2017: più di metà delle parole dell’anno sono in inglese

Qualche giorno fa la Repubblica ha lanciato il sondaggio aperto ai lettori per individuare la parola dell’anno 2017, cioè quella che dovrebbe risultare maggiormente impressa nell’immaginario collettivo degli italiani. Si tratta di un giochetto che ammicca per esempio alla tradizione dell’Oxford Dictionary che quest’anno ha eletto come parola dell’anno youthquake, il terremoto dei giovani, e cioè il ritorno alla loro spinta propulsiva nella politica e nel mobilitarsi.

La cosa interessante del sondaggio di Repubblica è che si può votare tra una rosa di 15 parole già selezionate dal giornale come le più gettonate, e che tra queste 7 sono inglesi (tra cui fake news, come prevedibile) e 6 italiane (una è in latino, ius solis, e un’altra araba, intifada). Mi pare inquietante, ma allo stesso tempo significativo, che più di metà delle potenziali parole dell’anno siano in inglese. Questo la dice lunga sulla pervasività degli anglicismi e sulla loro frequenza, ma anche su dove sta andando la lingua italiana: anno dopo anno scivola inesorabilmente verso l’itanglese.

Possibile che più della metà delle parole più importanti del 2017 siano inglesi?

Certo, e i dati che si ricavano dai neologismi del nuovo Millennio registrati dai dizionari vanno nella stessa direzione: la metà sono anglicsmi. Nel Devoto Oli 2017 sono registrate 1.049 parole datate negli anni Duemila, e 509 sono inglesi, cioè quasi la metà. Se a queste si aggiungono gli anglicismi parzialmente adattati come whatsappare, googlare, spoilerare… la metà si supera decisamente. L’analisi dello Zingarelli 2017 restituisce dati leggermente più bassi ma simili: 178 parole inglesi su 412 parole datate XXI secolo, cui bisogna aggiungere i verbi  semiadattati.

Questo è lo specchio dell’italiano del Duemila, c’è poco da fare e poco da contestare.

Tornando alla Repubblica e alla parola dell’anno, ecco la rosa delle 15 parole più significative da votare:

■ biotestamento
curvy (perché non dire maggiorata, prosperosa, giunonica, tutta curve, curvilinea…?)
■ fake news (perché non dire bufale, false notizie, falsi…?)
■ femminicidio
■ hater (perché non dire odiatori, insultatori, provocatori, seminatori di zizzania, avvelenati…?)
■ impresentabile
■ influencer (perché non dire influenti, importanti, autorevoli, trascinatori…?)
■ intifada
■ ius soli

■ omofobia
■ paradise paper (perché non dire lista degli evasori e paradisi fiscali…?)
■ sexgate (perché non dire scandali sessuali…?)
■ spelacchio
■ vaccino
■ voucher (perché non dire tagliando, buono, cedola, ricevuta…?)

 

Comunque la pensiate… Auguri e buon Natale a tutti.

Aderisci alla compagna:

Io gli auguri li faccio in italiano!

(perché dire Merry Christmas, Happy christmas, Merry Xmas and happy new year e tutte queste analoghe formule aliene e insensate?)

10 pensieri su “2017: più di metà delle parole dell’anno sono in inglese

  1. Per me “curvy” significa florida. Maggiorata l’ho sentito usare solo per una donna col seno molto grande (rispetto al proprio fisico) e non perché indossa taglie forti sopra e sotto. In quanto a “paradise papers” io credevo si riferisse a documenti scomodi di contratti (bancari, commerciali, ECC) sottoscritti nei paradisi fiscali, ma non che fossero i paradisi fiscali stessi (inoltre mi sembra un inglese si chiamino “tax heavens” e non paradises).

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    • Maggiorata deriva da un film di Blasetti: Altri tempi, 1952), pare proprio, in cui l’avvocato (de Sica) chiedeva le attenuanti della sua cliente (la Lollo), maggiorata fisica, in virtù di quelle previste per i minorati psichici. Negli anni ’50 si usava per le forme abbondanti dei canoni italiani prosperosi. Poi nessun sinonimo è mai completamente sostituibile, “florida” lo aggiungo, giunonica forse rende meglio l’eufemismo di curvy/cicciona, comunque giocato sulle curve.
      Sui paradise papers hai perfettamente ragione (e aggiungo nel pezzo), sono i fascicoli, o la lista dei nomi di chi ha conti all’estero, ma ho notato che sui mezzi di informazione si usa anche per i paradisi fiscali in varie occasioni (es. http://www.corriere.it/economia/17_novembre_09/paradise-paper-ecco-perche-paradisi-fiscali-possono-essere-legali-cd838808-c58d-11e7-8460-ef8ba8b0b1d6.shtml) di sicuro in modo improprio. Formalmente “paradise papers” era il nome in codice di un’inchiesta internazionale.

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      • Sulla stessa scia, qui in argentina abbiamo avuto i “Panama papers”, uno dei pochi termini inglesi che è rimasto invariato (qui tendono a tradurre o almeno ad adottare una trascrizione fonetica dei forestierismi). Riguardo a “curvy” io l’ho sempre interpretato come connotazione positiva, mentre “cicciona” lo intendo sempre con connotazione negativa. Dire che una modella è cicciona può sollevare un putiferio, dire che è “curvy” è neutro e addirittura quasi un complimento (ma solo per una questione di politically correctness, oramai).

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