italiano anche più recentemente.

Nell’epoca dei MasterChef, al contrario, quando un’azienda italiana lancia il movimento dello Slow food, per contrapporsi alla logica del fast food, quando nasce un gioco di parole come Eataly (che è bellissimo, per carità), o quando si moltiplicano le insegne con scritto wine bar al posto delle enoteche, non c’è in gioco solo il voler essere internazionali, sotto c’è qualcosa di più profondo. C’è la scelta di difendere e lanciare l’italianità dei nostri prodotti in inglese, e cioè c’è la rinuncia definitiva a dirlo in italiano, a chiamare le nostre cose nella nostra lingua. C’è l’alberto-sordità (di Un americano a Roma) di voler fare gli americani, privata dell’ironia e assunta in modo tragico a un nuovo modello culturale per cui la modernità coincide con l’inglese.

Il linguaggio è la spia dell’inconscio

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Freud considerava il linguaggio la spia dell’inconscio, e forse, quando usiamo l’inglese per connotare ciò che è tipicamente italiano, mettiamo a nudo tutto ciò che c’è sotto questo modo di parlare, il nostro complesso di inferiorità che si esprime con suoni inglesi persino quando riguarda le nostre peculiarità, che alcune volte è inconscio e inconsapevole, altre volte è una scelta ben precisa.

In entrambi i casi, l’ossimoro è che lo stile italiano diventa italian style, come l’italian design, non solo quando lo rivendichiamo all’estero, dove un barlume di senso ci sarebbe, ma anche quando è una questione interna. E pensare che design è un italianismo che deriva dall’eccellenza del disegno industriale italiano, importato nell’inglese, adattato al proprio suono con il medesimo significato (perché l’inglese ha sempre accolto parole da moltissime lingue, ma le adatta). E noi, invece, lo reimportiamo in inglese e in questo modo lo ostentiamo, alienandone la paternità. Nessuno si definirebbe oggi “disegnatore industriale”, ce ne vergogniamo, poco importa che design sia un italianismo, poco importa che sia solo uno pseudotecnicismo.

Che fa un designer? Tutto e niente. E infatti da solo vuol dire troppe cose, come disegnatore, e quindi va specificato, ma ovviamente sempre e solo in inglese: ci sono gli internal designer (progettisti di interni), i graphic designer e i web designer (cioè i grafici), e poi i fashion designer (gli stilisti) e, per tornare alla gastronomia, i cake designer (cioè i decoratori di torte), i food designer che progettano utensili innovativi per la cucina…

Quando una società rinuncia a parlare la propria lingua, qualche problema ce l’ha, avrebbe forse pensato Freud. Ma sembra che gli italiani non se ne rendano conto. E invece bisognerebbe passare dall’incoscienza alla consapevolezza e riflettere su dove stiamo andando a questo modo.

L’italiano e gli italiani

Quello che Arrigo Castellani chiamava il “morbus anglicus” non sta nell’entrata di un numero di parole in inglese sempre maggiore. Questo è l’effetto, non la causa. Il problema sta negli italiani, che sono quelli che l’italiano lo praticano facendolo vivere o morire. Se continuiamo a preferire l’inglese (è qui il morbo, in questa inconsapevolezza di molti e in questa scelta consapevole di altri, e qui bisogna intervenire) il lessico italiano non potrà fare altro che regredire, come sta facendo da decenni.

Da una parte c’è la pressione dell’espansione delle multinazionali, che impongono i loro nomi e la loro lingua, dal caso di fast food ai titoli dei film, dai nomi dell’informatica a quelli delle professioni, dallo sport alla pubblicità, alla televisione…

Dall’altra c’è una classe dirigente, formata da giornalisti, intellettuali, imprenditori, scienziati, rettori e professori che sceglie l’inglese, e così facendo lo impone a tutti gli altri.

Il risultato è che la gente ripete quel che sente, e quando non ripete in modo attivo, comunque si abitua, in modo passivo, a questa colonizzazione che si espande.

La moltiplicazione dei composti di food è possibile perché le migliaia di anglicismi che stanno colonizzando ogni settore della nostra lingua non son prestiti isolati, ma una strategia comunicativa e una rete di parole interconnesse che si espande nel nostro lessico, lo soffoca, lo fa regredire e ne impedisce l’evoluzione attraverso la creazione di neologie. Se parliamo di trash food è perché si è già imposto il trash (1986), ma recentemente si parla anche e di junk food, perché ci sono i junk bond, titoli spazzatura, e quindi poi compaiono anche le junk mail. Se prende piede il pet food, è perché ci sono anche i pet shop (i negozi di articoli per animali), la pet therapy (zooterapia), gli alberghi pet friendly (attrezzati per gli animali), il pet sitter, e quest’ultimo è a sua volta possibile perché c’è già il modello di baby sitter… e così via.

 

Gli anglicismi non sono più prestiti isolati: sono una rete che si espande

I linguisti che continuano a guardare agli anglicismi come fossero prestiti isolati, e che magari li catalogano con etichette stupide come quelle di lusso e di necessità, rimangono imprigionati nel particolare e nei singoli esempi senza vedere il fenomeno complessivamente. Usano categorie ridicole, vecchie, incapaci di rendere conto di ciò che sta avvenendo oggi alla nostra lingua.

Invece, il numero degli anglicismi che, intrecciandosi, colonizzano ogni settore è così esteso che ha cambiato la nostra lingua ed è abbondantemente straripato nel linguaggio comune. In una rete del genere il tutto non è più riconducibile alla sola somma delle parti, è qualcosa di più. È l’assimilazione dei suoni e delle regole, che va oltre le singole parole. Dal cibo al food, e dalla bellezza al beauty, per citare Annamaria Testa, sempre di più l’economia diventa economy e le tasse tax , il lavoro job… Dal lessico alle regole il passo è breve, è solo questione di tempo. E infatti persino nel linguaggio istituzionale delle leggi dopo lo stalking (il perseguitare) e il mobbing (comportamento vessatorio) nelle sentenze è arrivato il grooming (adescamento dei minori), e poi il bossing (le vessazioni da parte di un superiore) e lo straining (una forma attenuata di mobbing)… perché questo tipo di desinenze e di importazioni creano precedenti e aprono la strada all’analogia, e a continuare la lista con altre parole simili.

Questo fenomeno non si può liquidare semplicisticamente come qualche prestito linguistico, si chiama creolizzazione lessicale.

 

Fermare la creolizzazione lessicale

Per uscirne ci vogliono nuovi modelli culturali, ma è anche necessario far circolare le alternative italiane. Da più di un anno, con tutte le mie forze, sono in prima linea in questa battaglia, e nel mio piccolo vedo qualche cosa che sono riuscito a smuovere.

La verita_Francesco Borgonovo.jpgOggi è uscito un articolo a tutta pagina su la Verità (Francesco Borgonovo, “Un dizionario combatterà gli anglicismi”) che parla del progetto AAA, con addirittura uno strillo in prima pagina. Qualche tempo fa anche una rivista di sinistra come MicroMega ha dato largo spazio  alla stessa notizia (con oltre 5.000 mi piace!), e passando alle segnalazioni più istituzionali mi sono ritrovato citato anche sul sito Terminology Coordination del Parlamento europeo (Marta Guillén Martínez, “EuroParole, the new Italian platform that clarifies Anglicisms meaning”).

Rinforzato da questi segnali continuerò a lottare per fare in modo che gli italiani del futuro non scelgano di parlare la lingua che le multinazionali ci impongono e che la nostra classe dirigente ha già scelto di usare. E sono sempre meno solo, grazie alla straordinaria partecipazione dei lettori-partecipanti che si stanno aggregando attorno alle mie iniziative.

Un grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno scritto, segnalato, commentato e donato le proprie riflessioni e la propria collaborazione.

 

PS
Sul tema dell’interferenza linguistica dell’inglese, e sulla sociolinguistica, segnalo il lavoro di Alessandro Carlucci (ricercatore dell’Università di Oxford) uscito da poco (The Impact of the English Language in Italy. Linguistic Outcomes and Political Implications, LINCOM Studies in Sociolinguistics 16, 2018) che ha studiato come l’impatto dell’inglese sulla lingua italiana sia legato alle stratificazioni sociali e alle gerarchie di prestigio e potere all’interno della comunità che usa l’italiano.

La rinuncia a parlare in italiano

Negare l’anglicizzazione della lingua italiana è ormai insostenibile. A farlo sono rimasti solo alcuni linguisti che non si sa bene dove vivano, forse in una torre di avorio slegata dal mondo del lavoro, della formazione, dell’informatica, dei giornali e della realtà. Del resto non furono certo i linguisti a comprendere, negli anni Sessanta, che l’italiano ottocentesco basato sui testi letterari e sul toscano era finito. Fu invece un intellettuale come Pier Paolo Pasolini, in un articolo su Rinascita del 26 dicembre 1964 ad aprire gli occhi agli intellettuali, ai letterati e ai linguisti (che inizialmente lo attaccarono) mostrando loro che il nuovo italiano era tecnologizzato, raccoglieva gli influssi del modo di parlare del Nord (il nuovo centro di irradiazione) ed era sempre più policentrico.

L’interferenza linguistica è un fenomeno normale e positivo, la colonizzazione no

Oggi, la nuova questione linguistica riguarda soprattutto l’itanglese e la rinuncia a parlare in italiano. È un’ovvietà sotto gli occhi di tutti, tranne di qualche barone universitario e di qualche “specialista” avulso dalla realtà, che come un disco incantato sostiene che l’accoglimento dei forestierismi è un fenomeno normale che c’è sempre stato fin dai tempi di Dante: un concetto lapalissiano che non ha nulla a che fare con la questione attuale dell’itanglese. Il punto è un altro: è un problema di numeri! Non c’è nulla di male ad accogliere un centinaio di ispanismi, di germanismi, una manciata di parole giapponesi o arabe e nemmeno poco meno di un migliaio di francesismi, visto che i sostrati del francese sono plurisecolari. Non c’è nulla di strano, di pericoloso e nemmeno di male ad accogliere migliaia e migliaia di parole straniere, se vengono adattate ai nostri suoni e alle nostre regole. Questi cambiamenti, insieme alle neologie e all’entrata nella nostra lingua di parole locali e regionali, costituiscono una ricchezza, la spinta propulsiva, l’evoluzione linguistica necessaria, se non vogliano ingessare l’italiano nella lingua dei morti e se vogliamo che cresca e si adegui ai cambiamenti del mondo.

Ma non è affatto normale che dal secondo Dopoguerra oggi abbiamo importato 3.500 parole inglesi senza adattamenti. Non è normale che in 30 anni i 1.600 anglicismi del Devoto Oli siano diventati 3.500. Non è normale che la metà dei neologismi del nuovo Millennio di Zingarelli e Devoto Oli sia in inglese. Non è normale, per esempio, che il Devoto Oli del 2017 registri in totale 980 voci marcate “informatica” e che di queste ben 417 siano in inglese! Tutto ciò ha un altro nome. Si chiama colonizzazione o regressione dell’italiano, delle sue regole e dei suoi suoni. Si chiama incapacità di evolvere con neologismi autoctoni, per prenderli da una lingua e una cultura percepita come superiore.

