Appelli, petizioni e un progetto concreto

La petizione Villani

Ho firmato la petizione rivolta al Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca di Maurizio Villani, un avvocato esperto in fisco che ha lanciato un grido di allarme sugli anglicismi entrati nel linguaggio tributario, fiscale e legislativo (di cui avevo già accennato).
L’avvocato Villani ha pubblicato sul suo sito un articolo preziosissimo: il suo non è uno dei tanti lamenti basati sulle impressioni, ma una ricerca che ha raccolto 53 esempi documentati con date di sentenze, leggi, decreti e provvedimenti, che ricorda a tutti quali sono le alternative italiane! Ho raccolto la sua proposta di segnalazione fiscale invece di alert fiscale, e l’ho inserita nella lettera a del vocabolario delle alternative agli anglicismi che sto costruendo proprio con l’aiuto del popolo della rete. Nell’articolo di Villani non ci sono soltanto espressioni ormai diffuse nel linguaggio comune come start-up invece di nuova impresa, stock option (opzione finanziaria) o deadline (date di scadenza), sono citate anche locuzioni più tecniche che nascondono, dietro l’inglese, concetti semplici e antichi che si sono sempre detti in italiano, come capital gains (guadagni), robin tax (tassa di pagamento), no tax area (esenzione fiscale), mismatching (mancanza di corrispondenza), non performing loading (rischio crediti deteriorati).
La cosa più sconcertante sono le date dei documenti citati: sono tutte espressioni diffuse nel nuovo Millennio, con una certa accentuazione negli ultimi anni. Questo appello, che diffondo e invito a firmare, non è solo una denuncia, ma anche un richiamo alla trasparenza del linguaggio istituzionale. È stato lanciato il 7 settembre 2017 dalla città di Lecce.

L’appello di Gabriele Valle al Presidente del consiglio

20 giorni dopo, il 27 settembre, dalla città di Trento, è stato invece inoltrato un appello al presidente del consiglio Paolo Gentiloni, da parte di Gabriele Valle (qui il suo video-testo). Davanti all’invasione degli anglicismi in ogni ambito, Valle nota che

“l’invasione è un’allegoria fuorviante in quanto ne attribuisce la responsabilità a un presunto invasore venuto da lontano. L’inglese, lingua nobile, è innocente. Gli unici responsabili della decadenza idiomatica siamo noi, lo Stato compreso. Stiamo usando l’inglese come strumento per rendere irriconoscibile l’italiano; stiamo tramutando il nostro retaggio in un dialetto angloitalico che intorbida la comprensione e si ribella alla disciplina della nostra ortografia.”

Per evitare quella che, nelle mie ricerche basate sui numeri, ho definito la “strategia degli Etruschi” che si sono assoggettati alla romanità fino a scomparire e a esserne assorbiti, Valle chiede alle istituzioni due interventi: l’introduzione di una politica linguistica per sensibilizzare tutti su questo problema e un programma di ingegneria linguistica per diffondere le alternative agli anglicismi.

Altre simili iniziative

Le petizioni e gli appelli di questo tipo sono sempre più numerosi, ma spesso si disperdono e rimangono inascoltati.

È superfluo ricordare l’iniziativa del 2015 di Annamaria Testa, Dillo in italiano,  che con la raccolta di quasi 70.000 firme in un mese, ha rappresentato il grido di maggior successo, che ha portato l’Accademia della Crusca a costituire il Gruppo Incipit. Tra le innumerevoli altre petizioni, alcune ormai scadute, segnalo quella di Maria Agostina Cabiddu, “L’italiano siamo noi“, rivolta al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella; quella di Umberto De Agostino, “Fermiamo i nomi delle leggi italiane scritti in inglese” o quella di Stefano Gigli all’allora presidente del consiglio Matteo Renzi per usare l’italiano nelle interviste e dichiarazioni in ambito internazionale.

