Come entrano gli anglicismi? La storia di “new” e dei suoi derivati

Molti studiosi continuano a etichettare i forestierismi come “prestiti”, una definizione sempre più insostenibile, che parte dal presupposto ingenuo per cui importeremmo una parola straniera quando non ne abbiamo una nostra. Anche distinguendo i “prestiti di necessità” da quelli di “lusso”, e cioè che usiamo anche in presenza di un equivalente nostrano, le cose sono decisamente più complesse. Per comprendere il tortuoso processo di penetrazione di una parola straniera ho provato a ricostruire l’entrata nella nostra lingua del termine new.

In passato il processo di traduzione o di adattamento degli anglicismi al suono dell’italiano era un fenomeno spontaneo e frequente, e si parlava per esempio della città di Nuova York, dove l’aggettivo serviva a distinguere la città statunitense dall’omonima inglese, e verso la fine dell’Ottocento divenne definitivamente New York.

Tutti sanno che new significa nuovo, eppure nei dizionari del 2017 (cfr. Devoto Oli e Zingarelli) non esiste il lemma new come voce a sé, esistono invece numerose locuzioni che lo contengono.
A parte il caso di New York (e newyorkese), una delle prime entrate dell’anglicismo si registra nel 1947, quando la nuova collezione presentata a Parigi di Christian Dior dallo stile nuovo e affascinante fatto di bustini, vite strette e figure allungate, portò alla diffusione di “new look”, un’espressione che ha preso piede non solo in Italia.

La comparsa e la frequenza dell’espressione “new look” nei grafici Ngram nei corpus francese, italiano e spagnolo.

36 anni più tardi, sullo Zingarelli del 1983, esistevano solo 2 voci che contenevano new: a new look si era aggiunto anche new wave, la nuova onda del pensiero artistico e culturale di rottura (la risposta inglese degli anni Sessanta alla nouvelle vague francese degli anni Cinquanta).

Oggi, dopo ulteriori 34 anni, sullo Zingarelli del 2017 oltre a queste due parole si trovano: new age, new dada, new deal, new economy, new entry, new global, new jeresy e new media, a cui si aggiungono news, che sempre più sta sostituendo le notizie dell’ultima ora nei mezzi di comunicazione (vedi Rai News), newsgroup, newsletter e newsmagazine. Da 2 voci si è passati perciò a 14. Ma il Devoto Oli 2017 ne include anche altre 4: breaking news, new company (e l’abbreviazione newco), e newquel, pseudoanglicismo che fonde new e sequel. La lista si amplia scorrendo il dizionario di Aldo Gabrielli disponibile in rete (http://www.grandidizionari.it/Dizionario_Italiano.aspx) che riporta ulteriori 6 parole: newsfeed (scambio di informazioni nei newsgroup), news magazine, newsmaster (gestore di news server), newsreader (programma per iscriversi a newsgroup), news server e new style. Andando a controllare la frequenza di queste ultime parole nei grafici di Ngram (strumento di Google basato sugli algoritmi di ricerca delle parole sui milioni di libri digitalizzati e archiviati in GoogleBooks), vediamo però che la loro occorrenza è bassissima e in qualche caso assente.

Tutto questo mostra chiaramente che la moltiplicazione degli anglicismi, nell’ultimo trentennio, sta registrando un aumento esponenziale, ma mostra anche che esiste un certo scollamento tra i vocabolari e il lessico che si utilizza. Se è vero che alcuni anglicismi dei dizionari sono di fatto disusati, viceversa il lemma new, anche se non è presente come voce autonoma, è nella disponibilità linguistica persino di un bambino. E andando a scandagliare gli anglicismi impiegati nei libri, che non sono registrati dai dizionari, si scopre che ci sono tante altre espressioni del genere circolanti.

Se cerchiamo attraverso Ngram le 10 parole che seguono new più di frequente, scopriamo che oltre a: new economy, new media o new age, sono abbastanza diffusi: new approach (un’espressione itanglese che viene forse dal linguaggio aziendale), new species, new type e new method.

Le parole che seguono più di frequente il termine “new” nell’archivio italiano dei libri di GoogleBooks.

Proseguendo con questo tipo di ricerche complesse (per esempio i nomi o gli aggettivi che più frequentemente sono associati a new), si vedono comparire anche new building, new towns, new forms, new world, new perspective, new line, new syndrome

In conclusione, poiché è l’uso che fa la lingua, è probabile che tra queste espressioni circolanti ci siano i neologismi inglesi destinati a essere presto annoverati dai dizionari. Ma soprattutto, bisogna notare che la nuvola di anglicismi che ci avvolge, e che ci capita di ascoltare o di incontrare quando leggiamo, è superiore al numero che si può ricavare dallo spoglio dei dizionari. New è di fatto una parola entrata profondamente nell’italiano, al punto che è diventata un elemento formativo per altri composti ibridi che stanno formando una rete di anglicismi interconnessi sempre più estesa che si sta espandendo nel nostro lessico. Nel libro Diciamolo in italiano. Gli abusi dell’inglese nel lessico dell’Italia e incolla (Hoepli 2017), ho riportato come esempio ben 100 parole inglesi che hanno questa caratteristica formante in grado di combinarsi con le altre, ma se ne possono rintracciare molte di più.

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