Per la cronaca, i 3.500 anglicismi del Devoto Oli non sono sempre sovrapponibili ai 3.500 anglicismi che ho raccolto in un dizionario più “popolare”, AAA (Alternative Agli Anglicismi). I termini informatici inglesi da me raccolti, per esempio, sono di più: 573. Viceversa il Devoto Oli raccoglie oltre 300 sigle, contro le 87 riportate da me, cioè quelle più comuni. E così gli anglicismi della fisica nel Devoto Oli sono 72, ma io ne ho accolti solo 9, perché ho volutamente omesso i tecnicismi noti solo agli addetti ai lavori. In compenso ho incluso tantissimi anglicismi che circolano sulla stampa, e che di fatto esistono, anche se non sono (ancora) registrati dai dizionari (ma è solo questione di tempo). A un mese dalla messa in rete del mio lavoro, la cosa più sconcertante è che mi sono state indicate tante lacune. Dall’11 settembre 2018 a oggi ho aggiunto circa 60 nuovi lemmi (un paio al giorno) che mi sono stati segnalati dai lettori-partecipanti (e altrettante segnalazioni non le ho inserite perché erano occasionalismi, tecnicismi troppo di settore o parole di circolazione troppo bassa per lo spirito del mio lavoro). Dopo questo primo mese di vita di AAA mi sono reso conto che la partecipazione dei lettori è stata enorme, e che 3.500 sono pochi.

L’italiano? Una scelta “eccentrica”

Gli addetti ai lavori negazionisti sono rimasti i soli, ormai, a non rendersi conto del linguaggio con cui la gente comune è costretta ad avere a che fare tutti i giorni.

“Grazie al vostro dizionario – scrive una mamma che allega anche le immagini – sono riuscita a capire cosa fosse il corso di coding che noi genitori non sapevamo proprio di cosa trattasse”.

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Non commento l’opportunità di presentare un corso con un nome simile, senza spiegazioni, rivolto ai bambini delle elementari; spero solo che questo tipo di comunicazione penalizzi le società o le “fab-lab” che propongono questi corsi e mi auguro che vengano disertati. Ma di missive del genere me ne stanno arrivando tante.

“Mi sono iscritta a un master a Bologna che si intitola: Banking and finance litigation. Chiamarlo contenzioso bancario e finanziario, no?” Scrive un avvocato.

Sì, perché la “gente” non significa il popolino o “l’utente medio” con le sue connotazioni limitative. La gente è fatta anche di persone di cultura.

“Trovo questa piattaforma di estrema utilità. Sono direttore di una rivista scientifica italiana e cerco in tutti i modi di evitare di infarcire i contributi pubblicati di anglicismi non necessari e consultarvi mi è molto utile”.

Questi pochi esempi di una ben più larga partecipazione dimostrano che la rinuncia a parlare in italiano non solo è un fenomeno concreto, pratico e reale, ma che è anche sentito da un numero sempre crescente di persone, cioè di consumatori, di elettori, di cittadini che spero di riuscire prima o poi a organizzare in un movimento che sappia far sentire la propria voce presso i politici, le aziende, le scuole, i giornali e la classe dirigente che ha deciso di rinunciare all’italiano.

La rinuncia all’italiano la vivo sulla mia pelle nelle scuole di formazione per cui collaboro. Il linguaggio aziendale è ormai in itanglese (dalla nomenclatura delle professioni ai tecnicismi) e la comunicazione delle scuole e della formazione prepara a questo linguaggio. Perché diciamo back to school? Ringraziamo le aziende che ne hanno fatto un motto inglese da appiccicare sulle vetrine per vendere gli accessori scolastici, e ringraziamo le scuole di formazione che magari lo espongono, insieme all’open day, sul loro ingresso. Queste realtà non solo stanno rinunciando a parlare in italiano, ma lo stanno anche trasmettendo, o forse imponendo, agli studenti e ai collaboratori. I corsi di recitazione diventano acting, i compiti homework, una comunicazione elettronica con gli auguri di inizio anno che ho ricevuto recava in oggetto New beginning, e davanti alle mie considerazioni verso questo linguaggio inutilmente anglicizzato, al punto da apparire ridicolo, mi sono sentito rispondere che le mie scelte “eccentriche” di usare una terminologia italiana, sì, ma obsoleta e fuori luogo rispetto al linguaggio aziendale, non sono condivisibili o sono retrograde. E allora qui ci sono in gioco due diverse visioni della lingua italiana, quella di chi va fiero di sfoggiare l’inglese e che giorno dopo giorno importa per distinguersi in una gara a chi è più moderno, e chi trova questa visione ridicola, assurda, insensata e pericolosa.

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Dai “grammar nazi” alla Resistenza e alla Liberazione

Parlare in italiano sta diventando in molti settori una scelta eccentrica, ci rendiamo conto di cosa sta accadendo, mentre qualche addetto ai lavori dice che non sta accadendo nulla? E questo non vale solo per il mondo del lavoro o dell’informatica, si estende in moltissimi ambiti, dal marketing al commercio, dal design alla moda, dalle pubblicità alle banche. I nuovi sport sono sempre più in inglese (NB: sport è un anglicismo ma non un internazionalismo “necessario” come qualche linguista vuole fare credere, e infatti in Spagna si chiama deporte), dal curling al nordic walking (che vergogna camminata nordica o con i bastoni, che eccentricità!); le discipline tradizionali si anglicizzano (la pallanuoto è sempre più water polo, la pallavolo volley, anche se in inglese sarebbe volleyball, come basketball e non basket…) e in inglese è una buona parte della terminologia sportiva (dribbling, pressing, ace, match point…). Ma possibile che al CONI non venga nemmeno in mente di provare a dare nomi italiani almeno alle nuove discipline sportive?

Qualcuno, davanti a queste considerazioni obietterà, come al solito, che le italianizzazioni erano tipiche del fascismo. È vero, ma non è certo quello il modello cui guardare, e oggi (con ben altre modalità) accadono normalmente anche in Francia, in Spagna, in Svizzera… e nei Paesi civili che hanno a cuore il proprio patrimonio linguistico.

Davanti a un’avanzata dell’inglese di questa portata e sproporzione, dobbiamo guardare ai numeri e alla profondità del fenomeno. Non c’è da fare la guerra ai barbarismi, c’è da organizzare la Resistenza. Difendere l’italiano non è da “grammar nazi” (per usare un linguaggio che arrivi anche agli angloentusiasti), significa al contrario che bisogna combattere contro gli anglofili che stanno distruggendo la nostra lingua per tentare la Liberazione.

La cancellatura dell’italiano

Oggi è il compleanno di Emilio Isgrò, un genio e un artista tra i miei preferiti, celebre soprattutto per “l’arte della cancellatura”.

In una mostra del 2016 a Palazzo Reale che gli ha dedicato Milano (la sua città di adozione) ho avuto modo di emozionarmi davanti alla cancellatura della “Quarantana”, l’edizione definitiva dei Promessi sposi curata dal Manzoni in persona. Anche io, nel mio piccolo e come posso, ho deturpato i Promessi sposi riscrivendone l’incipit in itanglese, ma ripensando alla Sua forma di distruzione creativa dei libri (e non solo), mi sono chiesto: cosa accadrebbe se cancellassi in stile Isgrò tutte le parole italiane, lasciando solo l’inglese, per esempio dalle copertine delle più diffuse riviste di moda?

GIOIA isgro

ELLE isgro

COSMOPOLITAN isgro

 

Quale sarebbe l’impatto visivo di una simile isgroizzazione di un testo di Salvatore Aranzulla che divulga l’informatica?

aranzulla isgro

 

Come si presenterebbe una pagina del famigerato Sillabo del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), privato dell’italiano con il metodo Isgrò?

MIUR isgro

 

E, visto che chi fa formazione non fa altro che abituare a dirlo solo in inglese come accade nelle aziende, che accarebbe se isgroiassimo gli annunci di lavoro?

LAVORO ISGRO

 

Ecco, questi falsi, questo isgroiare l’italiano in modo irrispettoso (per la nostra lingua e per l’arte di Emilio Isgrò) lasciando solo l’inglese, non sono solo un omaggio a un grande artista troppo poco conosciuto.

Sono soprattutto immagini che ci fanno riflettere sulla cancellazione e sulla negazione della nostra lingua, che fuori dall’arte concettuale è una realtà tragica e triste.

Lettera a Giorgia Meloni e agli altri deputati sulla tutela dell’italiano

Giorgia Meloni

Gentile Giorgia Meloni,

scrivo simbolicamente a lei perché è alla guida di un partito, ma mi rivolgo anche a tutti gli altri firmatari della proposta di legge sulla lingua italiana numero 678, presentata il 31 maggio 2018, dal titolo Disposizioni per la tutela e la promozione della lingua italiana e istituzione del Consiglio superiore della lingua italiana.

Leggendo questo atto sono rimasto sbalordito nel ritrovare nel vostro testo le mie precise parole. Mi riferisco a frasi come:

Da tempo la globalizzazione e il monolinguismo stereotipato che conducono all’inglese rappresentano un pericolo per le lingue locali. In Francia e in Spagna lo hanno capito e hanno adottato provvedimenti, in Italia no (cfr. il finale del mio articolo “La politica linguistica francese: impariamo dalla legge Toubon [1]”).

In Italia, invece, non esiste alcuna politica linguistica, anzi, il linguaggio della politica, nel nuovo millennio, si è anglicizzato sempre di più introducendo le parole inglesi nelle leggi, nelle istituzioni e nel cuore dello Stato (cfr. finale del primo capoverso di “L’italiano degli svizzeri: question time? No grazie”.

Ho scoperto con incredulità che queste mie parole sono state addirittura pronunciate in un dibattito parlamentare!

Passato lo stupore davanti a queste e alle altre citazioni senza virgolette, è subentrata la gioia nel constatare che evidentemente la mia battaglia sta cominciando a circolare e a diffondersi.

È evidente che qualcuno del suo ambiente e della sua squadra ha letto quello che ho scritto su questo mio sito personale. E allora, forse, potrebbe leggere anche questo nuovo articolo. E se le mie parole sono state apprezzate al punto di venire incorporare in un disegno di legge, forse anche le seguenti potrebbero essere ascoltate e recepite, in futuro, da chi ha la possibilità di proporre delle leggi.


Il Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI)

Partendo dal presupposto che la lingua italiana è un bene culturale e sociale che non viene tutelato, diffuso e promosso a sufficienza, in Italia si parla da anni dell’istituzione di un Consiglio Superiore della Lingua Italiana (CSLI). Ma le tante proposte di legge che sono state avanzate (e che hanno posto anche l’accento sul problema dell’anglicizzazione della nostra lingua) non hanno avuto alcun seguito.

Oltre al vostro recente disegno, penso per esempio a quello proposto il 21 dicembre 2001 da alcuni senatori, tra cui Andrea Pastore (PDL), ripresentato anche l’8 giugno del 2008 (Disegno di legge n. 354), a quello del 22 maggio 2013 (in cui si faceva riferimento anche al problema degli anglicismi e del loro numero) o a quello del 27 ottobre 2016.

Accanto a queste proposte avanzate perlopiù dai deputati e dalle forze politiche che appartengono alla destra, ce ne sono state altre (anche queste senza seguito) da sinistra, come quella del 21 dicembre 2012 il cui primo firmatario era il radicale Marco Beltrandi, e che proponeva anche la promozione dell’esperanto come lingua sovranazionale.

Nello stesso anno proprio i radicali hanno presentato una petizione che è risultata trasversale, ed è stata firmata da innumerevoli parlamentari di ogni schieramento: “No question time”. Si chiedeva di esprimere in italiano l’espressione con “cui si indicano da anni le risposte del governo alle interrogazioni parlamentari”. Ma ancora una volta non ha avuto un esito positivo.