Al dicembre 2012 risale invece la petizione, trasversale, firmata da innumerevoli parlamentari di ogni schieramento, “No question time” che chiedeva di esprimere in italiano l’espressione con “cui si indicano da anni le risposte del governo alle interrogazioni parlamentari”, ma che non ha avuto un esito positivo, e il risultato è che, oggi, cercando sul sito della Camera, si trovano oltre 500 documenti con l’espressione inglese.

camera question time

 

Dai lamenti all’azione

Tutti questi ed altri esempi mostrano che esiste un malcontento diffuso di una parte degli italiani che non ne può più di questo insensato ricorso all’inglese e di questa “strategia degli Etruschi” operata proprio da alcuni rappresentanti delle istituzioni che dovrebbero invece utilizzare, difendere e diffondere la nostra lingua. È perciò necessario provare a organizzare il malcontento e creare, magari partendo dalla rete, un punto di riferimento per tutti coloro che avviano iniziative isolate per fare sentire la propria voce. L’unione fa la forza. Esistono le condizioni per dare vita a un ampio movimento di opinione che sia in grado di imporsi come una fetta di utenza significativa, di consumatori, di cittadini e di elettori che più sarà ampio, più sarà in grado di modificare il linguaggio di istituzioni, enti, aziende e apparati mediatici. In Germania, le pressioni dei cittadini e dei consumatori sono riuscite a fare cambiare il linguaggio anglicizzato delle ferrovie tedesche, che hanno dovuto modificare la loro comunicazione e diffondere opuscoli di alternative agli anglicismi distribuiti al personale, semplicemente perché era per loro più conveniente e opportuno: per la salvaguardia della propria immagine aziendale, per la visibilità e la percezione positiva della loro strategia commerciale.

Per questi motivi, sto preparando un dizionario per la circolazione delle alternative a circa 2.000 anglicismi di uso comune da diffondere in rete, nella speranza che possa servire da guida per chi vuole esprimerle in italiano, e che possa crescere e migliorare con il contributo di tutti. Un dizionario, dal basso, che sia frutto dell’intelligenza collettiva teorizzata da Pierre Lévy, e di quella connettiva che vede la sua realizzazione nelle reti sociali. Mi piacerebbe far confluire questo progetto in un sito più ampio, in grado di organizzare una forma di protesta, di reclami e di pressioni dei cittadini verso gli organi che con il loro linguaggio stanno contribuendo a diffondere l’itanglese. Forse sarà l’ennesimo tentativo destinato a rimanere inascoltato, ma voglio perlomeno provarci. Il successo di un’iniziativa come questa dipenderà dalla sua capacità di aggregazione e dalla partecipazione che riuscirà a ottenere.

Mi rivolgo perciò a tutti gli internauti, ma anche ai personaggi pubblici che hanno espresso la loro preoccupazione o il loro fastidio per l’itanglese, dagli intellettuali come Beppe Severgnini, Aldo Busi o Corrado Augias (“Quel goffo cosmopolitismo linguistico”: La Repubblica, 24 ottobre 2013), fino ai personaggi dello spettacolo come Mara Maionchi e a tutti coloro, che grazie alla propria visibilità o autorevolezza, possono fare emergere il problema e richiamare l’attenzione di tutti.

Mi rivolgo anche alle aziende private e a chiunque voglia appoggiare o finanziare un progetto simile, legando il proprio nome o marchio a un’iniziativa per la salvaguardia della lingua italiana che può intercettare una fetta di pubblico e di mercato che è di giorno in giorno più significativa.

Chiunque può diffondere questo appello, lasciare la sua nei commenti o contattatarmi privatamente.

Continua… (se non sarò da solo).

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5 pensieri su “Appelli, petizioni e un progetto concreto

  1. Sono avvocato. Concordo con il collega e sottoscriverò la petizione. Apprezzo l’inziativa di redigere un dizionario che ci aiuterà a reintrodurre nel linguaggio parlato e scritto l’equivalente in lingua italiana di termini che non ci appartengono.

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