Il mito della sinteticità dell’inglese (competitor e giveaway)

Uno dei motivi per cui i giornalisti preferiscono ricorrere all’inglese, soprattutto nei titoli e nei sottotitoli, è legato alla maggiore sinteticità di questa lingua che permette di comporre strilli di impatto con un minor numero di lettere rispetto all’italiano. Spesso gli anglicismi si riducono a comodi monosillabi, come boss, box, club, cast, fan, flirt, gay, quiz, star, show, tweet, vip, zoom

Ma è davvero questa la ragione della preferenza dei termini inglesi?

Non credo proprio. Premesso che la lingua non è matematica – e se il cinese fosse ancora più sintetico dell’inglese non mi sembra una buona ragione per adottarlo al posto dell’italiano – la sinteticità dell’inglese è solo un alibi. La verità è che lo preferiamo per altri motivi: perché è di moda, suona moderno e internazionale e perché abbiamo un complesso di inferiorità culturale che ci induce a utilizzare le parole inglesi, o i loro suoni, invece di adattarle o tradurle, per sentirci più americani, come nella canzone di Renato Carosone e nel film con Alberto Sordi Un americano a Roma.

Per prima cosa: la preferenza dell’inglese avviene anche quando questa sinteticità viene meno. Misunderstanding è lungo e impronunciabile rispetto a equivoco, malinteso o fraintendimento, eppure si sente spesso, perché suona più “figo”. Che dire della preferenza dei giornali per il termine leader rispetto a capo? Dov’è il risparmio? E nomination o location invece di nomina e luogo (posto o sede)? In realtà queste parole ci piacciono per il loro suono (abbiamo un debole per i suoni in scion, come nella Svalutation di Celentano) e non è certo per risparmiare una “e” finale se sempre più spesso si sente dire mission, vision o competitor al posto dei nostri equivalenti.

Competitor o competitore?

Competitore non è una parola di alta frequenza rispetto a sinonimi come rivale, concorrente e simili, ma si è sempre usata, in italiano, senza vergognarcene. Almeno fino agli anni Novanta, quando si è cominciato sempre più a usare il corrispondente inglese. Dagli anni Duemila c’è stato il sorpasso: oggi il termine inglese ha una frequenza che è più del doppio di quella dell’italiano (stando alle occorrenze dei libri in italiano indicizzati da Google).

competitor

Seconda considerazione, tornando alla sinteticità dell’inglese: in linea di massima è innegabile, ma non è questa la causa dell’abuso degli angloamericanismi. Già Leopardi, nello Zibaldone, appuntava che “nel pronunziare o nel sentir pronunziare una lingua straniera, ci piacciono più di tutti quei suoni che non sono propri della nostra” e se questa lingua è poi considerata superiore, di moda o maggiormente evocativa, come nel caso dell’inglese, è qui che vanno ritrovate le ragioni dell’abbandono dell’italiano.

E infatti la lista degli pseudoanglicismi – quelle parole che suonano come inglesi ma che non lo sono affatto nel significato o nell’uso – è molto lunga. In inglese non esistono gli slip né i pile. Beauty è bellezza, non il diminutivo di beauty case, basket è cesto, non la pallacanestro (basketball). Spesso siamo noi che accorciamo le espressioni inglesi e diamo loro un significato particolare e una sinteticità che esistono solo in Italia: la spending review viene introdotta nella nostra lingua al posto di taglio o revisione della spesa e diventa semplicemente spending, i wafer biscuit o (wafer cookie) sono wafer, il trolley course (trolley bag, trolley case o trolley suitcase) è il trolley; lo striptease diventa strip e il toasty, toastie o toasted sandwich, si contraggono semplicemente in toast.

Giveaway: Diciamolo in italiano!

Tra gli pseudoanglicismi incipienti c’è anche giveaway che in inglese indica un omaggio, qualcosa di “dato via” per fini promozionali, spesso di scarso valore, ma che in italiano è usato erroneamente come sinonimo di gara a premi, competizione con in palio un omaggio, ma come ha osservato Licia Corbolante in inglese si dice giveaway contest o giveaway competition.

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Buona fortuna e W le contraddizioni!

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Partecipa numeroso, lettore!

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5 pensieri su “Il mito della sinteticità dell’inglese (competitor e giveaway)

  1. Sì, Lucius Etruscus mi conosce ho colto la sua battuta (strizza l’ occhio il marrano). Sono la “colpevole” dell’ anglicismo e seppure non sono una fanatica dei termini inglesi (non conosco abbastanza questa lingua per farlo con stile) nel blogging (esiste un termine italiano per descirverlo?) ci sono parole che per convenzione vengono usate e richiamano subito alla mente dei fruitori del blog il significato (Review party, Blogtour, Reading Challenge, etc… insomma si contano sulle dita di una mano). C’è omologazione? Forse, ma io perlomeno lo faccio per praticità. Poi ho scelto di bloggare principalmente in italiano perchè amo la mia lingua e la difendo, ma distinguo tra uso e abuso. Ogni abuso è deleterio a mio avviso in un senso o nell’altro. Ricordo una lezione all’università in cui si parlava del colonialismo culturale e di come certi dialetti dell’Africa tramandati unicamente oralmente stessero scomparendo sopraffatti dalla “lingua” del vincitore (che fosse francese o inglese poco importa). Provai un grande dolore, essere costretti ad aabbandonare le proprie radici è molto triste, lo ricordo ancora. Ma non credo sia il caso nostro. La lingua di Dante è stimata e studiata in tutto il mondo sarà difficile che scompaia. Forse anche grazie a te è al tuo fervore.

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    • Ciao Giulia, guarda che ognuno parla come vuole e non sei “colpevole” proprio di nulla, 🙂
      poi, in nome della libertà di parlar come si vuole, personalmente preferisco dire un “commenta e vinci” o “un’estrazione”, ma l’importante è che circolino anche le alternative, in modo che ognuno sia libero di scegliere. Spesso gli anglicismi sono introdotti e propagati senza corrispondenti e il risultato è che gli equivalenti regrediscono e scompaiono, oppure diventano obsoleti e ridicoli: parlare di trucco al posto di mack-up è ancora possibile o fa molto “vecchia signora cotonata” (come mi è stato fatto osservare)? E dire elaboratore/calcolatore per computer?
      Io un po’ preoccupato lo sono, più che altro per questioni oggettive di numeri: attualmente gli anglicismi rappresentano il 4-5% dei sostantivi che abbiamo per designare le cose, e quasi la metà dei neologismi del Nuovo millennio è costituita da parole inglesi; la tendenza è che possano diventare il 10% dei nomi fra 30-40 anni e che avremo sempre meno la possibilità di esprimere in italiano il nuovo.
      Quanto al “blogging”… il “bloggare” mi è dolce in questo mare, in altre forme, come tu sai, dal 2002, quando bisognava spiegare cosa fossero i blog, ed erano ancora solo diari (telematici, virtuali, digitali o internettiani), quando si diceva anche bloggatori che oggi son solo blogger (e un poco credibile “blogghisti” per il Devoto Oli).Le parole a volte ci sarebbero, o forse c’erano, ma non circolano, non si usano e si perdono. Altre volte non ci son mai state perché nessuno le ha volute tradurre o reinventare. 😉

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    • Come anche zoppaz ha più volte detto, poter scegliere è la vera libertà: se uso un inglesismo coscientemente è un conto, se lo uso perché non so che altro dire, e magari non so neanche il significato, allora è una situazione che oserei definire drammatica.
      Sono felicissimo che appassionati della nostra povera lingua come voi siamo così attivi su più fronti ^_^

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