In Svizzera, invece, senza troppe chiacchiere si dice molto semplicemente l’ora delle domande, in Parlamento e anche sui giornali (vedi Ticinonews o Tio).

È necessario superare le posizioni ideologizzate

Sono convinto che la lingua italiana sia un patrimonio di tutti, che dovremmo averne cura tutti e che la sua difesa, tutela e promozione non sia di destra né di sinistra. Per citare Annamaria Testa:

La nostra lingua è un bene comune. È un patrimonio di cultura, di bellezza, di storia e di storie, di idee e di parole che appartiene a tutti noi, che vale, che ci identifica come individui, come cittadini e come Paese”.

E allora, la prima riflessione che vorrei porre è che per fare qualcosa di concreto, che non rimanga chiuso nei cassetti, sarebbe forse necessario puntare al supermento di ogni schieramento o partito per rivolgersi maggiormente a tutti in modo trasversale. Le posizioni in campo su questo tema non riguardano la destra o la sinistra, sono di altra natura. La sfida del presente e del futuro è un’altra: c’è chi è consapevole che la nostra lingua sia un patrimonio dal salvaguardare come si salvaguarda l’arte, la gastronomia e tutte le nostre eccellenze. E poi ci sono gli angloentusiasti, che non sono politicamente schierati, semplicemente vedono nella cultura e nella lingua angloamericana un modello superiore che vogliono scimmiottare, si vergognano di dirlo in italiano e preferiscono consapevolmente usare parole inglesi incuranti, a questo modo, di depauperare e fare regredire la nostra lingua. Questi signori si annidano soprattutto nella nostra classe dirigente che diffonde un linguaggio aziendale sempre più anglicizzato cui la formazione non sa fare altro che ammiccare (dal MIUR alle scuole di formazione private); sono tra i tecnoscienziati che teorizzano l’uso dell’inglese nella scuola e nella scienza; sono tra i giornalisti; lavorano per i colossi internazionali che ci propinano le interfacce dei programmi informatici in itanglese; sono anche tra i tanti linguisti scollati dalla realtà che sostengono che l’italiano non sia in pericolo e che ci dicono, senza essere supportati dai numeri, che non sta accadendo nulla di grave e che va tutto bene. Ma questa classe dirigente si annida anche nella politica, a destra e a sinistra.

Forse, allora, perché le proposte della costituzione del CSLI e della tutela dell’italiano abbiano un seguito e una realizzazione bisognerebbe uscire da ogni posizione ideologizzata per fare qualcosa di trasversale e di largamente condivisibile.

C’è una larga fetta della popolazione che non può più dell’insensata moda di ricorrere all’inglese che sta depauperando la nostra lingua. Ci sono linguisti del calibro di Luca Serianni che si sono espressi in modo favorevole all’istituzione del CSLI (“Ancora sul Consiglio Superiore della Lingua Italiana”, in Lingua Italiana d’Oggi, II, pp.55-66, 2005), ci sono le 70.000 persone che in un mese hanno firmato la petizione Dillo in italiano, ci sono “eroi” come Giorgio Pagano che è  arrivato al punto di fare lo sciopero della fame, per richiamare l’attenzione sulla questione. Ci sono i 126 docenti che hanno firmato una lettera di protesta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per opporsi alla decisione dell’ex Rettore del Politecnico di Milano Giovanni Azzone di rendere obbligatorio l’insegnamento solamente in lingua inglese nei corsi magistrali e dottorali, estromettendo così la lingua italiana dalla formazione superiore di ingegneri e architetti. Ci sono le proteste di quanti sono riusciti a fermare il progetto del 2015 di rinnovare il logo del comune di Roma sostituendo lo storico SPQR con il nuovo motto Rome and You…

Questa larga fetta di popolazione, di consumatori e di elettori non è inquadrabile attraverso la destra o la sinistra. E per rispondere alle loro esigenze bisognerebbe riuscire a creare proposte di legge allargate, a costo di attenuare e ammorbidire le soluzioni proposte dai singoli schieramenti.

Dare il buon esempio e iniziare da piccoli passi concreti

Sono convinto che, oltre ai disegni di legge, la politica dovrebbe cominciare forse con il dare il buon esempio.

È curioso, a questo proposito, che si usino due pesi e due misure per le pari opportunità della lingua e delle donne. Se nel 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri (Misure per attuare parità e pari opportunità tra uomini e donne nelle amministrazioni pubbliche) è intervenuta sulla lingua (con l’ausilio dell’Accademia della Crusca) nel regolamentare la femminilizzazione delle cariche e se le pubbliche amministrazioni si sono adeguate ottenendo un cambiamento nella lingua istituzionale e addirittura influenzando quella dei giornali e dei dizionari (ministra, sindaca…), sul fronte degli anglicismi non solo non si sta facendo nulla di concreto, ma anzi, gli apparati dello Stato li introducono nel linguaggio istituzionale con grande disinvoltura.

Io non lo so, davanti al crollo del Partito Democratico, quanto abbia inciso anche il linguaggio anglicizzato renziano (dall’anglicizzazione istituzionale di jobs act, volountary disclousure e tax anziché tasse, al linguaggio fatto di slide, flexicurity o democratic party). Ma di certo per chi vuole raggiungere chi è infastidito dall’eccesso dell’inglese, e dargli voce, è necessario prima di tutto usare un linguaggio non anglicizzato anche nella propria comunicazione personale, politica e istituzionale.

È giusto guardare a quanto avviene negli altri Paesi europei, a cominciare dalla Francia, dove nella Costituzione è scritto che la lingua è il francese, mentre nella nostra l’Articolo 12 specifica i colori della nostra bandiera, ma non fa accenno alla nostra lingua istituzionale. Forse sarebbe allora interessante provare a riproporre per la terza volta (non c’è il due senza il tre) l’iniziativa dell’Accademia della Crusca che chiedeva che anche nella nostra Costituzione si inserisca che la lingua ufficiale è l’italiano (La Crusca lo ha proposto, invano, nel 2006 e nel 2014).

Sicuramente è giusto anche guardare al modello della legge Toubon, magari per prendere ciò che c’è di buono e per migliorarla, più che emularla semplicemente. Davanti alle soluzioni repressive, che nel vostro disegno di legge si esprimono per esempio attraverso le multe, qualcuno potrebbe facilmente invocare l’esempio sbagliato della politica linguistica fascista. A dire il vero non fu il fascismo a introdurle, erano già state proposte e approvate a fine Ottocento, anche se allora l’intento era quello di “battere cassa” tassando le insegne dei negozi in lingua straniera più che tutelare la nostra lingua (cfr. il portale storico della Camera dei Deputati, 2° Tornata del 13 maggio 1874, pp.3628-3629). Ma è strano che, davanti alle tasse sulle insegne straniere dei negozi, c’è chi è pronto a urlare che fu questo l’inizio della guerra ai barbarismi di epoca fascista ma non dice nulla a proposito del fatto che in molti comuni esiste già qualcosa di molto simile, basta qualche regola di buon senso.

A Bologna “dal 1° gennaio 2012 non sono autorizzabili insegne con scritte in lingua straniera che non siano accompagnate da contestuale traduzione letterale in italiano”. Ma anche a Torino (“Qualora i mezzi pubblicitari contengano un messaggio in lingua straniera o dialettale, si richiede la traduzione dello stesso in lingua italiana”), a Pistoia, a Prato e in molte altre città.

Naturalmente questi provvedimenti non hanno nulla a che vedere con la tasse sulle insegne di epoca fascista, sono fatti in nome della trasparenza che è dovuta ai cittadini italiani, per il loro rispetto, più che per dichiarare guerra ai barbarismi. E lo stesso dovrebbe avvenire nel caso del linguaggio istituzionale, nelle scuole, nel lavoro e nella politica…

Personalmente non sono favorevole alle misure costrittive e punitive, ben vengano le multe per ogni tipo di violazione, ma oltre alla legge Toubon ci sono altri esempi forse più virtuosi cui guardare, come quelli di Spagna e Svizzera, che puntano non alla repressione, ma alla promozione e alle campagne di sensibilizzazione. Proibire le insegne straniere genera malcontenti, promuovere una campagna per l’uso dell’italiano (campagne Pubblicità Progresso, interventi nelle scuole…) non avrebbe particolari costi e sarebbe forse più efficace: il modello che sogno non è quello di multare le insegne con scritto Wine bar, ma la speranza che la gente, opportunamente sollecitata, diserterà questo genere di esercizi preferendo le enoteche (nei ristoranti di lusso di New York si dice vino, perché è quella la parola più evocativa e di prestigio che ammicca all’eccellenza italiana). E allora le insegne saranno spontaneamente sostituite dai proprietari di questi locali, se non vogliono chiudere, senza bisogno di alcuna multa e costrizione.

Insomma, quello di cui abbiamo bisogno maggiormente in Italia è semplicemente una campagna culturale: siamo a un bivio e se non spezziamo la follia di dire le cose in inglese (la metà dei neologismi del nuovo Millennio è in inglese) non c’è futuro per l’italiano. Se non capiamo che la nostra lingua deve tornare a essere autonoma, se non ci riappropriamo della capacità di creare neologismi italiani, adattamenti e traduzioni che non violano le nostre regole grammaticali e fonetiche, il destino sarà l’itanglese. La nostra struttura grammaticale non è intaccata, ma il lessico sì, enormemente, e la lingua del Bel Paese si infarcirà solo di sostantivi e locuzioni che sono “corpi estranei”, che violano le nostre regole di pronuncia e di scrittura, si snaturerà sempre maggiormente e sarà in grado di esprimere in italiano solo ciò che appartiene alla storia; diventerà la “lingua dei morti” e perderà la capacità di descrivere il nuovo, il lavoro, la scienza, l’informatica… il futuro.

 

Gentile Giorgia Meloni e gentili deputati tutti, spero vivamente che anche queste mie parole siano lette e magari copiate in un futuro disegno di legge destinato, mi auguro, ad avere un seguito e una qualche forma di concretezza.

Distinti saluti,
antonio zoppetti

Il 4% delle parole del linguaggio comune è in inglese

La prima delle tante riflessioni e statistiche che si possono trarre dal Dizionario delle Alternative Agli Anglicismi (AAA) riguarda la quantità degli anglicismi presenti nel linguaggio comune, cioè quelle parole che una persona di buona cultura dovrebbe conoscere o comprendere all’interno di un discorso (anche se non le usa attivamente), perché non sono tecnicismi o parole di settore specialistiche, e si ritrovano normalmente per esempio sui mezzi di informazione, senza necessità di spiegazioni.

Non mi risulta che esistano studi o calcoli recenti sulla questione, ma se qualcuno ne fosse a conoscenza lo invito a segnalarli.

Il linguaggio comune secondo Tullio De Mauro

Faccio riferimento al modello di Tullio De Mauro, il (grandissimo) linguista che negava che gli anglicismi costituissero un problema per la lingua italiana.

Secondo questo modello, ci sono circa 7.000 parole definite di base, cioè quelle che chiunque conosce e usa e che costituiscono le parole più frequenti (il linguaggio di base a sua volta è composto da circa 2.000 parole fondamentali, 2.300 di alta disponibilità e 2.750 di alto uso). Accanto a queste ci sono poi circa 40.000 parole che costituiscono il linguaggio comune, quelle che tutti conoscono, anche se non è detto che le usino attivamente.

