I termini inglesi sono sempre meno tecnicismi e penetrano sempre più nella lingua comune

Dai conteggi che ho fatto attraverso l’analisi dei dizionari digitali è emerso che gli anglicismi registrati sono più che raddoppiati in meno di 30 anni. Nel Devoto Oli 1990 erano circa 1.700, ma nel 2017 se ne contano circa 3.400 (i dati non sono quelli grezzi che si ricavano dalle ricerche semplici, ma sono stati lavorati con ricerche raffinate).

devoto oli 1990_2017

Anglicismi registrati dal Devoto Oli nel 1990 e nel 2017.

Davanti a questi numeri che trovo preoccupanti (il numero di francesismi, ispanismi e germanismi è di gran lunga inferiore e sostanzialmente stabile), una delle argomentazioni più diffuse tra gli studiosi “negazionisti” – che non ritengono che gli anglicismi rappresentino un problema per la nostra lingua – è quella di sostenere che siano per lo più termini tecnici di settore, e che di conseguenza la loro frequenza nel linguaggio comune sia scarsa.

Se questo era vero in passato, le cose al momento non sono più così.

Secondo Tullio De Mauro, la nostra lingua è formata da circa 7.000/7.500 parole di base, quelle note a tutti e che si usano più di frequente, che rappresentano  quasi il 90% dei termini che utilizziamo comunemente. Ci sono poi ulteriori 40.000 parole che formano il linguaggio comune, che tutti riconoscono anche se non è detto che le usino in modo attivo. Oltre a queste 47.000 parole (7.000 di base + 40.000 comuni), le altre appartengono a linguaggi tecnici e settoriali, e non sono comprensibili a tutti: l’avvocato conosce i suoi tecnicismi ma non quelli del medico, che a sua volte non condivide quelli dell’avvocato e così via.
La tendenza dei negazionisti è quella di escludere gli anglicismi dal linguaggio di base e da quello comune per relegarli nella sfera dei tecnicismi di settore. In questo modo l’italiano sembra salvo e l’itanglese lontano. Ma questa posizione è sempre meno difendibile.

Nel 1980, Tullio De Mauro ha pubblicato il primo Vocabolario di base della nostra lingua con le circa 7.000 parole che si usano più di frequente, e il numero degli anglicismi era allora davvero irrilevante. Nel novembre del 2016, è stato pubblicato l’ultimo aggiornamento dell’opera (il Nuovo Vocabolario di base) e sul sito di Internazionale si può leggere l’Introduzione dell’autore).
Dal confronto con le versioni precedenti spicca subito che l’inglese è penetrato anche qui. Nel 1980, alla lettera B era presente solo bar, mentre nel 2016 gli anglicismi sono 13: baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business. E in tutto il vocabolario di base, se nel 1980 gli anglicismi non adattati erano nell’ordine di una decina, nel 2016 sono decuplicati: 129 su meno di 7.500 parole, cioè l’1,7% (se non me ne è scappato qualcuno e senza conteggiare “parole macedonia” come salvaslip), e precisamente:

autobus, autostop, baby, babydoll, band, bar, basket, bikini, bit, blog, boss, box, boxer, brand, business, cardigan, chat, chewingum, clacson, clan, club, comfort, community, computer, copyright, cracker, detective, design, e-mail, fan, fax, festival, fiction, file, film, flash, forum, gay, global, goal, gossip, hamburger, hobby, home, hyperlink, internet, jeans, ketchup, killer, kit, kiwi, leader, link, live, look, manager, marketing, master, media, mister, monitor, motel, network, news, nylon, offline, ok, okay , online, partner, party, picnic, ping-pong, plaid, poker, pony, pop, post, premier, privacy, pub, pullman, pullover, punk, puzzle, quiz, record, rock, scout, set, sexy, shampoo, share, shopping, shorts, show, single, slip, slogan, smog, snack, sneaker, software, spam, sport, spot, spray, standard, star, status, stop, stress, style, tag, team, tennis, test, thermos, toast, top, tour, trend, t-shirt, tunnel, video, wafer, web, weekend, whisky.

A questo elenco di parole di base si possono poi aggiungere numerosissimi altri anglicismi alla portata anche di un bambino, ma sono classificati come appartenenti al linguaggio comune e non di base, per esempio airbag, aids, bluff, cast, camper, freezer, golf, gangster, jazz, jet, like, meeting, master, nomination, password, poster, radar, snob, sponsor, thriller, ticket, unisex, zip e moltissime altre che tutti conosciamo e usiamo. Anche tra queste parole comuni gli anglicismi sono sempre più numerosi, tanto che, nel 2014, lo stesso De Mauro ammetteva: “Negli ultimi anni gli anglismi hanno scalzato il tradizionale primato dei francesismi e continuano a crescere con intensità, insediandosi, come più oltre vedremo, anche nel vocabolario fondamentale” (Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni. Laterza, Bari 2014, p.136).

Bisogna poi aggiungere che a questi numeri sfuggono un gran numero di termini che, nel dizionario Gradit (il più ampio repertorio della lingua italiana) e nel vocabolario “Il Nuovo De Mauro” pubblicato sul sito di Internazionale, De Mauro ha classificato come tecnicismi (che dovrebbero cioè appartenere a un gergo degli addetti ai lavori, ma che di fatto sono alla portata di tutti) parole come per esempio mouse, scanner, password, chat (classificate come tecnicismi informatici), oppure scoop (tecnicismo giornalistico).

In sintesi: gli anglicismi non solo aumentano di numero, ma entrano sempre più in profondità nella nostra lingua, nel linguaggio di base e in quello comune, e molte parole definite come “tecnicismi”, lo erano in passato, ma oggi non lo sono più. Se i dizionari disponibili come il Gradit o il Nuovo De Mauro non vengono aggiornati da questo punto di vista, rischiano di restituire una fotografia della nostra lingua che non è più attuale e non sono in grado di rendere conto della reale portata del fenomeno.

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