Oltre a queste 47.000 parole (7.000 di base + 40.000 comuni), ci sono poi le altre (nei dizionari monovolume oscillano tra 50.000 e 100.00) che appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.

Nel negare l’anglicizzazione della lingua italiana, uno dei punti di forza di De Mauro (e dei negazionisti che continuano a ripetere queste stesse cose) era nell’escludere gli anglicismi dal linguaggio di base e da quello comune per relegarli nella sfera dei tecnicismi di settore. In questo modo l’italiano sembra salvo e l’itanglese lontano.

Ma questa teoria non è più sostenibile, come ho cercato di dimostrare nei miei lavori.

E allora il punto è: quanti sono, oggi, gli anglicismi nel linguaggio comune?


Perché le marche di De Mauro non sono più attuali

Nelle Avvertenze al dizionario Nuovo De Mauro (che risale al 2001)  il criterio usato nel marcare le parole è ben specificato:

CO: comune; sono così marcati i vocaboli che sono usati e compresi indipendentemente dalla professione o mestiere che si esercita o dalla collocazione regionale e che sono generalmente noti a chiunque abbia un livello mediosuperiore di istruzione;

TS: tecnico-specialistico; sono così marcati vocaboli legati a un uso marcatamente o esclusivamente tecnico o scientifico e noti soprattutto in rapporto a particolari attività, tecnologie, scienze;

Ma seguendo questo criterio, se cerchiamo “mouse” , vediamo che è marcato come TS dell’informatica, cioè come fosse un tecnicismo, e così “password“,  “scanner” (TS elettronica/medicina), “chat” (TS informatica), “hacker” (TS informatica), “laser” (TS fisica)  e altre centinaia e centinaia di anglicismi che sono invece alla portata di tutti.

Se la teoria che fa degli anglicismi termini di settore si basa su queste marche, molto semplicemente è priva di fondamento!

Nel 2018 non si può più sostenere che parole come queste siano fuori dal linguaggio comune. A dire il vero non era sostenibile nemmeno nel 2001, come ho provato a dimostrare nel mio libro, ma in ogni caso una lingua è viva e queste categorie si spostano velocemente: se non vengono aggiornate continuamente, rischiano di diventare presto obsolete e di restituire una fotografia della nostra lingua che non è reale.

Non sono il solo a manifestare perplessità davanti alle marche utilizzate nei dizionari di De Mauro. Nel 2015 Claudio Giovanardi notava che la distinzione delle fasce sembra arbitraria e contestabile, che i confini tra i livelli sono sfumati, che tra le parole fondamentali c’era software ma non hardware, offline ma non online, e non si spiegava l’assenza di parole popolari come big, mouse, news, jogging, day, wow, mobbing, stalking, ticket e selfie.

Claudio Giovanardi, “Un bilancio delle proposte di traduzioni degli anglicismi 10 anni dopo” in Claudio Marazzini e Alessio Petralli (a cura di), La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi, Accademia della Crusca/goWare 2015, pp. 64-85 (e-book, formato epub).

Prima di lui, nel 2008, Andrea Bistarelli scriveva che le marche d’uso appaiono discutibili specialmente in casi come e-mail, che all’epoca era ancora classificata come tecnicismo informatico (TS).

Andrea Bistarelli, “L’interferenza dell’inglese sull’italiano. Un’analisi quantitativa e qualitativa” in inTRAlinea. Online translation journal, Volume 10, 2008, www.intralinea.org/archive/article/1644.

E allora come stanno le cose?


Gli anglicismi comuni in AAA

Nel classificare i circa 3.550 anglicismi inseriti in AAA ho provato a utilizzare marche (o categorie) un po’ più attuali. La categoria che include 155 Anglicismi fondamentali, per esempio, raccoglie gli anglicismi inseriti nel Nuovo vocabolario di base di Tullio De Mauro (circa 129 parole, quindi l’1,7%) integrati con quelli delle 10.000 parole fondamentali secondo il Devoto-Oli 2017 e delle 5.485 dello Zingarelli 2017 (se le parole fondamentali fossero 10.000, 155 costituirebbe l’1,55%).

I 1922 Anglicismi comuni, invece, sono una raccolta empirica e basata sul buon senso, ancora in via di revisione. Sicuramente sono stati inseriti un centinaio di anglicismi che potrebbero essere messi in discussione (qualcuno potrebbe obiettare che siano davvero comuni), ma il problema principale non è nell’inserimento di parole dubbie, ma nelle lacune: ci sono centinaia di parole che non sono state marcate così, per non calcare la mano portando acqua al mio mulino, per esempio curvy, cyber sex, account executivepre-shave (il prebarba contrapposto ad after-shave, che si trova normalmente nelle pubblicità o nei negozi)… che non sono certo “tecnicismi”.

In sintesi: anche se i criteri di demarcazione non sono sempre oggettivabili, gli ordini di grandezza che ne escono sono abbastanza affidabili, ritengo. E 1.900 anglicismi comuni, confrontati con le 47.000 parole che secondo De Mauro formano il linguaggio comune, costituiscono il 4%.

Dunque il 4% delle parole comuni è in inglese! E questo è un dato nuovo, pesante, accaduto negli ultimi 30 anni e destinato ad aumentare. Non è un caso che circa la metà dei neologismi del nuovo Millennio sia inglese, da quanto si ricava dallo spoglio di Devoto Oli e Zingarelli.

Concludendo: l’inglese non si traduce, non si adatta, non si coniano nuove parole ma si prende in prestito direttamente senza nessuno sforzo di dirlo in italiano… E allora come si fa ancora a negare che l’italiano si sta anglicizzando? Su quali basi? Su quali numeri?

E cosa accadrà fra 20 o 30 anni se non si spezza questa moda assurda e deleteria di dirlo in inglese?

Ai posteri la non così ardua sentenza.

Rassegna stampa e gagliardini

In questa prima settimana di vita, il dizionario AAA: Alternative Agli Anglicismi ha ricevuto più di 3.000 visitatori e ha erogato oltre 17.000 pagine. Ringrazio tutti i lettori e soprattutto i partecipanti che hanno portato una trentina di voci aggiunte e una quindicina di miglioramenti delle voci esistenti e di correzione di sviste.

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Sono anche usciti vari pezzi, tra cui un’intervista di Giacomo Russo Spena su MicroMega, una segnalazione di Loredana Lipperini su la Repubblica, una recensione di Luisa Carrada su il Mestiere di scrivere, un articolo sulla Comunità radiotelevisiva italofona, una riflessione di Armando Adolgiso su Cosmotaxi e varie altre segnalazioni in Rete.

Nei prossimi articoli rilascerò dati inediti, statistiche, analisi e riflessioni su questo enorme lavoro di ricerca e di classificazione in divenire. Intanto è stata inagurata una pagina provvisoria dove tutti coloro che ci vogliono aiutare nella diffusione del progetto possono adottare un gagliardino da esporre con un collegamento a AAA.italofonia.info.

Oltre ai primi gagliardini c’è anche qualche vignetta spiritosa che si può “facciabucare”, inoltrare, far circolare.

Grazie a tutti.

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Buzzati 500

Boccaccio 500

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stupro Manzoni 500

stuproDante 500

AAA: il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Da oggi è in Rete AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi, un progetto gratuito a disposizione di tutti che raccoglie oltre 3.500 anglicismi – i più frequenti nella lingua italiana – affiancati da spiegazioni e, quando presenti, da alternative e sinonimi italiani in uso (con esempi concreti di utilizzo dalla stampa), senza alcun intento puristico né pretese di imporre alternative forzate.

Sono possibili ricerche per parola, a tutto testo e alfabetiche, e il contenuto è catalogato in 90 categorie ed etichette per una consultazione tematica, dall’informatica (570 voci) all’“aziendalese” (482), dallo sport (286) all’economia (283), sino alle curiosità come gli anglicismi culinari (122) o quelli del sesso (90). Oltre a questi ambiti, ci sono poi categorie di analisi con cui è stata quantificata  la presenza degli anglicismi per esempio nel linguaggio di base (Fondamentali: 154), nel linguaggio comune (1.922), oppure sono state raggruppate tutte le locuzioni (1.351), i derivati dai nomi comerciali, i principali pseudoanglicismi, anglolatinismi

Perché?

Davanti all’abuso sempre più dilagante di inglese e itanglese, l’obiettivo è di contribuire alla libertà di scelta di chi utilizza la lingua italiana. Molte parole inglesi risultano ostiche e difficili per tante persone e la loro comprensione necessita di spiegazioni (whistleblower, caregiver, spoils system, quantitative easing…). Soprattutto, nel linguaggio dei giornali e di alcuni settori come l’informatica o il mondo del lavoro, spesso si ricorre preferibilmente alle parole inglesi con il risultato che le alternative italiane regrediscono e non vengono più spontanee (competitor/competitore, budget/stanziamento, staff/personale, feedback/riscontro, trailer/anteprima…).

Ognuno parla come vuole, ma per poter scegliere in modo consapevole è necessario che le alternative vengano divulgate.

Dante e gli anglicismi

 

Un progetto aperto e collettivo

Questa prima versione Beta del dizionario non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza: l’intento è di dare vita a una comunità in Rete che sfrutti l’intelligenza collettiva e connettiva per arricchire il progetto giorno per giorno attraverso i contributi dei lettori.

Mi rivolgo a tutti coloro che consultando il dizionario lo troveranno utile; mi piacerebbe che i lettori diventassero partecipanti, spero che ognuno prenda da questo lavoro ciò che gli serve, ma allo stesso tempo lasci il proprio contributo per migliorarlo: la segnalazione di errori o lacune, di anglicismi mancanti o di nuove alternative attraverso esempi di uso contestualizzati…

Proviamo a spezzare la moda assurda di dirlo in inglese, opponiamoci al senso di inferiorità nei confronti dei modelli culturali angloamericani della nostra classe dirigente e intellettuale.

Invito tutti a diffondere l’esistenza di questo progetto, a partecipare, a farlo circolare e a “fare rete”.

Ringrazio il portale indipendente italofonia.info che ospita il mio lavoro e che lo ha realizzato dal punto di vista tecnico e grafico.

 

Lo dicono tutti in inglese?
Distinguiti, dillo in italiano!
Come?
AAA – il dizionario delle Alternative Agli Anglicismi

Cinema e anglicizzazione

La macchina dei sogni, il cinema, ha da sempre esercitato un fascino enorme sulle masse, e quello di Hollywood (da cui l’aggettivo hollywoodiano) ha contribuito sin dagli albori a portare in Italia parole inglesi come star (stella, divo), star system (il mondo del cinema), major (i colossi del cinema contrapposti alle minor, le piccole case di produzione specializzate in b-movie), cast (gli attori, da cui casting, cioè scritturazione, audizione, provini).
E poi gli oscar, i drive-in, le pellicole di cowboy, i western (ma spesso erano solo degli spaghetti western come i film di Sergio Leone), gli stuntman (cascatori o controfigure, acrobatiche se si vuole), i colossal, il flashback… i film!

cinema

Film è una parola ormai assimilata e quasi insostituibile che passa inosservata, ma si tratta di un anglicismo (anche se non viola le regole ortografiche e di pronuncia dell’italiano) che significa semplicemente pellicola. Inizialmente era infatti riportato al femminile, per analogia con pellicola:

“Domatore ferito da una tigre durante una ‘film’ cinematografica” si può leggere su un articolo de La Stampa del 1911, che poi precisa: “Al momento in cui la film aveva cominciato a svolgersi (…) la belva (…) si slanciò sul disgraziato domatore” (La Stampa, venerdì 17 febbraio 1911, p. 4).

E ancora nel 1926, sullo stesso giornale si legge: “‘Maciste all’inferno’ è una bella film d’arte” (La Stampa, giovedì 15 aprile 1926, p. 6), mentre bisogna aspettare i decenni tra il 1930 e il 1940 perché il maschile prenda il sopravvento.

Oggi accanto a film sta prendendo piede anche movie (questo sì un “corpo estraneo” che viola le regole dell’italiano nella grafia e nella pronuncia) che circola in moltissime locuzioni: dopo cult movie (film di culto), è arrivato l’home movie (il mercato domestico, detto anche home video), oltre a instant film si dice anche instant movie, e un film incentrato sul viaggio è un road movie.

 

I generi cinematografici in inglese

Nel Nuovo millennio l’anglicizzazione nel settore cinematografico ci sta veramente sfuggendo di mano.

Dopo alcune categorie storiche come musical o thriller, negli ultimi tempi i generi cinematografici sono sempre più in inglese. Un film d’azione è un action movie, il fantastico è fantasy, l’orrore horror, la fantascienza science fiction, lo spionaggio spy-story, un dramma è chiamato drama, una commedia nera black comedy e il mistero diventa mistery. Un film biografico è chiamato biopic, un film giudiziario legal, un poliziesco è una detective story, un film porno è detto anche blue movie.

Le parole italiane per i generi classici regrediscono di fronte all’avanzata dell’inglese, e nuovi generi si impongono direttamente senza quasi alternative italiane come pulp o splatter, mentre una pellicola pornografica che ritrae torture, omicidi a sfondo sessuale e altre nefandezze si chiama snuff movie, che suona innocente ed edulcorativo. In italiano manca una parola per indicarlo, e qualche linguistica ammuffito lo potrebbe chiamare un prestito di necessità, anche se forse non c’è assolutamente bisogno di creare una parola precisa per ogni cosa, soprattutto per quelle di cui non se ne sente l’esigenza.

In questo delirio di dare un nome alle cose in modo sempre più chirurgico, e spesso inutile, una parola come documentario sembra ormai obsoleta. Di che cosa si sta parlando? Un po’ di precisione, che diamine! Perché nel cinema dei sotto-sotto-generi un docufilm può essere un docudrama o una docufiction (visto il radicamento di fiction invece di finzione anche in tv, per indicare quelli che un tempo erano gli sceneggiati) in un moltiplicarsi di sottili differenze davvero impalpabili. In televisione passano i docu-reality (e non gli sceneggiati), mentre un mockumentary (mock = falso + documentary = documentario) fa più figo di pseudo-documentario (o documentario ucronico, distopico).

In questa follia, va detto che Hollywood ha da tempo spostato gli investimenti produttivi dal cinema alle serie (fino a quando non diremo tutti serial) e nel vuoto artistico e di idee le produzioni hollywoodiane non fanno altro che sfornare trasposizioni di fumetti dette live action (come spiderman, che una volta si chiamava uomo ragno), e rifacimenti chiamati remake. Ma remake è ancora troppo vago, bisogna essere più precisi per dare un nome (inglese) a tutto questo po’ po’ di grandi opere d’arte! Di quale rifacimento si parla? Un conto è rifare ogni dieci anni con effetti speciali sempre più spettacolari un film come King Kong, ma poi ci c’è il sequel, in italiano un seguito, continuazione o prosecuzione di un film di successo, che è importante distinguere da un prequel che non è altro che l’antefatto di una storia che viene ripresa, il come è cominciata. E poi c’è il newquel (ma è uno pseudoanglicismo) per indicare non proprio un rifacimento, ma una storia che si riallaccia a trame precedenti sviluppate in altri modi, senza essere una continuazione né un antefatto (che distinzione importante!), dunque una variazione sul tema, mentre il rilancio di un vecchio film che però prevede un cambiamento della trama (dunque una rivisitazione o una rielaborazione) si chiama reboot. Se invece la storia riprende e sviluppa le vicende o un personaggio preso in prestito da un altro film, cioè se è una costola, una ramificazione o un’opera figlia, derivata da un’altra trama è meglio chiamarlo spin-off (“Mork e Mindy era uno spin off di Happy Days: l’alieno Mork compare per la prima volta accanto a Fonzie in un episodio della quinta serie”).

Parole come location, che inizialmente designavano il luogo scelto per l’ambientazione di una ripresa cinematografica, quindi la scena, lo sfondo, l’ambientazione (scelta o ricostruita) hanno valicato l’ambito cinematografico per designare in modo più esteso un luogo qualsiasi, dunque un ambiente, un posto, una sede, un’ubicazione, una collocazione, una zona, un’area dove ambientare qualunque cosa, per es. la location di un ristorante = la posizione. Parole come nomination, dalla cerimonia degli oscar passano in televisione per indicare la nomina dei concorrenti da eliminare dei reality.

Eppure luogo e nomina sono parole italiane equivalenti e ben più corte degli anglicismi, giusto per ricordare a tutti quelli che vanno dicendo che preferiamo l’inglese perché è più sintetico che non è certo questa la ragione della sua preferenza. La verità è che ci piace di più, ci suona maggiormente evocativo e preciso. Nomination, location… quanto ci piacciono i suoni in “escion” come la Svalutation di Adriano Celentano.

E così un’anteprima è un trailer, un film da botteghino o un campione di incassi è un blockbuster, una locandina animata è un motion poster, ed esistono ben più di cento anglicismi comuni che circolano nel linguaggio cinematografico di base, dalla A di action movie alla Z di zombi.

 

I titoli non tradotti

Un altro fattore sfavorevole per la lingua italiana è la scelta del mercato cinematografico di non tradurre più i titoli dei film che circolano ormai solo in inglese, talvolta affiancati da una traduzione italiana che solo raramente precede il titolo originale, il più delle volte lo segue, sempre che ci sia.

Ed ecco l’imperialismo linguistico americano, l’altra faccia dell’impero economico delle multinazionali, che si impone alla faccia della comprensione e forse del gradimento degli spettatori.

“Vogliamo fare una scommessa? – scriveva Tullio Kezich già vent’anni fa – La settimana prossima mettetevi nell’atrio di un qualsiasi cinema dove proietteranno Out of Sight con George Clooney e chiedete alla gente in uscita che cosa vuol dire il titolo. Scommettiamo che la stragrande maggioranza degli interpellati dimostrerà di non saperlo e si rivelerà incapace di pronunciarlo?”

[Tullio Kezich, “Se ci invade l’italese”, Corriere della Sera, sabato 7 novembre 1998, p. 34].

 

Per quantificare questa tendenza ho provato a fare una ricerca sulle principali banche dati di cinema di tutte le pellicole che contenessero nel titolo la parola break, per sceglierne una tra le tante che si ricombinano in più di un derivato. Ho trovato così 35 film, usciti tra il 1935 e il 2011. Sino al 1976 (i primi 12 titoli) erano stati tutti tradotti. Poi, con il passare del tempo sempre meno: degli altri 23 ne sono stati tradotti solo 7; 12 sono rimasti inglese e 4 hanno mantenuto il doppio titolo, inglese e italiano. In 2 casi ci sono addirittura titoli in inglese per tradurre originali espressi in svedese e cinese!

Di seguito riporto una tabella tratta da Diciamolo in italiano (Hoepli 2017, p. 130-131) che mi pare significativa.

ANNO TITOLO ITALIANO TITOLO ORIGINALE REGIA/NAZIONALITÀ
1935 Quando si ama Break of hearts Philip Moeller, USA
1937 Pronto per due Breakfast for two Alfred Santell, USA
1938 Un colpo di vento Breaking the ice Edward Cline, USA
1938 Vogliamo la celebrità Break the News René Clair, UK
1950 Normandia Breakthrough Lewis Seiler, USA
1952 Il pugilatore di Sing Sing Breakdown Edmond Angelo, USA
1955 Interpol agente Z3 Break of the circle Val Guest, USA
1961 Colazione da Tiffany Breakfast at Tiffany’s Blake Edwards, USA
1975 10 secondi per fuggire Breakout Tom Gries, USA
1975 Io non credo a nessuno Breakheart pass Tom Gries, USA
1976 Al primo chiarore dell’alba Break of Day Ken Hannam, Australia
1976 Punto di rottura Breaking Point Bob Clark, Canada
1977 Breaker! Breaker! Breaker! Breaker! Don Hulette, USA
1979 All American Boys Breaking Away Peter Yates, USA
1979 Esecuzione di un eroe Breaker Morant Bruce Beresford, Australia
1980 Breaking Glass Breaking Glass Brian Gibson, USA
1984 Breakdance Breakin’ Joel Silberg, USA
1984 Breakin’ Electric Boogaloo Breakin’ 2: Electric Boogaloo Sam Firstenberg, USA
1984 Breakdance Test Breakdance Test Lech Kowalski, USA
1985 Breakfast Club The Breakfast Club John Hughes
1989 Ladro e gentiluomo Breaking In Bill Forsyth, USA
1991 Point Break – Punto di rottura Point Break Kathryn Bigelow, USA
1996 L’amore non è cieco Breaking Free David Mackay, USA
1996 Le onde del destino Breaking The Waves Lars von Trier, Danimarca
1996 Breakaway Breakaway Sean Dash, USA
1997 Breakdown – La trappola Breakdown Jonathan Mostow, USA
1997 Breaking up – Lasciarsi Breaking up Robert Greenwald, USA
1998 A tutto gas Breakout John Bradshaw, Canada
1999 La colazione dei campioni Breakfast of Champions Alan Rudolph, USA
1999 Breaking Out Vägen ut Daniel Lind Lagerlöf, Svezia
2004 Breaking News Daai Si Gin Johnnie To, Cina
2005 Breakfast on Pluto Breakfast on Pluto Neil Jordan, Irlanda
2006 Complicità e sospetti – Breaking and Entering Breaking and Entering Anthony Minghell, USA
2009 Breaking Upwards Breaking Upwards Daryl Wein, USA
2011 Succhiami Breaking Wind Craig Moss, USA

La comprensibilità o meno da parte della gente sembra passare in secondo piano. Evidentemente prevale la strategia del fascino dello straniero e l’importazione di una lingua da imporre ai consumatori a ogni costo, che lo gradiscano o meno, in una logica sempre più di mercato globale, perché nella comunicazione internazionale l’inglese non è semplicemente una serie di segni e di parole, ma soprattutto un simbolo culturale, e una strategia di espansione economica.

Cfr.: Jenny Cheshire e Lise-Marie Moser, “English as a Cultural Symbol: The Case of Advertisement in French-Speaking Switzerland” in Journal of Multilingual and Multcultural Development, Vol.15, 6.1994, pp. 451–469.

 

Dai titoli dei film alla lingua italiana

Queste strategie commerciali che rinunciano a tradurre i titoli dei film sono le stesse che nel mercato rinunciano a tradurre i nomi dei prodotti in vendita (dai cheeseburger agli skateboard) o che nell’informatica rinunciano a tradurre le interfacce (dai download agli snippet). E in questo modo dai titoli dei film alla lingua italiana il passo è breve. La contaminazione è facile e frequente.

Una delle più antiche è rappresentata da baby doll (lett. piccola bambola) il completo da notte femminile divenuto popolare attraverso l’omonimo film di Elia Kazan (1956).

Ma gli esempi più recenti sono davvero tanti.

♦ 1983: esce The day after (di N. Meyer), incentrato sulle conseguenze di un’esplosione nucleare. L’espressione si impone, e oggi per estensione indica il giorno dopo di un qualunque evento eclatante che comporta conseguenze e cambiamenti: il day after dell’11 settembre, dei mondiali di calcio, di un’elezione politica…

♦ 1984: arriva La rivincita dei nerds, una commedia diretta da Jeff Kanew incentrata sulle vicende di un gruppo di studenti americani emarginati dai propri coetanei liceali perché goffi, trasandati e impacciati con il gentil sesso. In italiano si chiamano secchioni, ma in pochi anni l’anglicismo si fonde con il linguaggio della Rete, e il secchione informatico oggi è solo nerd.

Nello stesso anno arrivano anche i Gremlins (di Joe Dante) e queste creature di fantasia delle fiabe e delle tradizioni popolari, cioè i folletti, creano una nuova, intraducibile epopea.

1985: è la volta di Top gun (di T. Scott) che diffonde l’espressione al punto che oggi indica un pilota di caccia.

1986: irrompe Highlander – L’ultimo immortale (di Russell Mulcahy) ed ecco che dalla traduzione letterale di scozzese (abitante delle Highlands, le regioni montuose della Scozia, cioè le Alte Terre) che designava anche un militare scozzese, in italiano highlander è ormai diventato sinonimo di immortale, indistruttibile, ineliminabile.

 

Mi sono dilungato forse troppo, ma l’anglicizzazione della lingua italiana non riguarda solo il cinema, intacca ogni settore. I più devastati sono quello informatico e quello aziendale. Ma non c’è settore che si salvi. E dai settori, inevitabilmente molti anglicismi straripano nel linguaggio comune. Con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. A parte di chi continua a negare la questione soltanto perché non la studia.

Childfree e childless

Gentile Michela Andreozzi,

sul Corriere di ieri leggo che vorrebbe aprire un concorso per trovare un neologismo italiano per spiegare la differenza tra chi come lei si definisce childfree, consapevolmente senza figli, e chi invece è childless, cioè non ha figli suo malgrado.

Mi piacerebbe tanto partecipare a questo concorso, ma ci sono molti ma…

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La questione non è tanto che in italiano ci manchino le parole, il punto è che ci piace dirle in inglese.

Una donna che non ha uno spirito materno – o un uomo apaterno, non paterno, visto che questa scelta riguarda anche l’universo maschile – potrebbe essere benissimo definita come amaterna o non materna. E una donna che non ha figli suo malgrado potrebbe essere semplicemente una mamma mancata, che potremmo dire spiritosamente mammancata se proprio c’è la necessità di esprimere questo stato d’animo con una parola nuova.

Sono consapevole che queste alternative suonino ridicole. E proprio questo è il cuore della faccenda.

Si potrebbero inventare tantissime altre parole più evocative delle mie, ma probabilmente suonerebbero brutte, insolite, per il semplice fatto che le parole devono entrare nell’uso, non solo esistere, e come notava già Leopardi le parole che muovono le risa sono quelle che non siamo abituati a sentire. Solo l’abitudine ce le fa apparire belle o brutte.

La questione che lei pone è analoga a quella dei single.

Single per scelta.
Di chi? Tua o degli altri?

Questa è l’immancabile battuta che si sente ripetere chi si dichiara single, orgogliosamente oppure con la malcelata disperazione di una zitella. Anche in questo caso manca una parola per esprimere questa differenza non troppo sottile. Ma forse non si sente l’esigenza di coniarla.

Perché ricorriamo all’inglese?
Un tempo chi non era sposato era signorino e signorina, parole oggi cancellate anche dal linguaggio burocratico-amministrativo. C’era scapolo, nubile, celibe… Chi le usa più nel linguaggio di tutti i giorni? Al massimo circola singolo, inizialmente un falso amico, che per influsso dell’inglese ha cominciato a designare non più solo ciò che è unico, ma anche chi è single.

Ecco, tornando alla genitorialità mancata e non voluta, anche se avessimo parole italiane per esprimere questa differenza, mi permetta di dubitare che queste parole sarebbero preferite all’inglese.  Mi permetta di dubitare anche che dirle in inglese risolva tutto, perché un italiano medio non capisce affatto la distinzione tra childfree e childless, che infatti necessita di una spiegazione per risultare comprensibile.

Essere senza prole per scelta e trovarcisi nostro malgrado è come trovarsi senza parole (italiane) per scelta (perché si preferisce dirle in inglese), ed essere senza parole nostro malgrado, perché non ci sono. A volte usare locuzioni più lunghe può essere un buon inizio. In fondo childfree e childless, anche se si scrivono attaccate, in inglese sono parole composte: child + free o less. Questo è un aspetto dell’inglese che i linguisti hanno trascurato e non hanno mai approfondito né colto, probabilmente. Eppure basta consultare i dizionari: quasi la metà degli anglicismi in italiano sono locuzioni o parole composte, non sono affatto “prestiti isolati” come nel caso di tutti gli altri forestierismi. E per questo si moltiplicano e si intrecciano con un effetto domino sempre più contagioso. Se oggi si stanno imponendo nell’italiano è perché le loro radici circolano in tanti altri composti e locuzioni che si ricombinano tra loro in tutti i modi.

Less (= senza) ricorre in cordless e wireless (rispettivamente apparecchi o connessioni senza fili), in ticketless (biglietto digitale, telematico, virtuale), in homeless (senzatetto)…  e free lo troviamo nei prodotti carbon free (privi di emissioni di carbonio), fat free, gluten free (senza grassi e senza glutine) e nei duty free (zone franche o negozi esentasse).

Questo è l’inglese che straripa nella nostra lingua sempre più incontrollato. Crediamo che gli anglicismi siano dei “prestiti” cui attingere quando non abbiamo le parole, e dunque qualche linguista definirebbe childfree e childlessprestiti di necessità“, usando categorie ridicole e obsolete di più di cent’anni fa che non sono in grado di dare una spiegazione al fenomeno dell’itanglese. Ma la realtà è un’altra. Gli anglicismi costituiscono una rete che si allarga nel nostro lessico, una lingua nella lingua, che spesso fa morire le parole italiane anche quando ci sono. È su questo sostrato che poi diventa impossibile proporre alternative italiane.

Chi dice più pluriomicida davanti a serial killer? E calcolatore/elaboratore davanti a computer? Stanziamento o tetto di spesa invece di budget? E notizie false invece di fake news? Questi sono prestiti sterminatori. Parole che sono entrate in modo dirompente e da “prestiti di lusso” si sono trasformati in “prestiti di necessità”, non perché ci manchino le parole, ma perché i parlanti – come lei che nell’articolo dice di avere fatto coming out, invece che per esempio una pubblica ammissione o dichiarazione – le vogliono dire in inglese.

In questo contesto, pensare di creare neologismi italiani suona utopistico. Il punto non è saperli creare, ma usarli! E invece, stando ai dati di Zingarelli e Devoto Oli, praticamente la metà dei neologismi del Nuovo millennio sono in inglese. Vero o presunto non importa. Basta che suoni inglese. Come i no vax, che in inglese sono gli anti-vaxxer, ma da noi si dice no vax perché abbiamo interiorizzato una regola: no global, no comment, no cost, no limits, no logo… dunque: vaccino si dice vax? E allora un bel no vax viene ormai spontaneo. Non ci mancano le parole in questo caso, ma invece di antivaccinisti preferiamo usare un inglese maccheronico.

Che cosa ne sarà della nostra lingua se andiamo avanti così? Diventerà la lingua dei morti, incapace di esprimere tutto ciò che è nuovo, che diremo in simil-inglese.

Venendo a childfree, l’unica possibilità è che chi si identifica in modo orgoglioso in questo concetto dovrebbe in modo altrettanto orgoglioso proporre un’alternativa italiana. In Francia circolano espressioni orgogliose come “Sans enfant par choix” o la “Fête des Non-Parents”. Da noi si potrebbe parlare di consapevolezza della procreazione, la scelta non procreativa è un fenomeno della società di oggi che merita di essere detto in italiano. Che ne dice delle posizioni dei non genitorialisti? Dei senza prole? Senza figli per scelta? Prole-scettici? Non bambinisti? Senza eredi? Senzabimbi? Solitari? Antiprole? Amaterni e apaterni?

Sono consapevole che le mie proposte non saranno soddisfacenti per vincere il suo concorso. Le propongo perciò di inventare lei una parola o un’espressione italiana che le piace di più e che sente di poter rivendicare con orgoglio. E la prossima volta che la intervisteranno su un giornale la gridi forte. Forse anche i giornalisti la ripeteranno. Forse si diffonderà. Non importa quale parola, l’unica cosa che importa è che si propaghi. La lingua italiana evolve o involve a questo modo. Non bisogna aspettare che qualche linguista ci dica qual è la parola adatta. Creare neologismi non è compito dei linguisti, caso mai dei giornalisti, e anche degli uomini di spettacolo come lei, di chi ha la possibilità di rivolgersi a un largo pubblico e di farsi ascoltare da tante persone.

La lingua la facciamo tutti noi parlanti e la fanno i mezzi di informazione. Il problema non è quello di inventare neologismi, il problema è smettere di preferire l’inglese. Dobbiamo cessare di vergognarci di dirlo in italiano e spezzare la convinzione che dirlo in inglese sia moderno e figo, mentre invece molto spesso è semplicemente deleterio e ridicolo.

L’anglicizzazione dell’italiano

Le prime notizie del Corriere della Sera in rete di oggi pullulano di anglicismi gridati in bella vista soprattutto nei titoloni. Non è una novità e non c’è da stupirsi, ho già parlato in altre occasioni delle “statistiche drogate” che tendono a ridimensionarne il numero. Però evidenziarli è utile. Il tweet storm nel titolone (quale percentuale di lettori lo capirà?) che solo nel sottotitolo diventa tempesta di tweet (qualcuno ha osato per fortuna tradurli anche come cinguettii, anche se è un’alternativa secondaria), i troll, che oggi ci appaiono quasi “necessari” perché gli italiani non li hanno voluti né saputi tradurre, la Tap, acronimo di Trans-Adriatic Pipeline, perché le sigle noi le ripetiamo all’americana (come il Gdpr, l’aids, il dna, gli ufo…). E poi il vicepremier, perché ormai nel linguaggio della politica si vuole fare gli americani, e da anni premier tende a essere preferito invece di presidente nel consiglio come indicato nella nostra Costituzione. E poi anglicismi assimilati senza più porsi il problema del fatto che esisterebbero alternative italiane: shopping, vip, fan, summit… In pratica, a parte il caso dell’intervista allo psichiatra Vittorino Andreoli, non c’è titolone che non abbia almeno un anglicismo.

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Le prime notizie del Corriere in rete di oggi

Sul Corriere di ieri (che di certo è uno dei peggiori giornali dal punto di vista dell’abuso dell’inglese) le cose non erano tanto diverse: SuperTutor, low cost, flat tax, first lady, mentre parole come vip o party son ripetute quotidianamente come prive di alternative… e dalle pubblicità occhieggiano il trading, lo shopping online

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Una schermata del Corriere in rete di ieri 5 agosto 2018

 

Questa è la lingua che parlano i giornali, che pare destinata a diventare sempre più itanglese. L’anglicizzazione dell’italiano è sotto gli occhi di tutti. Innegabile. Eppure una schiera di linguisti con le fette di salame degli occhi continua a negarla, e a ripetere che non sta succedendo nulla. Senza alcuna argomentazione valida.

La verità è che la classe dirigente di oggi preferisce l’inglese. Si vergogna di dirlo in italiano, è convinta che l’inglese sia un segno di modernità e di internazionalismo. E il destino della lingua di Dante è quello di regredire anno dopo anno, per infarcirsi di suoni alieni, di parole che si pronunciano e scrivono con modalità che violano il nostro sistema fonetico e ortografico.

Il West Nile Virus (febbre del Nilo) e il morbus anglicus

In questi giorni il West Nile Virus occhieggia sulle pagine di tutti i giornali, ma è estate, e questo genere di notizie, che finiscono in prima pagina anche se non costituiscono di certo un’emergenza, sono ciò di cui la stampa si nutre.

corriere 30_7_2018 prima pagina
Dal Corriere della Sera in rete di oggi: la traduzione non è nemmeno riportata.

Il West Nile Virus (con le iniziali maiuscole per renderlo ancora più americano), altre volte detto anche West Nile Fever, non è altro che la febbre del Nilo (occidentale, se proprio si vuole specificare inutilmente), come sarebbe naturale dire se un altro morbo non affliggesse la nostra classe dirigente e i giornalisti. Si tratta naturalmente del morbus anglicus, per dirla con Arrigo Castellani, e cioè la “malattia” che ci fa preferire le espressioni in inglese, con il risultato che parola nuova dopo parola nuova, l’italiano si impoverisce e regredisce.

A dire il vero questo virus non è nuovo, è stato individuato negli anni Trenta nel distretto West Nile – cioè del Nilo occidentale – dell’Uganda, e da qui è nato questo nome. La diffusione del fenomeno negli Stati Uniti e anche in Europa è però avvenuta sporadicamente solo negli anni Novanta e negli anni Duemila. È l’ennesimo morbo trasmesso dalla puntura di alcune zanzare e provoca febbre alta che in qualche caso può condurre alla morte.

Niente di nuovo sotto il sole, anche la febbre gialla è causata da un virus simile, così come l’atavica malaria detta anche paludismo (benché invece di un virus l’agente patogeno incriminato sia un protozoo).  La novità è che, nel Duemila, il nome che si dà alle cose nuove è in inglese e sui giornali è il West Nile Virus a rappresentare l’urlo sulle prime pagine, mentre la traduzione comprensibile a tutti che dovrebbe essere naturale per un popolo la cui lingua dovrebbe essere l’italiano, compare, se compare, come sinonimia secondaria solo nel corpo degli articoli.

stampa 30_7_2018
Sbatti il monster in prima pagina: su La Stampa l’anglicismo è urlato nel titolo in grande, mentre la traduzione, virgolettata come fosse un’espressione impropria, è una spiegazione che compare solo nel sommario didascalico.

 

In questo modo il virus linguistico dell’itanglese viene veicolato dai mezzi di informazione che lo diffondono e fanno sì che la gente lo ripeta. La tendenza si inverte solo scorrendo non le prime pagine dei giornali, dove l’inglese nei titoloni è voluto e funzionale a creare qualcosa di nuovo e di esotico che suscita curiosità, ma nelle pagine locali. Solo in questo caso la prospettiva si inverte, e l’italiano febbre del Nilo compare nei titoli, perché il pubblico delle notizie locali attento al proprio orticello privilegia la chiarezza e l’italiano, e dunque è l’anglicismo a essere relegato nel pezzo come sinonimo.

repubblicaBO2agosto2016
La Repubblica: le pagini locali di Bologna in un articolo del 2016. In questo caso l’italiano veniva privilegiato nel titolo, sia perché l’espressione inglese non era ancora così nota, sia perché gli articoli locali seguono logiche comunicative più attente all’esigenza dei lettori interessati a eventi italiani.

Passando dalla stampa agli organi istituzionali è interessante sottolineare, e denunciare, che sul sito del ministero della salute c’è solo l’inglese, le parole “febbre” e “Nilo” non compaiono, si vede che nemmeno viene in mente a chi lo gestisce che sarebbe opportuno parlare l’italiano.

Sulla pagina dell’Istituto superiore di sanità è definito anche febbre West Nile, ma la parola Nilo manca. C’è solo Nile. Del resto in ambito medico e scientifico la rinuncia a parlare l’italiano in nome dell’internazionalismo è spesso data per scontata (con buona pace degli scienziati che in passato si sono staccati dal latino proprio per creare un linguaggio scientifico rigoroso e splendido in italiano: Galilei, Redi, Vallisneri, Spallanzani, Volta…).

Il morbus anglicus che ci fa vergognare di usare l’italiano è questo, e molto spesso è endemico, non ci sono solo gli anglicismi importati dagli Stati Uniti, troppo spesso siamo noi che senza nessun motivo preferiamo dire le cose in inglese, o meglio la classe dirigente di oggi, dai giornalisti ai medici, dagli intellettuali agli imprenditori e ai grandi “manager” che impongono l’itanglese nel linguaggio aziendale dei loro dipendenti.

In Francia, se cerchiamo “West Nile” nei titoli degli articoli de Le Monde, troviamo 5 pezzi che usano l’inglese, contro 13 che si esprimono in francese (Virus du Nil occidental). Scorrendo il quotidiano spagnolo El Pais, invece, l’inglese non esiste proprio, c’è solo il virus del Nilo occidental.

el pais
Su El Pais la febbre del Nilo è chiamata in spagnolo anche nei titoli.

 

È auspicabile che questa febbre del Nilo non dilaghi, naturalmente, ma se mai il fenomeno non dovesse arginarsi, è altrettanto auspicabile chiamarlo in italiano. Questo virus, questa moda e questo complesso di inferiorità che ci fa parlare inglese per sentirci più moderni è davvero insopportabile, deleterio e ridicolo.

Dall’economia all’economy: i “prestiti sterminatori”

Giugno 2018. Il presidente del Consiglio (di frequente chiamato immotivatamente premier) Giuseppe Conte nel suo discorso per chiedere la fiducia alla Camera sfodera una variegata serie di anglicismi, da governance a “(se mi consentite) stockholder” (invece di azionisti), dall’immancabile flat tax alle espressioni come “utilizzare  i big  data per  cogliere  tutte  le  possibilità della sharing economy”.

La parola economy è al centro di un sentito discorso economico-ambientale, e Conte parla di green economy, di sharing economy e di blue economy con la stessa disinvoltura con cui si utilizzano le parole italiane, senza affiancare queste espressioni con alternative e spiegazioni, dando per scontato che l’itanglese sia la norma nel linguaggio istituzionale del Parlamento.

Ma da quando l’economia è diventata economy?

 

Dall’economy class alla new, net e old economy

Era il 1989, stando al Devoto Oli, quando la parola economy, decurtazione di economy class, cioè la classe economica, è stata introdotta nelle tariffe di biglietti di navi e aerei; ma oggi anche le Ferrovie dello Stato si sono adeguate alla riformulazione anglicizzata dei biglietti: dopo l’abolizione della terza classe si viaggia in economy.

Ormai, però, dall’aggettivo si è passati al sostantivo: nella seconda metà degli anni Novanta, infatti, è esplosa la new economy, e l’anglicismo, con il significato di nuova economia, si è propagato senza troppe alternative italiane, affiancato invece dall’alternativa net economy (economia della rete) e, per contrapposizione, ha portato con sé il concetto di old economy.

economy

Dopo questi primi “prestiti” tutto sommato isolati, la situazione è degenerata a partire dal 2008, quando si è cominciato a parlare anche di sharing economy (economia della condivisione) e di green economy (economia verde).  Negli ultimi 10 anni è poi comparsa la gig economy, l’economia dei lavoretti e della flessibilità, in altre parole un’edulcorazione per indicare lo smantellamento dei diritti dei lavoratori.

Fino a qui rimaniamo nell’ambito dei lemmi riportati dai dizionari, ma nel 2018 si parla sempre più anche di blue economy, un concetto ancora confuso a dire il vero, perché l’economia blu può indicare il superamento di quella verde, cioè l’economia circolare e del riciclo, oppure l’economia legata al mare.

In ogni caso la frittata è fatta. Nel giro di un decennio non si parla più di economia, ma di economy.

 

Economy sui giornali

Provo a immettere economy sul servizio di ricerca delle notizie di Google, e provo ad analizzare le prime 5 pagine alla ricerca di altre occorrenze e altre locuzioni.

Compare la circular economy:

“Se non passiamo alla circular economy, sarà game over per il pianeta. Sono queste le parole con cui si apre Closing the Loop, il primo lungometraggio al mondo dedicato al tema dell’economia circolare.”

Scopro poi la Next Mobile Economy:

“Quando si parla di digital transformation spesso si pensa a una serie di soluzioni che permettono al business di entrare in una nuova era produttiva. Vero, verissimo ma all’interno dello stesso “movimento” si possono individuare flussi focalizzati e la Next Mobile Economy è tra questi. Il termine è destinato a entrare nei trending topic degli amministratori, visto che include strategie volte a migliorare aspetti che ricadono in altri settori come il BYOD o lo smart working.”

Negli articoli economici il linguaggio è questo, l’itanglese.

Economy è diventato un termine contagioso, c’è l’app economy, l’industria legata alla programmazione delle applicazioni per smartphone e tablet (L’app economy varrà presto 6,3 trilioni di dollari), la data economy (Fujitsu World Tour 2018. Co-creation e data economy, l’AI ridisegna il workplace. Revisione delle infrastrutture di data center. Sicurezza e data protection. Nuovi luoghi, modalità e spazi di lavoro. Le prospettive future del cloud e soluzioni iperconvergenti), la space economy (Tavola rotonda al Festival dell’Economia di Trento sulla Space Economy), la Data-Driven Economy (Big Data, Machine Learning, Fintech, Blockchain, customer centricity, GDPR, Digital Marketing: tutto questo è Cerved Next, l’evento italiano dedicato ai pionieri della Data-Driven Economy) e persino la shock economy (Plutonomy vs Democracy: far vincere la Democrazia contro la Shock Economy è il vero potere del popolo).

La frittata è fatta, si diceva, la lingua degli articoli economici è quella di questi esempi, e non si può di certo definire italiana. Il modello per la coniazione dei neologismi è ormai inglese, e la parola italiana economia diventa obsoleta, e relegata alla designazione del vecchio, mentre ciò che è nuovo, il futuro, è detto in inglese, e questo è il caposaldo di quello che ho chiamato l’anglopurismo.

E infatti l’economia della terza età diventa la silver economy (Silver Economy Forum: Genova vuole diventare capitale europea degli over 65, il Comune ha organizzato, insieme all’associazione Genova Smart City il Silver economy forum), quella degli animali domestici è la pet economy (Animali domestici, la pet economy supera i due miliardi), quella delle biciclette è la bike economy (Dal Trentino alla Liguria, la «bike economy» che crea valore), mentre al Al Cebit 2018 Italtel punta sulla Smart Economy.

Ecco come ci stiamo riducendo. Ecco come si diffonde l’itanglese.

I cosiddetti “prestiti” non sono innocenti e isolati, si combinano in una rete di parole sempre più fitta che crea l’itanglese. Gli animali domestici sono pet, il settore alimentare è food e questi anglicismi si ricombinano tra loro formando una lingua nella lingua (e infatti si trova anche la food economy).

Tra lusso e necessità ci sono anche i “prestiti sterminatori”

Questi anglicismi entrano come fossero “prestiti di lusso”, secondo le classificazioni ridicole usate da chi non comprende affatto la natura del fenomeno, ma poi si trasformano in “prestiti di necessità”, perché lentamente le espressioni inglesi uccidono le alternative italiane, che vengono usate sempre meno, prima come sinonimi e traduzioni secondarie che compaiono negli articoli di giornale per spiegare gli anglicismi urlati e ostentati nei titoloni, poi scemano sempre di più e la loro frequenza si riduce fino a quando dirlo in italiano diventa inusuale, se non impossibile.

La parola economia, se il vento non cambia, è destinata a regredire davanti all’anglicismo. Come è successo alla parola calcolatore, che un tempo era normale, che è stata affiancata fino agli anni Novanta a elaboratore, ma che oggi si può dire solo in inglese: computer. Ogni altra alternativa è morta. E chi parla dei prestiti di “lusso” e di “necessità” dovrebbe riflettere su una nuova categoria, quella dei prestiti “sterminatori” che una volta acclimatati fanno morire le parole italiane.

PS
Sia chiaro: se qualcuno li dovesse chiamare prestiti killer, lo ucciderò!

Anglicismi: dai singoli “prestiti” a una rete di parole interconnesse che colonizza interi settori

Interpretare i forestierismi come “prestiti” è una semplificazione ingenua che può andare bene quando il numero delle parole coinvolte è molto limitato. Nel caso del giapponese, per esempio, ci sono poco più di 50 vocaboli non adattati accolti nei dizionari, come:

aikido, anime, banzai, bonsai, emoji, futon, geisha, haiku, harakiri, hentai, hikikomori, judo, judoka, jujitsu, kabuki, kamikaze, karaoke, karate, katana, kendo, manga, mikado, origami, reiki, samurai, sashimi, shiatsu, sudoku, sumo, surimi, sushi, tatami, tofu, tsunami, wasabi, yen.

A parte qualche altra parola meno popolare e altri termini che derivano dal giapponese ma sono stati italianizzati (chimono, saké, soia, tempura…), non c’è molto altro da dire: considerare queste parole come “prestiti” tutto sommato è una classificazione che regge. Quando invece le importazioni sono circa 3.500, come nel caso dell’inglese, la teoria dei prestiti si rivela una categoria inadeguata e insufficiente per spiegare cosa sta accadendo, perché l’interferenza linguistica diventa un fenomeno ben più profondo, complesso e di tutt’altra portata.


Da una singola voce alle famiglie di anglicismi: un fenomeno trascurato

Se si analizza come sono entrati gli anglicismi da un punto di vista storico, è evidente che in larga parte non sono affatto prestiti isolati, ma si tratta di intere famiglie di parole che entrano e prolificano con diverse modalità.

Alcune volte si afferma e si diffonde un “prestito” che inizialmente è isolato, ma per la sua popolarità, con il tempo permette l’entrata di molte locuzioni collegate, come è avvenuto nel caso di → manager che ha poi portato al diffondersi di decine e decine di locuzioni come sales manager, top manager, area manager, brand manager, general manager, marketing manager

Altre volte succede il contrario: prima entra qualche parola composta, come tea-room o living room, e con il passare degli anni queste locuzioni si moltiplicano (press room, showroom, control room…) fino a che la parola madre, → room, anche se non è un lemma a sé dei dizionari, finisce lo stesso per entrare nella disponibilità di tutti.

Questo fenomeno è davvero trascurato dagli studiosi, ma mi pare fondamentale per rendere conto dell’interferenza linguistica in modo adeguato. Per fare un altro esempio di questi “prestiti” che creano una rete di vocaboli tra loro interconnessi, si può analizzare il caso di food, arrivato negli anni Ottanta attraverso fast food. Nel Devoto Oli del 1990 era l’unica occorrenza dell’anglicismo, ma oggi food designa l’intero settore dell’alimentazione e, nella grande distribuzione, il non food indica addirittura il settore non alimentare. Nel frattempo, infatti, sono comparsi i food corner (aree di ristorazione), il junk food (cibo spazzatura, 1987) o trash food (2001), lo slow food (marchio registrato italiano, 1989), il pet food (cibo per gli animali, 1992), lo street food (cibo di strada, 2000), il finger food (cibo al cartoccio, 2001), il comfort food (cibo consolatorio, 2002) e il food design (2006). Insomma, si è passati da 1 lemma (fast food, 1982) a 12: siamo andati oltre la decuplicazione in poco più di 30 anni. Ma la storia è destinata ad aumentare, visto che, fuori dai dizionari, tra gli anglicismi in circolazione si registra il food porn, e tra le notizie dei giornali si trovano i fattorini del food delivery, il social food e i food blogger, e poi gli eventi o le aziende food

Questa proliferazione di parole composte, naturalmente, non riguarda solo food, le stesse considerazioni valgono per gli altri elementi degli esempi: street (street food ma anche street art, street artist, street culture, street parade, street style), design (food design, fashion design, game design, graphic design, industrial design, interior design), pet (pet food, pet therapy, pet friendly, pet sitter) e via dicendo.

Espressioni come pet sitter, dog sitter o cat sitter, a loro volta, sono possibili perché sono state precedute da baby sitter (cfr. → “La maledizione della baby sitter e i composti di baby”), che non è un prestito isolato e “innocente”, è diventato un modello che ha permesso l’entrata di questi neologismi che circolano ormai senza alternative italiane, visto che si appoggiano a un’espressione divenuta estremamente popolare.

La parola baby, a sua volta, è stata assimilata nell’italiano e ha prodotto innumerevoli composti diventando un suffissoide che genera una quantità impressionante di altre parole e di accezioni che in inglese non esistono, sono dunque pseudoanglicismi. Il secondo elemento, sitter, non è particolarmente diffuso e prolifico, però è illuminante per esemplificare la proliferazione delle parole in -er. È evidente che, se sono centinaia, si finisce per interiorizzare nella nostra lingua una struttura inglese. Se chi fa design è un designer, chi uccide è un killer, chi fa surf è surfer, chi ferma il pallone è stopper, chi perseguita è uno stalker, uno spacciatore è un pusher, un controllore è controller, poi succede che un decodificatore è detto decoder, che un acquirente diventa uno shopper, e che da blog, chat, rock, rap, spam si ricavino blogger, chatter, rocker, spammer e non bloggatore, chattatore, rockettaro, rappatore e spammatore.

A questo punto dovrebbe essere più evidente che abbiamo a che fare non con singoli prestiti isolati, come nel caso del giapponese, ma con una rete di parole che con il tempo si allarga.

La rete di anglicismi in –ing

Torniamo a baby sitter. Tra le altre diramazioni ci sono anche baby parking, visto che parking (pseudoanglicicmo) era già diffuso, e babysitting una variazione in –ing che si è affiancata alla derivazione più italiana di babysitteraggio. Le parole in –ing (che includono gerundi ma anche participi e aggettivi) sono centinaia e centinaia.

Dopo lo stalking e il mobbing (in inglese poco usato), nel linguaggio della giurisprudenza questo “modello” si è diffuso portando nelle sentenze parole come grooming (adescamento dei minori), bossing (i soprusi del capoufficio, pseudoanglicismo) o straining (definito dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 3977 del 19/02/2018 una forma attenuata di mobbing).

Se c’è il job sharing e il car sharing ecco che allora si può introdurre anche il bike sharing, il file sharing, il video sharing, la sharing economy (visto che c’è la new economy, la net economy, la old economy, la green economy e l’economy class); se arriva il bird watching e si afferma invece di osservazione ornitologica, si apre la strada a whale watching (per le balene), fish watching (per i pesci), skywatching (per il cielo) e bio watching.

In informatica c’è il mail bombing, il mailing e le mailing list. Ci sono l’hosting e l’housing, il data processing e il batch processing,  il  debugging, l’editing, l’engineering, il morphing, il multitasking, lo spamming e il caricamento diventa loading, grazie alle mancate traduzioni delle interfacce dei programmi informatici.

Nello sport c’è il dribbling e il pressing, il doping, il trekking, il walking, il running, il footing e il jogging, il bungee jumping (salto con l’elastico) e il base jumping (paracadutismo da fermi), il canyoning (torrentismo), lo spinning che poi genera l’hydrospinning e l’acquaspinning,  mentre dal bodybuilding si esce dallo sport con il body painting e il body sculpturing (liposuzione).

La desinenza in -ing porta da brand a branding, si trova in brainstorming, bookcrossing, booking e overbooking negli alberghi; da bank si genera banking e dunque banking online, home banking, mobile banking, internet banking, e-banking, phone-banking, remote banking, e poi c’è il trading, l’e-trading o trading online e il day trading, visto che c’è già la base dell’insider trading. Dallo shopping si arriva all’e-shopping passando per i shopping center; e poi il coaching,  il counselling, le cohousing, il couponing, il coworking, il couchsurfing, il crowdfunding e il crowdsourcing. C’è il marketing, il merchandising, il naming, il  networking, il problem solving, il caravanning, il casting, il broadcasting, il podcasting e il webcasting e persino nel mondo del porno spopolano parole come pissing o squirting.

E ancora lifting e restyling, roaming, scouting, scrolling, self publishing, spelling, storytelling, stretching, timing , screening… la messa in piega dei capelli è brushing, e davanti alle desinenze in –ing appiccicate alle parole inglesi di alta disponibilità non c’è da stupirsi se dressing da condimento per le insalate, in italiano viene usato nel gergo della moda con il significato errato di abbigliamento (dress è abito, ma l’abbigliamento sarebbe clothing).

Ho scelto solo qualche esempio tra i più diffusi, ma questo elenco in –ing continua, perché nei dizionari se ne trovano molti di più dalla A di aquaplaning alla Z di zapping. Il che significa semplicemente che in italiano ci siamo abituati alle desinenze in –ing e le stiamo interiorizzando come fossero normali.

In conclusione: l’interferenza dell’inglese non si può ridurre né spiegare come una semplice raccolta di prestiti isolati. Siamo in presenza di una rete e una struttura alloglotta che entra nel nostro lessico e prolifera. Si tratta di un fenomeno nuovo, di massa, dalla portata potenzialmente devastante, che non ha precedenti in alcuna epoca passata e che non ha eguali nemmeno quando il francese rappresentava la lingua di moda che ci influenzava con moltissimi “prestiti” non adattati. Si tratta di un fenomeno dalla velocità sconcertante: in 70 anni, nell’arco di una sola generazione, abbiamo importato un numero di anglicismi interconessi e sempre più fitti che stanno cambiando il volto dell’italiano con suoni estranei alla nostra tradizione, con nuove regole aliene alla nostra grammatica.

Gli anglicismi non sono parole isolate, sono semi che attecchiscono in modo virale perché al contrario di ciò che avviene in altri Paesi in Italia non abbiamo anticorpi e da noi trovano il clima favorevole per moltiplicarsi a dismisura e incontrastati. Queste parole stanno colonizzando intere aree di settore, come l’informatica, la moda, il lavoro, molti ambiti dell’economia, dello sport, delle leggi, della politica… È il segnale che il lessico dell’italiano storico è destinato a cambiare, ad anglicizzarsi sempre maggiormente e corre seriamente il rischio di trasformarsi in itanglese, perdendo la propria  identità.